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RIASSUNTO - Un romanzo milanese europeo, Sintesi del corso di Letteratura Italiana

Riassunto del saggio introduttivo ai Promessi Sposi di Ezio Raimondi, "Un romanzo milanese europeo"

Tipologia: Sintesi del corso

2020/2021

Caricato il 13/09/2022

ffrancescagianelli
ffrancescagianelli 🇮🇹

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RIASSUNTO: Un romanzo milanese europeo. Saggio sui Promessi Sposi di Ezio Raimondi
Francesca Gianelli
UN ROMANZO MILANESE EUROPEO (saggio di Ezio Raimondi)
Per quanto sia uno dei libri più impregnati di religiosità cattolica della letteratura mondiale, I Promessi Sposi è per intima
costituzione estremamente laico. È la laicità singolare, riconosciuta da C. Cattaneo, che gli consente di osservare la terra lombarda
e i suoi paesani traendone fuori figure schiette (Renzo, Lucia, ecc.) da cui nasce la rappresentazione di un’epoca come
paesaggio umano, geografia di luoghi e costumi in cui è stato proiettato un sistema di valori, credenze, passioni e desideri.
Il romanzo di Manzoni si rifà consapevolmente alla nuova tradizione narrativa di Walter Scott, caratterizzata da un realismo
storiografico più letterario e complesso di quello settecentesco. Manzoni riprende, sviluppandola in ciascuna delle prove
attraversate da Renzo e Lucia, la dinamica contrappositiva dell’intreccio scottiano. L’universo temporale e geografico in cui
l’intreccio prende corpo è invece una storia gloriosa e cupa, con un popolo ben definito, attivo, savio, un dialetto stimolante.
Se in Scott questo universo resta una rievocazione del passato in forme melodrammatiche e pittoresche, nei Promessi Sposi
diviene un ritorno alle origini del proprio spazio antropologico nel tentativo di scrutare un nodo traumatico della sua memoria
collettiva. Il passato, soprattutto quando si analizzano, oltre agli eventi, emozioni e affetti degli uomini che li hanno prodotti, può
infatti non solo suggerire una parabola del presente, ma anche aiutare a formulare un’ipotesi sul mistero della temporalità e
dell’esistenza.
Riprendendo la struttura e la tematica della più moderna realizzazione del romanzo storico, il progetto dei PS le trasforma
dall’interno, immettendovi una coscienza storiografica in cui il nesso dialettico finzione-verità porta alla messa in discussione
della parola e degli strumenti della scrittura romanzesca e, dunque, al compimento efficacie del romanzo stesso.
Sin dall’inizio, colui che racconta si sdoppia nella figura parodica dell’Anonimo alle spalle di Scott si profilano così Cervantes e
Sterne (coi rispettivi Don Chisciotte e Tristan Shandy), cioè l’ironia di un continuo dialogo con il lettore di fronte a una realtà
rappresentata senza mai cancellare la traccia dell’operazione che la verbalizza in un testo. È illuminante considerare i diversi
tipi di personaggi che intersecano gli assi diacronici dei due protagonisti:
Lucia Gertrude, l’Innominato, il cardinale Federigo, donna Prassede e don Ferrante
Renzo uomini della strada/della piazza, osti, avvocati, vagabondi, frati, mercanti, contadini, soldati, poliziotti, monatti…
Al tracciato femminile sembra corrispondere cioè una sorta di racconto nero, a quello maschile, invece, un romanzo picaresco
con i tratti di una coscienza pubblica in formazione (e in effetti, verso la fine del romanzo Renzo è chiamato «il nostro
viaggiatore»).
Nel dispiegarsi delle vicende, quanto più lacerante e severa è la consapevolezza del male e del peccato insiti negli eventi, tanto
più la doppia voce narrativa dell’Anonimo e dell’interprete moderno li riferisce in un commento contenuto o paradossale. Si pensi
allintervento metanarrativo posto al culmine dalla confusione durante lincursione in casa di don Abbondio
«In mezzo a questo serra serra, non possiam lasciar di fermarci un momento a fare una riflessione. Renzo, che strepitava
