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Schopenhauer
Schopenhauer fa la distinzione, come Kant, tra:
La volontà, ovvero la cosa in sé del nostro essere (noumeno), intendendo però non quella personale ma quella universale, è un istinto di conservazione e un grande desiderio di vivere e perpetuare la vita. La volontà di vivere è dunque la cosa in sé dell’universo e pervade ogni essere della natura. La volontà è:
Per Schopenhauer dunque la vita è dolore, poiché volere significa desiderare e desiderare significa venirsi a trovare in uno stato di tensione per la mancanza di qualcosa che si vorrebbe avere. Nell’uomo, in cui la volontà è più cosciente, il desiderio e il bisogno di qualcosa sono a loro volta accentuati e non troveranno mai un appagamento definitivo. Infatti ciò che chiamiamo gioia psichica e godimento fisico, non sono altro che una cessazione del dolore, ma hanno durata breve in quanto sono una funzione derivata del dolore e perciò si annullano con l’annullamento del dolore. Vicino al dolore e al piacere, subentra la noia, quando viene meno il desiderio e cessano le attività e le preoccupazioni. La vita umana è quindi un pendolo che oscilla incessantemente tra il dolore e la noia passando attraverso l’intervallo breve della gioia e del piacere. Tuttavia, non solo l’uomo soffre, ma tutte le creature, le quali per esistere si divorano le une le altre.
Emblematica nel quadro di Schopenhauer è la figura dell’amore. L’amore è la più atroce illusione che pervade l’uomo, in quanto egli crede che sia il modo migliore per realizzarsi, mentre è l’inganno più subdolo che la natura ordisce ai suoi danni. L’amore è infatti, prima di tutto, pulsione sessuale e di conseguenza tende sempre all’accoppiamento. Dal momento però che l’accoppiamento causa procreazione, gli innamorati seguono il disegno della natura di perpetuare la vita. Tuttavia la vita è dolore e noia e quindi gli innamorati, procreando, compiono il peggiore delitto contro la specie umana, mettendo al mondo altri infelici.
Confermiamo quindi che la vita sia dolore. Con ciò però Schopenhauer non nega la vita stessa e quindi non accetta il suicidio, poiché: il suicidio è invece un atto di affermazione della volontà stessa, in quanto il suicida vuole la vita, ma è scontento delle proprie condizioni e quindi non nega la volontà, ma la vita.
Ci si può liberare del dolore del mondo, invece, tramite l’arte, la morale e l’ascesi.
L’arte è conoscenza libera e disinteressata, che ha una funzione catartica, elevando l’uomo che la contempla al di sopra della volontà e quindi al di sopra del mondo e del dolore. Tuttavia, anche la funzione liberatrice dell’arte è temporanea. Ci si rivolge dunque alla morale, intesa come compassione nei confronti del prossimo: in questo modo si cerca infatti di superare l’egoismo, dettato dalla volontà di tutti gli individui, i quali mirano solo al proprio utile. Con la pietà e la compassione infatti avvertiamo come nostre le sofferenze altrui.
La morale si concretizza in due virtù cardinali:
Kierkegaard I caratteri fondamentali del pensiero kierkegaardiano:
Kierkegaard contrasta anche Hegel, introducendo la figura del singolo e la riflessione soggettiva, mentre l’idealismo hegeliano aveva abolito l’individuo e l’aveva privato della capacità di pensare. Proprio la soppressione dell’individuo era una posizione anti-cristiana e anti-umana, in quanto è nel singolo che si concretizza un’esperienza esistenziale e religiosa irripetibile: le questioni umane infatti non possono essere associate alla dialettica, ma alla scelta e all’azione di ogni singolo soggetto. La dialettica kierkegaardiana nasce dunque, non da un gioco del pensiero, ma dalla tragica concretezza della vita e si basa, non sull’et-et, ma sull’aut-aut.
Nell’opera “Aut-aut”, Kierkegaard presenta la vita come una scelta tra 3 possibilità (la vita estetica, la vita etica, la vita religiosa), ognuna delle quali esclude le altre tanto che il passaggio da uno stadio ad un altro è un salto nel vuoto, in cui si sa cosa si lascia ma non si sa cosa si trova. La vita estetica viene descritta nel personaggio di Johannes, il quale vive l’attimo e il presente, odia la ripetizione e dunque la routine, vuole sempre esperienze nuove e una vita inimitabile. Tuttavia, prima o dopo, egli si rende conto che tutto ciò che sta facendo, in realtà non ha un senso. Da qui subentrano dunque la tentazione della disperazione e della noia. Kierkegaard suggerisce di scegliere la disperazione, dalla quale nasce la vita etica.
La vita etica, rappresentata da un marito o da un lavoratore, presuppone continuità e stabilità. Infatti l’etico fa scelte che implicano una durata e un impegno, come il matrimonio e il lavoro. Il matrimonio infatti è l’espressione principale dell’eticità, in quanto è un compito che può essere proprio di tutti e non è legato all’eccezionalità del legame amoroso, come nella vita estetica. Il lavoro poi è vita per l’etico, in quanto lo mette in relazione con altre persone e adempie a tutto ciò che può desiderare al mondo. La caratteristica principale della vita etica è dunque la scelta che l’uomo fa di se stesso. Proprio con questa scelta però l’uomo non può rinunciare a nessun aspetto della propria vita, nemmeno a quelli dolorosi e crudeli. E quando ci si riconosce egli si pente: il pentimento, ovvero il riconoscimento della propria colpevolezza, porta alla necessità di passare alla vita religiosa.
La vita religiosa viene raffigurata tramite la vicenda biblica di Abramo: Abramo, sempre vissuto nel rispetto della legge morale, riceve ordine da Dio di uccidere il figlio Isacco. Questo sacrificio non è dunque suggerito ad Abramo da un’esigenza morale, ma da un comando divino che contrasta con la stessa legge morale e con gli affetti naturali. Quindi possiamo affermare che il principio religioso sospende interamente l’azione del principio morale.
Dalla classificazione delle scienze emerge che tutte le scienze sono subordinate alla sociologia, che è una scienza nuova che non si occupa dei fenomeni naturali, ma dell’agire delle formazioni sociali dell’uomo considerato come membro di una società: infatti l’agire umano non è arbitrario, ma risponde a precise leggi che possono essere verificate e formulate. La sociologia si divide in:
Ardigò La dottrina di Ardigò si basa su tre punti essenziali:
L’Inconoscibile, per Ardigò, è l’ignoto, ovvero ciò che ancora non è divenuto conoscenza distinta. Il passaggio da indistinto a distinto è dunque l’evoluzione, o meglio, “la formazione naturale” di ogni forma della realtà. Ogni “formazione naturale” passa dall’indistinto al distinto secondo un processo incessante e necessario con un ritmo costante. Tuttavia ciò non accade in tutti i processi naturali, in quanto l’ordine complessivo dell’universo presuppone infiniti ordini possibili e il verificarsi dell’uno o dell’altro dipende dal caso (dottrina del caso).
Inoltre Ardigò sostiene che la morale nell’uomo sia dovuta a fattori naturali e sociali: infatti essa nasce dall’istinto di conservazione della società che, imponendo sanzioni, fa poi nascere negli individui la concezione di giusto e ingiusto, per cui non si fa un atto condannato dalla società per evitare le sue sanzioni.