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Saggio sul risorgimento, Guide, Progetti e Ricerche di Storia Contemporanea

saggio sul risorgimento

Tipologia: Guide, Progetti e Ricerche

2011/2012

Caricato il 16/08/2012

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STUDI STORICI
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STUDI STORICI

pOlITICa e STORIa

Questo volume raccoglie gli atti del seminario intitolato «Idee dell’Italia e Stato unitario» e del convegno dedicato a «Garibaldi, alessandria e l’eu- ropa», che si sono svolti ad alessandria il 14 maggio e il 22 ottobre 2010. le due iniziative si inseriscono nel progetto di ricerca incentrato su «ales- sandria e la sua provincia nel “lungo Risorgimento”. Dalla fondazione alla creazione dello Stato unitario italiano attraverso l’opera degli statisti alessan- drini: Urbano Rattazzi, Giuseppe Saracco, Giovanni lanza, Carlo Francesco Ferraris, Maggiorino Ferraris», promosso dal laboratorio di Storia, politica, Istituzioni (la.S.p.I.) dell’Università del piemonte Orientale. Si ringrazia il personale del Dipartimento pOlIS dell’UpO e della Fa- coltà di Scienze politiche di alessandria per il contributo fornito a supporto dell’attività scientifica. la realizzazione delle due giornate di studi confluite in questa pubblicazione è stata possibile grazie al sostegno finanziario delle Fondazioni Cassa di Risparmio di Torino e Cassa di Risparmio di alessan- dria, della Regione piemonte, della provincia di alessandria e del Comune di acqui Terme. le iniziative hanno inoltre ricevuto il patrocinio del Ma- gnifico Rettore dell’Università del piemonte Orientale e dell’associazione Italiana degli Storici delle Dottrine politiche (aISDp).

Corrado Malandrino

è professore ordinario di Storia delle dottrine politiche e preside della Fa- coltà di Scienze politiche dell’Università del piemonte Orientale. Ha pubbli- cato fra l’altro: Da Machiavelli all’Unione europea (Carocci, 2003) e Silvio Trentin. Pensatore politico antifascista, rivoluzionario, federalista (lacaita, 2008). per Claudiana ha curato La Politica di J. althusius (2009).

Stefano Quirico

ha conseguito il titolo di dottore di ricerca in «Istituzioni, idee, movimen- ti politici nell’europa contemporanea» presso l’Università di pavia. pubbli- cista e curatore di vari articoli, è attualmente assegnista di ricerca in Storia delle dottrine politiche e docente a contratto di un modulo di Storia dell’in- tegrazione europea presso la Facoltà di Scienze politiche dell’Università del piemonte Orientale (sede di alessandria).

© Claudiana srl, 2011 Via San pio V 15 - 10125 Torino Tel. 011.668.98.04 - Fax 011.65.75. e-mail: [email protected] sito internet: www.claudiana.it Tutti i diritti riservati - printed in Italy

Ristampe: 17 16 15 14 13 12 11 1 2 3 4 5

Copertina: Umberto Stagnaro

Stampa: Stampatre, Torino

In copertina : Ritratti di G. Garibaldi e di U. Rattazzi. lettera di Rattazzi a Francesco Crispi del 4 luglio 1860 (archivio Centrale dello Stato, Roma, Fondo Crispi, fasc. 54, sf. XXIV).

Scheda bibliografica CIP Garibaldi, Rattazzi e l’Unità dell’Italia / a cura di Corrado Malandrino e Stefano Quirico ; premessa di annita Garibaldi Jallet Torino : Claudiana, 2011 243 p. ; 24 cm. - (Studi storici) ISbn 978-88-7016-874-

