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La seconda guerra mondiale: l'espansione nazista e la reazione alleati, Sintesi del corso di Storia

La seconda guerra mondiale dal punto di vista della espansione nazista in europa e dell'asia, con il declaro di guerra della gran bretagna, francia, italia e stati uniti, la resistenza civile e la reazione alleati. Il testo illustra la politica espansionista di hitler, la conquista di territori e popolazioni, la persecuzione degli ebrei e la reazione delle potenze alleate.

Tipologia: Sintesi del corso

2018/2019

Caricato il 18/06/2019

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LA SECONDA GUERRA MONDIALE (1939-1942)
L’attacco nazista
Il 1° settembre 1939 l’esercito nazista invase la Polonia. Il 3 settembre Gran Bretagna e
Francia dichiararono guerra alla Germania. La prima fase del conflitto fu caratterizzata da un
rapido susseguirsi di vittorie tedesche. 18 settembre la Polonia era già stata sconfitta, solo
Varsavia ha resistito fino al 27.
L’Unione Sovietica con il Patto Ribbentrop-Molotov aveva invaso il territorio polacco da est
(17 settembre).
Fine del novembre 1939 l’esercito sovietico mosse guerra alla Finlandia, che, pur riuscendo
a contrastare l’attacco per alcuni mesi, nel marzo 1940 fu costretta a cedere la regione della
Carelia. Poco dopo sarebbero passate sotto il controllo dell’URSS anche Estonia, Lettonia e
Lituania.
Dopo la conquista della Polonia, l’attacco tedesco riprese nell’aprile del 1940, scatenandosi
contro Danimarca e Norvegia che si arresero in 20 giorni. Le armate tedesche puntarono
sulla Francia. L’offensiva incominciò il 10 maggio 1940; ottanta divisioni investirono il
Belgio, l’Olanda e il Lussemburgo, paesi cui la neutralità fu ancora una volta violata,
aggirando così le poderose difese della Linea Maginot.
Il 24 maggio i nazisti giungevano a Dunkerque, sul canale della Manica.
Contemporaneamente le loro truppe corazzate travolsero lo schieramento nemico sulle
colline delle Ardenne. Tra il 24 maggio e il 3 giugno ben 340.000 uomini riuscirono ad
imbarcarsi sulle spiagge di Dunkerque e a riparare salvi in Inghilterra.
14 giugno fu occupata Parigi e il 22 la Francia si arrese.
L’armistizio prevedeva il passaggio sotto il controllo tedesco di tre quinti del territorio
francese. Francia centro -meridionale capitale Vichy, rimaneva in vita un governo
formalmente indipendente, guidato dal vecchio maresciallo Pétain, disposto a collaborare
con i tedeschi.
Il 18 giugno, il generale Charles De Gaulle aveva lanciato da Radio Londra un appello alla
resistenza in nome dei “francesi liberi”, rifiutandosi di riconoscere la sovranità di Pétain.
Resistenza contro il nazifascismo e collaborazionismo (collaborazione che viene prestata ad
una potenza occupante, per calcolo di convenienza o per adesione ideologica) nacquero
insieme, secondo un modello che si ripeterà in tutti i paesi europei occupati: da un lato chi si
schierava contro Hitler, con lo scopo di resistere, dall’altro chi decideva di collaborare con i
denominatori tedeschi.
Tra i nemici della Germania solo la Gran Bretagna continuava a combattere. Hitler l’attaccò
con l’aviazione: il 10 luglio 1940 iniziarono i bombardamenti a tappetto (su un’area senza
fare differenza tra bersagli di interesse militare e bersagli civili) sulle città inglesi, culminati
in novembre con la distruzione completa di Coventry, una cittadina. Su Coventry si
abbatterono quattro furiosi bombardamenti, che la distrussero al 90%: l’efficacia
dell’operazione fu tale che i nazisti utilizzarono da allora l’espressione “coventrizzare” per
intendere la distruzione totale di un obiettivo civile nemico. Spronata dal premier Winston
Churchill, la Gran Bretagna riuscì a resistere.
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LA SECONDA GUERRA MONDIALE (1939-1942)

L’attacco nazista

Il 1° settembre 1939 l’esercito nazista invase la Polonia. Il 3 settembre Gran Bretagna e Francia dichiararono guerra alla Germania. La prima fase del conflitto fu caratterizzata da un rapido susseguirsi di vittorie tedesche. 18 settembre la Polonia era già stata sconfitta, solo Varsavia ha resistito fino al 27.

