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Appunti di filosofia del quinto anno integrati attraverso spiegazioni in classe, ricerche e libro (È tempo di filosofia 3)
Tipologia: Appunti
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Nacque nel 1788 a Danzica, in Polonia. Viveva in una famiglia agiata: il padre, infatti, era un banchiere, mentre la madre una scrittrice di romanzi, e desideravano che il figlio si dedicasse al commercio. Alla morte del padre, frequentò l'Università di Gottinga. Si laureò a Jena con una tesi Sulla quadruplice radice del principio di ragion sufficiente. Negli anni successivi visse a Dresda, dove lavorò alle sue prime opere, tra cui Il mondo come volontà e rappresentazione. Dopo un viaggio in Italia, tornò a Berlino dove fu abilitato come docente presso l'Università di Berlino, senza avere però una vera passione per il suo lavoro. Per un breve periodo tornò in Italia, ma qualche anno dopo rientrò nuovamente a Berlino, che però fu costretta a lasciare a causa di un epidemia di colera. Si trasferì a Francoforte sul Meno, dove rimase fino alla morte nel 1860. Tra le sue opere ricordiamo:
_- Il mondo come volontà e rappresentazione
Il suo pensiero è il punto di incontro della filosofia di diversi autori:
Schopenhauer criticò Hegel che descrisse come "sicario della verità" e "ciarlatano pesante e stucchevole".
Il filosofo fu avviato alla sapienza dell'antico Oriente dal maestro Friedrich Majer: infatti, Schopenhauer fu il primo filosofo occidentale a tentare il recupero di alcuni motivi dell'estremo Oriente. Tuttavia, alcuni studiosi hanno provato come il pensiero di Schopenhauer non sia stato condizionato dal pensiero orientale, ma si sviluppò prima e indipendentemente dal suo incontro con esso: si parla quindi di una sintonia con esso.
Il punto di partenza della sua filosofia è la distinzione kantiana tra fenomeno e noumeno, cioè tra ciò che ci appare e la cosa in sé. Dice che la realtà che noi vediamo è fenomeno inteso come parvenza, illusione, sogno , cioè una realtà che si nasconde dietro "il velo ingannatore di Maya", espressione utilizzata nell'antica sapienza indiana e si trova proprio nei libri dei Veda. È un velo ingannatore che avvolge gli occhi dei mortali per cui quello che vediamo noi è impreciso, è come in un sogno. Il fenomeno di Schopenhauer è la rappresentazione soggettiva che esiste solo nella nostra coscienza, l'oggetto rappresentato (ciò che conosciamo) e il soggetto rappresentante sono solo due facce della stessa medaglia che esistono entrambe nella nostra coscienza. La rappresentazione ha due aspetti essenziali e inseparabili, la cui distinzione costituisce la forma generale della conoscenza: da una parte c'è il soggetto rappresentante; dall'altra c'è l'oggetto rappresentato. Schopenhauer ammette solo tre forme a priori : spazio , tempo e casualità. Quest'ultima è l'unica categoria, in quanto tutte le altre sono a esse riconducibili. La casualità assume forme diverse a seconda degli ambienti in cui opera manifestandosi come necessità fisica, logica, matematica e morale, ovvero come principio del divenire, de conoscere, dell'essere e dell'agire. Schopenhauer considera la rappresentazione come una molteplicità ingannevole, traendo la conclusione che "la vita è sogno", cioè un tessuto di apparenza. L'uomo, però, ha una tendenza innata ad interrogarsi sulla realtà in sé, mentre gli altri esseri viventi non si pongono queste domande metafisiche, per questo, Schopenhauer considera l'uomo un "animale metafisico".