  1. Risorgimento italiano (CDD 22.) 945.08 Storia. Italia. 1796-

pReFazIOne

di A nnitA GAribAldi JAllet

Ringrazio sentitamente per l’invito a prefare questo volume, anche a nome del Consiglio Italiano del Movimento europeo in rappresentanza del quale portai il saluto al convegno su «Garibaldi, alessandria e l’europa», di cui qui vengono pubblicati gli atti. nei suoi interventi in occasione del 150° anniversario della spedizione dei Mille e in previsione del 150° dell’Unità d’Italia, il presidente napolitano non ha mai dimenticato la dimensione europea dei fatti. Ci iscriviamo oggi nella continuità del suo impulso, cogliendo anche l’impegno di un rinnovo del Consiglio Italiano nel senso di una maggiore apertura alla società tutta, apertura in atto anche in seno al Movimento europeo Internazionale, ricco di 27 sezioni, di cui molte create prima dell’entrata di alcuni Stati tra i part- ners dell’Unione. ancora oggi sono presenti a livello internazionale tra noi sezioni che rappresentano le istanze di Stati in attesa, come la Turchia per esempio. la nostra è una sede di interlocuzione spesso sollecitata a permet- tere utili contatti informali, oltre che approfondimenti. e in sede di approfondimenti abbiamo spesso affrontato il tema della storia dell’unità europea in rapporto con punti nodali della storia, in parti- colare con il Risorgimento e con la Resistenza. ambedue hanno avuto una valenza europea positiva. Il Risorgimento è stato particolarmente studiato dai federalisti europei italiani, il ramo indubbiamente più attivo del nostro Movimento europeo e di tutto il Movimento Federalista europeo. penso all’opera di Sergio pistone, di lucio levi e di tanti altri, e d’illustri colle- ghi dell’Università come ariane landuyt, Daniela preda, e il nostro ospite Corrado Malandrino. Il padre del pensiero europeo in epoca risorgimentale è senza dubbio alcuno Giuseppe Mazzini, che con la Giovine europa diede l’avvio a una visione per così dire ribaltata della costruzione politica e istituzionale del nostro continente: partire dall’europa, dalla sua unità morale e spirituale, e arrivare alle sue libere nazioni, espressione della libertà dei popoli. Il genio di Mazzini raccoglie il potente stimolo dell’illuminismo, sfugge ai pericoli del cosmopolitismo, e traccia un progetto valido per tutti i popoli che, dopo l’impero napoleonico, non vogliono rinunciare all’idea di un’unità, diversa, certo, non conquistata dalla punta delle baionette, ma che significa moder- nità, apertura dei mercati, circolazione del sapere. Dall’atlantico agli Urali, dalla Manica al Mar nero, i popoli maturano la loro coscienza civile fino all’esplosione del 1848. Sotto molti aspetti, dalle rivoluzioni su tutto il con-

così come questo volle esprimere altiero Spinelli con il suo progetto di co- stituzione europea. Oggi ci conviene tornare alle radici: nel Memorandum garibaldino, come nel progetto mazziniano, vi era un gran desiderio, vitale, quello della pace, del rispetto della persona umana, persino della natura, del creato. non dimentichiamo altresì la poco studiata, sotto questo aspetto, guerra del 1870-1871 in Francia, alla quale Garibaldi partecipò con spirito veramente europeo. Fu la Francia che non glielo riconobbe, e bisogna pur dire che non lo fece nemmeno l’Italia. lo studio del rapporto tra il progetto ideale e la realpolitik mi sembra uno degli oggetti di questo convegno. Il Movimento europeo, dedito a favori- re la crescita, non parallela ma convergente, delle due anime della politica, può solo dare il suo plauso e il suo massimo interesse allo studio di temi e di personaggi di primo livello, come Urbano Rattazzi, che vi riuscirono egregiamente. In un intervento recente nella nostra sede di Roma, arrigo levi, chiamato a esprimersi sul ruolo della diplomazia italiana contemporanea nella costru- zione europea, ha sottilineato quanto poco noto fosse il ruolo dei diploma- tici, quali Roberto Ducci, Renato Ruggiero, che hanno in realtà tessuto la trama della crescita della politica estera italiana. alla apparente instabilità dei governi della Repubblica ha fatto argine la stabilità sia dei ministri degli esteri sia della alta diplomazia della Farnesina, penetrata della necessità di una implicazione dell’Italia sempre più fattiva in europa. la coerenza della politica estera, ed europea, del nostro paese nel secondo dopoguerra è stata forse maggiore di quella dei primi anni dopo l’unità d’Italia. alcune balbuzie dell’Italia nascente sono state dovute al fatto che era presa tra la necessità di consolidare a ogni costo la sua posizione tra le potenze europee, e l’anelito a essere una della massime potenze, anche coloniale, discorso che forse di mazziniano non aveva molto, e di garibaldino nemmeno. Ma anche in queste posizioni ci furono infinite sfumature delle quali la nostra politica è sempre capace, supplita dalla nostra mai sopita capacità di sognarci grandi destini. Rinnovo dunque i più sentiti auguri a questa importante pubblicazione, della quale mi auguro che sia segno di una celebrazione del 150° dell’Unità tutta all’insegna del moderno progetto europeo del quale l’Italia si può con- siderare a giusto titolo antesignana.