L’Unione Sovietica con il Patto Ribbentrop-Molotov aveva invaso il territorio polacco da est (17 settembre).

Fine del novembre 1939 l’esercito sovietico mosse guerra alla Finlandia, che, pur riuscendo a contrastare l’attacco per alcuni mesi, nel marzo 1940 fu costretta a cedere la regione della Carelia. Poco dopo sarebbero passate sotto il controllo dell’URSS anche Estonia, Lettonia e Lituania. Dopo la conquista della Polonia, l’attacco tedesco riprese nell’aprile del 1940, scatenandosi contro Danimarca e Norvegia che si arresero in 20 giorni. Le armate tedesche puntarono sulla Francia. L’offensiva incominciò il 10 maggio 1940; ottanta divisioni investirono il Belgio, l’Olanda e il Lussemburgo, paesi cui la neutralità fu ancora una volta violata, aggirando così le poderose difese della Linea Maginot.

Il 24 maggio i nazisti giungevano a Dunkerque, sul canale della Manica. Contemporaneamente le loro truppe corazzate travolsero lo schieramento nemico sulle colline delle Ardenne. Tra il 24 maggio e il 3 giugno ben 340.000 uomini riuscirono ad imbarcarsi sulle spiagge di Dunkerque e a riparare salvi in Inghilterra. 14 giugno fu occupata Parigi e il 22 la Francia si arrese. L’armistizio prevedeva il passaggio sotto il controllo tedesco di tre quinti del territorio francese. Francia centro -meridionale capitale Vichy, rimaneva in vita un governo formalmente indipendente, guidato dal vecchio maresciallo Pétain, disposto a collaborare con i tedeschi. Il 18 giugno, il generale Charles De Gaulle aveva lanciato da Radio Londra un appello alla resistenza in nome dei “francesi liberi”, rifiutandosi di riconoscere la sovranità di Pétain. Resistenza contro il nazifascismo e collaborazionismo (collaborazione che viene prestata ad una potenza occupante, per calcolo di convenienza o per adesione ideologica) nacquero insieme, secondo un modello che si ripeterà in tutti i paesi europei occupati: da un lato chi si schierava contro Hitler, con lo scopo di resistere, dall’altro chi decideva di collaborare con i denominatori tedeschi.

Tra i nemici della Germania solo la Gran Bretagna continuava a combattere. Hitler l’attaccò con l’aviazione: il 10 luglio 1940 iniziarono i bombardamenti a tappetto (su un’area senza fare differenza tra bersagli di interesse militare e bersagli civili) sulle città inglesi, culminati in novembre con la distruzione completa di Coventry, una cittadina. Su Coventry si abbatterono quattro furiosi bombardamenti, che la distrussero al 90%: l’efficacia dell’operazione fu tale che i nazisti utilizzarono da allora l’espressione “coventrizzare” per intendere la distruzione totale di un obiettivo civile nemico. Spronata dal premier Winston Churchill, la Gran Bretagna riuscì a resistere.

L’uso del radar potenziò al massimo l’efficacia del servizio di avvistamento e agevolò molto il compito dei difensori. I tedeschi persero 1733 aerei prima che Hitler, nel novembre 1940, desse ordine di sospendere le operazioni.

La vittoriosa resistenza degli inglesi fu la prima battuta d’arresto della guerra lampo tedesca. La guerra lampo fondava il suo successo sull’impiego coordinato di forze aeree e forze corazzate: mentre l’aviazione, con i bombardamenti, entrava in azione contro truppe e popolazione civile, carri armati e truppe motorizzate avevano il compito di spezzare le linee avversarie e di spingersi velocemente nelle retrovie. L’avanzata non veniva ritardata dal lento procedere della fanteria. In un conflitto in cui sarebbe stato decisivo il controllo delle materie prime necessarie ad alimentare gli eserciti, la Germania (che di queste risorse ne era in gran parte sprovvista) era impossibilitata a condurre una guerra di lunga durata. Soltanto concentrando l’uso dei suoi strumenti bellici in un brevissimo periodo di tempo e contro un avversario alla volta, i tedeschi avrebbero potuto ribaltare una situazione in partenza sfavorevole. L’intera Europa continentale pareva in mano a Hitler o sua alleata: la Gran Bretagna sembrava completamente isolata.

