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Saggio Arendt Hannah, Schemi e mappe concettuali di Filosofia

riassunto e pensiero sulla filosofia di Hannah Arendt

Tipologia: Schemi e mappe concettuali

2023/2024

Caricato il 03/12/2024

LindaDitaranto
LindaDitaranto 🇮🇹

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DITARANTO LINDA 5’ I
HANNAH ARENDT e LA BANALITA’ DEL MALE:
L’assurdità della vita ci pone domande, mai riceviamo risposte. Mai è certo, mai è detto: orecchie senza
timpani, gole senza voci. In una società che col tempo si fece sempre più apolide, nasce Hannah Arendt:
pensatrice politica che in eredità ci lascia un tassello della nostra storia: il pensiero. Sin da giovane Hannah
Arendt fece esperienza dei totalitarismi. Data la sua origine ebrea, esperì soprattutto il nazismo cercando di
comprenderne a fondo le dinamiche, teorizzando così il male radicale, privo quindi di qualsiasi senso logico.
Tale affermazione è ripresa e soprattutto approfondita ne La banalità del male (1963), dove Hannah
Arendt venne inviata come reporter per assistere ad uno dei processi più importanti della storia, quello di
Adolf Eichmann. Egli fu uno tra i più colpevoli comandanti nazisti, al servizio di Hitler. Ascoltando le parole
di quest’ultimo Arendt, si chiede se fosse possibile fare del male, pur non essendo malvagi; attraverso le
testimonianze di Eichmann, siamo avvicinati all’idea di male banale che Arend sostiene abbia pervaso
Eichmann.
Il male viene definito banale, in quanto colpisce gli “incoscienti”, in questo modo però non additiamo
Eichmann come stupido: egli non aveva cattive intenzioni, ma si distaccò dalla malvagia realtà degli atti che
stava compiendo, rimanendo così cieco davanti a tanta gravità. In questo modo Hannah Arendt non
giustifica il nazismo e le catastrofiche conseguenze che da tale fenomeno scaturirono, bensì definisce Adolf
Eichmann, né buono, né cattivo, ma grigio. Grigio come la nebbia, con la vista offuscata, impossibilitato a
vedere e a prendere coscienza della realtà dei fatti che lui stesso stava mettendo in atto. Eichmann
attraverso la diligenza e l’obbedienza, perse la capacità di comprendere ciò che faceva, egli quindi non è
definito stupido ma privo di idee, banale.
Arendt inoltre riflette anche sulle figure a capo dei totalitarismi, che riconosce nel nazismo e nel socialismo,
vede tali esponenti come persone isolate, circondate da individui radicati nella banalità e che dunque
sostengono i propri superiori, eseguendo ogni ordine senza porre domande, diventando così privi di idee:
uomini grigi, che perdendo la loro identità, si sentono partecipi, o meglio complici solo attraverso il male.
Ad Eichmann viene domandato se durante i vari procedimenti della seconda Guerra Mondiale, si fosse mai
posto delle domande a riguardo, se si fosse mai effettivamente chiesto dove fosse la correttezza nelle
brutalità che stava compiendo. Eichmann risponde che ad ogni domanda mai posta, ad ogni lampadina
accesa, si rispondeva di dover sottostare agli ordini del Fuhrer. Tale processo mentale ci viene spiegato da
Hannah Arendt attraverso la filosofia che la precedette, sostenendo che Eichmann ripetesse a se stesso il
tipico imperativo categorico Kantiano, assieme a quella che definiamo “obbedienza cadaverica”, dunque
nella mente di Eichmann risuonava l’imperativo: “Agisci in modo tale che il fuhrer approverebbe”, in effetti
Eichmann è convinto di aver eseguito il suo compito in modo impeccabile, di esserci riuscito a pieno. Il
male quindi non è consapevole, bensì incontrollabile. Sono molti i racconti di guerra che illustrano la
perdita d’identità dei soldati, tra i più noti “Jugend ohne Gott” di Horvath che ci illustra come i totalitarismi,
il nazismo in questo caso, possano inglobare in sé anche la coscienza stessa.
La voce della coscienza del generale gli urlava: “Ammazza” ma egli non capì mai cosa stesse facendo: tutta
la sua persona si contrapponeva drasticamente alla normalità; egli non era stupido, era vuoto. Ma come ci
suggerisce Plutarco l’uomo non è un semplice vaso da riempire e a questo proposito riconosciamo
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DITARANTO LINDA 5’ I

