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il romanzo senza idilio, Dispense di Letteratura Italiana

Sintesi del saggio di Ezio Raimondi sui promessi sposi.

Tipologia: Dispense

2019/2020
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Caricato il 08/02/2020

LolaSpagnolo98
LolaSpagnolo98 🇮🇹

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Romanzo senza idillio
E. RAIMONDI, Il romanzo senza idillio,
Einaudi 1974, pp. 173-189.
Se è vero che l’Iliade e l’Odissea sono i due grandi modelli narra tivi oc ciden -
tali (nel protagonista è la vicenda storica, entro cui agiscono i personaggi, nel
protagonista è l’individuo, che, attraverso varie esperienze, acquista una personalità o
ritrova la propria), il personaggio di Renzo fa dei Promessi Sposi una specie
di Odissea, non solo perché il suo viaggio dal contado a Milano si configura come
una sorta di Bildungsroman (romanzo di formazione), ma anche perché è proprio lui
(come si dice nel cap. XXXVII) che ha raccontato la storia all’Anonimo.
Ovviamente, si rintraccia anche l’archetipo della favola, secondo il modello
analizzato da Propp: i due uniti davanti alla sventura; la partenza e la separazione; le
peripezie, il ricongiungimento e il lieto fine. Ma solo Renzo attraversa i meccanismi
del sistema sociale e ne sperimenta la violenza; tocca a lui la parte
di protagonista, vittima e “cercatore” nei confronti di quella realtà complessa che è
la giustizia; deve provare non solo l’ingiustizia del sopruso, ma anche il cinismo
imbroglione di Azzeccagarbugli e, soprattutto, la “morale” opportunista, e
quindi com plice , di don Abbondio [5] (“non si tratta di torto o ragione, ma solo di
forza”); ed è proprio la protesta contro questa “morale” che lo determina nei suoi
comportamenti milanesi. La giustizia la trova al lazzaretto, quando, ancora una volta,
pensa alla vendetta personale. Solo ora fra Cristoforo gli rivela di avere imparato
sulla propria pelle (ha ucciso un prepotente) che non c’è giustizia nella violenza, ma
solo nel perdono. E non a caso, in conclusione, si ripropone l’antinomia Renzo-
don Abbondio : è quest’ultimo che, alla notizia della morte di don Rodrigo, celebra
la Provvidenza come una “scopa”[6]; Renzo invece fa appello ad una giustizia
superiore (“io gli ho perdonato”). Don Abbondio non ha imparato niente, ed è pronto
a ricadere nell’opportunismo complice.
Renzo, nella sequenza finale degli “ho imparato”, sembra rassegnarsi alla logica
del curato (è bene farsi i fatti propri): ma questo non può es sere; ed è Lucia a svelare
l’“altra” verità: il male del mondo resta inspie gabile e la fiducia in Dio resta l’unico
conforto, l’unica difesa contro di esso. Dietro l’apparente lieto fine, si ripropone il
mistero del male (altro che idillio: l’abbandono della terra natale da parte dei
protagonisti è paragonato dall’Anonimo al trauma della perdita del capezzolo
materno); i problemi proposti sin dall’inizio si prolungano inquietanti nelle
coscienze; l’ironia della conclusione consiste in una sorta di sfida al lettore: e se non
fosse vero che, come pensa Lucia, il male ha un senso utile per una vita
migliore”)? E se non l’avesse? Dove finisce la ricerca di Renzo, comincia quella del
lettore.
Ciò che preme a Raimondi è dimostrare che, per Manzoni, non c’è possibilità di
“idillio” nella vita reale: e in questo senso, direi, si tratta di un “romanzo di
formazione” anche per Lucia, la quale (inizialmente prigioniera di una visione
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Romanzo senza idillio