L’Italia in guerra Il 10 giugno 1940 anche l’Italia dichiarò guerra alla Francia e alla Gran Bretagna. La situazione militare del paese era precaria. Non c’era stato il tempo per sostituire le armi rese logore dall’uso (Etiopia e Spagna); mancavano i carri armati e anche gli aerei, già pochi di numero, erano antiquati. La non belligeranza era una condizione insostenibile per il fascismo, che aveva ossessivamente legato alla forza guerriera la sua immagine propagandistica. Le travolgenti offensive naziste indussero Mussolini a sperare in un conflitto rapido, al punto da far risultare ininfluenti le gravi carenze di uomini e mezzi dei nostri apparati militari. L’economia italiana dipendeva strettamente da quella tedesca e tale supremazia rischiava di diventare schiacciante se Hitler avesse vinto da solo la guerra. Da un lato occorreva contenere il divario politico ed economico tra i due paesi e dall’altro garantirsi una propria area di espansione in paesi come quelli del bacino del Mediterraneo e dei Balcani. Prime mosse italiane: la partecipazione limitata allo scontro diretto con la Francia e la Gran Bretagna, per avere 《un pugno di morti da usare al tavolo delle trattative》(Mussolini) e una guerra parallela per inseguire i propri specifici obiettivi strategici. Tra il 21 e il 24 giugno 1940 le truppe italiane attaccarono sulle Alpi occidentali un esercito francese già sconfitto dai nazisti. La penetrazione italiana fu modestissima e raggiunse appena Mentone. Dopo l’armistizio italo-francese, toccò alla Gran Bretagna, attaccata nel suo protettorato egiziano. La successiva controffensiva inglese (6 febbraio 1941) fece ripiegare gli italiani, che abbandonarono l’intera Cirenaica (regione nord-orientale della Libia). Nei due anni successivi la Cirenaica fu più volte presa e riconquistata dai due eserciti nemici. Questo fronte fu teatro di una impressionante guerra di movimenti. Inoltre, la mancanza di industrie locali e di risorse a cui attingere faceva sì che l’efficienza bellica dipendesse esclusivamente dai rifornimenti via mare.

Il naufragio della guerra parallela di Mussolini si delineò in tutta la sua realtà in seguito all’attacco alla Grecia del 28 ottobre 1940. Le truppe italiane non riuscirono a forzare le difese nemiche. Fu la prova che la forza militare del fascismo non era autosufficiente e che le

tedesco e quindi suscettibili di nazificazione. Alcuni di questi stati riuscirono a conservare una parvenza di indipendenza: Olanda e Norvegia (governi collaborazionisti); Danimarca; Boemia-Moravia (protettorato consolato da proconsoli tedeschi). In Polonia, Ucraina e Iugoslavia l’occupazione ebbe i caratteri assunti nella maggior parte dei territori sovietici: una conquista violenta di territori e risorse e un progetto complessivo di riorganizzazione demografica e sociale. Da tutti i paesi conquistati furono prelevati 125 miliardi di marchi, insieme alle materie prime, ai rifornimenti alimentari e alla manodopera costretta al lavoro forzato nelle fabbriche tedesche. Da questo insieme di motivazioni razziali, politiche ed economiche, scaturiva l’obiettivo finale di Hitler: la costruzione di un sistema con al vertice la grande Germania; un gradino più sotto i paesi amici (Italia, Ungheria, Romania, Bulgaria); poi quelli satelliti (Francia di Vichy, Slovacchia); o neutrali (Svizzera, Svezia). Quanto alle razze inferiori, per gli slavi si prospettava l’utilizzo come schiavi nelle campagne e per gli ebrei non era prevista altra soluzione se non lo sterminio.