di notte in casa altrui, che vi s'era introdotto di soppiatto, e teneva il padrone stesso assediato in una stanza, ha tutta
l'apparenza d'un oppressore; eppure, alla fin de fatti, era loppresso. Don Abbondio, sorpreso, messo in fuga, spaventato,
mentre attendeva tranquillamente a fatti suoi, parrebbe la vittima; eppure, in realtà, era lui che faceva un sopruso. Così va
spesso il mondo voglio dire, così andava nel secolo decimo settimo»
Sembra che tutto si concluda in un sorriso rassicurante del senso comune, ma in realtà la sostanza argomentativa dellinsieme ha
in unasprezza dolente. Di capitolo in capitolo, il dialogo del trascrittore con il testo si snoda secondo una partitura ricorrente in
cui la certezza dei fatti descritti si converte in problema, congettura dialettica intorno al loro senso ancora incompiuto.
Come ha detto Federico Schlegel, la scena di un buon romanzo è la lingua in cui viene scritto ciò nei PS trova conferma
radicale. Manzoni si pone alla ricerca di una scrittura narrativa che lItalia ancora non possiede, e trasferisce nella prosa di una
grande letteratura aristocratica la violenza affettiva del parlato, che per lui è il dialetto milanese, trascritto in una lingua
sperimentale di amalgama toscana ma di fondo lombardo.
Un processo continuo di dialogizzazione investe i registri narrativi, suscitando il grottesco, il senso comico dellincongruo la
parola si fa per stessa teatro: per questo il personaggio, prima ancora che un carattere, è una maschera linguistica. Si pensi
alla scena di Renzo e Azzecca-garbugli, in particolare alla voce recitante con cui luomo di legge sciorina le gride la voce
istrionica del lettore arriva a incunearsi nel corpo della parola riducendola a monosillabi mimici, come nella pronuncia dellavverbio
«ir-re-mis-si-bil-men-te», e la lingua autoritaria della legge, citata da una maschera acustica di un sinistro grottesco
declamatorio, scade a suono pomposamente vuoto. Dallaltro lato, Renzo beffato diviene misura del reale guardando
l’episodio dallottica delloppresso se ne coglie il realismo.
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RIASSUNTO: Un romanzo milanese europeo. Saggio sui Promessi Sposi di Ezio Raimondi UN ROMANZO MILANESE EUROPEO (saggio di Ezio Raimondi) Per quanto sia uno dei libri più impregnati di religiosità cattolica della letteratura mondiale, I Promessi Sposi è per intima costituzione estremamente laico. È la laicità singolare, riconosciuta da C. Cattaneo, che gli consente di osservare la terra lombarda e i suoi “paesani” traendone fuori figure schiette (Renzo, Lucia, ecc.) → da cui nasce la rappresentazione di un’epoca come paesaggio umano, geografia di luoghi e costumi in cui è stato proiettato un sistema di valori, credenze, passioni e desideri. Il romanzo di Manzoni si rifà consapevolmente alla nuova tradizione narrativa di Walter Scott, caratterizzata da un realismo storiografico più letterario e complesso di quello settecentesco. Manzoni riprende, sviluppandola in ciascuna delle prove attraversate da Renzo e Lucia, la dinamica contrappositiva dell’intreccio scottiano. L’universo temporale e geografico in cui l’intreccio prende corpo è invece una storia gloriosa e cupa, con un popolo ben definito, attivo, savio, un dialetto stimolante. Se in Scott questo universo resta una rievocazione del passato in forme melodrammatiche e pittoresche, nei Promessi Sposi diviene un ritorno alle origini del proprio spazio antropologico nel tentativo di scrutare un nodo traumatico della sua memoria collettiva. Il passato, soprattutto quando si analizzano, oltre agli eventi, emozioni e affetti degli uomini che li hanno prodotti, può infatti non solo suggerire una parabola del presente, ma anche aiutare a formulare un’ipotesi sul mistero della temporalità e dell’esistenza. Riprendendo la struttura e la tematica della