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La visione del mondo di schopenhauer, secondo cui il nostro intelletto ordina e sistema le intuizioni secondo le categorie dello spazio, del tempo e della causalità, e il mondo come rappresentazione è solo fenomeno, illusione e apparenza. Il filosofo tedesco scopre che l'essenza di noi uomini è in realtà volontà, e dietro ogni illusoria visione di una realtà razionale si cela un irriducibile appetito. La vita umana è un pendolo che oscilla tra dolore e noia, e ogni forma di ottimismo è una illusione. Schopenhauer suggerisce che l'unico modo per uscire da un mondo in cui tutto lacrima dolore è provare a sconfiggere la pulsione desiderante, annullando la volontà di vivere. Anche del ruolo dell'amore, della morte e delle diverse forme di ottimismo.
Tipologia: Appunti
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Per Schopenhauer, il mondo come lo vediamo noi uomini altro non è che una rappresentazione. Il nostro intelletto kantianamente ordina e sistema i dati delle intuizioni secondo le categorie dello spazio, del tempo e della causalità, e coglie i nessi tra gli oggetti. Ma l’intelletto non ci porta oltre il mondo sensibile. Il mondo come rappresentazione è, dunque, solo fenomeno: illusione, apparenza che copre il volto delle cose. E se vogliamo cogliere la nostra essenza di uomini, e ci immergiamo nel profondo di noi stessi, spogliandoci di tutti gli orpelli e le forzature razionali, scopriamo di essere «essenzialmente» volontà: l’essenza del nostro essere è Volontà di Vivere ( Voluntas ). Una volontà che non aspira ad altro che all’autoconservazione e al godimento, a qualunque costo. I fenomeni sono molteplici, la Volontà di Vivere invece è unica. Ed è assoluta, cieca, eterna, egoista e senza scopo. Guardando oltre l’apparenza, ovvero squarciando il velo di Maya – divinità induista che simboleggia l’inganno e l’illusione di ciò che appare – scopriamo dunque con Schopenhauer una triste e amara verità: dietro ogni illusoria visione di una realtà razionale, buona e ordinata, si cela un irriducibile appetito, che fa dell’uomo un animale desiderante, e del mondo un luogo di scontro tra tante fameliche, piccole «volontà di vivere». Ma poiché, per un desiderio che si realizza, innumerevoli altri restano irrealizzati e irrealizzabili, la natura umana è destinata allo scacco matto dell’infelicità. La vita dell’uomo, per Schopenhauer, è un pendolo che costantemente oscilla, senza possibilità di scampo, tra il dolore e la noia, passando fugacemente per attimi di gioia. L’uomo è di fatto imprigionato tra un dolore angosciante per i continui desideri irrealizzati, e una noia nauseante, generata da quei pochi che si sono concretizzati, ma che subito hanno lasciato spazio a nuovi e ancor più irraggiungibili appetiti. L’essenza degli esseri viventi è desiderare, al fine di realizzare l’intima essenza della Volontà di Vivere assoluta, di cui il mondo e l’uomo sono una rappresentazione. Il grande regista- sceneggiatore dell’essere del cosmo è una Volontà egoista, che «vuole per volere» e «desidera per desiderare» e gli uomini sono i tristi attori di questo immodificabile copione. Si prenda ad esempio l’amore, il sentimento più esaltato da poeti come Dante o filosofi come Platone. Secondo Schopenhauer, esso non è altro che inganno elevato alla massima potenza. L’amore è uno strumento nelle mani della Volontà di Vivere, che lo usa per perpetuare la propria essenza desiderante, portando avanti la riproduzione della specie. Dietro le dolci parole d’amore si cela il desiderio della sessualità, del godimento e della procreazione. Il filosofo arriva ad azzardare che, se Beatrice avesse accettato le lusinghe di Dante e si fosse concessa ai piaceri della carne, il sommo poeta non sarebbe stato così sommo e non avrebbe scritto tutte quelle auliche odi e quei soavi versi in suo onore, poiché ampiamente soddisfatto dai piaceri erotici consumati. Tale radicale pessimismo ci conduce a una domanda ineludibile: se tutto è dolore e sofferenza, perché continuare a vivere? Perché lo stesso Schopenhauer non si è tolto la vita e ha atteso di morire di morte naturale? Il teorico del pessimismo occidentale affronta espressamente questo tema. Il suicidio, per lui, lungi dall’essere una via di liberazione dal dolore, va rifiutato nel modo più assoluto, in quanto al contempo inutile e dannoso. Inutile, perché se un singolo individuo si uccide, questo elimina soltanto la sua piccola volontà di vivere, in un mondo che rimane dominato da innumerevoli altri egoismi ciechi e violenti. Dannoso, perché chi si suicida lo fa proprio in quanto non riesce a trovare senso, motivazioni e soddisfazioni nel vivere, e tale gesto finisce per essere la massima manifestazione di potenza di quella Volontà di Vivere, che ci sospinge a desiderare con ardore ciò che immancabilmente ci sfugge. Togliersi la vita è un gridare al cielo: «Vorrei vivere ma non ne sono capace».