Una gestione del potere così strettamente legata allo sfruttamento e al terrore era inevitabilmente destinata a scontrarsi con la risposta delle popolazioni che subivano questo tipo di dominazioni. Accanto agli eserciti regolari, le popolazioni civili diedero vita a movimenti partigiani antitedeschi, un fenomeno tipico della Seconda Guerra Mondiale. La lotta armata dei civili contribuì a rendere esplicito il carattere di guerra per la libertà e la democrazia assunto dalla scelta di schierarsi contro i progetti totalitari del fascismo o del nazismo. Guerra civile, guerra patriottica di liberazione, guerra di classe: in tutti i movimenti di Resistenza, ma soprattutto in Italia, queste tre componenti si sovrapposero, si intrecciarono in un nodo inestricabile. Si combatteva al fronte e a casa: il nemico non era solo straniero, ma anche il vicino o un parente, dal quale si era separati da un abisso ideologico. La guerra nel Pacifico Nel dicembre del 1941 entrarono in guerra anche gli Stati Uniti e il Giappone, le ultime due grandi potenze che mancavano all’appello. Fino ad allora gli Stati Uniti avevano assistito con un certo distacco alle vicende che avevano portato alla guerra. L’invasione della Polonia non aveva suscitato apprezzabili reazioni e il presidente Roosevelt aveva allacciato relazioni diplomatiche con regimi collaborazionisti (Vichy). Nel marzo 1941 entrò in vigore la legge Affitti e prestiti, che concedeva la possibilità a tutti gli Stati della coalizione contrapposta al nazismo di ottenere aiuti senza doverli pagare immediatamente: era un impegno a sostenere gli sforzi della Gran Bretagna e della Francia di De Gaulle, al quale si aggiunse la disponibilità di fornire soccorsi anche all’URSS, che nel luglio 1941 si alleò con l’Inghilterra in funzione antitedesca. Il 14 agosto Roosevelt e Churchill firmarono la Carta atlantica, un documento in otto punti che conteneva molte enunciazioni di principio (diritto all’autodecisione dei popoli, equa ripartizione delle fonti di ricchezza, la libertà di navigazione nei mari…) e due accordi importanti dal punto di vista operativo: l’uno per un’azione “parallela e ultimativa” verso il Giappone (iniziative espansionistiche sempre più aggressive), l’altro per l’occupazione militare delle isole Azzorre (avamposto strategicamente importante per le comunicazioni marittime), per prevenire un’eventuale iniziativa analoga di Hitler.

Per gli Stati Uniti si trattava di un impegno prevalentemente economico, concretizzatosi in aiuti finanziari e rifornimenti di armi e materie prime. A farlo diventare un sostegno diretto fu l’attacco giapponese del 7 dicembre 1941.

Per i giapponesi, la guerra fu l’occasione per sviluppare le tendenze espansionistiche già emerse con l’invasione della Manciuria del 1931 e l’aggressione alla Cina del 1937 e per rinsaldare i rapporti con la Germania nazista e l’Italia fascista. Il 27 settembre 1940 fu stipulato il Patto tripartito, che riconosceva a ciascuno dei contraenti le rispettive ambizioni egemoniche nei confronti dell’Europa e dell’Asia. Le sconfitte subite dalle grandi potenze colonialiste (Francia, Inghilterra, Olanda) avevano aperto un vuoto di potere nell’Asia sud-orientale di cui il Giappone pensò subito di approfittarne con l’intenzione di appropriarsi di paesi ricchi di petrolio e di altre preziose materie prime. L’invasione dell’Indocina del 1941 fu il primo minaccioso segnale dei progetti nipponici. Era però inevitabile uno scontro con gli Stati Uniti, per i quali il controllo del Pacifico aveva un interesse strategico fondamentale. Tra il 1940 e 1941 le diplomazie dei due paesi avevano avviato trattative per arrivare ad un accordo in grado di scongiurare la guerra: poi, la determinazione dei vertici militari giapponesi pose fine ai balletti diplomatici. Il 1° dicembre 1941 il governo del generale Hideki Tojo decise segretamente l’attacco agli USA. All’alba del 7 dicembre 1941, 183 tra aerosiluri e bombardieri piombano di sorpresa sulla flotta americana del Pacifico, ancorata nella baia di Pearl Harbor, nelle isole Hawaii. Il 12 dicembre anche le altre potenze dell’Asse dichiararono guerra agli Stati Uniti. L’attacco a Pearl Harbor fu decisivo nel cancellare le residue incertezze americane circa un impegno diretto nel conflitto: la guerra del Pacifico era cominciata.

