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La politica aggressiva della Germania nazista rendeva imminente lo scoppio di una guerra in Europa. I due dittatori nazifascisti, Hitler e Mussolini, lo sapevano ed erano pronti a combatterla congiuntamente, tanto che nel maggio 1939 strinsero un'alleanza militare, il cosiddetto Patto d'Acciaio, con cui si impegnavano a sostenersi a vicenda in caso di conflitto. L'Italia non era però ancora pronta a farlo, data l'impreparazione del suo apparato bellico. Mussolini aveva comunque sottoscritto l'accordo, rassicurato dalla promessa di Hitler di non scatenare una guerra prima di qualche anno. Il Führer in realtà aveva ben altri progetti; l'atteggiamento arrendevole di Francia e Gran Bretagna nella conferenza di Monaco aveva convinto Hitler che i due paesi non avessero alcuna intenzione di combattere: perciò, dopo aver occupato la Cecoslovacchia, egli predispose l'invasione della Polonia, certo che anche questa volta non ci sarebbero state conseguenze. Lo Stato polacco confinava a oriente con l'Unione Sovietica: Hitler doveva perciò preoccuparsi delle reazioni di Stalin. Come abbiamo visto, a tutela della Germania il dittatore nazista aveva deciso di stringere nell'agosto 1939 un patto di non aggressione con l'Unione Sovietica, il patto Molotov-Ribbentrop. Questo accordo fra le clausole segrete prevedeva, in caso di guerra, la spartizione della Polonia fra Germania e Unione Sovietica e inoltre la creazione di un'area di influenza sovietica sui vicini paesi baltici (Estonia, Lituania e Lettonia).
Con le spalle coperte a est, il 1° settembre 1939 Hitler ordinò alle truppe tedesche di invadere la Polonia. Qui il mondo assistette alla prima esecuzione della nuova tecnica di guerra tedesca: il Blitzkrieg o guerra lampo. Questa strategia consisteva nel concentrare carri armati (i cosiddetti panzer) e aeroplani da guerra in pochi punti accuratamente scelti, da dove avrebbero scatenato congiuntamente la loro potenza di fuoco, consentendo lo sfondamento del fronte e la rapida avanzata di forze estremamente mobili - carri armati e fanteria trasportata su autoblindo - che sarebbero penetrate in profondità aggirando così le forze nemiche e costringendole alla resa. La Polonia aveva un esercito meno numeroso e moderno di quello tedesco, e si trovò totalmente impreparata di fronte all'avanzata nemica. Il Blitzkrieg ebbe un successo travolgente: in meno di tre settimane la resistenza polacca fu annientata. Allora, anche i sovietici - sulla base di quanto stabilito dalle clausole segrete del patto Molotov-Ribbentrop - passarono il confine e occuparono quasi senza combattere le province orientali. Alla fine di settembre Varsavia, dopo durissimi bombardamenti, venne occupata dai nazisti. Le armi utilizzate nel Blitzkrieg offrirono una prima dimostrazione del salto tecnologico che era avvenuto rispetto alla Prima guerra mondiale: nuove armi e nuovi mezzi di trasporto erano stati introdotti; alcuni, come il carro armato o il sommergibile, avevano fatto la loro comparsa nel precedente conflitto mondiale, ma erano stati perfezionati ed erano divenuti ancora più distruttivi. Un altro aspetto che connotò sin da subito la Seconda guerra mondiale fu il coinvolgimento dei civili nelle operazioni belliche e lo scarso rispetto per il diritto internazionale. L'occupazione della Polonia, ad esempio, si caratterizzò sin da subito per la sua brutalità: i nazisti ordinarono dal 1939 la deportazione di tutti gli ebrei polacchi nei ghetti e sterminarono decine di migliaia di civili. I sovietici, nella loro avanzata nella parte orientale del paese, si macchiarono di delitti altrettanto atroci, come il massacro della foresta di Katyn, in cui furono uccisi a sangue freddo oltre 20.000 polacchi fra ufficiali e civili che erano stati catturati e rinchiusi in un campo di prigionia russo.
I calcoli di Hitler si rivelarono giusti sul piano militare, ma non su quello politico. Francia e Gran Bretagna, infatti, questa volta non accettarono di assistere passivamente alla conquista di un altro paese alleato: inviarono quindi un ultimatum in cui intimavano al Führer di ritirare le sue truppe dalla Polonia entro ventiquattr'ore; poiché l'avvertimento cadde nel vuoto, il 3 settembre 1939 Francia e Gran Bretagna dichiararono guerra alla Germania. Nessuna delle due potenze, però, aveva predisposto dei piani per un'offensiva. Anzi, l'esperienza della Prima guerra mondiale aveva persuaso i generali britannici e francesi che attaccare fosse troppo rischioso: ben decisi a scongiurare le terribili perdite del passato, essi inizialmente evitarono scontri diretti, ma schierarono le loro forze sul confine e rimasero ad aspettare. Sul fronte occidentale l'inverno 1939 - 1940 trascorse praticamente senza combattimenti: per questa ragione i francesi chiamarono questo periodo drôle de guerre ("strana guerra" o "guerra farsa").
A muoversi fu invece Stalin: approfittando di quanto sottoscritto nel patto Molotov-Ribbentrop, il suo esercito occupò l'Estonia, la Lettonia e la Lituania, che si arresero senza combattere. Stalin chiese alla Finlandia la
cessione di una porzione del suo territorio nazionale per consentire una più efficace difesa della città di Leningrado, in vista di un attacco tedesco che, presto o tardi, sarebbe arrivato. Ma il legittimo rifiuto finlandese scatenò uno scontro in cui la Finlandia per lunghi mesi tenne testa alle preponderanti forze sovietiche, suscitando l'ammirazione del mondo. Il conflitto terminò con la resa della Finlandia, che fu costretta a cedere il 10% del suo territorio nazionale. Nella primavera del 1940 la guerra si rimise in movimento: i tedeschi, con azioni fulminee, invasero due paesi scandinavi neutrali, la Danimarca e la Norvegia. Il governo danese, non potendo resistere militarmente, accettò subito l'occupazione tedesca e riuscì con un negoziato a mantenere per sé la gestione dell'amministrazione interna, mentre i tedeschi avrebbero deciso in merito alla politica estera; la Norvegia cercò invece di resistere per qualche mese con il supporto della marina britannica, ma nel giugno 1940 anch'essa capitolò. Nel 1942 nel paese fu instaurato un governo collaborazionista, fedele ai tedeschi, affidato al capo del Partito nazista norvegese Vikdun Quisling. Con l'occupazione di Danimarca e Norvegia, Hitler ottenne molteplici vantaggi: innanzitutto un collegamento diretto con la Svezia (che rimase neutrale e non fu attaccata), da cui la Germania importava materie prime preziose come il ferro, fondamentale per la sua industria bellica; inoltre il possesso della costa norvegese garantiva alla marina da guerra tedesca eccellenti basi per attaccare il commercio marittimo attraverso l'oceano Atlantico, da cui dipendeva la Gran Bretagna per i suoi approvvigionamenti.