una delle conseguenze dell’istituzionalizzazione della storia risorgimentale conseguita nell’ultimo periodo liberale e nella fase fascista fu di concentrare l’attenzione su pochi maggiori protagonisti, sovente distorcendone la figura e il pensiero, e di abbandonare personaggi e movimenti, che non si possono qualificare come minori, alle facili condanne senza ricorso cui furono sot- toposti da un’avversa storiografia di “tendenza” e di “partito” 2. ad alcune manchevolezze di tal genere intende contribuire a porre rime- dio il laSpI (laboratorio di Storia, politica, Istituzioni) attraverso la pro- gettazione di indagini storico-politiche, socioeconomiche, istituzionali con- cernenti alessandria e la sua provincia nel «lungo Risorgimento», al fine di effettuare una ricostruzione più completa – non agiografica né oleografica

  • dell’opera di statisti come Urbano Rattazzi, Giuseppe Saracco, Giovanni lanza, Carlo Francesco Ferraris, Maggiorino Ferraris, dalla fondazione alla concreta costruzione dello Stato unitario italiano. Questo piano di ricerche si propone di mettere in luce il contributo dato da una parte del piemonte, distinta dal suo centro torinese, alla costruzione di un modello moderno di funzionamento statuale, politico e amministra- tivo, dapprima con riferimento al Regno di Sardegna, ma con una visione prospettica integrata nell’intero processo di fondazione dello Stato italiano unitario. Tale contributo fu rilevante, sia per il numero dei protagonisti, sia per la qualità istituzionale del ruolo da essi rivestito. In particolare, è da considerare che gli statisti espressi dal piemonte sud-orientale rappresenta- vano un territorio più ampio dell’attuale, molto vitale, da sempre interessato a una fitta rete di scambi socioeconomici tra il Genovesato e la lombardia, in cui pesavano soprattutto i rapporti agrari e commerciali, la produzione manifatturiera medio-piccola e le professioni liberali. In quanto tali, erano esponenti di esigenze economiche e politiche diversificate dal centro torinese. erano rappresentanti di un «altro piemonte», come con suggestiva immagi- ne è stato scritto 3. In tale prospettiva, lo scopo è di integrare un’immagine troppo torino-centrica della storia della fondazione e della costruzione dello Stato unitario italiano, una tendenza alla quale soggiacciono per lo più gli studi generali e di settore della storiografia politica ed economico-sociale dell’Ottocento risorgimentale.

a risolversi nel resoconto delle posizioni dei maggiori protagonisti, constatando che si vo- gliono talvolta comporre acriticamente impossibili sintesi unitarie tra concezioni che erano (e dovrebbero restare) diverse. (^2) Riprendo le definizioni di W. MAturi, Interpretazioni del Risorgimento. Lezioni di sto- ria della storiografia , prefazione di e. S eStAn, aggiornamento bibliografico di r. roMeo, Torino, einaudi, 1962. Un esempio di maggior attenzione ed equilibrio di giudizio rispetto al contributo di Rattazzi e di altri statisti che non si possono definire minori, ma che come tali sovente vengono trattati, è G. MonSAGrAti, nella raccolta di saggi edita da la navicella, Roma, 1991 e dedicati a A. La Marmora, B. Ricasoli, U. Rattazzi. (^3) Vedi L’Altro Piemonte nell’età di Carlo Alberto , a cura di e. Dezza, R. Ghiringhelli, G. Ratti, alessandria/Casale Monferrato, Fondazione Cassa di Risparmio di alessandria,

È mancato in effetti finora, con riferimento al territorio alessandrino considerato nella più ampia dimensione che ebbe tra Ottocento e primo novecento, un progetto storico e culturale più generale, di livello locale, regionale e nazionale, avente il fine di avviare e realizzare ricerche e studi adeguati a verificare il quadro delle conoscenze^4 , a innovarlo, a collegarlo nella prospettiva del «lungo Risorgimento» allo sviluppo culturale, econo- mico e sociale, nazionale ed europeo. Un primo livello di conoscenza sul quale ci si intende impegnare è quello che riguarda la cultura politica dif- fusa sul territorio provinciale (con collegamenti a quello regionale), che si intende iniziare ad affrontare con una prosopografia delle classi di governo delle diverse città dell’alessandrino a partire, ad esempio, dai componenti dei consigli comunali dagli anni Trenta dell’Ottocento. Questo dato biogra- fico sarà incrociato con i dati elettorali piemontesi, che sono disponibili ma non sono ancora stati studiati in modo sistematico^5. la provincia alessandrina (soprattutto lungo la direttrice passante dall’ac- quese al Casalese attraverso la città di alessandria), nel piemonte, si distin- se nel fornire ingegni, competenze, passione, attività, rilevanti personalità scientifiche e politiche, alla creazione di una vera e propria «scuola per il governo» del nuovo Stato unitario in varie branche dell’amministrazione finanziaria e tecnica dello Stato. Su questi temi si è già iniziato un ciclo di studi nel 2007-2008 6 , che è proseguito nel 2010 con i due incontri scienti- fici le cui elaborazioni si portano all’attenzione del pubblico col presente volume, che intende rappresentare un punto di partenza per il dibattito e non una raccolta di saggi scientificamente conclusivi. nel 2011 avranno luogo due convegni scientifici di livello nazionale e internazionale ad ac- qui Terme (sulle figure di Giuseppe Saracco e di Maggiorino Ferraris) e ad alessandria, con un incontro di discussione internazionale generale sul Risorgimento e vari approfondimenti su Rattazzi, lanza e Carlo France- sco Ferraris. la speranza è che attraverso questi studi e ricerche si possa produrre un livello di conoscenza più adeguato ad arricchire la storiografia risorgimen- tale, che appare in proposito carente, sottolineando di quale cultura positiva, di quale spirito fattivo si segnalarono la regione piemontese e la provincia alessandrina nel fornire amministratori, politici e professori alla politica di riordino e razionalizzazione del corpo statale e sociale italiano. Come si vede in particolare nei casi dei due Ferraris, le scoperte più avanzate provenienti