Nella fase immediatamente successiva a Pearl Harbor, l’offensiva giapponese proseguì incalzante. L’avanzata nipponica procedeva a balzi verso l’Australia. L’attacco più consistente fu diretto contro la Birmania, in direzione dell’India, conquistata nella primavera del 1942 insieme con la Malesia, le Filippine, Giava, Sumatra, Hong Kong e Singapore. A sud, dopo lo sbarco iniziale in Nuova Guinea, i giapponesi arrivarono alle isole Salomone, minacciando da vicino l’Australia. Per non avere impacci nelle regioni della Manciuria e Cina, nell’aprile 1941 il Giappone aveva sottoscritto un patto di neutralità con l’URSS (fino all’agosto del 1945 evitarono ogni scontro diretto). Le conquiste militari delineavano progressivamente il progetto giapponese di una grande Asia, estesa dalla Manciuria alla Nuova Guinea e organizzata secondo lo stesso schema piramidale adottato dai nazisti. Questo sistema gerarchico era anche uno strumento per sfruttare razionalmente le immense risorse di materie prime concentrate nei territori controllati dai Giapponesi tra il 1941 e il 1942.

Lo sterminio degli ebrei Gli ebrei erano stati additati da Hitler, fin dalla sua ascesa, come l’incarnazione del male assoluto, la causa di tutti i guai della Germania, dalla crisi economica all’umiliazione subita con la pace di Versailles, e come la fonte di tutte le ideologie nemiche del nazismo, dalla democrazia al bolscevismo. Ma soprattutto rappresentavano una minaccia per la razza

Lo sterminio degli ebrei deciso dai nazisti era un progetto totale di morte ed è questa unicità che lo rende per sempre un passato che non deve passare. Auschwitz fu concepito e realizzato come una fabbrica, ma si trattava di una fabbrica di morte che ebbe un “rendimento” paragonabile a quello di un impianto industriale. Vista dall’esterno la struttura sembrava quella di un gigantesco opificio, che funzionava come una catena di montaggio. Vi arrivarono da tutta l’Europa interi treni carichi di deportati, dopo un viaggio in condizioni bestiali. I morti venivano caricati su vagoncini ribaltabili e trasportati alle fosse comuni, cui si aggiunsero poi i forni crematori. Nel settembre 1941 nella cantina del blocco 11 dei lager principali ebbero inizio le uccisioni con il gas. Nel marzo 1942 a questi scopi fu attrezzato il sottocampo di Birkenau, trasformando in camere a gas due case coloniche situate in un boschetto ai limiti del campo. Le quattro grandi fabbriche della morte vere e proprie create qui, edifici comprendenti camere a gas e forni crematori, entrarono in funzione tra il marzo e il giugno del 1943. I nazisti eliminarono anche i resti delle ceneri e questo lascia emergere un’altra delle specificità assolute dei lager: i nazisti si impegnarono consapevolmente a non lasciare nessuna traccia delle proprie vittime.

C’era però un punto debole in questa strategia che coniugava sterminio ed oblio. Risiedeva nel punto di frizione tra l’organizzazione del lavoro e i lavoratori, in questo caso nessun operaio di mestiere, ma una manodopera altrettanto specializzata, le cui mansioni erano stabilite all’interno di una delirante tabella produttiva le cui forme di reclutamento e selezione attitudinale aggiungevano solo orrore a orrore. Le squadre speciali dei campi di sterminio, chiamate Sonderkommando, erano composte da deportati (soprattutto ebrei) incaricate di eseguire le funzioni legate al processo di messa a morte dei loro compagni. Le SS non lasciavano testimoni. Ma proprio in questi uomini si accese una scintilla di resistenza. “Nessuno vi crederà” gridavano le SS ai prigionieri, per privarli anche di quell’appello alla storia che era la loro unica speranza di vendetta. I membri dei Sonderkommando consegnarono le loro testimonianze al segreto della terra. Furono quasi tutti uccisi, ma i loro messaggi hanno permesso alla memoria di sconfiggere l’oblio.