Il successivo obiettivo di Hitler fu la Francia. L'esercito francese era schierato in gran parte dietro la cosiddetta Linea Maginot, un sistema di fortificazioni costruito durante gli anni Trenta lungo il confine con la Germania. Il 10 maggio 1940 i tedeschi invasero il Belgio e i Paesi Bassi. Il comando alleato aveva previsto la mossa: un consistente numero di truppe britanniche e francesi si diressero allora verso nord-est per evitare che i tedeschi, come nella Prima guerra mondiale, dilagassero in Francia attraverso le pianure belghe. Ma il principale attacco dei panzer tedeschi fu scatenato più a sud, attraverso la foresta delle Ardenne, fino allora ritenute impraticabili per i carri armati, e colse alle spalle le forze anglo-francesi avanzate in Belgio, tagliandole fuori. Di fronte alla rapida ed efficace progressione tedesca, l'esercito francese si sfaldò; le forze britanniche dislocate in Francia, per evitare di essere catturate, ripiegarono dunque verso il porto di Dunkerque sulla Manica, dove entro il 4 giugno la Marina britannica riuscì a imbarcare circa 300.000 soldati, che si misero in salvo sotto il fuoco dell'aviazione tedesca. La Francia, invasa, dovette invece arrendersi: il 14 giugno 1940 l'esercito tedesco entrava a Parigi.
Il 22 giugno fu firmato l'armistizio a Compiègne, lo stesso luogo in cui la Germania aveva accettato la resa alla fine della Prima guerra mondiale. Con il crollo della Francia, i tedeschi decisero di occupare direttamente la parte settentrionale del paese, compresa la capitale, ma consentirono la formazione, nella parte centrale e meridionale, di un governo formalmente autonomo, con sede nella cittadina termale di Vichy, che poté governare anche sulle colonie in Nord Africa, in Medio Oriente e in Indocina. Il governo fu presieduto dal maresciallo Philippe Pétain, eroe della Prima guerra mondiale ed esponente della destra. Pétain trattò le condizioni della resa per ragioni di opportunità, nella convinzione che collaborare con i vincitori fosse l'unico modo per risparmiare alla Francia altre sofferenze, ma il governo da lui presieduto ben presto assunse l'aspetto di una dittatura di tipo fascista. Molti francesi, umiliati per la cocente disfatta e delusi dagli alleati britannici, colpevoli ai loro occhi di averli abbandonati al loro destino, sostennero il governo Pétain. Per i francesi di idee nazionaliste e reazionarie il nuovo regime rappresentò un'occasione di rivincita sui precedenti governi, guidati da politici di sinistra anticlericali e rivoluzionari. Anche l'antisemitismo, che permeava sottotraccia una parte della società francese, poté trovare libero sfogo nel regime collaborazionista di Vichy. Non tutta la Francia, però, accettò di arrendersi ai tedeschi e di abbandonare le armi: alcuni militari erano riusciti a fuggire in Gran Bretagna e continuarono a combattere con i loro alleati. Il loro leader, il generale Charles De Gaulle, organizzò a Londra il governo della Francia Libera, che invitava la popolazione alla resistenza contro l'occupante nazista.
Dopo la caduta della Francia, Hitler aveva inizialmente pensato di intavolare delle trattative diplomatiche con la Gran Bretagna; anche per questo aveva rallentato l'avanzata dell'esercito tedesco in Francia, consentendo incautamente ai britannici di allestire le operazioni di salvataggio dei soldati a Dunkerque. Ma la Gran Bretagna, nonostante si trovasse da sola a combattere contro la Germania, decise di continuare la lotta. Fondamentale per questa scelta fu la volontà di resistere del nuovo Primo ministro Winston Churchill (in carica
La guerra navale fu complessivamente favorevole alla marina militare britannica e anche le operazioni via terra condotte in Nord Africa dal governatore della Libia Rodolfo Graziani furono disastrose per l'Italia. L'impreparato esercito italiano, a cui Mussolini aveva ordinato di invadere l'Egitto, venne sconfitto facilmente e, dopo pochi mesi, i britannici riuscirono addirittura a passare al contrattacco e a invadere la Libia. Solo l'intervento dei tedeschi, con il corpo di spedizione dell'Afrika Korps guidato da Erwin Rommel, salvò l'esercito italiano dalla disfatta. Gli inglesi furono ricacciati in Egitto e la Libia tornò in mano italiana. Tuttavia, un altro corpo di spedizione britannico attaccò le colonie italiane nell'Africa orientale occupando la Somalia, l'Eritrea e l'Etiopia: il 17 maggio 1941, dopo la caduta dell'ultimo presidio di Amba-Alagi (in Etiopia), l'Italia dovette cedere per sempre le sue colonie nel Corno d'Africa. L'impero creato da Mussolini pochi anni prima era stato completamente abbattuto.
Le crescenti difficoltà dell'esercito italiano costrinsero i tedeschi a intervenire anche nel teatro di guerra balcanico. L'Italia, infatti, senza preavvertire il suo alleato, il 28 ottobre 1940 aveva aperto un secondo fronte, dichiarando guerra alla Grecia e attaccandola dalla vicina Albania, sotto occupazione italiana fin dal 1939. Il conflitto si era rapidamente trasformato in una catastrofe e, per evitare che le truppe italiane, già ricacciate in Albania, andassero incontro a una clamorosa disfatta, Hitler si decise a far intervenire le truppe tedesche. Proprio allora, il governo iugoslavo filonazista venne rovesciato in un colpo di Stato e il Führer decise d'invadere nella stessa occasione anche la Iugoslavia. L'offensiva tedesca scattò nell'aprile 1941 e si risolse, in apparenza, in un nuovo trionfo: Iugoslavia e Grecia si arresero in pochi giorni. Una parte del territorio iugoslavo passò sotto il diretto controllo di tedeschi e italiani, mentre nella parte restante sorsero due Stati-fantoccio, uno croato e uno serbo.
A quel punto l'esercito nazista manteneva il controllo di buona parte dell'Europa continentale. Forte di questa posizione, su cui pesava comunque il fallimento dei tentativi di mettere rapidamente fuori gioco la Gran Bretagna, Hitler decise di attaccare l'Unione Sovietica. Come abbiamo visto, il patto Molotov-Ribbentrop aveva per i due dittatori un valore puramente tattico e Hitler aveva in animo di attaccare l'Urss sin dall'inizio della guerra. Non solo l'Unione Sovietica rappresentava il peggior nemico del nazismo, ma era anche un obiettivo strategico fondamentale, dal momento che era un paese ricco di materie prime indispensabili per alimentare l'industria bellica tedesca. Il 22 giugno 1941 scattò così l'invasione, che fu chiamata in codice Operazione Barbarossa per ricordare le imprese del celebre imperatore medievale Federico I Barbarossa. L'Armata rossa, schierata incautamente lungo la frontiera, fu travolta dall'avanzata tedesca e milioni di soldati sovietici caddero prigionieri. Nelle aree sul Baltico di recente conquista e in Ucraina occidentale parte della popolazione accolse con favore i tedeschi, vedendo in loro i liberatori dall'opprimente regime stalinista. A settembre le armate tedesche erano alle porte di Mosca e della seconda città del paese, Leningrado: tutto faceva credere che l'Unione Sovietica stesse per capitolare. La spinta offensiva nazista, tuttavia, con il finire dell'estate si esaurì. L'esercito tedesco, abituato alle rapide manovre del Blitzkrieg, dovette affrontare le difficoltà di un'avanzata prolungata in un paese sterminato, che comportava grandi problemi di approvvigionamento: i sovietici, infatti, da subito fecero terra bruciata di tutte le risorse che sarebbero potute tornare utili ai tedeschi. Oltre a ciò, le piogge autunnali resero impraticabili le strade russe - nella maggior parte dei casi non asfaltate - e un esercito fortemente motorizzato come quello tedesco rimase impantanato nel fango. Stalin, pur essendo pronto all'eventualità di un'invasione, non si aspettava che Hitler lo avrebbe attaccato prima di avere sconfitto la Gran Bretagna: si trovò perciò a gestire una situazione molto difficile. Per questo concentrò tutti gli sforzi per organizzare la resistenza dell'Armata rossa e incitare la popolazione a respingere gli invasori nazisti nella "Grande guerra patriottica", così chiamata per richiamare la guerra combattuta dai russi contro le truppe di Napoleone nel 1812. A tale scopo, Stalin non esitò a cercare anche l'appoggio della Chiesa ortodossa, improvvisamente riabilitata dopo anni di campagne ateistiche. Un gigantesco piano di evacuazione permise inoltre di trasferire a est degli Urali gran parte degli impianti industriali e della forza- lavoro, cosicché la potenza industriale sovietica sopravvisse all'invasione. Quando giunse il gelido inverno russo, i soldati dell'Armata rossa poterono muoversi più agevolmente e, come era avvenuto ai tempi di Napoleone, diedero inizio alla controffensiva che costrinse ben presto i tedeschi ad allontanarsi da Mosca. Per la prima volta la guerra lampo si concludeva senza la conquista della capitale e la resa del paese invaso: il conflitto era giunto a una svolta.