E. RAIMONDI, Il romanzo senza idillio , Einaudi 1974, pp. 173-189.

Se è vero che l’ Iliade e l’ Odissea sono i due grandi modelli narrativi occiden-

tali (nel 1° protagonista è la vicenda storica, entro cui agiscono i personaggi, nel 2°

protagonista è l’individuo, che, attraverso varie esperienze, acquista una personalità o

ritrova la propria), il personaggio di Renzo fa dei Promessi Sposi una specie

di Odissea , non solo perché il suo viaggio dal contado a Milano si configura come

una sorta di Bildungsroman (romanzo di formazione), ma anche perché è proprio lui

(come si dice nel cap. XXXVII) che ha raccontato la storia all’Anonimo.

Ovviamente, si rintraccia anche l’archetipo della favola, secondo il modello

analizzato da Propp : i due uniti davanti alla sventura; la partenza e la separazione; le

peripezie, il ricongiungimento e il lieto fine. Ma solo Renzo attraversa i meccanismi

del sistema sociale e ne sperimenta la violenza; tocca a lui la parte

di protagonista, vittima e “cercatore” nei confronti di quella realtà complessa che è

la giustizia; deve provare non solo l’ingiustizia del sopruso, ma anche il cinismo

imbroglione di Azzeccagarbugli e, soprattutto, la “morale” opportunista, e

quindi complice, di don Abbondio [5]^ (“ non si tratta di torto o ragione, ma solo di

forza ”); ed è proprio la protesta contro questa “morale” che lo determina nei suoi

comportamenti milanesi. La giustizia la trova al lazzaretto, quando, ancora una volta,

pensa alla vendetta personale. Solo ora fra Cristoforo gli rivela di avere imparato

sulla propria pelle (ha ucciso un prepotente) che non c’è giustizia nella violenza, ma

solo nel perdono. E non a caso, in conclusione, si ripropone l’antinomia Renzo-

don Abbondio: è quest’ultimo che, alla notizia della morte di don Rodrigo, celebra

la Provvidenza come una “scopa”[6]; Renzo invece fa appello ad una giustizia

superiore (“ io gli ho perdonato ”). Don Abbondio non ha imparato niente, ed è pronto

a ricadere nell’opportunismo complice.

Renzo, nella sequenza finale degli “ho imparato”, sembra rassegnarsi alla logica

del curato (è bene farsi i fatti propri): ma questo non può essere; ed è Lucia a svelare

l’“altra” verità: il male del mondo resta inspiegabile e la fiducia in Dio resta l’unico

conforto, l’unica difesa contro di esso. Dietro l’apparente lieto fine, si ripropone il

mistero del male (altro che idillio: l’abbandono della terra natale da parte dei

protagonisti è paragonato dall’Anonimo al trauma della perdita del capezzolo

materno); i problemi proposti sin dall’inizio si prolungano inquietanti nelle

coscienze; l’ironia della conclusione consiste in una sorta di sfida al lettore: e se non

fosse vero che, come pensa Lucia, il male ha un senso (è utile “ per una vita

migliore ”)? E se non l’avesse? Dove finisce la ricerca di Renzo, comincia quella del

lettore.

Ciò che preme a Raimondi è dimostrare che, per Manzoni, non c’è possibilità di

“idillio” nella vita reale: e in questo senso, direi, si tratta di un “romanzo di

formazione” anche per Lucia, la quale (inizialmente prigioniera di una visione

ingenuamente idilliaca della vita, chiusa entro i confini protettivi della casa e della

chiesa) parte dalla convinzione che “la condotta più cauta” basti a tenere lontano il

male e arriva a capire che invece “i guai” appartengono irrimediabilmente alla

condizione umana, e quindi toccano anche ai giusti e agli innocenti. E questa è

anche la convinzione profonda di Manzoni, secondo cui la condizione dell’uomo nel

mondo è segnata per sempre dalla caduta, e quindi dalla presenza ineliminabile del

male e del dolore: certo, la “fiducia in Dio” lo “raddolcisce” e lo “rende utile per

una vita migliore”, ma non nel senso che si debba confidare in una Provvidenza che

giunge puntualmente a castigare i colpevoli e a premiare gli innocenti (almeno, non

in questa vita), bensì nel senso che, attraverso la “sventura” (che allora è

“provvida”), si acquisisce una consapevolezza superiore della propria condizione in

questa vita, e del proprio dovere verso gli altri.

