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Sintesi del saggio di Ezio Raimondi sui promessi sposi.
Tipologia: Dispense
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Caricato il 08/02/2020
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(57)15 documenti
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E. RAIMONDI, Il romanzo senza idillio , Einaudi 1974, pp. 173-189.
lettura critica | I promessi sposi: determinano il doppio asse lungo il quale il racconto si dilata per divenire, dirà poi il Burckhardt, un capitolo di storia universale. La loro funzione di raccordo, però, si attua in due direzioni differenti, poiché sull’asse semico di Lucia si incontrano Gertrude, l’Innominato, il cardinale Federigo, e magari donna Prassede o don Ferrante; mentre su quello di Renzo, fatta eccezione per il «vecchio» Ferrer, si dispongono gli uomini della strada e della piazza: osti, avvocati, vagabondi, mercanti, poliziotti, compagnoni, artigiani, monatti, contadini in miseria. Come si vede, tanto l’uno quanto l’altro portano a un’immagine stratificata ed esemplare della società lombarda. Ma solo Renzo si trova a compiere un’autentica esperienza pubblica, viene a contatto coi meccanismi di un sistema sociale, ne sperimenta gli assurdi al livello più basso e si sforza, come può, di capirne qualcosa. Egli è l’antieroe della tradizione picaresca , un «pover’uomo» gettato in un mondo imprevisto di insidie e costretto, nel suo viaggio fra il contado e Milano, a una sorta di paradossale Bildungsroman [romanzo di formazione] dove, sovente a sua insaputa, sembra quasi rivelarsi il mistero dell’esistenza. E tocca a lui in fondo, per adoprare di nuovo i paradigmi del Propp, la parte di protagonista vittima e cercatore nei confronti di quella realtà complessa, ma insieme così terribilmente semplice che è la giustizia. Intanto non è un caso che la sua prima apparizione avvenga in modo indiretto, dopo che i due «bravi» pronunziano i nomi di Renzo Tramaglino e di
che non ottiene. E mentre discorre con Agnese e Lucia in un’aria di comune tristezza, eccolo che dichiara, di fronte alla possibilità che il «rimedio» venga da padre Cristoforo: «…in ogni caso, saprò farmi ragione, o farmela fare. A questo mondo c’è giustizia finalmente». Il narratore si affretta poco dopo a soggiungere che «un uomo sopraffatto dal dolore non sa più quel che si dica»; che è tutt’altro che un’arguzia, come potrebbe sembrare, se lo si intende in rapporto a ciò che si è mosso nell’animo di Renzo da quando ha lasciato don Abbondio, e al «pervertimento» che può entrare anche nei suoi propositi di uomo onesto. Ciò che egli medita, in ultima analisi, è un omicidio, una vendetta; e tuttavia la chiama giustizia, con la stessa logica dei suoi antagonisti, contaminando senza saperlo la sua sofferenza di innocente, il suo diritto di anima immortale. […] Perché anche Renzo prenda a riflettere a sua volta su quanto gli è successo, occorre aspettare che egli entri a Milano e che i nuovi eventi di cui è spettatore o compartecipe lo portino ripetutamente a un confronto, a un dialogo con i propri ricordi, che poi è forse anche, sul piano dell’arte, una delle grandi scoperte manzoniane. Comincia ora la sua avventura pubblica, il suo viaggio di contadino déraciné [sradicato] tra i mostri di una città in disordine, nel labirinto di una folla che lo prende come in un «vortice». Insieme con la curiosità che gli viene dalla certezza di trovarsi in un «giorno di conquista», ciò che lo spinge avanti, senza sapere bene di che cosa vada in cerca, è uno sdegno segreto, quasi una protesta, si direbbe, contro la morale di don Abbondio: e a poco a poco si trasforma in speranza di giustizia per sé, per gli altri. In mezzo al tumulto i discorsi più generosi, in fondo, sono i suoi; tanto allorché espone nel «crocchio» il suo «debole parere» («oggi s’è visto chiaro che a farsi sentire, s’ottiene quel che è giusto, bisogna andar avanti così, finché non si sia messo rimedio a tutte quelle altre scelleratezze, e che il mondo vada un po’ più da cristiani… ci saremo anche a noi a dare una mano…», quanto allorché si confida col falso spadaio, all’osteria della luna piena: «Basta; se ne deve smettere dell’usanze! Oggi a buon conto, s’è fatto tutto in volgare, senza carta, penna e calamaio; e domani, se la gente saprà regolarsi, se ne farà anche delle meglio: senza torcere un capello a nessuno però; tutto per via di giustizia». Eppure