Nell'Europa orientale, la ferocia nazista era alimentata dalla follia razzista, che considerava la razza slava inferiore e negava addirittura la natura umana degli ebrei, molto numerosi in quei paesi.
L'espansione verso est era da sempre uno degli obiettivi di Hitler, nei cui piani tutta l'Europa orientale sarebbe dovuta diventare un serbatoio di materie prime e forza lavoro da sfruttare indiscriminatamente per mantenere la nazione tedesca. Anche l'odio dei nazisti per il regime comunista contribuì a fare in modo che la guerra all'est assumesse caratteri spaventosi. In numerosi villaggi dell'Unione Sovietica si verificarono fucilazioni indiscriminate di uomini, donne e bambini - ebrei e non - compiuti dalle unità operative delle SS che accompagnavano l'esercito regolare. Il resto della popolazione era costretto a lavorare con razioni da fame, senza scuole né assistenza medica, e bastava un gesto di ribellione perché interi villaggi fossero bruciati con tutti i loro abitanti. I prigionieri di guerra russi catturati nell'estate del 1941 furono rinchiusi in campi di concentramento e lasciati letteralmente morire di fame.
In tutti i paesi occupati, contro la barbarie nazista sorsero movimenti resistenziali: a prendervi parte furono i partigiani, uomini e donne che si opposero con coraggio alle truppe di occupazione. La Resistenza ai nazisti assunse caratteristiche abbastanza diverse da est a ovest: mentre nei paesi occidentali essa fu animata, almeno inizialmente, da piccoli gruppi di sabotatori clandestini, in Unione Sovietica, in Polonia e in Iugoslavia riuscì a organizzare veri e propri eserciti non regolari, che strapparono ai tedeschi il controllo di ampi territori. Nei paesi dell'Europa orientale la popolazione era spaccata tra chi appoggiava la lotta resistenziale dei partigiani e chi invece si schierava con i tedeschi, per anticomunismo, o per nazionalismo antirusso, o magari per dare sfogo a un radicato antisemitismo. In molti, pur di liberarsi degli occupanti, erano disposti a mettere da parte le proprie ideologie: in Polonia, ad esempio, partigiani nazionalisti e comunisti combatterono insieme contro il comune nemico tedesco. Diverso fu il caso della Iugoslavia, dove alle divisioni di natura ideologica si sovrapposero quelle etniche: una parte dei croati si schierò con Hitler e il movimento nazionalista degli ustascia, nell'intento di vedere riconosciuta una Croazia indipendente; in Serbia invece i cetnici, che erano di orientamento monarchico e che cambiarono alleanze a più riprese, collaborarono anche con gli occupanti tedeschi e italiani. A loro volta ustascia e cetnici si contendevano con le armi la supremazia sull'area iugoslava, al fine di estendere i confini degli Stati croato o serbo. Soltanto i partigiani comunisti, guidati dal croato Josip Broz, soprannominato Tito, si opposero sempre strenuamente agli occupanti.
La guerra offrì ai nazisti l'opportunità di realizzare scientificamente lo sterminio degli ebrei. Questo orrore - deliberatamente compiuto da uno dei paesi più avanzati e civilizzati del mondo - è chiamato Olocausto, con una parola di origine greca che nella tradizione giudaica indica il sacrificio offerto a Dio (sebbene non tutti gli storici siano concordi nel suo uso), o Shoah, termine ebraico che significa "distruzione", "annientamento". In termini giuridici si parla invece di genocidio. Prima della guerra, il regime nazista si era preoccupato soprattutto di "liberare" la Germania dalla presenza degli ebrei con leggi fortemente discriminatorie e persecutorie, intimidazioni e violenze. Con l'occupazione dei territori dell'Europa orientale e dell'Unione Sovietica, dove viveva la maggioranza degli ebrei europei, si pose il problema della loro gestione. Sin dal 1939 Hitler e i gerarchi nazisti iniziarono a pensare a una "soluzione finale", vale a dire a un progetto di sterminio dell'intero popolo ebraico. Così, già il 21 settembre 1939, poche settimane dopo l'inizio della guerra, il generale Reinhard Heydrich, capo di tutti i servizi di sicurezza nazisti, invitava in una circolare le unità operative in Polonia a concentrare gli ebrei dalle campagne nelle città più grandi; nel documento Heydrich indicava questa operazione di trasferimento di massa come un «prerequisito per la soluzione finale». Il massimo responsabile del programma era il capo delle SS, Himmler.
Alle Einsatzgruppen, reclutate fra le SS e la polizia, fu affidato l'incarico specifico di rastrellare gli ebrei: le vittime venivano evacuate a forza dalle loro case e costrette ad ammassarsi nei ghetti creati nelle grandi città dell'Europa orientale, dove vivevano in spazi sovraffollati, privati della libertà e, per la maggior parte di loro, dei mezzi di sostentamento; inoltre, gli ebrei avevano l'obbligo di portare cucita sui loro abiti una stella gialla per essere immediatamente riconosciuti dai loro persecutori. Nell'Europa occupata dai nazisti, il ghetto più grande era quello di Varsavia, istituito nell'estate del 1940, dove vissero fino a 500.000 persone e dal quale era quasi impossibile uscire se non per motivi speciali e sotto stretto controllo.
Non tutti gli ebrei finivano però all'interno dei ghetti. In una prima fase, durante l'avanzata tedesca nell'Europa orientale, l'eliminazione degli ebrei avveniva prevalentemente attraverso le fucilazioni: le Einsatzgruppen penetravano all'interno delle città e dei villaggi e conducevano le loro vittime nei luoghi previsti per le
Nei paesi dell'Europa occidentale occupati dai tedeschi, i governi-fantoccio, la polizia e l'amministrazione collaborarono con i nazisti per rastrellare e deportare gli ebrei loro connazionali. Tanto la Francia di Vichy quanto l'Italia fascista, dove le leggi razziali contro gli ebrei erano state introdotte fin dal 1938, ebbero gravissime responsabilità nel genocidio.