Che ci sia un dovere da compiere verso gli altri (che non ci si possa chiudere né

in un opportunismo complice, né in una rassegnazione fideistica) è evidente dal fatto

che tutto il romanzo è una denuncia dura e inflessibile della responsabilità degli

uomini (soprattutto di quelli che governano) nel commettere il male. Il male è certo

ineliminabile, ma questo non ci esime dal dovere di agire per contrastarlo, esiste un

margine che ci consente di intervenire per attenuarlo (non si spiegherebbe altrimenti

la positività di figure eroiche quali quelle di fra Cristoforo, del Cardinale,

dell’Innominato convertito).

Dunque, il vero “sugo” della storia sta nel principio secondo cui bisognerebbe

pensare più a “far bene” che a “star bene” (“e così si finirebbe anche per star

meglio”[7]).

E se è così, è anche superato l’intransigente pessimismo (il “giansenismo”)

enunciato nelle parole di Adelchi morente (“Loco a gentile, / ad innocente opra non

v’è; non resta / che far torto o patirlo”) : non tanto perché il lieto fine dimostri la

possibilità che il bene trionfi nella storia (visto che un vero lieto fine non c’è),

quanto perché le suddette parole dell’anonimo rivendicano uno spazio (un “loco”,

per quanto piccolo) per un’azione “gentile” ed “innocente”, sostengono il dovere

(per quanto frustrato) di operare per il bene

lettura critica | I promessi sposi: determinano il doppio asse lungo il quale il racconto si dilata per divenire, dirà poi il Burckhardt, un capitolo di storia universale. La loro funzione di raccordo, però, si attua in due direzioni differenti, poiché sull’asse semico di Lucia si incontrano Gertrude, l’Innominato, il cardinale Federigo, e magari donna Prassede o don Ferrante; mentre su quello di Renzo, fatta eccezione per il «vecchio» Ferrer, si dispongono gli uomini della strada e della piazza: osti, avvocati, vagabondi, mercanti, poliziotti, compagnoni, artigiani, monatti, contadini in miseria. Come si vede, tanto l’uno quanto l’altro portano a un’immagine stratificata ed esemplare della società lombarda. Ma solo Renzo si trova a compiere un’autentica esperienza pubblica, viene a contatto coi meccanismi di un sistema sociale, ne sperimenta gli assurdi al livello più basso e si sforza, come può, di capirne qualcosa. Egli è l’antieroe della tradizione picaresca , un «pover’uomo» gettato in un mondo imprevisto di insidie e costretto, nel suo viaggio fra il contado e Milano, a una sorta di paradossale Bildungsroman [romanzo di formazione] dove, sovente a sua insaputa, sembra quasi rivelarsi il mistero dell’esistenza. E tocca a lui in fondo, per adoprare di nuovo i paradigmi del Propp, la parte di protagonista vittima e cercatore nei confronti di quella realtà complessa, ma insieme così terribilmente semplice che è la giustizia. Intanto non è un caso che la sua prima apparizione avvenga in modo indiretto, dopo che i due «bravi» pronunziano i nomi di Renzo Tramaglino e di