il buon senso, la saggezza contadina di Renzo, mentre serve al narratore per ottenere straordinari effetti di straniamento dietro le sue spalle, non salva il personaggio dalle insidie del sistema, che lo afferra subito nelle sue maglie, gli impone ancora le proprie regole e le proprie parti, secondo la logica machiavellica dell’ordine pubblico. Renzo sperimenta così su se stesso il destino che tocca sempre alla giustizia quando ciascuno vuole appropriarsene: e nasce in tal modo, intorno alla sua figura non meno che al termine di giustizia, una sorta di prospettivismo linguistico e di triste mascherata, nello stesso stile della scena di Azzecca-garbugli, ma non complicazioni più strane e beffarde sino all’avventura con lo «sconosciuto», l’agente provocatore della polizia come l’avrebbe chiamato il Fauriel, che discorre del giusto per ingannare un poveretto ancora inesperto degli strumenti del potere: «Una meta onesta, che tutti ci potessero campare. E poi distribuisce il pane in ragione delle bocche: perché c’è degl’ingordi indiscreti, che vorrebbero tutto per loro, e fanno a ruffa raffa, pigliano a buon conto; e poi manca il pane alla povera gente. Dunque dividere il pane… Ma far le cose giuste, sempre in ragion delle bocche». Così, nei discorsi della folla, di episodio in episodio, Renzo diventa un «contadino birbone», un «servitore del vicario» – e questo solo perché si oppone alla brutalità: «Vergogna! Vogliam noi rubare il mestiere al boia? assassinare un cristiano? Come volete che Dio ci dia del pane, se facciamo di queste atrocità?» –, un 3 «tanghero di montanaro», un «bravo giovine», un «galantuomo di campagna», un «bravo figliuolo», un «ladro colto sul fatto». E infine, una volta che riesce a evadere dopo la notte di sbornia e l’arresto, e approda all’osteria di Gorgonzola, il nostro fuggiasco si vede addirittura trasformato in un agitatore misterioso, quasi da leggenda. «La giustizia aveva acchiappato uno in un’osteria… uno che non si sa bene ancora da che parte fosse venuto; da chi fosse mandato, né che razza d’uomo si fosse; ma certo era uno de’ capi. Già ieri, nel forte del baccano, aveva fatto il diavolo, e poi, non contento di questo, s’era messo a predicare, e a proporre, così una galanteria, che s’ammazzassero tutti i signori. Birbante! Chi farebbe viver la povera gente, quando i signori fossero ammazzati? La giustizia, che l’aveva cercato, gli mise l’unghie addosso; gli trovarono un fascio di lettere; e lo menavano in gabbia; ma
che? i suoi compagni, che facevan la ronda intorno all’osteria, vennero in gran numero, e lo liberarono, il manigoldo». Se a Ulisse accade di ascoltare la propria storia cantata da un aedo, il viaggiatore dei Promessi Sposi invece trova solo un mercante, in mezzo a un gruppo di curiosi, che racconta la sua avventura milanese deformandola da cima a fondo con l’enfasi di una prudenza che è ancora quella, più che mai trionfante ed economica, di don Abbondio. E a lui fanno subito eco due degli interlocutori, l’uno per confessare: «io che so come vanno queste faccende, e che ne’ tumulti i galantuomini non ci stanno bene, non mi sono lasciato vincere dalla curiosità, e son rimasto a casa mia», l’altro per ribadire, sempre all’opposto di quanto aveva fatto Renzo: «Io? se per caso mi fossi trovato in Milano, avrei lasciato imperfetto qualunque affare, e sarei tornato subito a casa mia. Ho moglie e figliuoli; e poi, dico la verità, i baccani non mi piacciano». Sotto l’aspetto narrativo questo giuoco di specchi davanti agli occhi attentissimi di Renzo è un’invenzione assai sottile, anche perché invita il personaggio a una controprova, a un esame di coscienza: non subito, naturalmente, con la paura che ha d’essere scoperto, ma poco dopo, quando uscito dall’osteria rimane solo con se stesso fra le ombre della notte e passa in rassegna, onestamente sdegnato, i discorsi che ha uditi, traendone la morale, un po’ diversa da quella degli osti e dei loro amici, che non conviene mai muoversi per «aiutare i signori», sebbene essi facciano parte del «prossimo». Nella solitudine della campagna, intanto, matura nel pellegrino qualcosa di più profondo tra affetti, rimorsi e angosce che danno ritmo a uno dei capitoli più memorabili del romanzo, percorso com’è da una brezza di sensazioni in limpido, intenso «crescendo» sino alla scoperta dell’Adda e del cielo di Lombardia. A mano a mano che avanza di nuovo in un mondo di cose e di