E gli ebrei sapevano quello che sarebbe accaduto loro quando fossero scesi dai vagoni piombati? Voci su qualcosa di spaventoso che accadeva ai deportati correvano in tutte le comunità ebraiche, e molti, senza dubbio, sapevano che cosa li attendeva. Altri rifiutavano di credere a un orrore così grande e speravano che alla fine i tedeschi li avrebbero risparmiati. Qualcuno, credendo così di salvarsi o nell'intento di migliorare le condizioni di vita degli altri, collaborò nell'amministrazione dei ghetti, dove fu istituita perfino una polizia ebraica. Altri, al contrario, scelsero la via della resistenza armata, anche se erano troppo pochi e disorganizzati per poter tenere testa alla spietata organizzazione nazista. L'episodio più famoso della resistenza ebraica è la rivolta del ghetto di Varsavia, che avvenne nell'aprile 1943: quando i tedeschi cominciarono a rastrellare il ghetto per deportare una parte degli ultimi 50.000 ebrei che ancora sopravvivevano e rinchiuderli nei lager e in altri ghetti, furono accolti dal fuoco di gruppi di partigiani, costituiti in segreto nei mesi precedenti; fu necessario quasi un mese di battaglia, con migliaia di caduti, perché il ghetto fosse raso al suolo e la sua popolazione deportata nei campi di sterminio.
Fino al dicembre 1941 la guerra rimase un conflitto europeo e mediterraneo, del tutto disgiunto dalla guerra che i giapponesi stavano conducendo ormai da anni per la conquista della Cina. La più grande potenza del mondo, gli Stati Uniti, era infatti rimasta neutrale: l'opinione pubblica statunitense era da tempo posizionata in un rigido isolazionismo e riteneva inconcepibile un intervento di soldati americani nella lontana Europa. Il presidente Roosevelt, che nel novembre 1940 era stato rieletto per un terzo mandato, non aveva però alcuna simpatia per le dittature nazifasciste e volle sostenere la Gran Bretagna - l'unica potenza democratica rimasta a combattere il nazifascismo - facendo approvare dal Congresso la legge Affitti e Prestiti: il pacchetto di norme prevedeva la vendita a prezzi vantaggiosi, il prestito e perfino la donazione di navi e altri armamenti all'alleato; questa legge permise ai britannici di tener testa all'offensiva dei sottomarini tedeschi nell'Atlantico e aiutò gli Stati Uniti a rimettere in moto l'economia, che non si era ancora ripresa dopo il crack del 1929, dando un fondamentale incentivo alle sue industrie belliche e navali. L'intesa fra Gran Bretagna e Stati Uniti era stata suggellata nell'aprile 1941 con un incontro avvenuto fra Roosevelt e Churchill presso l'isola di Terranova, che si concluse con la firma della Carta atlantica. Si trattava di un documento in cui i due paesi indicavano le linee guida per la creazione di un nuovo ordine internazionale: il libero accesso alle materie prime per tutti i paesi, la liberalizzazione dei mercati e il diritto all'autodeterminazione dei popoli. La firma del documento da parte di Roosevelt non implicava un intervento immediato degli Stati Uniti per sconfiggere il nazismo, ma fu una dichiarazione politica di grande importanza perché connotò la guerra da un punto di vista ideologico, come uno scontro fra i regimi dittatoriali da una parte e quelli democratici dall'altra.
Alla fine di quell'anno la scelta isolazionista fu improvvisamente abbandonata. Non fu il nazifascismo, ma l'imperialismo giapponese a trascinare gli Stati Uniti in guerra. Il Giappone nel 1940 aveva sottoscritto con Italia e Germania il Patto Tripartito, che dava vita all'Asse Roma-Berlino-Tokyo. L'accordo prevedeva la divisione del mondo fra le potenze firmatarie e la determinazione di aree di influenza specifiche; quella nipponica comportava un'espansione nel Pacifico: del resto da tempo il Giappone stava cercando di creare un vasto impero nel Sud-est asiatico per espandersi alla ricerca di territori e di risorse per alimentare la propria industria. I disegni espansivi nipponici andavano a danneggiare gli interessi delle potenze coloniali occidentali e in particolare degli Stati Uniti, che controllavano le Filippine e molti arcipelaghi nel Pacifico. La tensione fra Washington e Tokyo, dunque, era crescente da molto tempo e il governo americano sapeva che una resa dei conti era sempre più vicina. Le modalità dell'aggressione nipponica furono tuttavia una sorpresa: il 7 dicembre 1941 infatti l'aviazione giapponese colpi senza preavviso la flotta statunitense ormeggiata nel porto di Pearl Harbor, nelle isole Hawaii. L'attacco durò solo un'ora e mezzo ma causò la distruzione di gran parte della squadra del Pacifico: tutte le 8 corazzate furono affondate o danneggiate. Soltanto le portaerei, che si sarebbero rivelate decisive nella guerra navale, non essendo in porto in quel momento, si salvarono. I capi militari giapponesi progettavano sin dall'inizio del 1941 l'operazione: guidati dall'ammiraglio Isoroku Yamamoto, erano convinti che solo con un attacco a sorpresa sarebbe stato possibile distruggere
completamente l'apparato militare statunitense; presupposto indispensabile per poter poi negoziare con Washington da una posizione di vantaggio e ottenere il riconoscimento della propria sfera di influenza nel Paci- fico. La dichiarazione di guerra arrivò negli Stati Uniti quando i caccia nipponici erano già in azione: per questo motivo l'aggressione giapponese fu considerata un atto vile e un'aperta violazione del diritto internazionale. Gli Stati Uniti il giorno successivo dichiararono guerra al Giappone, facendo scattare, in base alle clausole del patto Tripartito, la dichiarazione di guerra di Germania e Italia, sue alleate. In una prima fase le truppe nipponiche sfruttarono la momentanea debolezza degli avversari e in pochi mesi riuscirono a conquistare gran parte delle colonie britanniche, olandesi, francesi e statunitensi nel Sud-est asiatico. I giapponesi fecero leva anche sui movimenti indipendentisti locali: le disfatte dei colonizzatori bianchi stavano suscitando infatti grandi aspettative in tutte le colonie, e i giapponesi inizialmente ebbero buon gioco a presentarsi come i liberatori dell'Asia. Ben presto, tuttavia, la brutalità dell'occupazione nipponica determinò ovunque la nascita di movimenti di resistenza, animati da ideali nazionalisti o comunisti.
Il 1942 fu l'anno in cui, su tutti i fronti, la spinta offensiva degli eserciti dell'Asse fu definitivamente fermata e gli Alleati s'impadronirono dell'iniziativa, grazie alla schiacciante superiorità in uomini e mezzi garantita dalla presenza in campo di Stati Uniti e Unione Sovietica. Le industrie statunitensi in particolare avviarono la produzione di enormi quantitativi di armi, superando ben presto la Germania nella costruzione di aerei da guerra; anche l'industria navale degli Stati Uniti riuscì in breve tempo a ricostruire una potentissima flotta, il cui fulcro erano le moderne portaerei, fondamentali per contrastare i giapponesi nel Pacifico. In quanto teatro di guerra era essenziale il controllo delle isole, che costituivano le basi indispensabili per estendere il raggio di operazione delle navi da guerra e soprattutto degli aerei. Nel giugno 1942 i giapponesi tentarono di conquistare le isole Midway, a ovest delle Hawaii, ma furono duramente sconfitti in una grande battaglia navale, in cui persero quasi tutte le loro portaerei. A questo punto l'iniziativa passò all'esercito statunitense che conquistò l'isola di Guadalcanal, nell'arcipelago delle Salomone al largo dell'Australia, base indispensabile per proseguire l'offensiva verso l'arcipelago giapponese. La battaglia di Guadalcanal fu durissima e si protrasse per ben sei mesi, ma si concluse nel febbraio 1943 con la completa vittoria degli americani. Nel Pacifico gli equilibri erano cambiati: ora erano i giapponesi a doversi difendere.