più moderna realizzazione del romanzo storico, il progetto dei PS le trasforma dall’interno, immettendovi una coscienza storiografica in cui il nesso dialettico finzione-verità porta alla messa in discussione della parola e degli strumenti della scrittura romanzesca e, dunque, al compimento efficacie del romanzo stesso. Sin dall’inizio, colui che racconta si sdoppia nella figura parodica dell’ Anonimo → alle spalle di Scott si profilano così Cervantes e Sterne (coi rispettivi Don Chisciotte e Tristan Shandy ), cioè l’ ironia di un continuo dialogo con il lettore di fronte a una realtà rappresentata senza mai cancellare la traccia dell’operazione che la verbalizza in un testo. È illuminante considerare i diversi tipi di personaggi che intersecano gli assi diacronici dei due protagonisti: Lucia → Gertrude, l’Innominato, il cardinale Federigo, donna Prassede e don Ferrante Renzo → uomini della strada/della piazza, osti, avvocati, vagabondi, frati, mercanti, contadini, soldati, poliziotti, monatti… Al tracciato femminile sembra corrispondere cioè una sorta di racconto nero , a quello maschile, invece, un romanzo picaresco con i tratti di una coscienza pubblica in formazione (e in effetti, verso la fine del romanzo Renzo è chiamato «il nostro viaggiatore»). Nel dispiegarsi delle vicende, quanto più lacerante e severa è la consapevolezza del male e del peccato insiti negli eventi, tanto più la doppia voce narrativa dell’Anonimo e dell’interprete moderno li riferisce in un commento contenuto o paradossale. Si pensi all’intervento metanarrativo posto al culmine dalla confusione durante l’incursione in casa di don Abbondio → «In mezzo a questo serra serra, non possiam lasciar di fermarci un momento a fare una riflessione. Renzo, che strepitava di notte in casa altrui, che vi s'era introdotto di soppiatto, e teneva il padrone stesso assediato in una stanza, ha tutta l'apparenza d'un oppressore; eppure, alla fin de’ fatti, era l’oppresso. Don Abbondio, sorpreso, messo in fuga, spaventato, mentre attendeva tranquillamente a’ fatti suoi, parrebbe la vittima; eppure, in realtà, era lui che faceva un sopruso. Così va spesso il mondo… voglio dire, così andava nel secolo decimo settimo» Sembra che tutto si concluda in un sorriso rassicurante del senso comune, ma in realtà la sostanza argomentativa dell’insieme ha in sé un’asprezza dolente. Di capitolo in capitolo, il dialogo del trascrittore con il testo si snoda secondo una partitura ricorrente in cui la certezza dei fatti descritti si converte in problema, congettura dialettica intorno al loro senso ancora incompiuto. Come ha detto Federico Schlegel, la scena di un buon romanzo è la lingua in cui viene scritto → ciò nei PS trova conferma radicale. Manzoni si pone alla ricerca di una scrittura narrativa che l’Italia ancora non possiede, e trasferisce nella prosa di una grande letteratura aristocratica la violenza affettiva del parlato, che per lui è il dialetto milanese, trascritto in una lingua sperimentale di amalgama toscana ma di fondo lombardo. Un processo continuo di dialogizzazione investe i registri narrativi, suscitando il grottesco, il senso comico dell’incongruo → la parola si fa per sé stessa teatro: per questo il personaggio , prima ancora che un carattere, è una maschera linguistica. Si pensi alla scena di Renzo e Azzecca-garbugli, in particolare alla voce recitante con cui l’uomo di legge sciorina le gride → la voce istrionica del lettore arriva a incunearsi nel corpo della parola riducendola a monosillabi mimici, come nella pronuncia dell’avverbio « ir-re-mis-si-bil-men-te », e la lingua autoritaria della legge, citata da una maschera acustica di un sinistro grottesco declamatorio , scade a suono pomposamente vuoto. Dall’altro lato, Renzo beffato diviene misura del reale → guardando l’episodio dall’ottica dell’oppresso se ne coglie il realismo.