(^4) Un contributo di alta divulgazione peraltro è contenuto nell’opera collettanea in tre volumi Alessandria dal Risorgimento all’Unità d’Italia , a cura di V. Castronovo, con la collaborazione di e. lusso, alessandria, Fondazione Cassa di Risparmio di alessandria, 2008-2010. (^5) Su questo tema sta per andare in pubblicazione un contributo di r. liVrAGhi, Per una storia delle amministrazioni comunali di Alessandria nel lungo Risorgimento (1798-1861). (^6) Vedi Dal Monferrato alla costruzione dello Stato sociale italiano: l’esperienza intellet- tuale, scientifica e politica di Carlo Francesco Ferraris (1850-1924 ), a cura di C. Malandrino, Torino, Claudiana, 2007; L’Altro Piemonte e l’Italia nell’età di Urbano Rattazzi , a cura di R. balduzzi, R. Ghiringhelli, C. Malandrino, Milano, Giuffrè, 2009.

Risorgimento. In effetti, le interpretazioni maggiori e più diffuse hanno teso e tendono a limitare il decorso vero e proprio del Risorgimento in un lasso di tempo molto più breve, che si contiene per i più rigidi osservanti nelle vi- cende epiche delle tre guerre d’indipendenza, compresa anche l’impresa dei Mille (quindi 1848-1866) e, al limite, comprendente anche la presa di Roma e la sua proclamazione a capitale del Regno d’Italia (1870-1871). partendo da questa periodizzazione minima, altri la dilatano aggiungendovi la fase preliminare dello sviluppo delle lotte patriottiche durante la Restau- razione – quando effettivamente il termine «Risorgimento» passa nel lessico politico attraverso le opere di grandi pensatori come Mazzini e Gioberti, ma anche tramite utilizzazioni simboliche, come quella del giornale fondato nel 1847 da Cesare balbo e Camillo Cavour che si intitolò “Il Risorgimento” –, e quindi portando il termine iniziale al 1815. altri hanno dilatato invece il periodo posteriore al 1870, sostenendo che persino la prima guerra mondia- le – con la liberazione dei territori irredenti di Trento e Trieste – potrebbe con buone ragioni considerarsi un prolungamento dell’epopea risorgimen- tale diventando una sorta di «quarta guerra d’indipendenza». e dunque la data del completamento del Risorgimento andrebbe a collocarsi al 1918 (o al 1922 come anno conclusivo della crisi di sistema del dopoguerra che se- gna il passaggio dal regime liberale a quello fascista). Come si vede, si pas- sa così da un Risorgimento breve a uno lungo, che per taluni può diventare lunghissimo, allorché la stessa guerra di liberazione antitedesca durante la seconda guerra mondiale e la resistenza antifascista sono chiamate «nuovo Risorgimento» o con locuzioni simili. In questi casi, giustamente, si sottolinea che una periodizzazione allarga- ta anche solo al periodo 1815-1918 non risponde appieno alle domande che gli storici si pongono proprio di fronte alla multiforme natura del termine e del concetto di Risorgimento, alla sua possibile molteplicità di significati. e vi è di più. Come suggerisce l’autore di uno dei contributi a questo volume, paolo bagnoli 9 , esiste il problema della formazione intellettuale, morale e politica dell’idea della nazione italiana – fenomeno complesso che sta alla base dello sviluppo ideale del Risorgimento – che fa sì che il Risorgimento non possa essere compresso né in una periodizzazione storica eccessivamente stretta, né in un’accezione politica attenta solo ai dati diplomatico-militari, ma, al contrario, deve andare alla ricerca delle premesse spirituali e, quin- di, dei grandi fattori di rinnovamento epocale che è dato trovare in eventi di portata mondiale come l’illuminismo, le rivoluzioni americana e francese, la stabilizzazione napoleonica. appare perciò necessario prendere in esame le ricadute che tali eventi ebbero nella storia della preparazione del Risorgi- mento italiano e che rientrano in senso lato in esso.