Il 1942 fu un anno cruciale per le sorti della guerra anche in Africa, dove tedeschi e italiani erano riusciti, nel corso dell'estate, a penetrare in Egitto fino a El Alamein, vicino al Canale di Suez; a novembre però si scatenò la controffensiva britannica, alla quale l'Afrika Korps di Rommel e le truppe italiane, inferiori numericamente, tentarono inutilmente di resistere. Sconfitti nell'ultima delle battaglie combattute a El Alamein (23 ottobre- 3 novembre 1942), dovettero ritirarsi ed evacuare anche la Libia. L'ultima colonia italiana era così perduta: Rommel riuscì a ripiegare, ma migliaia di soldati italiani furono abbandonati nel deserto e caddero nelle mani dell'esercito britannico guidato dal generale Bernard Montgomery. Nello stesso mese di novembre, truppe statunitensi guidate dal generale Dwight Eisenhower sbarcarono in Marocco e in Algeria. Nella primavera del 1943 gli Alleati controllavano tutto il Nord Africa ed erano padroni del Mediterraneo; l'Italia era direttamente minacciata d'invasione.
Sul fronte orientale, nell'estate del 1942 Hitler decise che era necessario riprendere l'offensiva in Unione Sovietica puntando a sud (Operazione Blu), verso i campi petroliferi del Caucaso, che avrebbero messo a disposizione dei tedeschi quel carburante di cui, con l'allargarsi del fronte, avevano sempre più bisogno. Ma i desideri di Hitler si scontravano con le oggettive difficoltà logistiche dell'avanzata tedesca: il fronte era lungo ben 2000 chilometri, inoltre la mancanza di rifornimenti, il freddo gelido e le azioni di guerriglia stavano decimando l'esercito. I tedeschi, a cui si era unita anche un'armata italiana, l'ARMIR (Armata italiana in Russia), composta da oltre 230.000 soldati, riuscirono comunque a occupare la regione fra il fiume Don e il Caucaso e ad avvicinarsi pericolosamente a Stalingrado, sul Volga. Ma Stalin, nel frattempo, aveva riorganizzato l'Armata rossa e si era affidato a un abile generale, Georgij Zukov, con il quale aveva deciso di concentrare la controffensiva proprio a Stalingrado, che andava difesa a tutti i costi. Fu ciò che avvenne: i sovietici riuscirono a resistere, sia pure a prezzo di perdite spaventose, e la 6ª armata tedesca guidata dal generale Friedrich Paulus fu fermata. I combattimenti casa per casa durarono mesi (dal 17 luglio 1942 al 2 febbraio 1943) e provocarono la distruzione totale della città: le macerie di Stalingrado sono rimaste nella memoria come uno dei simboli della Seconda guerra mondiale. I soldati dell'Armata rossa riuscirono ad accerchiare i tedeschi che, da forza assediante, si ritrovarono a essere assediati. Paulus sacrificò oltre 200.000 uomini pur di obbedire all'ordine di Hitler di combattere a oltranza, ma alla fine fu costretto ad arrendersi.
In quello stesso giorno, Vittorio Emanuele III e Badoglio abbandonarono Roma fuggendo prima a Pescara e poi a Brindisi, nel frattempo liberata dagli Alleati, dove insediarono il governo sotto la loro protezione.
I tedeschi, infatti, consapevoli della vulnerabilità dell'Italia, già da mesi avevano organizzato un piano per prendere possesso militare del paese in caso di tracollo o tradimento dell'alleato. Il cosiddetto "piano Alarico" (dal nome del re dei Visigoti che saccheggiò Roma nel 410) scattò puntualmente con la fuga del re: in breve i tedeschi occuparono tutta la parte centro-settentrionale dell'Italia. Nella fretta di mettersi in salvo, Vittorio Emanuele III e Badoglio lasciarono senza ordini l'esercito e soprattutto non fornirono indicazioni riguardo all'atteggiamento da tenere nei confronti dei tedeschi: anche in mancanza di ordini, i soldati italiani tentarono però di difendere Roma dai reparti tedeschi nei pressi di Porta San Paolo, ma senza successo. In generale l'esercito si arrese senza combattere e molti soldati furono uccisi o deportati in Germania. Molti altri, abbandonati a loro stessi, gettarono la divisa e si nascosero in una fuga spesso solitaria e avventurosa verso casa. Anche le truppe italiane in Francia e nei Balcani disertarono e furono in gran parte disarmate e internate dai tedeschi. Nel complesso, su due milioni di soldati italiani, 600.000 finirono nei lager nazisti. Chi cercò di resistere cadde vittima di spietate rappresaglie: a Cefalonia, un'isola greca nel mar Ionio, migliaia di soldati della divisione Acqui, che avevano rifiutato di cedere le armi, furono trucidati dai tedeschi.
A ottobre il governo monarchico recusò l'alleanza stretta con il Terzo Reich e gli dichiarò ufficialmente guerra. Il "Regno del Sud" non era stato riconosciuto come alleato, ma solo come "cobelligerante": gli Alleati, coerentemente con le clausole di resa incondizionata stabilite nell'armistizio, accettavano il suo contributo nella lotta contro il nazifascismo, ma si riservavano di decidere da soli il futuro dell'Italia, senza considerarsi legati da un patto di alleanza. Dopo lo sbarco in Sicilia, gli anglo-americani avevano risalito la penisola liberando molte zone dell'Italia meridionale occupate dai tedeschi. Il 27 settembre la popolazione di Napoli insorse spontaneamente e cacciò i reparti tedeschi senza attendere l'arrivo degli Alleati. Questi, nel frattempo, erano sbarcati a Salerno, ma avevano trovato ad attenderli le divisioni tedesche guidate dal generale Albert Kesselring: furono necessarie tre settimane di sanguinosi combattimenti perché anche gli anglo-americani potessero giungere nella città partenopea. La penisola italiana si ritrovava a quel punto sotto l'occupazione di due eserciti, a sud quello degli Alleati, nel centro-nord quello nazista. La linea di confine era costituita dalla cosiddetta Linea Gustav, prontamente fortificata dai tedeschi nell'ottobre 1943, che partiva dalla foce del fiume Garigliano sul Tirreno e, passando per Cassino, giungeva fino alla foce del Sangro sull'Adriatico. Gli italiani avevano creduto che con l'armistizio la guerra fosse terminata, ma sul territorio nazionale i combattimenti erano appena cominciati e sarebbero durati ancora quasi due anni, provocando migliaia di vittime e immani distruzioni.