Annullare tutto ciò che porta dolore sarà, dunque, la strada indicata da Schopenhauer per liberarsi dalle catene del desiderio. In tale prospettiva, ogni forma di ottimismo è un’illusione ingenua e sciocca: una lente deformante, utile e indispensabile solo per sopportare la durezza e il nonsenso della realtà. Tra le letture ottimistiche dell’essere il filosofo individua quella cosmica, quella antropologica e quello storica, e le analizza. L’ottimismo cosmico, ovvero la convinzione che il mondo sia governato da una giusta causa ordinatrice, è, secondo Schopenhauer, una delle più ataviche e consolatorie tra le menzogne che gli uomini si raccontano e a cui decidono di credere: il mondo per il filosofo tedesco, infatti, è irriducibilmente ateo e non vi è nessuna provvidenza manzoniana o ragione hegeliana a guidare il divenire degli avvenimenti, i quali sono determinati solo dalla caotica e cieca Volontà di Vivere. Il cosmo non ha un fine logico, divino o razionale, ed è, parafrasando Shakespeare, come se fosse il prodotto del grido distorto di un dio folle che crea per creare, senza alcuno scopo ultimo. L’ottimismo antropologico, invece, è per Schopenhauer la più consolatrice delle illusioni: esso si fonda sulla rassicurante convinzione, sostenuta nel tempo da pensatori antichi come Aristotele o moderni come Locke, che gli uomini siano socievoli e portati alla collaborazione per natura. Schopenhauer, al contrario, ripropone ed estremizza la visione antropologica pessimista e negativa di Thomas Hobbes, il teorico dell’assolutismo politico, secondo cui ogni uomo per natura è voracemente lupo degli altri uomini ( homo homini lupus est , recuperando Plauto). Il mondo è dunque un inferno di egoismi: secondo Schopenhauer, ciò spiega anche perché Dante sia riuscito a descrivere in modo così pregnante e affascinante l’Inferno e in modo aleatorio e meno coinvolgente il Paradiso. Per la prima Cantica, il poeta fiorentino non ha dovuto far altro che aprire la finestra sul mondo e osservare le quotidiane violenze e sopraffazioni, mentre per la terza Cantica ha dovuto allontanarsi dalla realtà e volare con le imprecise ali della ragione fantastica. L’emblema della condizione egoistica dell’uomo è la formica rossa gigante australiana, la quale, se tagliata in due, dà vita a una lacerante lotta tra la parte del capo e la parte della coda: e tale conflitto continua sino alla inevitabile la morte di entrambe le parti. Ecco l’amaro destino degli uomini: essere immersi in una guerra permanente, gli uni contro gli altri, per la sopravvivenza e per la prevaricazione. L’ottimismo storico, infine, è quello al contempo più perfido e subdolo: per il filosofo di Danzica, esso si fonda sull’idea che la storia sia in continuo progresso, che il divenire degli eventi nel mondo sia guidato dalla provvidenza divina (cristianesimo), dalla ragione universale (idealismo), dalle scienze (Illuminismo e positivismo), o dalla lotta per la giustizia (marxismo). Tale visione progressista colloca infatti la vita degli uomini in un divenire, caratterizzato dalla fiducia in un presente e in un futuro fatti di libertà e benessere crescenti. La storia, invece, per Schopenhauer, è il drammatico ripetersi della stessa immane tragedia. La storia è il reiterarsi di guerre, soprusi, violenze, cinismo, egoismo e prevaricazione dei pochi sui molti. Cambia la scenografia, cambiano gli attori, ma il copione da recitare, scritto rigorosamente dalla cieca ed egoistica Volontà di Vivere, è sempre e desolatamente lo stesso: sofferenza, dolore e morte. Ma se non esiste un’alternativa positiva, cosa possono fare gli uomini? L’uomo può liberarsi dalla prigionia della Volontà di Vivere, oppure è destinato all’ineludibile schiavitù del triangolo desiderio-dolore-noia? Secondo Schopenhauer, la strada da percorrere è quella di annullare Volontà di Vivere. L’uomo deve liberarsi dal terribile gioco della Voluntas andando in direzione opposta: diventando un convinto seguace della Noluntas , ovvero la rinuncia alla Volontà di Vivere e ai suoi inesauribili desideri. Per liberarsi dal dolore di un universo in cui tutto soffre, il pensatore tedesco volge lo