(^9) Occorre precisare che il contributo di bagnoli costituisce il primo capitolo del suo vo- lume L’idea dell’Italia 1815-1861 , Reggio emilia, Diabasis, 2007, pp. 15-41. Ringraziamo l’amico bagnoli e l’editore per aver concesso di ripubblicare questo scritto.

D’altra parte, non è possibile sottovalutare il fatto che proprio nel periodo rivoluzionario-napoleonico sorgono in Italia i primi esperimenti di carattere risorgimentale e si avvia concretamente il processo di traslazione del termine «Risorgimento» dal lessico religioso-culturale a quello prettamente politico, si pensi al Vittorio alfieri del Misogallo e al “giacobino” Matteo Galdi che nel saggio del 1796, Necessità di stabilire una repubblica in Italia , composto per concorrere al bando indetto dalle amministrazioni lombarde sulla base del quesito Quale dei governi liberi meglio convenga alla felicità dell’Italia , scriveva che occorreva un risorgimento della cultura italiana come presup- posto all’instaurazione di una «repubblica italiana»^10. In conclusione, pécout rinvia a una triplice accezione del termine Risor- gimento, sulla scorta di un’interpretazione larga che vede confluire in esso elementi esogeni ed endogeni, e che si articola in: a) il processo evenemenzia- le specifico e ristretto della conquista dell’indipendenza e dell’unità statale; b) il processo più ampio di formazione e acquisizione completa dell’unità nazionale; c) il processo di formazione e costruzione dello Stato nazionale. nella seconda e terza accezione sono importanti non solo le premesse che è dato riscontrare nelle grandi narrazioni rivoluzionarie, ma addirittura quelle emergenti nell’epoca delle riforme degli Stati d’antico regime verso la metà del xViii secolo. Sul versante invece della determinazione della data finale sono importanti le forme attraverso le quali si realizzano le due costruzioni concrete della nazione e dello Stato unitari tra la seconda metà dell’Ottocento e i primi de- cenni del novecento, così che il termine ad quem diventa il 1922, in quanto linea spartiacque tra lo Stato liberale e quello fascista. Sono proprio questi ultimi aspetti del nation building e dello state building a circostanziare me- glio il significato del «lungo Risorgimento», che descrive la base comune della ricerca di cui si occupano gli studiosi del laSpI e quanti interessati a indagare sulle tappe di queste costruzioni e sui contributi apportati a esse dagli statisti alessandrini sopraddetti. Questa accezione più vasta del Risor- gimento sembra d’altra parte sostenibile anche se si guarda alle innumere- voli polemiche sorte intorno ai “tradimenti” di cui il Risorgimento sarebbe stato oggetto dopo l’Unità. Se, insomma, si pone attenzione ai nodi rimasti irrisolti e aggravati anche (o, forse, qualcuno direbbe soprattutto) dopo la conclusione dell’epopea risorgimentale. Indagare su questi nodi, sui problemi dell’Italia borghese-liberale italiana, significa appunto tentare di rispondere ad alcune domande inevase sulla realizzazione del nation building e dello state building nel nostro paese.

(^10) Vedi bAnti, Risorgimento cit., p. 34. Sul significato politico risorgimentale di tale con- corso vedi Alle origini del Risorgimento: i testi di un «celebre» concorso (1796), a cura di a. Saitta, Roma, Istituto Storico italiano per l’età moderna e contemporanea, 1964, pp. 183 ss.; Quale dei governi liberi meglio convenga alla felicità dell’Italia , a cura di G. Carletti, “Trimestre”, XXXIII, 2000, nn. 1-2.

calabrese Domenico lopresti, mazziniano e appassionato garibaldino, non può accordarsi con la conclusione monarchica voluta dal partito moderato. lopresti, dopo aver subito il carcere duro borbonico per oltre dieci anni a seguito delle insurrezioni quarantottesche, e dopo aver seguito i Mille nel- le battaglie sul continente, non può accettare il gesto di rinuncia dell’eroe che consegna l’Italia a Vittorio emanuele II se non interpretandolo, al pari di tutto il garibaldismo, come scelta obbligata e ferita grave, momentanea battuta d’arresto nella mobilitazione permanente in vista di nuove battaglie per Roma e per Venezia. Ma alle delusioni seguono le disillusioni. Dopo la presa di Roma, concluso lo svolgimento unitario, disperando negli anni Settanta sulla realizzazione delle proprie idealità a fronte di quelle agitate dai nuovi “sovversivi” in nome del socialismo dopo i fatti della Comune di parigi, il vecchio agonizzante non può che riconoscerne la medesima ispira- zione, l’identica natura. «a esser sincero – scrive nelle sue memorie sul letto di morte – almeno dalle proposizioni che anche oggi, ecco qui, vedo messe all’indice, le intenzioni dei socialisti non mi paiono diverse da quelle che noi democratici speravamo di applicare nel ’48 e poi nel ’60. Che si voleva in sostanza? lavoro e pane per tutti, istruzione al popolo basso, distribuzione delle terre ai contadini: e non ci parevano cose ingiuste, anzi accettabili da qualunque autentico patriota, per moderato che fosse»^13. Da queste semplici parole emergono le contraddizioni storiche, i conte- nuti inapplicati di un Risorgimento mancato come rivoluzione sociale, come riforma intellettuale e morale, come riforma agraria^14. Da queste promes- se non mantenute si diparte un senso di lontananza e di distacco rispetto all’Unità nazionale conseguita. Si fa luce la denuncia di un’idea nazionale dell’Italia che barattava il suo profilo riformatore sociale (o rivoluzionario) con il mero ottenimento dell’indipendenza e dell’unità politico-istituziona- le, a prescindere dalla forma e dalla sostanza sociale del regime unitario 15. Si mettono in rilievo i nodi non sciolti di un processo unitario che saranno sottolineati – divenendo elementi distintivi – dalle successive interpretazio- ni politico-storiografiche del Risorgimento. anche se non si possono però tacere, misconoscere o peggio mistificare – allorché si denunciano i limiti della “piemontizzazione” – i grandi vantaggi apportati dall’unità nazionale in termini di allargamento all’intera penisola e consolidamento delle liber- tà costituzionali, delle opportunità economiche offerte dalla creazione di

(^13) Vedi bAnti, Noi credevamo cit., pp. 67-68. (^14) Vedi e. Gentile, Italiani senza padri. Intervista sul Risorgimento , a cura di S. Fiori, Roma-bari, laterza, 2011, p. 86, dove attira l’attenzione sulle gravi questioni lasciate in ere- dità allo Stato unitario: «la questione romana, la questione meridionale, la questione sociale, e soprattutto, la questione nazionale nel suo complesso, cioè la debole corrispondenza fra lo Stato nazionale e la realtà sociale dell’Italia unita». (^15) Che questa sia stata una delle maggiori «ambiguità» del processo risorgimentale lo afferma S.J. W oolf, La storia politica e sociale , in: Storia d’Italia , vol. III, Dal primo Set- tecento all’Unità , Torino, einaudi, 1973, pp. 507-508.

un mercato nazionale e dalla relativa modernizzazione civile del paese^16. Certamente la mancanza di una riforma intellettuale e morale, per usare le parole provenienti dalla tradizione storiografica gobettiana e gramsciana, conseguente come sottolinea bagnoli anche alla mancanza di una riforma spirituale e religiosa in Italia tra xVi e xVii secolo, si è fatta (e si fa) sentire nella formazione del carattere nazionale italiano. Ma tutto ciò costituisce il terreno di una sfida alla quale rispondere positivamente o il motivo per una ritirata reazionaria verso microrealtà prenazionali? ecco perché pare utile spendere ancora qualche parola per cercare di riflet- tere sull’idea della nazionalità e dell’Italia che si affermò complessivamente nei decenni cruciali del Risorgimento e per chiarire i fattori di contraddizione che l’attanagliarono. Credo che far luce su questo punto possa servire anche per comprendere qualche ragione di dissenso, che esporrò più avanti, rispetto all’interessante posizione rinnovatrice emergente nelle attuali polemiche, non prive di fondamento, del più noto esponente della tendenza «neoculturale» italiana nel suo ultimo libro dedicato alla «sublime madre nostra»^17. al fine di tratteggiare una visione dell’idea nazionale tra le più diffuse durante il Risorgimento, mi pare utile riprendere la definizione giuridico- politica che ne fece nel 1851 un esponente “minore” dal punto di vista po- litico, ma che fu patriota e giurista di grande rilievo, come pasquale Stani- slao Mancini. nelle sue espressioni si riflette l’insieme caratterizzante del- le visioni politiche nazionali risorgimentali, che a mio avviso si risolvono nella componente volontaristica, morale e demica che Mancini traduce nel linguaggio giuridico e così stabilizza nel suo contenuto filosofico^18. Vorrei proporre l’analisi della definizione manciniana di nazionalità fatta da un autore noto a torto solo come un classico della sociologia del partito poli- tico (di cui peraltro nel 2011 ricorre il centenario della prima edizione 19 ): Roberto Michels, il quale invece iniziò la sua carriera come storico e da storico dedicò all’Italia uno studio interessante, Italien von heute^20 , rimasto