All'indomani dell'8 settembre, i tedeschi si dimostrarono pronti ad agire: occuparono facilmente il Centro-nord della penisola e già il 12 settembre furono in grado di liberare Mussolini, che fu condotto in Germania al cospetto di Hitler. Il Führer continuava a puntare su di lui per respingere gli Alleati e lo aiutò a costituire nel Nord Italia, con sede a Salò sul lago di Garda, uno Stato fascista denominato Repubblica Sociale Italiana (RSI). Già nel nome della Repubblica Sociale Italiana era evidente la volontà di richiamare lo spirito del fascismo delle origini, con la forma repubblicana e non monarchica, e con il riferimento alla componente antiborghese e anticapitalistica. Ma tra i fedelissimi del duce c'era anche l'idea di difendere la patria contro l'invasione anglo- americana e di restituirle l'onore perduto con il "tradimento" del re e di Badoglio: perciò la repubblica non venne definita fascista, bensì italiana. In realtà la Repubblica di Salò fu uno Stato-fantoccio, in cui a comandare erano i tedeschi, e Mussolini era ormai un burattino nelle mani di Hitler; proprio per questo i suoi seguaci furono chiamati "repubblichini", con un'evidente sfumatura di disprezzo. L'ordinamento istituzionale era quello di un regime autoritario e poliziesco; il patriottismo venne usato per giustificare le rappresaglie e il terrore scatenati contro gli antifascisti. Protagoniste del terrore repubblichino furono le cosiddette Brigate nere, che ricordavano per molti aspetti le squadre d'azione che perlustravano la Pianura padana nei primi anni Venti a caccia di socialisti e sindacalisti delle leghe operaie e bracciantili, ma in peggio: i miliziani di Mussolini arrestavano, torturavano e uccidevano gli avversari del regime, in un clima di vera e propria guerra civile. Fra le vittime della RSI vi furono anche i membri del Gran Consiglio del Fascismo che avevano deciso la destituzione di Mussolini: lo stesso Ciano fu catturato e condannato a morte per alto tradimento dopo un processo celebrato a Verona, nel gennaio 1944.
Anche se formalmente la Repubblica Sociale Italiana era alleata della Germania, i nazisti trattarono l'Italia come un paese vinto e occupato. Numerosi lavoratori furono deportati a forza in Germania e costretti a lavorare per sostenere lo sforzo bellico nazista, in condizioni di durissimo sfruttamento. Come in tutti i paesi occupati, gli ebrei italiani furono arrestati e deportati verso i campi di sterminio. Dal 1943 furono organizzati campi di transito anche sul suolo nazionale, come quello di Fossoli, vicino a Modena, quello di Bolzano-Gries, di Borgo San Dalmazzo (Cuneo) e di Ferramonti di Tarsi (Cosenza), e quello della Risiera di San Sabba a Trieste, dotato anche di un forno crematorio e in cui vennero uccisi più di 5000 internati. Gli ultimi due campi erano gestiti direttamente dai tedeschi, in quanto il Trentino, l'Alto Adige, il Friuli e la Venezia Giulia erano entrati direttamente a far parte del Reich. Come abbiamo visto, nonostante l'opinione pubblica non si fosse espressa contro i rastrellamenti e le deportazioni e lo stesso pontefice Pio XII non avesse condannato apertamente la persecuzione degli ebrei, furono molti gli italiani che si attivarono per proteggere e mettere in salvo le famiglie di origine ebraica.
Con 1'8 settembre, nell'Italia centro-settentrionale aveva avuto inizio la Resistenza. I primi gruppi di partigiani si costituirono spontaneamente ed erano formati da soldati e ufficiali dell'esercito rimasti senza ordini, ma anche da perseguitati antifascisti, sindacalisti e studenti a cui si unì successivamente un numero crescente di giovani, i quali dopo la costituzione della Repubblica di Salò preferirono la guerriglia anziché arruolarsi nell'esercito repubblichino. L'azione delle bande partigiane fu dapprima priva di coordinamento, ma ben presto iniziò a essere inquadrata all'interno dei CLN (Comitati di Liberazione Nazionale), organizzazioni clandestine che nacquero proprio per condurre una lotta unitaria contro i nazifascisti e in cui erano rappresentati tutti i maggiori partiti antifascisti italiani. Infatti il giorno successivo all'armistizio si erano ufficialmente ricostituiti i partiti messi al bando durante il fascismo e ne erano nati di nuovi: il Partito comunista (PCI), il Partito socialista italiano di unità proletaria (PSIUP), che raccoglieva l'eredità del Partito socialista, il Partito liberale (PL), la Democrazia Cristiana (DC), che raccoglieva i cattolici del Partito popolare di don Luigi Sturzo, il Partito repubblicano (PRI), il Partito d'Azione (PdA): quest'ultimo, ispirato al movimento liberalsocialista dei fratelli Rosselli e destinato poi a sciogliersi, ebbe una grande influenza sulla nascente democrazia italiana. Sotto la guida dei CLN, le formazioni partigiane si unificarono nel Corpo dei Volontari per la Libertà (CVL), ma rimasero differenziate in base al partito di riferimento. Coloro che si riconoscevano nel Partito d'Azione, quasi sempre borghesi progressisti provenienti dalle università, dalle professioni e dalla magistratura, fondarono le formazioni Giustizia e Libertà (GL, in ricordo del movimento di Rosselli), che si distinguevano dal fazzoletto verde; le Brigate Matteotti erano invece espressione del rinato Partito socialista; le Brigate Garibaldi, contraddistinte dal fazzoletto rosso, si riconoscevano perlopiù nel Partito comunista. Questi gruppi rappresentavano l'antifascismo di sinistra e raccolsero il maggior numero di partigiani; li accomunava la speranza che la lotta partigiana portasse, dopo la vittoria, a una profonda trasformazione della società italiana, o addirittura a una rivoluzione. Una parte del movimento partigiano era invece inquadrata in formazioni di ispirazione cattolica, le Fiamme verdi, e soprattutto in reparti monarchici, chiamati "badogliani" o "azzurri": l'azzurro era infatti il colore tradizionale della monarchia. Tutte le formazioni partigiane condividevano l'obiettivo della liberazione dell'Italia dal nazifascismo; ma le diverse ideologie a cui si ispiravano i loro militanti erano destinate a entrare in conflitto alla fine della guerra e a segnare per cinquant'anni la storia d'Italia.
La lotta partigiana coinvolse circa 300.000 combattenti, di cui circa 35.000 caddero sul campo. Fu condotta sia attraverso azioni di sabotaggio, imboscate e attentati contro i presidi tedeschi o repubblichini (in particolare nelle città occupate), sia attraverso azioni più organizzate, che prevedevano l'occupazione del territorio, soprattutto in montagna, nelle valli alpine e appenniniche, da parte di formazioni partigiane permanenti. La prima forma di lotta era simile a quella che si stava conducendo in Francia, la seconda a quella che stava infuriando in Iugoslavia o in Grecia. Al di là degli aspetti militari, però, la peculiarità della lotta partigiana in Italia e il suo significato più duraturo vanno ricercati sul piano dei valori civili: la Resistenza italiana sorse infatti nel paese in cui era nato il fascismo e quindi si configurò come una guerra civile fra italiani, oltre che contro un occupante straniero. Quell'esperienza di sangue convinse tanti italiani del valore supremo della democrazia, per cui valeva la pena di combattere e di rischiare la vita. E proprio in questo senso è giusto dire che la Resistenza non fu soltanto rivolta contro l'occupazione tedesca, ma fu anche guerra per far trionfare i valori della libertà e del pluralismo contro la sopraffazione fascista.
superiori perfino a quelle dell'Operazione Barbarossa e di Stalin-grado. Entro l'estate del 1944 tutto il territorio sovietico venne liberato, compresa Leningrado, che aveva dovuto subire un terribile assedio - durato dal settembre 1941 al gennaio 1944 - durante il quale 700.000 abitanti morirono, in gran parte di fame. Le truppe sovietiche entrarono vittoriose in Polonia, Cecoslovacchia, Romania, Ungheria, Bulgaria: si delineava così, grazie alle vittorie militari, la futura, schiacciante egemonia sovietica sull'Europa orientale. Nell'agosto 1944 i partigiani polacchi insorsero contro i nazisti per liberare la capitale: la rivolta di Varsavia durò due mesi, durante i quali, per mettere fine alla guerriglia urbana che si era scatenata, i soldati tedeschi non esitarono a colpire la popolazione civile. Le truppe sovietiche erano a pochi chilometri dalla città, ma non riuscirono a fornire supporto agli insorti; secondo alcuni storici Stalin rallentò deliberatamente l'avanzata dell'Armata rossa per fiaccare la resistenza polacca - in gran parte nazionalista, antirussa e anticomunista - facendo sì che si consumasse in battaglia contro i nazisti. Benché la guerra non fosse ancora finita, i calcoli politici per il dopoguerra stavano già prendendo il sopravvento.