che non ottiene. E mentre discorre con Agnese e Lucia in un’aria di comune tristezza, eccolo che dichiara, di fronte alla possibilità che il «rimedio» venga da padre Cristoforo: «…in ogni caso, saprò farmi ragione, o farmela fare. A questo mondo c’è giustizia finalmente». Il narratore si affretta poco dopo a soggiungere che «un uomo sopraffatto dal dolore non sa più quel che si dica»; che è tutt’altro che un’arguzia, come potrebbe sembrare, se lo si intende in rapporto a ciò che si è mosso nell’animo di Renzo da quando ha lasciato don Abbondio, e al «pervertimento» che può entrare anche nei suoi propositi di uomo onesto. Ciò che egli medita, in ultima analisi, è un omicidio, una vendetta; e tuttavia la chiama giustizia, con la stessa logica dei suoi antagonisti, contaminando senza saperlo la sua sofferenza di innocente, il suo diritto di anima immortale. […] Perché anche Renzo prenda a riflettere a sua volta su quanto gli è successo, occorre aspettare che egli entri a Milano e che i nuovi eventi di cui è spettatore o compartecipe lo portino ripetutamente a un confronto, a un dialogo con i propri ricordi, che poi è forse anche, sul piano dell’arte, una delle grandi scoperte manzoniane. Comincia ora la sua avventura pubblica, il suo viaggio di contadino déraciné [sradicato] tra i mostri di una città in disordine, nel labirinto di una folla che lo prende come in un «vortice». Insieme con la curiosità che gli viene dalla certezza di trovarsi in un «giorno di conquista», ciò che lo spinge avanti, senza sapere bene di che cosa vada in cerca, è uno sdegno segreto, quasi una protesta, si direbbe, contro la morale di don Abbondio: e a poco a poco si trasforma in speranza di giustizia per sé, per gli altri. In mezzo al tumulto i discorsi più generosi, in fondo, sono i suoi; tanto allorché espone nel «crocchio» il suo «debole parere» («oggi s’è visto chiaro che a farsi sentire, s’ottiene quel che è giusto, bisogna andar avanti così, finché non si sia messo rimedio a tutte quelle altre scelleratezze, e che il mondo vada un po’ più da cristiani… ci saremo anche a noi a dare una mano…», quanto allorché si confida col falso spadaio, all’osteria della luna piena: «Basta; se ne deve smettere dell’usanze! Oggi a buon conto, s’è fatto tutto in volgare, senza carta, penna e calamaio; e domani, se la gente saprà regolarsi, se ne farà anche delle meglio: senza torcere un capello a nessuno però; tutto per via di giustizia». Eppure il buon senso, la saggezza contadina di Renzo, mentre serve al narratore per ottenere straordinari effetti di straniamento dietro le sue spalle, non salva il personaggio dalle insidie del sistema, che lo afferra subito nelle sue maglie, gli impone ancora le proprie regole e le proprie parti, secondo la logica machiavellica dell’ordine pubblico. Renzo sperimenta così su se stesso il destino che tocca sempre alla giustizia quando ciascuno vuole appropriarsene: e nasce in tal modo, intorno alla sua figura non meno che al termine di giustizia, una sorta di prospettivismo linguistico e di triste mascherata, nello stesso stile della scena di Azzecca-garbugli, ma non complicazioni più strane e beffarde sino all’avventura con lo «sconosciuto», l’agente provocatore della polizia come l’avrebbe chiamato il Fauriel, che discorre del giusto per ingannare un poveretto ancora inesperto degli strumenti del potere: «Una meta onesta, che tutti ci potessero campare. E poi distribuisce il pane in ragione delle bocche: perché c’è degl’ingordi indiscreti, che vorrebbero tutto per loro, e fanno a ruffa raffa, pigliano a buon conto; e poi manca il pane alla povera gente. Dunque dividere il pane… Ma far le cose giuste, sempre in ragion delle bocche». Così, nei discorsi della folla, di episodio in episodio, Renzo diventa un «contadino birbone», un «servitore del vicario» – e questo solo perché si oppone alla brutalità: «Vergogna! Vogliam noi rubare il mestiere al boia? assassinare un cristiano? Come volete che Dio ci dia del pane, se facciamo di queste atrocità?» –, un 3 «tanghero di montanaro», un «bravo giovine», un «galantuomo di campagna», un «bravo figliuolo», un «ladro colto sul fatto». E infine, una volta che riesce a evadere dopo la notte di sbornia e l’arresto, e approda all’osteria di Gorgonzola, il nostro fuggiasco si vede addirittura trasformato in un agitatore misterioso, quasi da leggenda. «La giustizia aveva acchiappato uno in un’osteria… uno che non si sa bene ancora da che parte fosse venuto; da chi fosse mandato, né che razza d’uomo si fosse; ma certo era uno de’ capi. Già ieri, nel forte del baccano, aveva fatto il diavolo, e poi, non contento di questo, s’era messo a predicare, e a proporre, così una galanteria, che s’ammazzassero tutti i signori. Birbante! Chi farebbe viver la povera gente, quando i signori fossero ammazzati? La giustizia, che l’aveva cercato, gli mise l’unghie addosso; gli trovarono un fascio di lettere; e lo menavano in gabbia; ma