RIASSUNTO: Un romanzo milanese europeo. Saggio sui Promessi Sposi di Ezio Raimondi Il realismo manzoniano, con la sua “naturalezza di dipinto fiammingo”, incorpora anche il pathos del sublime letterario e dei suoi inventori antichi o moderni → Pascal, Shakespeare, Goethe, Byron, Tasso, Alfieri, Virgilio, Dante, la Bibbia. La voce del narratore viene dunque a configurarsi come movimento polifonico, che Michail Bachtin chiamava pluridiscorsività , delle voci e dei destini che interagiscono; contemporaneamente, anche lo spazio agisce su chi parla, per cui gli oggetti arrivano sempre ad avere una concretezza d’uso, legata al mondo dei bisogni. Nella mescolanza degli stili e degli impulsi biologici che originano la pluridiscorsività romanzesca la parola del corpo può ignorare e capovolgere i confini delle classi ogni volta che è aggredita dall’angoscia primitiva dello spazio, lasciando trasparire – anche nel comico della vanità e dell’orgoglio – una sfumatura di muta solitudine tragica. Manzoni deve molto al Vocabolario milanese-italiano in cui Francesco Cherubini fa l’inventario della lingua di Carlo Porta e Carlo Maria Maggi → nella sua lingua c’è costante interazione tra il sostrato milanese e l’equivalente italiano, esplicita nella bivocalità che si instaura fra gli «idiotismi lombardi» del «buon secentista» e la «dicitura» del testo moderno. È come se proprio dietro il buon secentista si occultasse l’alter ego milanese dell’autore che, per conferire il calore del reale ai suoi dialoghi romanzeschi, deve prima pensarli in dialetto. I Promessi Sposi sono l’unico romanzo europeo che dispiega il potenziale polimorfo della scrittura narrativa, in particolare la sua vocazione a mescolare il tragico e il comico e a conferire un’immagine della realtà tanto più vera poiché vi irrompono l’assurdo e il grottesco. La grande storia istituzionale del Seicento lombardo si compenetra con quella oggi chiamata microstoria = l’esperienza collettiva dei singoli individui senza potere, che vivono ogni giorno il proprio destino → tramite la storia di Renzo e Lucia, sradicati dai propri «monti», si compone il ritratto potente di un’epoca fosca e vitale che scardina la struttura del romanzo come idillio. La faccia segreta di quest’epoca è il tragico intrigo della Colonna Infame , che sonda il terreno infernale della tortura, delle orribili violenze sulla carne innocente e inerme. Renzo arriva solamente a sfiorare questo mondo, vi partecipa in quanto spettatore del carnevale macabro dei monatti sulle strade morte della città, per poi vedere risorgere dalla «nebbia» della peste il bel «cielo di Lombardia». Rispetto alle tenebre immobili della Colonna Infame , i PS contemplano una caratterizzazione del sacro come movente etico originario, dal devoto linguaggio predicatorio di Borromeo fino all’umile catechismo di campagna. Tuttavia, il fatto che i personaggi partecipino a una fede cattolica ancora saldamente legata a valori indiscussi di antico tramando, non toglie nulla alla problematicità riflessiva della parola romanzesca. Dietro al fervore apologetico dei personaggi, la promissio inquieta di cui sono testimoni non rimuove, ma acuisce le contraddizioni e le crisi di coscienza, soprattutto quando esse coincidono con quelle del narratore e dunque dell’autore che vi sottostà. È dunque azzardata la definizione dei PS come romanzo della Provvidenza → ha più senso chiamarlo romanzo della speranza , ricerca di giustizia nella libertà paziente del cuore dentro il turbine della guerra, della carestia, della peste. L’ordine che il senso narrativo persegue nel suo complicato «guazzabuglio» / «andirivieni» (parole centrali del lessico manzoniano) è insieme l’ordine che i due protagonisti tentano di ritrovare nel corso delle loro vicissitudini in una Lombardia che è metafora del mondo, teatro dell’esistenza in cui luttuose «Tragedie d’horrori» sono intermezzate da «Imprese virtuose e buontà angeliche», in cui verità e satira compongono una figura dialettica che arriva ad adombrare persino frammenti di biografia → ad esempio l’infanzia di Gertrude, trasposizione al femminile degli affetti delusi di una storia di fine Settecento. Il narratore di Renzo è ben conscio del fatto che la parola , tanto più se attivata nelle forme della letteratura, registra allo stesso tempo vero e falso : il linguaggio non può mai uscire dalla propria deformazione, dalla propria “finitezza”. Così, mentre i protagonisti del romanzo interpretano come «filo» benefico della Provvidenza il raggiungimento di un provvisorio lieto fine, il narratore non rivendica un punto di vista assoluto, ma un’ ipotesi prospettica , conscio di appartenere a un orizzonte circoscritto. In questa esplorazione del molteplice, il romanzo sperimenta quindi su sé stesso il paradosso moderno e galileiano della scrittura romanzesca, il suo farsi negandosi e decentrandosi in un contesto sempre incompiuto. Non a caso, la conclusione dei PS che sfiora quasi la banalità di lieto fine borghese è affidata ai dialoghi socratici dei due protagonisti intorno ai «guai» del vivere, e non al narratore. Insieme al benessere e all’integrazione sociale dei nuovi proprietari in un «paese» straniero si riaffaccia l’idillio, che però è subito messo a tacere dal riemergere della coscienza ironica di fondo. Sul proscenio del congedo romanzesco si affacciano insieme il «secentista» ed il suo trascrittore romantico, pronunciando il “noi” duale di chi ha scritto e chi ha raccontato la storia. Di fronte a loro si pone dialogicamente il lettore , che deve a sua volta «dibattere», «cercare», ascoltare ancora le «avventure» di Renzo, se può, senza annoiarsi. Emblematico che il romanzo affidi a don Abbondio l’elogio dell’oralità narrativa, che viene da lui accreditata agli stessi protagonisti della storia: