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Schopenhauer, Kierkegaard, Comte, Ardigò, Schemi e mappe concettuali di Filosofia

Pensiero filosofico di Schopenhauer, Kierkegaard, Comte e Ardigò.

Tipologia: Schemi e mappe concettuali

2018/2019

In vendita dal 18/02/2019

Lenny4280
Lenny4280 🇮🇹

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Schopenhauer
Schopenhauer fa la distinzione, come Kant, tra:
fenomeno, la realtà come ci appare;
noumeno, la realtà in sé.
La realtà esterna delle cose (il fenomeno), ovvero quella che sentiamo, tocchiamo e vediamo, è una nostra
rappresentazione: noi infatti non la conosciamo per come è, ma per come ci appare tramite i nostri sensi e le
nostre strutture mentali. E’ come se vedessimo la realtà coperta da un velo (velo di Maya), il quale ci fa
comparire parti della realtà, ma non ce la fa cogliere per intero (“la vita è sogno”, ovvero apparenza).
Il concetto di fenomeno è dunque simile nei due filosofi; diverso è il concetto di noumeno, che per Kant è
inconoscibile, mentre per Schopenhauer è conoscibile e si chiama volontà.
La volontà, ovvero la cosa in sé del nostro essere (noumeno), intendendo però non quella personale ma
quella universale, è un istinto di conservazione e un grande desiderio di vivere e perpetuare la vita.
La volontà di vivere è dunque la cosa in sé dell’universo e pervade ogni essere della natura.
La volontà è:
inconscia, è infatti un impulso vitale datoci dalla natura che è presente non solo negli esseri viventi
ma anche nella materia inorganica e nei vegetali;
unica;
eterna e indistruttibile, in quanto non ha un inizio e non ha una fine;
libera e cieca, senza una causa e senza uno scopo; di qui il collegamento con l’ateismo di
Schopenhauer, il quale sostiene che nella natura non c’è alcun disegno provvidenziale, ma il tutto
procede secondo l’istinto della volontà universale.
Proprio a questo proposito si può affermare che la volontà non abbia altra meta che non sé stessa e che tutti
gli esseri vivono solo per vivere e perpetuare la vita.
Dio quindi non esiste, l’unico assoluto è la volontà stessa.
Per Schopenhauer dunque la vita è dolore, poiché volere significa desiderare e desiderare significa venirsi a
trovare in uno stato di tensione per la mancanza di qualcosa che si vorrebbe avere.
Nell’uomo, in cui la volontà è più cosciente, il desiderio e il bisogno di qualcosa sono a loro volta accentuati
e non troveranno mai un appagamento definitivo. Infatti ciò che chiamiamo gioia psichica e godimento
fisico, non sono altro che una cessazione del dolore, ma hanno durata breve in quanto sono una funzione
derivata del dolore e perciò si annullano con l’annullamento del dolore.
Vicino al dolore e al piacere, subentra la noia, quando viene meno il desiderio e cessano le attività e le
preoccupazioni. La vita umana è quindi un pendolo che oscilla incessantemente tra il dolore e la noia
passando attraverso l’intervallo breve della gioia e del piacere.
Tuttavia, non solo l’uomo soffre, ma tutte le creature, le quali per esistere si divorano le une le altre.
Emblematica nel quadro di Schopenhauer è la figura dell’amore.
L’amore è la più atroce illusione che pervade l’uomo, in quanto egli crede che sia il modo migliore per
realizzarsi, mentre è l’inganno più subdolo che la natura ordisce ai suoi danni. L’amore è infatti, prima di
tutto, pulsione sessuale e di conseguenza tende sempre all’accoppiamento. Dal momento però che
l’accoppiamento causa procreazione, gli innamorati seguono il disegno della natura di perpetuare la vita.
Tuttavia la vita è dolore e noia e quindi gli innamorati, procreando, compiono il peggiore delitto contro la
specie umana, mettendo al mondo altri infelici.
Confermiamo quindi che la vita sia dolore. Con ciò però Schopenhauer non nega la vita stessa e quindi non
accetta il suicidio, poiché: il suicidio è invece un atto di affermazione della volontà stessa, in quanto il
suicida vuole la vita, ma è scontento delle proprie condizioni e quindi non nega la volontà, ma la vita.
Ci si può liberare del dolore del mondo, invece, tramite l’arte, la morale e l’ascesi.
L’arte è conoscenza libera e disinteressata, che ha una funzione catartica, elevando l’uomo che la contempla
al di sopra della volontà e quindi al di sopra del mondo e del dolore. Tuttavia, anche la funzione liberatrice
dell’arte è temporanea.
Ci si rivolge dunque alla morale, intesa come compassione nei confronti del prossimo: in questo modo si
cerca infatti di superare l’egoismo, dettato dalla volontà di tutti gli individui, i quali mirano solo al proprio
utile. Con la pietà e la compassione infatti avvertiamo come nostre le sofferenze altrui.
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Schopenhauer

Schopenhauer fa la distinzione, come Kant, tra:

  • fenomeno, la realtà come ci appare;
    • noumeno, la realtà in sé. La realtà esterna delle cose (il fenomeno), ovvero quella che sentiamo, tocchiamo e vediamo, è una nostra rappresentazione: noi infatti non la conosciamo per come è, ma per come ci appare tramite i nostri sensi e le nostre strutture mentali. E’ come se vedessimo la realtà coperta da un velo (velo di Maya), il quale ci fa comparire parti della realtà, ma non ce la fa cogliere per intero (“la vita è sogno”, ovvero apparenza). Il concetto di fenomeno è dunque simile nei due filosofi; diverso è il concetto di noumeno, che per Kant è inconoscibile, mentre per Schopenhauer è conoscibile e si chiama volontà.

La volontà, ovvero la cosa in sé del nostro essere (noumeno), intendendo però non quella personale ma quella universale, è un istinto di conservazione e un grande desiderio di vivere e perpetuare la vita. La volontà di vivere è dunque la cosa in sé dell’universo e pervade ogni essere della natura. La volontà è:

  • inconscia, è infatti un impulso vitale datoci dalla natura che è presente non solo negli esseri viventi ma anche nella materia inorganica e nei vegetali; - unica;
  • eterna e indistruttibile, in quanto non ha un inizio e non ha una fine;
  • libera e cieca, senza una causa e senza uno scopo; di qui il collegamento con l’ateismo di Schopenhauer, il quale sostiene che nella natura non c’è alcun disegno provvidenziale, ma il tutto procede secondo l’istinto della volontà universale. Proprio a questo proposito si può affermare che la volontà non abbia altra meta che non sé stessa e che tutti gli esseri vivono solo per vivere e perpetuare la vita. Dio quindi non esiste, l’unico assoluto è la volontà stessa.

Per Schopenhauer dunque la vita è dolore, poiché volere significa desiderare e desiderare significa venirsi a trovare in uno stato di tensione per la mancanza di qualcosa che si vorrebbe avere. Nell’uomo, in cui la volontà è più cosciente, il desiderio e il bisogno di qualcosa sono a loro volta accentuati e non troveranno mai un appagamento definitivo. Infatti ciò che chiamiamo gioia psichica e godimento fisico, non sono altro che una cessazione del dolore, ma hanno durata breve in quanto sono una funzione derivata del dolore e perciò si annullano con l’annullamento del dolore. Vicino al dolore e al piacere, subentra la noia, quando viene meno il desiderio e cessano le attività e le preoccupazioni. La vita umana è quindi un pendolo che oscilla incessantemente tra il dolore e la noia passando attraverso l’intervallo breve della gioia e del piacere. Tuttavia, non solo l’uomo soffre, ma tutte le creature, le quali per esistere si divorano le une le altre.

Emblematica nel quadro di Schopenhauer è la figura dell’amore. L’amore è la più atroce illusione che pervade l’uomo, in quanto egli crede che sia il modo migliore per realizzarsi, mentre è l’inganno più subdolo che la natura ordisce ai suoi danni. L’amore è infatti, prima di tutto, pulsione sessuale e di conseguenza tende sempre all’accoppiamento. Dal momento però che l’accoppiamento causa procreazione, gli innamorati seguono il disegno della natura di perpetuare la vita. Tuttavia la vita è dolore e noia e quindi gli innamorati, procreando, compiono il peggiore delitto contro la specie umana, mettendo al mondo altri infelici.

Confermiamo quindi che la vita sia dolore. Con ciò però Schopenhauer non nega la vita stessa e quindi non accetta il suicidio, poiché: il suicidio è invece un atto di affermazione della volontà stessa, in quanto il suicida vuole la vita, ma è scontento delle proprie condizioni e quindi non nega la volontà, ma la vita.

Ci si può liberare del dolore del mondo, invece, tramite l’arte, la morale e l’ascesi.

L’arte è conoscenza libera e disinteressata, che ha una funzione catartica, elevando l’uomo che la contempla al di sopra della volontà e quindi al di sopra del mondo e del dolore. Tuttavia, anche la funzione liberatrice dell’arte è temporanea. Ci si rivolge dunque alla morale, intesa come compassione nei confronti del prossimo: in questo modo si cerca infatti di superare l’egoismo, dettato dalla volontà di tutti gli individui, i quali mirano solo al proprio utile. Con la pietà e la compassione infatti avvertiamo come nostre le sofferenze altrui.

La morale si concretizza in due virtù cardinali:

  • la giustizia;
  • la carità, ovvero la volontà positiva e attiva di fare del bene. La pietà si eleva poi ai massimi livelli quando ci si assume il dolore cosmico. L’ultima tappa consiste di liberarsi della volontà stessa di vivere, tramite l’ascesi o nirvana. Così infatti si giunge all’obiettivo principale, ovvero quello di non volere più nulla, vivere senza desiderare e quindi vivere senza soffrire. Per arrivare all’ascesi si deve passare per forza attraverso la cosiddetta “castità perfetta”, che libera dall’impulso a perpetuare la specie.

Kierkegaard I caratteri fondamentali del pensiero kierkegaardiano:

  • per prima cosa egli riconduce l’esistenza umana alla possibilità, mettendone in evidenza il carattere negativo: infatti qualsiasi possibilità può essere possibilità-che-sì, ma anche possibilità-che-non. In quest’ultimo caso emerge la minaccia del nulla. Kierkegaard stesso, a riguardo, si definisce il “discepolo dell’angoscia”, che sente gravare su di sé tutte le terribili possibilità che ogni scelta esistenziale comporta; egli preferirebbe dunque fermarsi al punto zero, ovvero un equilibrio instabile tra le opposte alternative;
  • come seconda cosa Kierkegaard si sforza di chiarire le possibilità fondamentali che si offrono all’uomo e davanti alle quali egli deve compiere una scelta;
  • terzo punto essenziale del pensiero di Kierkegaard è il tema della fede e l’importanza del cristianesimo, l’unico che possa insegnare la “dottrina dell’esistenza”.

Kierkegaard contrasta anche Hegel, introducendo la figura del singolo e la riflessione soggettiva, mentre l’idealismo hegeliano aveva abolito l’individuo e l’aveva privato della capacità di pensare. Proprio la soppressione dell’individuo era una posizione anti-cristiana e anti-umana, in quanto è nel singolo che si concretizza un’esperienza esistenziale e religiosa irripetibile: le questioni umane infatti non possono essere associate alla dialettica, ma alla scelta e all’azione di ogni singolo soggetto. La dialettica kierkegaardiana nasce dunque, non da un gioco del pensiero, ma dalla tragica concretezza della vita e si basa, non sull’et-et, ma sull’aut-aut.

Nell’opera “Aut-aut”, Kierkegaard presenta la vita come una scelta tra 3 possibilità (la vita estetica, la vita etica, la vita religiosa), ognuna delle quali esclude le altre tanto che il passaggio da uno stadio ad un altro è un salto nel vuoto, in cui si sa cosa si lascia ma non si sa cosa si trova. La vita estetica viene descritta nel personaggio di Johannes, il quale vive l’attimo e il presente, odia la ripetizione e dunque la routine, vuole sempre esperienze nuove e una vita inimitabile. Tuttavia, prima o dopo, egli si rende conto che tutto ciò che sta facendo, in realtà non ha un senso. Da qui subentrano dunque la tentazione della disperazione e della noia. Kierkegaard suggerisce di scegliere la disperazione, dalla quale nasce la vita etica.

La vita etica, rappresentata da un marito o da un lavoratore, presuppone continuità e stabilità. Infatti l’etico fa scelte che implicano una durata e un impegno, come il matrimonio e il lavoro. Il matrimonio infatti è l’espressione principale dell’eticità, in quanto è un compito che può essere proprio di tutti e non è legato all’eccezionalità del legame amoroso, come nella vita estetica. Il lavoro poi è vita per l’etico, in quanto lo mette in relazione con altre persone e adempie a tutto ciò che può desiderare al mondo. La caratteristica principale della vita etica è dunque la scelta che l’uomo fa di se stesso. Proprio con questa scelta però l’uomo non può rinunciare a nessun aspetto della propria vita, nemmeno a quelli dolorosi e crudeli. E quando ci si riconosce egli si pente: il pentimento, ovvero il riconoscimento della propria colpevolezza, porta alla necessità di passare alla vita religiosa.