La svolta nel conflitto: le prime sconfitte dell’Asse A metà del 1942 su tutti i fronti di guerra la situazione militare era favorevole al Patto tripartito. Le sconfitte subite dall’URSS e dalla Gran Bretagna non erano state definitive; il potenziale bellico italiano era risultato spaventosamente inadeguato alle esigenze della guerra; il mancato coordinamento tra la Germania e il Giappone esponeva i giapponesi ai rischi di un’eccessiva espansione territoriale, difficile da difendere. La guerra lampo auspicata dai nazisti si era trasformata dovunque in una guerra di logoramento impossibile da sostenere a lungo per le potenze fasciste. In pochissimo tempo fu chiaro che la grande potenza messa in campo dagli Stati Uniti avrebbe esercitato un peso determinante sul corso della guerra. Inoltre, le stesse iniziative militari delle potenze dell’Asse avevano indotto i sovietici e gli anglo-americani ad allearsi per coordinare i propri sforzi contro il nemico comune: tra il dicembre del 1941 e il gennaio del 1942, nel corso di una conferenza indetta a Washington, Gran Bretagna, USA, URSS e altri 26 paesi, si impegnarono a combattere contro le forze del Patto tripartito e a perseguire

gli obiettivi definiti dalla Carta atlantica. Le premesse per la sconfitta dell’Asse erano state poste.

Tre battaglie, una sul fronte russo, a Stalingrado; la seconda sul litorale libico-egiziano, a El Alamein; la terza, navale, alle isole Midway, nel Pacifico, resero evidente che, a partire dall’autunno del 1942, l’andamento della guerra volgeva ormai a favore dei sovietici e degli anglo-americani. L’offensiva nazista verso Mosca si arenò a Stalingrado. I tedeschi posero l’assedio il 13 settembre 1942: per mesi divampò una battaglia feroce e sanguinosa finché il 19 novembre 1942 scattò la controffensiva russa. Il 16 dicembre il tratto del fronte lungo il Don, tenuto dall’armata italiana, fu investito da soverchianti forze sovietiche e venne sfondato tre giorni dopo. Mentre i fanti e gli alpini italiani iniziavano la loro tragica ritirata, a piedi, nel freddo e nella neve, tutto lo schieramento nazista era costretto ad arretrare al di là del Don: il 2 febbraio 1943 l’armata tedesca che aveva assediato Stalingrado, dovette arrendersi. Da quel momento la guerra sul fronte orientale sarebbe stata a senso unico, con le truppe dell’Asse in ritirata e quelle sovietiche a incalzarle. Nel secondo semestre del 1942, anche in Africa settentrionale le sorti del conflitto si rovesciarono. In El Alamein le truppe italo-tedesche vi erano giunte il 1°luglio 1942 arrestandosi tra la costa e la depressione desertica di El Qattara, punto che risultò insuperabile. Proprio in questo deserto il fronte si stabilizzò in due schieramenti contrapposti, con trincee e camminamenti che ricordavano le tecniche di combattimento usate nel primo conflitto mondiale. Il 23 ottobre le truppe inglesi passarono al contrattacco. Le truppe del generale Montgomery, dopo giorni di terribili mischie in trincea e combattimenti all’arma bianca (corpo a corpo), riuscirono a sfondare le linee italo-tedesche (4 novembre 1942). Pochi mesi dopo le truppe dell’Asse avevano perso tutta la Libia e si trovarono arroccate in Tunisia, assalite a ovest anche dagli americani. Italiani e tedeschi riuscirono a resistere in Tunisia fino al 13 maggio 1943, giorno in cui dovettero arrendersi: per gli Alleati, da quella posizione, le porte della Sicilia e dell’Italia erano ormai spalancate. Nel Pacifico la battaglia navale delle Midway segnò la fine della supremazia giapponese.

Il crollo del fascismo e la Resistenza in Italia Le sconfitte dell’Asse fecero emergere in tutta la sua drammatica realtà l’inadeguatezza italiana a sostenere uno sforzo bellico prolungato. A partire dagli inizi del 1943, esponenti di casa Savoia, le massime autorità militari, della polizia, dei carabinieri e anche alcuni membri del governo fascista cominciarono a fare pressioni sul re, Vittorio Emanuele III, perché con un suo intervento portasse fuori dalla guerra un paese ormai stremato. A rendere più urgente questa decisione furono anche i segnali politici interni: nel marzo 1943 200.000 operai delle più grandi fabbriche di Torino, Milano, Genova entrarono in sciopero, bloccando la produzione dell’industria bellica fascista. Le loro rivendicazioni erano salariali, ma rappresentavano anche la testimonianza di una diffusa esigenza di pace. A livello politico, per Mussolini fu una sconfitta rovinosa. Anche i tedeschi si preoccuparono allora per il possibile crollo del loro alleato e, mentre nascevano i primi sospetti reciproci, posero allo studio piani per l’occupazione dell’Italia e dei Balcani. Nella notte tra il 9 e 10 luglio 1943 gli anglo-americani sbarcarono in Sicilia conquistando l’intera isola in un mese. Un incontro tra Mussolini e Hitler, il 19 luglio 1943 a Feltre non diedero i fatti sperati (uscire dalla guerra con il consenso di Hitler): i tedeschi manifestarono