—volontà nel soggetto— Se noi fossimo soltanto conoscenza e rappresentazione, non potremmo uscire dal mondo fenomenico, ossia dalla rappresentazione puramente esteriore di noi e delle cose. Ma poiché siamo dati a noi medesimi non solo come rappresentazione, ma anche come corpo, "ci viviamo" anche dal di dentro, godendo e soffrendo. Ed è proprio quest'esperienza di base che permette all'uomo di "squarciare il velo del fenomeno e di afferrare la cosa in sé. La cosa in sé del nostro essere globalmente considerato, è la volontà di vivere , cioè un impulso prepotente e irresistibile che ci spinge a esistere e ad agire. Noi siamo vita e volontà di vivere e il nostro stesso corpo non è che la manifestazione esteriore dell'insieme delle nostre brame interiori. Per spiegare questa volontà di vivere Schopenhauer ricorre a una serie di immagini, scrivendo che il rapporto tra la volontà e l'intelletto, tra la volontà e il corpo, tra la volontà e il fenomeno in generale, è lo stesso che intercorre tra il padrone e il servo, il sole e la luna, il cuore e il cervello. —volontà nel mondo— Fondandosi sul principio di analogia, Schopenhauer afferma che la volontà di vivere è l'essenza segreta di tutte le cose, ossia la cosa in sé dell'universo che viene svelata. Infatti, tutti gli esseri viventi sono pervasi dalla volontà di vivere , ma in forme diverse
un appagamento autentico e definitivo. Ciò che gli uomini chiamano " godimento " (fisico) e " gioia " (psichica) non sono nient'altro che una cessazione di dolore : perché ci sia piacere bisogna per forza che vi sia uno stato precedente di tensione o di dolore. La stessa cosa non vale per il dolore : un individuo può sperimentare una catena di dolore, senza che questi siano preceduti da altrettanti piaceri. Pertanto, mentre il dolore , identificandosi con il desiderio, è un dato primario e permanente ; il piacere è solo una funzione derivata dal dolore, che vive unicamente a spese di esso. Accanto al dolore e al piacere, che è qualcosa di momentaneo, Schopenhauer pone, come terza situazione di base dell'esistenza, la noia, la quale subentra quando viene meno il desiderio, oppure quando cessano delle attività o delle preoccupazioni. La vita umana, per Schopenhauer, è come un pendolo che oscilla incessantemente tra il dolore e la noia, passando attraverso piacere e gioia.
La volontà di vivere si manifesta in tutte le cose sotto forma di una vera e propria Sehnsucht (desiderio inappagabile) cosmica, il dolore non riguarda soltanto l'uomo, ma investe ogni creatura. Il filosofo previene a una delle più radicali forme di pessimismo cosmico o metafisico di tutta la storia del pensiero, secondo il quale il male non è solo nel mondo, ma nel principio stesso da cui esso dipende. Ma l'uomo soffre più intensamente in quanto è più consapevole , e quindi sarà destinato a sentire di più la tensione e a patire di più l'insoddisfazione e il dolore dei suoi desideri. Infatti, Schopenhauer afferma che "più intelligenza avrai, più soffrirai". Schopenhauer perviene cosi a una delle più radicali forme di pessimismo cosmico o metafisico di tutta la storia del pensiero, e afferma che il male non è insito soltanto nel mondo, ma nel principio stesso (la volontà) da cui il mondo dipende. Espressione di tale dolore universale non è soltanto l'anelito (desiderio ardente, una tensione profonda o un'aspirazione veemente verso qualcosa) sempre frustrato della volontà di vivere, ma anche la lotta crudele di tutti gli esseri. Secondo Schopenhauer, dietro le celebrate "meraviglie" del creato si cela infatti un'«arena di esseri tormentati e angosciati, i quali esistono solo a patto di divorarsi l'un l'altro, dove perciò ogni animale carnivoro è il sepolcro vivente di mille altri e la propria autoconservazione è una catena di morti strazianti». Uno degli esempi più paradossali ed espressivi di tale auto-lacerazione dell'unica volontà in una molteplicità conflittuale di parti e di individui reciprocamente ostili , che si contendono l'un l'altro lo spazio e il tempo, è costituito dalla formica fisante d'Australia "la quale se viene divisa in due parti, ci offre lo spettacolo di un combattimento fra il capo e la coda. La lotta può durare a lungo, finché entrambe le parti muoiono o sono trascinate via da altre formiche" In questa Vicenza irrazionale della vita cosmica, l'individuo risulta possedere il valore di un mero strumento al servizio della specie: al di là del "breve sogno" dell'esistenza individuale, l'unico fine della natura sembra dunque essere quello di perpetuare la vita, e, con la vita, il dolore.
L’individuo risulta uno strumento al servizio della specie. L 'unico fine della natura sembra infatti essere quello di perpetuare la vita, e con la vita il dolore. E il fatto che alla natura interessi soltanto la sopravvivenza delle diverse specie viventi trova una sua manifestazione emblematica nell' amore , fenomeno che Schopenhauer ritiene basilare per l’esistenza individuale. È uno dei più forti stimoli dell’esistenza. Se l'impulso amoroso è cosi forte, è perché dietro le sue lusinghe e il suo incanto si cela il freddo «Genio della specie» , l'intelligenza della natura che mira a perpetuare la vita. In altre parole, il fine dell'amore , o lo scopo per cui esso è cosi invincibile fra tutti gli esseri viventi, per Schopenhauer è esclusivamente l'accoppiamento. Dietro un volto che
affascina con la sua bellezza, dietro un animo che rapisce e innamora, è sempre nascosto il desiderio sessuale; per Schopenhauer non c'è amore senza sessualità. L'innamoramento si concretizzerà dunque nel ciclo accoppiamento-procreazione e l'individuo, proprio nel momento in cui crederà di realizzare maggiormente il proprio godimento e la propria personalità, non sarà che lo « zimbello » della natura, un mezzo di cui essa si serve per i propri fini. Questa visione pessimistica porta Schopenhauer a considerare l'amore come responsabile del maggiore dei delitti, ovvero della procreazione di altre creature destinate a soffrire. Il filosofo afferma che l'amore è nient'altro che «due infelicità che si incontrano, due infelicità che si scambiano e una terza infelicità che si prepara» : per questo l'unica forma di amore di cui si può tessere l'elogio non è l'éros, ma la pietà o compassione, cioè l'atteggiamento disinteressato con cui si guarda alle sofferenze degli altri. Secondo Schopenhauer, l'essenza biologica e sessuale dell'amore è dimostrata in modo emblematico dal caso-limite della mantide religiosa (un insetto la cui femmina divora il maschio dopo l'unione sessuale) e dal fatto che la donna, dopo aver adempiuto alla procreazione e all'allevamento dei figli, perde ben presto bellezza e desiderabilità. Quello stesso atteggiamento negativo e disincantato con cui guarda all'amore, Schopenhauer lo riserva dunque anche alle donne, che concepisce come meri strumenti di attrazione sessuale e di procreazione.
Per smascherare le menzogne con cui gli uomini tentano di celare la realtà crudele del mondo, utilizza la "tecnica dello smascheramento", infatti egli è considerato uno dei "maestri del sospetto", come Marx, Nietzsche e Freud.
Uno degli oggetti delle sue critiche fu l'ottimismo cosmico, un concetto filosofico che era diffuso nel periodo in cui visse Schopenhauer, e consisteva nell'interpretare il mondo come un organismo perfetto, governato da Dio o da una Ragione immanente. Questa visione, pur essendo "consolatrice", risulta falsa poiché la vita è un'insieme di forze irrazionali e il mondo è il teatro dell'illogicità e della sopraffazione. Dunque, criticando questa visione provvidenziale, anticipa l'ateismo filosofico che verrà poi approfondito da Nietzsche.
Un'altra critica che fa Schopenhauer è quella nei confronti della bontà e socievolezza dell'uomo. Secondo il filosofo, infatti, gli uomini non vivono insieme non per simpatia o innata socievolezza, ma soprattutto per bisogno. E se esiste uno Stato con delle leggi è soltanto per garantire all'uomo la possibilità di proteggersi dall'aggressività degli altri individui,
Critica anche ogni forma di storicismo: ossia tutte quelle visioni che vedono la storia come una scienza da cui l'uomo può trarre insegnamento. Secondo Schopenhauer, in realtà, la storia è soltanto un susseguirsi di uno stesso dramma che accomuna tutti gli uomini, motivo per cui il vero ruolo della storia è quello di offrire all'uomo la coscienza di sé e del proprio destino.
Schopenhauer afferma che l'esistenza, poiché costituita sostanzialmente da dolore, è una cosa che si impara poco per volta a non volerla. Nonostante ciò, S. rifiuta e condanna il suicidio , per 2 motivi:
Mentre nei mistici del cristianesimo l'ascesi si conclude che l'estasi, nel misticismo ateo di Schopenhauer il cammino verso la salvezza mette capo al nirvana buddhista, ovvero all'esperienza del nulla : non è niente, bensì una negazione del mondo stesso. In altre parole con tutte le sue illusioni, le sue sofferenze i suoi rumori, è un nulla, il nirvana è un tutto, cioè un oceano di pace, uno spazio luminoso di serenità, in cui le stesse nozioni di "io" e di "soggetto" si dissolvono. Secondo un punto di vista molto diffuso tra i critici, la "teoria orientalistica" dell'ascesi costituisce la parte più debole contraddittoria del sistema schpenhaueriano. Infatti, la conclusione della filosofia con l'ascesi non soddisfa molto, sembra una fuga dalla vita e non un combattimento contro la volontà, è qualcosa di individualistico. La sua filosofia rimane importante perché è una considerazione lucida del pessimismo e della realtà intesa come dolore.
Soren Aabye Kierkegaard nacque in Danimarca, Copenhagen, il 5 maggio 1813. Si scrisse alla facoltà di teologia di Copenhagen e nel 1840 si laureò con una dissertazione sul concetto dell'ironia con particolare riguardo a Socrate, che pubblicò l'anno seguente. Nel 1841-1842 fu a Berlino ascolto alle lezioni di Shelling fondata sulla distinzione radicale tra realtà e ragione. Mori l'11 novembre 1855. Gli incidenti esteriori della vita di Kierkegaard sono poco numerosi e apparentemente insignificanti: il fidanzamento , che egli stesso mando a monte, con regina Olsen; l'attacco di un giornale satirico, "il corsaro"; la polemica contro l'ambiente teologico di Copenhagen. Tali episodi ebbero nell'interiorità di Kierkegaard e nelle sue opere una risonanza profonda e apparentemente sproporzionata rispetto alla loro reale entità. Nel Diario il filosofo parla di un "grande terremoto" prodotto sia un certo punto della sua esistenza, che la costretto a mutare il proprio atteggiamento di fronte al mondo. Sempre nel Diario, Kierkegaard parla di una "scheggia nelle carni", e anche in questo caso il carattere grave e ossessionati di riferimento sta soprattutto nella mancanza di dati precisi. Probabilmente è proprio questa scheggia a impedire al filosofo di condurre in porto il fidanzamento con regina Olsen. Anche qui nessun motivo preciso, bensì solo il senso di una minaccia oscura e inafferrabile, ma paralizzante, che impedisce a Kierkegaard anche di intraprendere la carriera di pastore e che lo induce a porsi in un rapporto poetico.
Nella dissertazione " Sul concetto dell'ironia con particolare riguardo a Socrate" , ( 1840 ) troviamo quello che sono i temi centrali della sua riflessione successiva. Il riferimento a Socrate, ovvero colui che aveva incarnato l'ideale di una ricerca mai esaurita della vita, nasconde un'allusione polemica ad Hegel. Nell'ironia socratica Kierkegaard riconosce la capacità di denunciare la limitatezza della conoscenza umana. Da un lato, egli tende a valorizzare l'ironia, che consiste nel non prendere sul serio il finito, assumendo nei confronti di esso un atteggiamento di superiorità spirituale (proprio come quando Socrate svelava l'inadeguatezza delle presunzioni conoscitive degli uomini). Dall’altro lato l’ironia viene criticata da Kierkegaard in quanto essa rischia di risolversi in un’indebita infinitizzazione dell’interiorità.
La fondamentale caratteristica dell'opera e della personalità di Kierkegaard e il tentativo di ricondurre la comprensione dell'intera esistenza umana alla categoria della possibilità. Già Kant aveva riconosciuto, a fondamento di ogni scelta umana, una possibilità, reale o trascendentale
Ma di tale possibilità Kant aveva messo in luce l'aspetto positivo, di effettiva capacita dell'uomo, che seppure limitata, proprio nel limite trova la spinta per realizzarsi. Kierkegaard, invece, scopre e mette in luce il carattere paralizzante di ogni possibile che entri a costituire l'esistenza umana. Kierkegaard scopre e mette in luce, il carattere negativo di ogni possibile che entri a costruire l'esistenza umana. Qualunque possibilità, oltre che "possibilità-che-sì" è sempre anche "possibilità-che-no” , ossia che ciò che è possibile non sia: implica la minaccia del nulla. Kierkegaard vive sotto il segno di questa minaccia. Si è visto come tutti i tratti salienti della sua vita si siano rivestiti di un'oscurità problematica: i rapporti con la famiglia, il fidanzamento, la sua attività di scrittore gli appaiono carichi di alternative terribili, che finiscono per paralizzarlo. Kierkegaard incarna dunque la figura così potentemente descritta nelle pagine finali del "Concetto dell'angoscia” : quella del discepolo dell'angoscia, che sente gravare su di sé le possibilità annientatrici e terribili che ogni alternativa esistenziale prospetta. Il "pungolo nella carne" è l'indecisione permanente, l'equilibrio instabile tra le opposte alternative che si aprono di fronte a qualsiasi possibilità. L'impossibilità di ridurre la propria vita a un compito preciso, di scegliere in maniera definitiva tra le diverse alternative, di riconoscere e attuarsi in una possibilità unica. Una seconda caratteristica del pensiero di Kierkegaard è lo sforzo costante di chiarire le possibilità fondamentali che si offrono all'uomo. La sua attività è dunque quella di un contemplativo: non è un caso che egli si sia creduto e detto poeta, e che abbia moltiplicato la propria personalità con l'uso di vari pseudonimi. Il terzo elemento portante del pensiero di Kierkegaard è il tema della fede e del cristianesimo, unica religione in cui il filosofo intravede un'ancora di salvezza.
Dal pensiero di Kierkegaard si comprende l'anti-hegelismo. Di fronte alla Ragione hegeliana, che dissolve in sé gli individui concreti, il filosofo danese presenta invece l'istanza del singolo, cioè esistente come tale. Il singolo è superiore al genere. Kierkegaard vuole combattere contro la filosofia hegeliana e contro ogni filosofia che si alluda di avvalersi di una riflessione "oggettiva". Alla riflessione oggettiva di Hegel, Kierkegaard contrappone una riflessione soggettiva , connessa con l'esistenza: una riflessione in cui il singolo umano è direttamente coinvolto, e che proprio per questo non è oggettiva e disinteressata, ma appassionata e paradossale. Proprio in ciò consiste uno degli aspetti essenziali del compito dei filosofi: l'inserimento della persona singola, considerata nella sua concretezza e con tutte le sue esigenze nella ricerca filosofica. La filosofia hegeliana appare dunque a Kierkegaard antitetica e illusoria rispetto al proprio punto di vista dell'esistenza, visione anti-hegelismo. Di fronte alla Ragione hegeliana, il filosofo danese presenta l'istanza del singolo, cioè dell'esistente come tale. È in tale prospettiva che Kierkegaard contesta a Hegel il fatto di avere trasformato il genere dell'uomo in un genere animale, giacché negli animali il genere è superiore al singolo, mentre il genere umano presenta in realtà la caratteristica opposta, per cui il singolo è superiore al genere. Oltre essere l'insegnamento fondamentale del cristianesimo, questo è il punto su cui bisogna combattere la battaglia contro la filosofia hegeliana. "La verità è una verità solo quando è una verità per me": essa non è dunque l'oggetto del pensiero, ma il processo con cui l'uomo se ne appropria; la verità è l'appropriazione della verità. Alla riflessione oggettiva propria della filosofia di Hegel, Kierkegaard contrappone una riflessione soggettiva, connessa con l'esistenza: una riflessione in cui il singolo uomo è direttamente coinvolto e che proprio per questo non è oggettiva e disinteressata, ma appassionata e paradossale. Kierkegaard avrebbe scelto di
Una volta fatta questa scelta l'individuo scopre di possedere una storia in cui riconoscere la propria identità con se stesso. E poiché questa storia include i rapporti del singolo con gli altri, penetra più profondamente nella radice che lo unisce all' umanità intera. In virtù della scelta, l'individuo non può rinunciare nemmeno gli aspetti più dolorosi e crudeli della propria storia, e nel riconoscere questi aspetti, egli si pente. Il pentimento, ossia il riconoscimento della propria colpevolezza, della colpevolezza perfino di ciò che si è ereditato, costituisce l'ultima parola della vita etica, la parola per cui lo stadio etico rivela la propria insufficienza e la necessità di trapassare nella vita religiosa. -La vita religiosa Tra lo stadio etico e lo stadio religioso c'è un enorme abisso, che il poeta chiarisce in Timore e tremore, dove rappresenta la vita religiosa con la figura di Abramo. Vissuto fino settant'anni nel rispetto della legge morale, Abramo riceve da Dio l'ordine di uccidere il figlio Isacco, infrangendo la legge per la quale è vissuto. Il significato di tutto ciò sta nel fatto che il sacrifico di Isacco non è suggerito da Abramo stesso, ma da un comando divino, che contrasta con la legge morale. L'affermazione del principio religioso sospende interamente l’azione del principio morale. Tra i due principi non c'è possibilità di conciliazione. Per il principio religioso l'uomo di fede sceglie di seguire i