che? i suoi compagni, che facevan la ronda intorno all’osteria, vennero in gran numero, e lo liberarono, il manigoldo». Se a Ulisse accade di ascoltare la propria storia cantata da un aedo, il viaggiatore dei Promessi Sposi invece trova solo un mercante, in mezzo a un gruppo di curiosi, che racconta la sua avventura milanese deformandola da cima a fondo con l’enfasi di una prudenza che è ancora quella, più che mai trionfante ed economica, di don Abbondio. E a lui fanno subito eco due degli interlocutori, l’uno per confessare: «io che so come vanno queste faccende, e che ne’ tumulti i galantuomini non ci stanno bene, non mi sono lasciato vincere dalla curiosità, e son rimasto a casa mia», l’altro per ribadire, sempre all’opposto di quanto aveva fatto Renzo: «Io? se per caso mi fossi trovato in Milano, avrei lasciato imperfetto qualunque affare, e sarei tornato subito a casa mia. Ho moglie e figliuoli; e poi, dico la verità, i baccani non mi piacciano». Sotto l’aspetto narrativo questo giuoco di specchi davanti agli occhi attentissimi di Renzo è un’invenzione assai sottile, anche perché invita il personaggio a una controprova, a un esame di coscienza: non subito, naturalmente, con la paura che ha d’essere scoperto, ma poco dopo, quando uscito dall’osteria rimane solo con se stesso fra le ombre della notte e passa in rassegna, onestamente sdegnato, i discorsi che ha uditi, traendone la morale, un po’ diversa da quella degli osti e dei loro amici, che non conviene mai muoversi per «aiutare i signori», sebbene essi facciano parte del «prossimo». Nella solitudine della campagna, intanto, matura nel pellegrino qualcosa di più profondo tra affetti, rimorsi e angosce che danno ritmo a uno dei capitoli più memorabili del romanzo, percorso com’è da una brezza di sensazioni in limpido, intenso «crescendo» sino alla scoperta dell’Adda e del cielo di Lombardia. A mano a mano che avanza di nuovo in un mondo di cose e di uomini semplici, si fa luce nella storia della sua anima un sentimento di serenità, una fiducia alacre; e candida e festosa risuona fra le sue parole di povero quella di Provvidenza. Ma intorno a lui il paesaggio riprende e allarga la tristezza che accompagnava già padre Cristoforo sul principio del racconto: «… il suo occhio veniva ogni momento rattristato da oggetti dolorosi, da’ quali dovette accorgersi che troverebbe nel paese in cui s’inoltrava, la penuria che aveva lasciato nel suo. Per tutta la strada, e più ancora nelle terre e ne’ borghi, incontrava a ogni passo poveri, che non erano poveri di mestiere, e mostravan la miseria più nel viso che ne vestiario: contadini, montanari, artigiani, famiglie intere: e un misto ronzio di preghiere, di lamenti e di vagiti». A questo punto, concluso il primo ciclo della sua odissea urbana, Renzo esce dallo spazio narrativo, sebbene poi, di fatto, la sua immagine non scompaia del tutto, chiamata in causa più volte dai dialoghi degli altri personaggi e deformata come sembra volere il suo destino di esule, in compagnia, fra l’altro, di padre Cristoforo («un villano» e «un frate», «un plebeo»…) nel colloquio diplomatico fra il padre provinciale e il conte zio. Tuttavia si tratta sempre di un filo indiretto, quasi di un corso sotterraneo, donde il personaggio riemerge soltanto, raccogliendo intorno a sé la trama primaria del racconto, allorquando la peste gli offre finalmente l’occasione di rimettersi in cammino, immunizzato com’è dal contagio, alla ricerca di Agnese o della propria casa. Il ruolo di Renzo coincide allora con quello di un «eroe cercatore» in un universo dominato dalla morte, insidiato dalla corruzione, dalla grande paura del disordine metafisico: e il suo viaggio assume nel contempo il carattere di una prova, di una iniziazione al livello di un’umanità spoglia, quasi elementare. Lo si comincia a comprendere non appena Renzo fa ritorno nel suo paese sconvolto e incontra prima Tonio, oramai uguale a quel «povero mezzo scemo di Gervaso», poi don Abbondio con la sua «filastrocca di persone e di famiglie» sotterrate, e infine l’amico, l’amico di cui non sapremo mai il nome, solo «sull’uscio, a sedere su un panchetto di legno, con le braccia incrociate, con gli occhi fissi al cielo, come un uomo sbalordito dalle disgrazie, e inselvatichito dalla solitudine». Di pari passo con l’orrore, il suo animo di contadino si apre alla tenerezza straziata delle memorie, alla solidarietà degli affetti che sopravvivono, alla gioia di consolare con la propria presenza un altro uomo fra un po’ di polenta e un secchio di latte: solo la «benevolenza», sembra di intuire, può sottrarre l’uomo alla disperazione. Ma è chiaro che la visita al paese serve solo come un preambolo, come una preparazione. L’esperienza decisiva va fatta ancora a Milano, nel cuore della miseria e dell’assurdità. Qui lo «sconosciuto» che impugna un «bastone noderoso» per respingerlo, e che più tardi