(^16) Vedi le curiose e interessanti considerazioni dello storico dell’economia dell’Università bocconi A. Colli, Zattera di povertà nel Mediterraneo , “Via Sarfatti 25”, a. VI, n. 4, aprile 2011, a proposito di una ricostruzione storica controfattuale delle vicende italiane nel caso che non fosse stata conseguita l’unità nazionale nel 1861. Secondo l’autore l’unificazione ebbe indubbiamente dei costi, ma evitò guai peggiori tanto al nord, quanto al Sud. (^17) Vedi A.M. bAnti, Sublime madre nostra. La nazione italiana dal Risorgimento al fa- scismo , Roma-bari, laterza, 2011. (^18) Vedi gli interessanti saggi di G.S. P ene V idAri, La prolusione di P.S. Mancini all’Uni- versità di Torino sulla nazionalità (1851) , di i. S offietti, Cittadinanza e nazionalità nella disciplina sabauda di metà Ottocento e di e. M onGiAno, Il principio di nazionalità e l’uni- ficazione italiana , in: Verso l’unità italiana. Contributi storico-giuridici , a cura di G.S. pene Vidari, Torino, Giappichelli, 2010, pp. 21-80. (^19) Vedi r. M iChelS, Zur Soziologie des Parteiwesens in der modernen Demokratie. Untersuchungen über die oligarchischen Tendenzen des Gruppenlebens , lipsia, Dr. Werner Klinkhardt, philosophisch-soziologische bücherei, band XXI, 1911 (1 a^ ediz. ital. Torino, Utet, 1912). (^20) Vedi r. MiChelS, Italien von heute. Politische und wirtschaftliche Kulturgeschichte von 1860 bis 1930 , zurigo e lipsia, Orell Füssli Verlag, 1930. bagnoli non prende in consi-

3.1 La lettura nazionalrisorgimentale di Michels

l’interpretazione nazionale di Michels si inquadra in una lettura del Risorgimento e della costruzione nazionale unitaria come processo di mo- dernizzazione incompleta dell’Italia. essa può suscitare interesse perché fa rilevare alcuni elementi che saranno presenti con differenti argomentazioni nella pubblicistica successiva, per es. il giudizio critico sulla monarchia (ma non il rifiuto, come avvenne per la “sinistra” fascista), la spaccatura in due Italie, il problema della divisione nord-Sud, tutti temi che verranno mag- giormente dibattuti nella storiografia risorgimentista a seguito della ripresa gobettiana resistenziale e della pubblicazione degli scritti gramsciani sul Risorgimento dopo la fine della seconda guerra mondiale. Gli elementi ana- litici e prospettici “nuovi” proposti da Michels sono di tipo socioeconomico e psicologico-culturali e sono da lui dichiarati nell’introduzione del libro, laddove rivendica la “novità” della sua concezione rispetto alle opere di Volpe e di Croce con le quali intende confrontarsi^27. Se si considera che le iniziati- ve di rinnovamento della storiografia risorgimentale negli ultimi decenni si sono collocate proprio sui piani dell’approfondimento della storia sociale e della storia culturale, non si può non vedere nell’opera di Michels un’ante- signana di tali ricerche. Un ultimo pregio della narrazione michelsiana, dal punto di vista di chi vuole sottolineare anche il rapporto del Risorgimento italiano con l’europa, è la comparazione che in essa è costante con il ‘risor- gimento’ politico tedesco, cosa che dà luogo a interessanti confronti storici, di cui l’autore rileva gli aspetti convergenti e quelli divergenti. Orbene, come si inquadra e si articola la visione michelsiana della nazione e del Risorgimento in Italia? Michels tratta del Risorgimento e del principio