comandi divini anche a costo di infrangere le norme morali e giungere così a una rottura totale con tutti gli altri uomini. La fede è un rapporto privato tra l'uomo e Dio, un rapporto assoluto con l'Assoluto. Essa è il dominio della solitudine. Da tutto ciò deriva il carattere incerto e rischioso della vita religiosa. La fede è ,però, una certezza angosciosa, angoscia che rende certa di sé e di un rapporto nascosto con Dio. C'è nella fede una contraddizione insanabile. La fede è paradosso e scandalo , il cui segno è lo stesso Cristo, il quale si deve riconoscere come Dio, mentre soffre e muore come un misero uomo. Analogamente l'uomo è posto di fronte a un bivio: credere o non credere. Se da un lato è il singolo uomo a dover scegliere, dall'altro ogni iniziativa umana è esclusa, perché Dio è tutto e da Lui deriva anche la fede. La vita religiosa è quindi imprigionata nelle maglie di questa contraddizione inesplicabile, che costituisce l'essenza stessa dell'esistenza umana. Kierkegaard è dunque convinto che la religione Cristiana riveli la sostanza della vita dell'uomo. È bene ricordare che negli ultimi anni della sua vita egli si accorse del fatto che la propria concezione del cristianesimo era assai lontana da quella delle religioni ufficiali. La polemica contro il cristianesimo della chiesa danese dimostra come nel cristianesimo egli difendesse il significato dell'esistenza.
Nelle sue due opere fondamentali, il concetto dell'angoscia e la malattia mortale, il filosofo analizza la situazione di incertezza, instabilità e dubbio in cui l'uomo si trova a causa della natura problematica del modo d'essere che gli è proprio. L'angoscia è la condizione generata nell'uomo dal possibile che lo costituisce. Essa è connessa con il peccato. Adamo è innocente finché resta ignorante, cioè finché non conosce le proprie possibilità; ma tale ignoranza contiene già in se l'elemento che determinerà la caduta, e tale elemento non è né calma né riposo, perché non c'è niente da cui riposarsi o contro cui lottare. Non è che un niente; ma è proprio questo niente a generare l'angoscia. L'angoscia non si riferisce a nulla di preciso. Essa è il puro sentimento della possibilità. Adamo possiede il proprio potere nella forma della pura possibilità, e l'esperienza vissuta di questa possibilità è l'angoscia. L'angoscia non è né necessità, né libertà astratta, cioè libero arbitrio: essa è libertà finita, che si identifica con il sentimento della possibilità
La connessione dell'angoscia con il possibile si rivela nella connessione del possibile con l'avvenire. Il possibile , infatti, corrisponde all'avvenire. Il passato genera angoscia solo nel caso in cui si presenti come possibile futuro, cioè come possibilità di ripetizione: una colpa passata genera angoscia solo se non è veramente passata, ovvero solo se è possibile ricadervi, in caso contrario genererebbe pentimento, e non angoscia, la quale è legata a ciò che non è ma può essere, alla possibilità del nulla o alla possibilità nullificante. L'angoscia è la più gravosa e al tempo stesso la più necessaria tra le categorie umane. Umanità significa angoscia. Kierkegaard collega l'angoscia al principio dell'infinità , o onnipotenza, del possibile che spreme spesso cosi: "nel possibile, tutto è possibile", anche il negativo. Per questo ogni possibilità favorevole è spesso annientata dall'infinito numero delle possibilità sfavorevoli. É quindi l'infinità delle possibilità a rendere l'angoscia insuperabile e a farne la condizione fondamentale dell'uomo nel mondo.