Al Nord, negli anni 1943-1944 la Repubblica sociale italiana, costituita da Mussolini e dai tedeschi dopo l’8 settembre, incarnò il tentativo di fascismo di ritrovare i suoi caratteri originari, repubblicani e socialisteggianti. Il Partito nazionale fascista fu considerato disciolto e sostituito dal Partito fascista repubblicano. La RSI non riuscì ad avere una propria autonomia e fu sempre rigidamente subordinata ai tedeschi. Con i suoi ministeri sparsi sulle rive del lago di Garda, intorno a Salò, capitale del nuovo Stato mussoliniano, la RSI ebbe grosse difficoltà a funzionare come apparato amministrativo e stentò anche a dotarsi di un proprio esercito regolare. Le uniche divisioni neofasciste approdate alla linea di combattimento furono le 4 addestrate in Germania. Di fatto, fu alle forze armate istituzionalmente nate con i compiti di polizia che il fascismo morente affidò la sua presenza militare; vere bande armate, centri di raccolta per tutti gli irriducibili, furono impiegate esclusivamente per azioni di rappresaglia antipartigiana e di rastrellamento (operazione con cui i corpi militari perlustrano a fondo un determinato territorio allo scopo di individuarvi forze nemiche, per catturarle o annientarle). Le due più importanti dal punto di vista quantitativo furono la Guardia nazionale repubblicana e le Brigate nere; quella più importante dal punto di vista qualitativo fu la Decima Mas comandata dal principe Juan Valerio Borghese. Si trattava di battaglioni autonomi.

In tutta l’Italia occupata dai tedeschi si sviluppò, a partire dai giorni immediatamente successivi all’8 settembre, un forte movimento di Resistenza. Al Sud c’erano stati soltanto brevi episodi insurrezionali, come quello a Napoli, mentre al Nord la lotta armata assunse caratteri permanenti e di grande rilievo politico. In montagna, in città, nelle vallate, nelle campagne, sorsero nuclei partigiani ben organizzati, formazioni militarmente inquadrate (brigate, divisioni, bande). Nelle formazioni partigiane affluirono soldati appartenenti ai reparti dell’esercito allo sbando dopo l’annuncio dell’armistizio; antifascisti che sotto la dittatura avevano subito il carcere, il confino, l’esilio o semplicemente l’impossibilità di agire; giovani che rifiutarono di rispondere alla chiamata alle armi della RSI maturando progressivamente una nuova coscienza politica. Esse si concentravano principalmente nelle zone montuose e collinari ma anche nelle città. Nel corso dell’estate del 1944, le azioni di Resistenza crebbero di intensità, fino a condurre nei mesi successivi alla creazione di temporanee repubbliche partigiane in alcune zone. Specialmente nelle formazioni legate ai partiti di sinistra, le Garibaldi (comuniste), le Giustizia e libertà (del Partito d’azione), le Matteotti (socialiste). Più moderati gli obiettivi delle altre bande: le autonome (ex militari fedeli al re), quelle organizzate dalla DC, i gruppi liberali. Durante la Resistenza ci fu una sostanziale unità: tutte le formazioni partigiane facevano riferimento al Comitato di liberazione nazionale Alta Italia (CLNAI). In dicembre 1944 fu riconosciuto dagli Alleati come rappresentante al Nord del legittimo governo italiano.

Nella lotta contro il movimento partigiano, i tedeschi adottarono metodi di terrore che coinvolsero soprattutto la popolazione civile. Tra il 1943 e il 1945 i nazisti si resero responsabili di oltre 400 episodi di uccisioni collettive. Queste azioni si configurarono come crimini in violazione alle leggi vigenti e alle convenzioni internazionali. Herbert Kappler fu condannato per la strage delle Fosse ardeatine: a Roma, il 23 marzo 1944, in un attentato in via Rasella furono uccisi 32 militari dell’esercito tedesco; i tedeschi

uccisero 335 italiani nelle cave presso la via Ardeatina; Walter Reder fu condannato per la strage di Marzabotto, in cui sull’Appennino bolognese, reparti di SS e dell’esercito tedesco, impegnati in un rastrellamento antipartigiano, massacrarono 770 civili. Per gli altri episodi, tutti i procedimenti furono insabbiati e le vittime non ebbero giustizia.