Durante la conferenza di Teheran i Tre Grandi avevano convenuto di aprire un secondo fronte in Francia entro il maggio 1944: si stabili allora che gli anglo-americani sarebbero sbarcati in Normandia, nel nord della Francia. L'attacco fu preparato con cura nei mesi precedenti per limitare il più possibile la perdita di soldati. L'Operazione Overlord scattò, sotto il comando del generale Dwight Eisenhower, il 6 giugno 1944 e fu un'invasione senza precedenti nella storia per dispiegamento di mezzi e organizzazione logistica: lo sbarco coinvolse cinque spiagge e all'assalto parteciparono circa 4000 navi da guerra; le divisioni di fanteria furono precedute e protette dall'azione di circa 12.000 aerei che bombardarono le postazioni difensive, da dove i tedeschi opposero comunque una feroce resistenza. Altri uomini furono paracadutati oltre le linee difensive in modo da iniziare ad aprire un varco verso l'interno del paese. Lo sbarco in Normandia è stato giustamente celebrato come un momento cruciale della Seconda guerra mondiale; tuttavia non bisogna dimenticare che a quella data la sconfitta della Germania si delineava già chiaramente per mano dei sovietici e che tre quarti delle forze tedesche erano impegnate sul fronte orientale. L'avanzata degli Alleati in Francia, con il contributo della Resistenza francese che si era raccolta attorno al generale De Gaulle, portò entro qualche mese alla liberazione di Parigi (25 agosto); alla fine dell'estate l'intera Francia si era sbarazzata del giogo nazista. La Germania era ora sotto scacco, minacciata di invasione anche da occidente.
Nell'estate del 1944, con l'avanzata degli Alleati in Fran-cia, la credibilità di Hitler era crollata. Tuttavia, il Führer scatenò una repressione terribile contro qualsiasi forma di dissenso che stava timidamente riaffiorando in Germania. L'episodio più emblematico si verificò il 20 luglio, quando Hitler sfuggì fortunosamente a un attentato organizzato da un gruppo di ufficiali dell'esercito, che speravano, eliminandolo, di poter trattare delle condizioni di pace con gli Alleati; si erano verificati tanti altri attentati in passato, ma nessuno così grave, per di più proveniente dalle élite militari che sempre avevano appoggiato il Führer. Hitler, nonostante avesse perso il controllo della Grecia, della Bulgaria, dell'Ungheria e della Iugoslavia, si illudeva di poter ancora cambiare il corso della guerra grazie alle armi segrete uscite dai laboratori tedeschi, sulle quali la propaganda nazista prometteva meraviglie. La ricerca scientifica tedesca aveva davvero compiuto dei miracoli, anticipando una serie di invenzioni utilizzate ancora oggi. I tedeschi erano stati i primi a usare in combattimento aerei a reazione, anziché a elica, e a sviluppare la tecnologia dei missili (come il V-1 e il V-2, missili dotati di un motore telecomandato con i quali bombardarono Londra fino alla fine della guerra) e dei razzi a lunga gittata. Nessuna di queste armi si rivelò tuttavia decisiva per le sorti della guerra, al contrario di quella atomica; in questo campo però, nonostante i tedeschi fossero stati i primi a scoprire la fissione nucleare, come vedremo furono gli Stati Uniti a imporsi comprendendo la portata distruttiva di un simile armamento, destinato a cambiare gli equilibri strategici. Per demolire la volontà di resistenza dei tedeschi, gli Alleati decisero di fare ricorso a massicci bombardamenti aerei. Grandi risorse vennero investite nella produzione di grandi bombardieri e dei caccia necessari a scortarli: del resto si trattò di intensificare i raid, visto che già a partire dal 1942 era iniziata una campagna di martellanti bombardamenti sulle città tedesche e anche italiane. I lanci di bombe, condotti a volte anche con un migliaio di quadrimotori in una sola notte, si intensificarono quando i britannici cominciarono a usare bombe incendiarie, in grado di provocare immensi incendi nelle città colpite. Nonostante i bombardamenti e le sconfitte stessero minando il morale dei te-deschi, in tanti continuavano a credere al loro Führer e a obbedire alla sua cieca volontà di combattere a oltranza. Un ultimo tentativo tedesco di respingere gli Alleati a ovest fu compiuto fra dicembre e gennaio 1945 sulle Ardenne, in Belgio, ma inutilmente. Nella primavera del 1945 le armate alleate invasero la Germania, difesa da tutti gli uomini in grado di combattere, compresi adolescenti e anziani, obbligati ad arruolarsi in un'ultima disperata resistenza.
Mentre in marzo i reparti dell'esercito britannico e statunitense passavano il Reno, i sovietici davano l'assalto finale alla capitale tedesca, Berlino. Il 30 aprile 1945 Hitler, finalmente resosi conto della sconfitta e perduta ogni speranza, si suicidò nel suo bunker sotterraneo. Qualche giorno più tardi, la bandiera rossa sventolava sulle macerie di Berlino. Il 7 maggio 1945 i rappresentanti dell'esercito tedesco firmarono a Reims, in Francia, la resa incondizionata della Germania: la guerra in Europa era finita.
Nel frattempo, i soldati sovietici e alleati svelavano al mondo la sconvolgente realtà dei campi di concentramento e di sterminio nazisti, fino ad allora tenuta accuratamente nascosta agli occhi del mondo. Tra gennaio e maggio 1945 i sovietici liberarono i pochi superstiti rimasti ad Auschwitz e negli altri campi di concentramento dell'Europa orientale; altrettanto fecero a occidente gli anglo-americani. Gli ebrei trovati in vita furono ben pochi, anche perché dalla fine del 1944, mentre i sovietici avanzavano a marce forzate verso ovest, Himmler decise di eliminare le prove dei crimini nazisti contro gli ebrei, ordinando lo smantellamento dei campi in Europa orientale, uccidendo i prigionieri o deportandoli in Germania e distruggendo le camere a gas e i forni crematori.