Se l'angoscia è la condizione in cui il possibile pone l'uomo rispetto al mondo, la disperazione è la condizione in cui il possibile pone l'uomo rispetto alla sua interiorità. Se l'angoscia sorge dalla possibilità di fatti, di circostanze, la disperazione è inerente alla personalità stessa dell'uomo. Disperazione è angoscia sono quindi legate , poiché sono fondate entrambe sulla struttura problematica dell'esistenza umana. La disperazione è strettamente legata alla natura dell'io. Infatti, così come può volere, l'io può non volere essere se stesso. Essa è perciò quella che Kierkegaard chiama "malattia mortale" , non perché conduca alla morte dell'io, ma perché consiste nel vivere la morte dell'io : essa è il tentativo impossibile di negare la possibilità dell'io cercando di distruggerne la natura concreta. La disperazione nasce da una mancanza di necessità o da una mancanza di libertà: -nel primo caso, l'io fugge verso possibilita che si moltiplicano e non si solidificano mai, facendo dell'individuo "un miraggio". La disperazione è quella che oggi chiamiamo " evasione ", cioè il rifugio in possibilità illimitate che non si concretizzano mai: "Nella possibilità tutto è possibile. Perciò nella possibilità ci si può smarrire in tutti i modi possibili"
Però prima di tutto dobbiamo distinguere due fasi del positivismo, abbiamo una prima fase , focalizzata sul superamento della crisi socio-politica e culturale in seguito al periodo illuminista e rivoluzionario, mentre la seconda fase si presenta diciamo come risposta/ riflesso allo stesso, superamento della crisi con il progresso in atto. Anche se inizialmente il positivismo venne offuscato dall'influenza romantico-idealistica per poi diventare successivamente la filosofia più importante della cultura europea.Inoltre il decollo delle scienze, della tecnica e del sistema industriale porta un clima di fiducia entusiastica nell'uomo e nelle potenzialità della scienza, questo ottimismo si tradusse in un vero e proprio culto per il pensiero scientifico e tecnico. Infatti venne esaltata la figura dello scienziato(Charles Darwin), dell'industriale, l'ingegnere e il medico. Quindi tutto ciò ci porta a delineare il Romanticismo ed il Positivismo come due prospettive tra loro diverse, ma per certi aspetti analoghe, questo perché il positivismo si rivela alla fine come il "romanticismo della scienza" ossia l'esaltazione o l’ infinitizzazione del sapere positivo assunto come unica guida universale per l'uomo. Il Positivismo della seconda metà del secolo si presenta come la filosofia della moderna società industriale e tecnico-scientifica e non a caso si sviluppò in quei paesi già all'avanguardia nel progresso industriale e tecnico-scientifico, mentre ci mise più tempo ad arrivare nei paesi che si trovavano in maggiore ritardo sotto questo aspetto. Il Positivismo dalla seconda metà dell'Ottocento venne considerato come l'ideologia tipica della borghesia liberale dell'Occidente, condividendo l'ottimismo sulla società moderna. Per certi versi si può anche dire che il Positivismo è come una ripresa originale del programma illuministico poiché avevano molti punti in comune con e la fiducia nella ragione, l'esaltazione della scienza e la visione laica della vita. Ma a differenza degli illuministi i positivisti abbandonano l'atteggiamento rivoluzionario creando un nuovo rapporto con la scienza e sfruttando la filosofia non per fondare il sapere positivo ma per ordinare il quadro delle scienze. Tradizionalmente si distinguono due correnti principali del Positivismo:
Nato a Montpellier nel 1798 , amico e collaboratore di Saint-Simon fino a quando dopo qualche anno ruppe l’ amicizia per elaborare autonomamente il suo pensiero. Nel 1830 pubblicò " Corso di filosofia positiva" e perse la sua cattedra a Parigi dall'ostilità per le sue idee. Da allora rinunciò ad ogni tipo di rendita dalle sue opere vivendo con sussidi e aiuti da amici e discepoli. Nella sua seconda fase il suo orientamento religioso si intensificò ne "il sistema di politica o trattato di sociologia che istituisce la religione dell'umanità", cercando di trasformare la filosofia in religione mentre nella prima fase si mise come obiettivo quello di trasformare la scienza in filosofia. Però il bisogno fondamentale di Comte fu quello di costruire una filosofia della storia che poi nella seconda fase della sua vita si trasformò in religione dell'umanità,
Secondo Comte il punto di partenza della filosofia era la legge dei tre stadi perché ogni branca della conoscenza umana passava attraverso 3 stadi: lo stadio teologico o fittizio, stadio metafisico o astratto, lo stadio positivo o scientifico. Il terzo è lo stadio definitivo.
Da ciò emerge che secondo Comte tutte le scienze sono subordinate alla sociologia come fine ultimo, e deve costituirsi nella forma delle altre discipline positive e concepire i fenomeni sociali come soggetti a leggi naturali che ne rendono possibile la revisione. La sociologia è divisa in statica sociale e dinamica sociale , corrispondenti all'ordine e progresso , la statica sociale mette in luce la relazione necessaria che lega le varie parti del sistema sociale, mentre la dinamica sociale è invece quella del progresso cioè dello sviluppo continuo e graduale dell'umanità.