pure finire e che, in ogni modo, l’«idillio» dell’epilogo scade a cronaca minore, a commedia domestica che ha perduto il suo ritmo di romanzo, la cadenza della grande avventura. Ma forse non si tiene conto abbastanza della costruzione circolare del racconto, né dell’ironia che governa il ritorno dei superstiti alla vita d’ogni giorno, che risulta così chiara, per non dire d’altro, nella delusione procurata ai curiosi di paese dall’immagine vera di Lucia, troppo mediocre ai loro occhi per un ruolo di eroina romanzesca, naturalmente splendida e perfetta […]. In altre parole, lo stacco che si avverte nella narrazione dopo la pioggia del lazzaretto e il «risolvimento della natura» intorno a Renzo, per l’ultima volta in viaggio, pare voluto in maniera da giustapporre un ciclo di eventi eccezionali a un mondo di nuovo comune, che di essi non conserva se non qualche ricordo, un riflesso più o meno spento. La grande stagione delle scelte drammatiche è passata; riprende la realtà della prosa, degli incontri e dei dialoghi quotidiani, nel tepore riconquistato della casa, della famiglia. Il romanzo genera, si direbbe, il primo antiromanzo. E tuttavia i problemi che avevano mosso la macchina del racconto si prolungano inquietanti dentro lo specchio delle coscienze, solo che si sappia cogliere la presenza del passato nella trama interna degli ultimi colloqui. Non è da escludere, fra l’altro, che l’ironia della conclusione non consista anche in questa sfida al lettore.