La vita religiosa viene raffigurata tramite la vicenda biblica di Abramo: Abramo, sempre vissuto nel rispetto della legge morale, riceve ordine da Dio di uccidere il figlio Isacco. Questo sacrificio non è dunque suggerito ad Abramo da un’esigenza morale, ma da un comando divino che contrasta con la stessa legge morale e con gli affetti naturali. Quindi possiamo affermare che il principio religioso sospende interamente l’azione del principio morale.

  • lo stadio teologico, in cui ogni fenomeno è visto come mistero e quindi attribuito a cause divine;
    • lo stadio metafisico, in cui compaiono idee e principi astratti;
  • lo stadio positivo, in cui l’uomo ricerca le leggi e i principi effettivi scientifici di causa-effetto tra i fenomeni; è dunque in questo stadio che le conoscenze diventano effettivamente scientifiche. Ad ogni stadio Comte fa corrispondere poi una specifica organizzazione politica e sociale:
  • allo stadio teologico la monarchia teocratica e militare;
  • allo stadio metafisico la sovranità popolare;
  • allo stadio positivo l’organizzazione scientifica della società industriale. Posto ciò Comte si rende conto però che manca anche una “fisica sociale”, ovvero lo studio positivo dei fenomeni sociali; si propone dunque di costruire un sistema di idee generali che prevalga nella specie umana e che ponga termine alla crisi rivoluzionaria dei popoli civilizzati. Ciò porta alla creazione di un’enciclopedia delle scienze che fornisce il prospetto generale di tutte le conoscenze scientifiche. Ora egli cerca di determinare una scala enciclopedica delle scienze che corrisponda alla storia delle scienze stessa. E attua quindi una classificazione delle scienze, secondo 3 ordini:
  • ordine logico (dalla più semplice alla più complessa);
  • ordine storico (da quella che per prima è stata studiata scientificamente e che quindi ha raggiunto per prima lo stadio positivo);
  • ordine pedagogico (l’ordine nel quale vanno studiate). Da qui si possono dunque classificare le scienze astratte, che si dividono in:
  • fisica inorganica, a sua volta divisa in fisica celeste (astronomia) e fisica terrestre (fisica e chimica);
  • fisica organica, a sua volta divisa in fisica fisiologica (biologia) e fisica sociale (sociologia). Le scienze fondamentali sono quindi astronomia, fisica, chimica, biologia e sociologia. Per quanto riguarda la matematica, essa è invece la base di tutte le altre scienze.

Dalla classificazione delle scienze emerge che tutte le scienze sono subordinate alla sociologia, che è una scienza nuova che non si occupa dei fenomeni naturali, ma dell’agire delle formazioni sociali dell’uomo considerato come membro di una società: infatti l’agire umano non è arbitrario, ma risponde a precise leggi che possono essere verificate e formulate. La sociologia si divide in:

  • la statica sociale, che si fonda sull’ordine, e dunque ad ogni membro della società sarà affidato un compito ben preciso;
  • la dinamica sociale, che si fonda sul progresso, ovvero un perfezionamento incessante del genere umano. Sulla sociologia Comte vuole dunque fondare una nuova società, con il nome di “sociocrazia”. Scopo dell’indagine scientifica è dunque la formulazione delle leggi, che dirigano e guidino l’azione della natura.

Ardigò La dottrina di Ardigò si basa su tre punti essenziali:

  • il fatto che egli ritenga la filosofia una semplice organizzazione logica dei dati scientifici;
    • il fatto che egli ammetta che questa organizzazione sia possibile in virtù del principio dell’evoluzione;
  • la negazione dell’Inconoscibile.

L’Inconoscibile, per Ardigò, è l’ignoto, ovvero ciò che ancora non è divenuto conoscenza distinta. Il passaggio da indistinto a distinto è dunque l’evoluzione, o meglio, “la formazione naturale” di ogni forma della realtà. Ogni “formazione naturale” passa dall’indistinto al distinto secondo un processo incessante e necessario con un ritmo costante. Tuttavia ciò non accade in tutti i processi naturali, in quanto l’ordine complessivo dell’universo presuppone infiniti ordini possibili e il verificarsi dell’uno o dell’altro dipende dal caso (dottrina del caso).

Inoltre Ardigò sostiene che la morale nell’uomo sia dovuta a fattori naturali e sociali: infatti essa nasce dall’istinto di conservazione della società che, imponendo sanzioni, fa poi nascere negli individui la concezione di giusto e ingiusto, per cui non si fa un atto condannato dalla società per evitare le sue sanzioni.