“Rassegna storica del Risorgimento”, gestisce gli archivi e le biblioteche, i comitati regionali e provinciali e organizza i grandi congressi annuali. Ci sarebbe quindi una sorta di «continuità» tra ultimo periodo monarchico-liberale e periodo fascista per quanto riguarda l’elaborazione storiografica risorgimentale nonostante poi, nella fase declinante del regime fascista ormai invischiato nei problemi geopolitici che lo porteranno alla sua disfatta, storici come Omo- deo utilizzino la storiografia risorgimentale in rottura con l’impostazione di Gentile come un’arma contro la retorica storiografica risorgimentale del regime. Tale continuità si evince dalla centralità e dall’enfasi data da entrambe le storiografie a tre problematiche comuni: a) il ruolo positivo della monarchia e la missione storica dei Savoia; b) la curvatura data ai rapporti tra i moderati e i democratici, visti tendenzialmente nello spirito della conciliazione degli opposti e dell’eliminazione delle contraddizioni, facendo convergere artificiosamente i ruoli di Cavour e Vittorio emanuele II, da una parte, e di Mazzini e Garibaldi dall’altra, come se formassero due facce della stessa medaglia; c) la relazione col Risorgimento inteso come opera che scende dall’alto a soddisfare le aspirazioni politiche e sociali del popolo italiano che, però, rimane passivo ai margini dell’opera stessa. (^27) b. C roCe, Storia d’Italia dal 1871 al 1915 , bari, G. laterza & Figli, 1927. M iChelS scrive in Italien von heute cit., p. 1: «noi abbiamo visto il nostro compito nel restituire una sorta di storia culturale dell’Italia, ossia una visione politica compresa nei più ampi rapporti psicologici ed economici».

nazionale nei primi due capitoli di Italien von heute , intitolati rispettivamente Sulla storia dell’origine dell’Italia moderna e Problemi della costruzione dello Stato (o «formazione», «divenire», dato che il termine Werdung , da werden , è un vocabolo poco usato e in Michels può assumere tutti questi si- gnificati). Il primo capitolo si divide in tre paragrafi: il primo incentrato sul «principio delle nazionalità», desunto appunto dall’elaborazione di Mancini, di Terenzio Mamiani e dalle esperienze «garibaldine»; il secondo paragrafo dedicato alla formazione di classe della società italiana; il terzo al problema del «referendum», in realtà dei «plebisciti», che viene impostato sulla base della scelta presentata come alternativa tra monarchia sabauda o caos. Ve- diamo pertanto come avviene l’enucleazione del principio delle nazionalità in Italia che, secondo Michels, mantiene una sua dignità e validità di pari valore, se non addirittura maggiore, rispetto all’esperienza tedesca. In Italien von heute , diversamente da quanto fatto in scritti precedenti^28 , Michels ricostruisce il principio delle nazionalità (che egli concepisce kan- tianamente come «ampliamento dei diritti umani» e della sfera dell’autono- mia) sulla scorta della celebre prolusione del 1851 intitolata Della naziona- lità come fondamento del diritto delle genti^29. estendendo alle nazionalità il principio di autodeterminazione – figlio del concetto di autonomia – che spetta a ogni essere umano, il risultato sarà il raggiungimento della kantiana pace perpetua. Tra parentesi, ci sarebbe da discutere sulla congruità di questo riferimento a Kant, considerato che secondo Kant non è certo dal rispetto del diritto sovrano degli Stati nazionali che potrà scaturire la pace perpetua. Come è noto, anzi, questo tipo di pace, l’unico che possa chiamarsi tale, può sorgere per Kant solo da una limitazione del diritto di sovranità in un sistema federale, attraverso una giuridificazione della vita internazionale che è ben lontana dal pensiero nazionale ed elitista di Michels. a ogni buon conto, della definizione di nazione e di nazionalità elabora- ta da Mancini sono elencati gli «elementi costitutivi» e costituzionali della «nazionalità»: «il geografico, ovvero il paese», «l’etnografico, ovvero la razza», «il razionale, ovvero la lingua», «il religioso, ovvero la confessione religiosa», «l’elemento della tradizione, ossia i costumi, le consuetudini, le rimembranze storiche», «il giuridico-normativo, ossia le leggi e le disposi- zioni sociali»^30. Tuttavia, secondo Michels, sovraordinato a tali elementi, che nell’odierno linguaggio riassumono l’insieme dell’etnico e del demico,

(^28) Si rinvia per un approfondimento a C. MAlAndrino, Pareto e Michels: riflessioni sul sentimento del patriottismo , in: Economia sociologia e politica nell’opera di Vilfredo Pare- to , a cura di C. Malandrino, R. Marchionatti, «Studi» della Fondazione l. einaudi, Firenze, Olschki, 2000, pp. 363-382; id., Patriottismo, nazione e democrazia nel carteggio Mosca- Michels , in “annali della Fondazione luigi einaudi”, Torino, 2004, pp. 211-226; id., Mi- chels “machiavellian” o interprete di Machiavelli? , in: Machiavelli nella storiografia e nel pensiero poltico del secolo XX , a cura di C. Vivanti e l.M. bassani, Milano, Giuffrè, 2005, pp. 177-194. (^29) Citata nell’edizione delle prelezioni fatta in Diritto internazionale , napoli, Marghie- ri, 1873. (^30) Vedi M iChelS, Italien von heute cit., p. 6.