uomini semplici, si fa luce nella storia della sua anima un sentimento di serenità, una fiducia alacre; e candida e festosa risuona fra le sue parole di povero quella di Provvidenza. Ma intorno a lui il paesaggio riprende e allarga la tristezza che accompagnava già padre Cristoforo sul principio del racconto: «… il suo occhio veniva ogni momento rattristato da oggetti dolorosi, da’ quali dovette accorgersi che troverebbe nel paese in cui s’inoltrava, la penuria che aveva lasciato nel suo. Per tutta la strada, e più ancora nelle terre e ne’ borghi, incontrava a ogni passo poveri, che non erano poveri di mestiere, e mostravan la miseria più nel viso che ne vestiario: contadini, montanari, artigiani, famiglie intere: e un misto ronzio di preghiere, di lamenti e di vagiti». A questo punto, concluso il primo ciclo della sua odissea urbana, Renzo esce dallo spazio narrativo, sebbene poi, di fatto, la sua immagine non scompaia del tutto, chiamata in causa più volte dai dialoghi degli altri personaggi e deformata come sembra volere il suo destino di esule, in compagnia, fra l’altro, di padre Cristoforo («un villano» e «un frate», «un plebeo»…) nel colloquio diplomatico fra il padre provinciale e il conte zio. Tuttavia si tratta sempre di un filo indiretto, quasi di un corso sotterraneo, donde il personaggio riemerge soltanto, raccogliendo intorno a sé la trama primaria del racconto, allorquando la peste gli offre finalmente l’occasione di rimettersi in cammino, immunizzato com’è dal contagio, alla ricerca di Agnese o della propria casa. Il ruolo di Renzo coincide allora con quello di un «eroe cercatore» in un universo dominato dalla morte, insidiato dalla corruzione, dalla grande paura del disordine metafisico: e il suo viaggio assume nel contempo il carattere di una prova, di una iniziazione al livello di un’umanità spoglia, quasi elementare. Lo si comincia a comprendere non appena Renzo fa ritorno nel suo paese sconvolto e incontra prima Tonio, oramai uguale a quel «povero mezzo scemo di Gervaso», poi don Abbondio con la sua «filastrocca di persone e di famiglie» sotterrate, e infine l’amico, l’amico di cui non sapremo mai il nome, solo «sull’uscio, a sedere su un panchetto di legno, con le braccia incrociate, con gli occhi fissi al cielo, come un uomo sbalordito dalle disgrazie, e inselvatichito dalla solitudine». Di pari passo con l’orrore, il suo animo di contadino si apre alla tenerezza straziata delle memorie, alla solidarietà degli affetti che sopravvivono, alla gioia di consolare con la propria presenza un altro uomo fra un po’ di polenta e un secchio di latte: solo la «benevolenza», sembra di intuire, può sottrarre l’uomo alla disperazione. Ma è chiaro che la visita al paese serve solo come un preambolo, come una preparazione. L’esperienza decisiva va fatta ancora a Milano, nel cuore della miseria e dell’assurdità. Qui lo «sconosciuto» che impugna un «bastone noderoso» per respingerlo, e che più tardi
pure finire e che, in ogni modo, l’«idillio» dell’epilogo scade a cronaca minore, a commedia domestica che ha perduto il suo ritmo di romanzo, la cadenza della grande avventura. Ma forse non si tiene conto abbastanza della costruzione circolare del racconto, né dell’ironia che governa il ritorno dei superstiti alla vita d’ogni giorno, che risulta così chiara, per non dire d’altro, nella delusione procurata ai curiosi di paese dall’immagine vera di Lucia, troppo mediocre ai loro occhi per un ruolo di eroina romanzesca, naturalmente splendida e perfetta […]. In altre parole, lo stacco che si avverte nella narrazione dopo la pioggia del lazzaretto e il «risolvimento della natura» intorno a Renzo, per l’ultima volta in viaggio, pare voluto in maniera da giustapporre un ciclo di eventi eccezionali a un mondo di nuovo comune, che di essi non conserva se non qualche ricordo, un riflesso più o meno spento. La grande stagione delle scelte drammatiche è passata; riprende la realtà della prosa, degli incontri e dei dialoghi quotidiani, nel tepore riconquistato della casa, della famiglia. Il romanzo genera, si direbbe, il primo antiromanzo. E tuttavia i problemi che avevano mosso la macchina del racconto si prolungano inquietanti dentro lo specchio delle coscienze, solo che si sappia cogliere la presenza del passato nella trama interna degli ultimi colloqui. Non è da escludere, fra l’altro, che l’ironia della conclusione non consista anche in questa sfida al lettore.