Nell'aprile 1945 partì una nuova offensiva anche in Italia, che consentì di superare la Linea gotica e liberare anche la parte settentrionale del paese, dove il movimento partigiano era sopravvissuto al duro inverno e aveva ripreso a combattere contro i nazifascisti. Il 25 aprile, giornata che da allora si continua a festeggiare nell'Italia democratica, i partigiani insorsero a Milano; Bologna era stata liberata il 21, Genova il 24, Torino lo sarebbe stata il 27, Venezia il 28. In quei giorni le truppe alleate e i partigiani entrarono nelle grandi città del Nord liberandole grazie anche all'appoggio della popolazione che insorse contro i tedeschi. Ormai braccato e privo di appoggio, Mussolini tentò la fuga verso la Svizzera, ma a Dongo, nei pressi di Como, i partigiani lo riconobbero e lo arrestarono insieme alla sua compagna Claretta Petacci. Il 28 aprile, pochi giorni prima del suicidio di Hitler, Mussolini fu fucilato insieme a diversi gerarchi; anche la Petacci morì con lui e i cadaveri furono trasportati a Milano ed esposti alla folla a piazzale Loreto, dove un anno prima i fascisti avevano fucilato quindici partigiani. Fu questo, ufficialmente, l'ultimo atto della Resistenza, anche se le esecuzioni sommarie e illegali di fascisti continuarono per parecchio tempo dopo la fine della guerra. Il 29 aprile le forze tedesche in Italia accettarono di arrendersi e firmarono l'armistizio a Caserta.
La fine della guerra conobbe una recrudescenza intorno al confine orientale d'Italia dove, fin dal 1918, l'imperialismo italiano si era scontrato col nazionalismo slavo. Sotto il fascismo la minoranza slava entro i confini italiani era stata duramente oppressa: chiunque potesse rappresentare un punto di riferimento politico era stato perseguitato e le comunità croate e slovene erano state sottoposte a un tentativo di assimilazione culturale che prevedeva addirittura l'italianizzazione dei loro cognomi e il divieto di utilizzare la loro lingua in ambito pubblico. Durante la Seconda guerra mondiale questo atteggiamento persecutorio era stato intensificato dalle forze di occupazione italiane, che avevano spalleggiato quelle naziste nella spietata repressione dei partigiani iugoslavi. Pertanto, dopo l'armistizio del 1943 e fino alla primavera del 1945, a guerra definitivamente conclusa, in un clima da resa dei conti e approfittando del caos in cui era caduto il governo italiano, si verificò la sistematica persecuzione di migliaia di italiani che vivevano nell'Istria e nella Dalmazia. Nelle ultime fasi della guerra di liberazione le truppe alleate e quelle iugoslave avevano dato vita a una vera e propria "corsa" per occupare la Venezia Giulia, sottraendola al controllo tedesco: la maggior parte del territorio italiano venne occupata dagli Alleati, l'Istria ricadde sotto il controllo dai partigiani comunisti iugoslavi. Qui, così come in Dalmazia, le milizie di Tito si accanirono contro la popolazione italiana, colpendo non solo i fascisti ma anche tantissimi civili innocenti, donne, bambini e anziani che furono gettati nei profondissimi crepacci rocciosi tipici del Carso, le foibe (da fovea, "cavità" in latino). Numerosi militari catturati durante le operazioni belliche furono internati in campi di prigionia e tenuti in condizioni talmente dure che molti di loro morirono di stenti. Sul numero di vittime è ancora aperta la discussione, ma la maggior parte degli storici valuta che, tra "infoibati" e internati, esso ammonti ad alcune migliaia (tra 5000 e 10.000). Le uccisioni furono causate non solo dal desiderio di rivalsa delle popolazioni slave sugli italiani, ma anche e soprattutto da un preciso progetto politico delle autorità iugoslave: eliminare chiunque venisse sospettato di voler ostacolare il passaggio di quei territori alla Iugoslavia, dunque non solo fascisti, ma anche antifascisti in disaccordo con tale progetto. Il dramma fu aggravato dal fatto che, quando nel 1947 venne stabilita l'annessione di Fiume, Zara e gran parte dell'Istria alla Iugoslavia la popolazione italiana che vi abitava fu costretta con la violenza a fuggire e a cercare rifugio entro i confini nazionali, perdendo tutto ciò che possedeva. Si è soliti riferirsi a questo fenomeno come
Le alte gerarchie naziste vennero processate a Norimberga, fra il 1945 e il 1946, da un tribunale internazionale. Hitler e alcuni altri, come il responsabile dei campi di sterminio Himmler, si erano sottratti alla cattura suicidandosi, ma sul banco degli imputati salirono comunque ventidue fra i massimi dirigenti della Germania hitleriana. Nel corso del processo, durato quasi un anno, venne rivelato al mondo il loro operato e l'orrore dei lager entrò per sempre a far parte della memoria collettiva. Qui venne avanzata per la prima volta la cifra, poi confermata dagli studi successivi, di circa sei milioni di ebrei assassinati nell'esecuzione della "soluzione finale". La maggior parte degli accusati risultò colpevole di crimini contro l'umanità e dodici di loro furono condannati a morte. Anche i capi politici e militari del Giappone furono processati, a Tokyo, fra il 1946 e il 1948. I giapponesi non erano colpevoli del genocidio ebraico, ma anch'essi avevano scatenato una feroce guerra di conquista compiendo atrocità d'ogni genere contro i prigionieri di guerra e le popolazioni civili dell'Asia, in particolare in Cina. Anche questo processo si concluse con numerose condanne a morte.
Nell'ottobre del 1945, sulla base di un progetto di Roosevelt, i vincitori diedero vita a un nuovo organismo internazionale, oggi ancora esistente, l'ONU (Organizzazione delle Nazioni Unite), che doveva riunire tutti i paesi del mondo nel tentativo di prevenire altri immani conflitti. Le finalità erano le stesse della Società delle Nazioni, il cui fallimento non fece venir meno l'idea che si potesse realizzare la pace tra gli Stati attraverso la costruzione di istituzioni internazionali. Come la Società delle Nazioni, tuttavia, anche l'ONU nacque con una debolezza di fondo. Il suo governo fu affidato a un Consiglio di Sicurezza, avente come membri permanenti i paesi vincitori della guerra, dunque Stati Uniti, Unione Sovietica, Gran Bretagna, Francia e Cina. Poiché a questi cinque Stati fu riconosciuto il diritto di veto sulle decisioni da prendere, ognuno di essi ebbe la possibilità di impedire l'azione dell'ONU tutte le volte in cui questa era in contrasto con i suoi interessi particolari. Il risultato fu che le inevitabili divergenze tra i membri permanenti paralizzarono - e paralizzano ancora oggi - la capacità di iniziativa del Consiglio di Sicurezza e, dunque, delle Nazioni Unite.
La visione - sognata e promossa da Roosevelt - di un ordine economico mondiale postbellico imperniato sulla posizione dominante degli Stati Uniti era stata sancita nel 1944 con la conferenza di Bretton Woods, durante la quale 44 Stati aderirono a un nuovo sistema di regole relative agli scambi internazionali. Come principio fondamentale il dollaro fu designato come moneta di riferimento negli scambi internazionali: la scelta fu motivata dal fatto che gli Stati Uniti all'epoca detenevano due terzi delle riserve auree mondiali, disponevano dunque di risorse sufficienti per la convertibilità in oro della loro moneta, una condizione indispensabile per garantire la stabilità monetaria nei pagamenti. Ciò significava che le banche centrali dei vari paesi potevano utilizzare il dollaro come moneta di riserva, in sostituzione dell'oro. Gli accordi di Bretton Woods sancirono inoltre la creazione di un Fondo monetario internazionale e di una Banca mondiale, rispettivamente per facilitare gli scambi internazionali e finanziare la ricostruzione dopo la guerra. A queste istituzioni si aggiunse nell'ottobre 1947 il Gatt (General Agreement on Tarifs and Trade), l'Accordo generale sulle tariffe e sul commercio concluso fra 23 paesi: l'obiettivo era quello di ridurre i dazi e gli altri ostacoli che frenavano il commercio internazionale.