HANNAH ARENDT e LA BANALITA’ DEL MALE: L’assurdità della vita ci pone domande, mai riceviamo risposte. Mai è certo, mai è detto: orecchie senza timpani, gole senza voci. In una società che col tempo si fece sempre più apolide, nasce Hannah Arendt: pensatrice politica che in eredità ci lascia un tassello della nostra storia: il pensiero. Sin da giovane Hannah Arendt fece esperienza dei totalitarismi. Data la sua origine ebrea, esperì soprattutto il nazismo cercando di comprenderne a fondo le dinamiche, teorizzando così il male radicale, privo quindi di qualsiasi senso logico. Tale affermazione è ripresa e soprattutto approfondita ne “ La banalità del male ” (1963), dove Hannah Arendt venne inviata come reporter per assistere ad uno dei processi più importanti della storia, quello di Adolf Eichmann. Egli fu uno tra i più colpevoli comandanti nazisti, al servizio di Hitler. Ascoltando le parole di quest’ultimo Arendt, si chiede se fosse possibile fare del male, pur non essendo malvagi; attraverso le testimonianze di Eichmann, siamo avvicinati all’idea di male banale che Arend sostiene abbia pervaso Eichmann. Il male viene definito banale, in quanto colpisce gli “incoscienti”, in questo modo però non additiamo Eichmann come stupido: egli non aveva cattive intenzioni, ma si distaccò dalla malvagia realtà degli atti che stava compiendo, rimanendo così cieco davanti a tanta gravità. In questo modo Hannah Arendt non giustifica il nazismo e le catastrofiche conseguenze che da tale fenomeno scaturirono, bensì definisce Adolf Eichmann, né buono, né cattivo, ma grigio. Grigio come la nebbia, con la vista offuscata, impossibilitato a vedere e a prendere coscienza della realtà dei fatti che lui stesso stava mettendo in atto. Eichmann attraverso la diligenza e l’obbedienza, perse la capacità di comprendere ciò che faceva, egli quindi non è definito stupido ma privo di idee, banale. Arendt inoltre riflette anche sulle figure a capo dei totalitarismi, che riconosce nel nazismo e nel socialismo, vede tali esponenti come persone isolate, circondate da individui radicati nella banalità e che dunque sostengono i propri superiori, eseguendo ogni ordine senza porre domande, diventando così privi di idee: uomini grigi, che perdendo la loro identità, si sentono partecipi, o meglio complici solo attraverso il male. Ad Eichmann viene domandato se durante i vari procedimenti della seconda Guerra Mondiale, si fosse mai posto delle domande a riguardo, se si fosse mai effettivamente chiesto dove fosse la correttezza nelle brutalità che stava compiendo. Eichmann risponde che ad ogni domanda mai posta, ad ogni lampadina accesa, si rispondeva di dover sottostare agli ordini del Fuhrer. Tale processo mentale ci viene spiegato da Hannah Arendt attraverso la filosofia che la precedette, sostenendo che Eichmann ripetesse a se stesso il tipico imperativo categorico Kantiano, assieme a quella che definiamo “obbedienza cadaverica”, dunque nella mente di Eichmann risuonava l’imperativo: “Agisci in modo tale che il fuhrer approverebbe”, in effetti Eichmann è convinto di aver eseguito il suo compito in modo impeccabile, di esserci riuscito a pieno. Il male quindi non è consapevole, bensì incontrollabile. Sono molti i racconti di guerra che illustrano la perdita d’identità dei soldati, tra i più noti “Jugend ohne Gott” di Horvath che ci illustra come i totalitarismi, il nazismo in questo caso, possano inglobare in sé anche la coscienza stessa. La voce della coscienza del generale gli urlava: “Ammazza” ma egli non capì mai cosa stesse facendo: tutta la sua persona si contrapponeva drasticamente alla normalità; egli non era stupido, era vuoto. Ma come ci suggerisce Plutarco l’uomo non è un semplice vaso da riempire e a questo proposito riconosciamo

l’importanza e il valore della domanda, sosteniamo dunque che farsi domande è consapevolezza, porsi interrogativi è riconoscere di avere coscienza. Ma come Primo Levi scrisse è noto a tutti che il male è in sé irrazionale, ma pur essendo tale, se è avvenuto, non escludiamo possa succedere di nuovo: come una cattiva malattia che continua a ripresentarsi a qualcuno di già ammalato. D’ altronde Camus ci aveva avvisati, la peste ritornerà.