Lo sbarco in Normandia Nella notte tra il 5 e il 6 giugno 1944 gli Alleati sbarcarono in Normandia: era l’assalto alla “fortezza Europa”, il territorio continentale saldamente sotto il controllo nazista. Quest’azione, sommandosi da ovest alla marcia dell’Armata rossa proveniente da est, doveva stringere le forze naziste in una morsa mortale. Al comando del generale statunitense Eisenhower, furono impiegati 3 milioni di uomini. I nazisti, per la prima volta nella guerra, usarono le armi segrete, i razzi V1 e V2, che raggiungevano il bersaglio senza bisogno di essere lanciati dagli aerei. Il 15 agosto 1944 le truppe del generale De Gaulle sbarcarono in Provenza e cominciarono a risalire vittoriosamente la Francia meridionale; il 24 agosto entrarono a Parigi, già insorta, accolti dai partigiani che avevano scacciato i tedeschi. A metà settembre del 1944 quasi tutta la Francia e il Belgio erano stati sottratti al dominio nazista. Lo sbarco in Normandia fu una mossa fatale per le sorti di Hitler. Uno dei principali obiettivi nazisti era sempre stato quello di evitare l’impegno diretto su due fronti, così da potersi muovere a pendolo: colpire a est senza temere attacchi da ovest e viceversa. Stalin aveva chiesto da tempo agli anglo-americani di aprire un secondo fronte per scardinare i piani strategici hitleriani, ma a queste sue richieste si era sempre opposto il rifiuto di Churchill. Quando fu chiaro che per Hitler le sorti della guerra erano compromesse, Churchill cominciò a pensare agli equilibri politici che sarebbero nati dalla conclusione del conflitto e diede il proprio assenso all’apertura di un secondo fronte, non a ovest ma nei Balcani: gli anglo- americani si sarebbero trovate più vicini ai russi, pronti a contrastarne l’espansione nel cuore dell’Europa. Più favorevole alla tesi di Stalin fu il presidente degli Stati Uniti, Roosevelt. Per lui l’unico obiettivo era sconfiggere la Germania e far vincere le forze antifasciste. E il peso di Roosevelt fu decisivo nella scelta della Normandia come luogo in cui aprire il secondo fronte.

Dall’agosto 1943 fino all’aprile 1944 l’Armata rossa fece registrare una catena ininterrotta di vittorie, liberando l’Ucraina e la Crimea e respingendo i tedeschi fino ai confini con la Polonia. Tutto il sistema di dominio tedesco nel bacino danubiano e in quello balcanico si sfaldò progressivamente: il 25 agosto la Romania dichiarò guerra ai suoi ex alleati nazisti, imitata dalla Bulgaria, mentre l’Ungheria firmò un armistizio con i sovietici in ottobre. L’unico successo di quell’estate del 1944 per i nazisti arrivò con la tragica repressione della rivolta di Varsavia. Nell’autunno del 1944 le sorti della Germania erano ormai segnate. Eppure, doveva trascorrere ancora un lunghissimo inverno prima che Hitler si desse per vinto. Il Führer decise di gettare nella mischia tutte le residue risorse del proprio paese, in un tentativo di resistenza tanto tragico quanto inutile. Per la Germania raggiunse l’ora della mobilitazione totale; mentre la martellante propaganda di Goebbels alimentava le ultime illusioni sulle armi segrete. Il 7 marzo 1945 gli Alleati passarono il Reno a Remagen, dilagando fino alla Germania centrale. In Italia, tra il 25 e il 28 aprile 1945 Torino, Milano e Genova insorsero e si liberarono dai tedeschi. Il contemporaneo arrivo degli Alleati in tutta la Pianura padana segnò la fine dell’occupazione nazista e della Repubblica di Salò. Il 28 aprile Mussolini fu catturato dai partigiani e fucilato. Il 4 maggio le forze tedesche presenti in Italia firmarono l’atto di resa.