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I tre autori latini: Seneca, Lucano e Petronio, le loro vite e le rispettive opere studiate nei minimi dettagli. Tutto per gli studi liceali.
Tipologia: Appunti
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Dopo la morte di Augusto, si assistette ad un delicato momento di trasformazione politica e sociale. La prima dinastia di principi vide introdurre a Roma una nuova forma di governo, di carattere personalistico, che rendeva marginale il ruolo del Senato (antico cuore operativo dello stato romano). Scopo fondamentale dei principi fu quello di consolidare lo stato, provato e indebolito dalle guerre civili, infatti, poche furono le occasioni di conflitto, sempre verso l’esterno, più per consolidare i confini per estenderli. L’introduzione del principato portò ad un cambiamento anche a livello culturale. Gli autori si espressero con una relativa libertà, che fu fortemente condizionata dalla presenza del principe. La “protezione” dei Cesari divenne un limite così pesante da non poter essere taciuta o tale da giustificare le congiure, che la filosofia e la letteratura sostennero ideologicamente. Gli autori della prima età imperiale furono:
provocando allo stato una grande sicurezza economica. Da questo punto di vista, il suo fu un buon governo, ma bisogna sottolineare che non fu mai amato dal popolo (e non cercò tale consenso con riduzioni di tasse). Ben presto il clima attorno a lui divenne difficile, a partire dalla stessa famiglia, dei collaboratori e dalla corte: dopo la morte del fratello Druso, si riaccesero le mire per la successione; Tiberio incominciò a sospettare congiure e i suoi sospetti furono alimentati “ad arte” da Seiano, il potente prefetto del pretorio, che aspirava al potere dopo Tiberio. Tiberio allora, per liberarsi da quel clima avvelenato, lasciò Roma e nel 27 si ritirò a Capri, in una splendida villa, da dove continuò governare l’impero. Le manovre di Seiano furono scoperte e l’uomo fu condannato a morte, ma ormai il clima di sospetti che si era creato aveva spinto l’imperatore ad assumere un atteggiamento sempre più dispotico, che portò alla condanna anche ingiusta di molti. Alla sua morte, nel 37, egli non fu rimpianto da nessuno, ma bisogna ammettere che Roma godeva di un’ottima situazione finanziaria. I pretoriani proposero come successore Gaio Cesare, il figlio di Germanico, chiamato Caligola per le calzature militari (caligae) che era solito portare fin da bambino. Il fatto che la sua candidatura fosse stata proposta dai militari e dal senato, mostra l’importanza che i pretoriani avevano nella gestione del potere. Il giovane principe cercò la collaborazione del senato e cercò di avere il consenso della plebe con elargizioni e riduzioni di tasse; ma presto la sua politica subì una svolta dispotica e, secondo gli storici antichi, egli iniziò a dare segni di pazzia. L’avversione nei confronti di Caligola da parte di tutti gli intellettuali dell’epoca nasceva dal fatto che, egli, per primo, volle dare al principato il carattere di una monarchia assoluta e divina di stampo orientale (sul modello di quella creata da Alessandro Magno) non a caso Caligola introdusse un vero e proprio culto verso la persona dell’imperatore. Tale modello era però troppo lontano dalla tradizione romana per essere accettato; a ciò si aggiunsero i tumulti scoppiati in diverse province contro l’imperatore e lo sperpero del patrimonio statale in spese folli, per rendere visibile l’autorità e la potenza dell’imperatore. Il malcontento si diffuse rapidamente e divenne più forte a causa delle feroci repressioni che il principe attuò (anche per motivi banali). Nel 41 fu ucciso da un pretoriano. Salì al potere, Claudio, fratello di Germanico e nipote di Tiberio. Il nuovo principe, pur appartenendo alla famiglia imperiale, si era sempre tenuto lontano dalla politica e dalla vita di corte, preferendo la vita dello studioso e dell’erudito (scrisse opere in greco e in latino), ma salito al potere, mostrò negli anni del suo regno (41-54) grandi capacità di governo: organizzò un efficiente apparato burocratico, affidandolo a liberti di sua fiducia. Inoltre, essendo nato a Lugdunum (Lione,Gallia) si mostrò favorevole alle esigenze dei provinciali e concesse loro di entrare nella magistratura e di prender parte al senato. Attuò una buona politica di espansione. Purtroppo non riuscì a sfuggire alle congiure di corte: infatti morì improvvisamente nel 54, forse avvelenato per mano della sua quarta moglie, Agrippina, che mirava ad assicurare la successione imperiale al figlio Nerone, nato da un precedente matrimonio. Nerone, aveva solo diciassette anni quando salì al potere. Portò avanti, in un primo momento, un
assoluto, ma anche per amore verso l’arte, tornò ad incoraggiare la letteratura. In età neroniana vi fu dunque un rifiorire della letteratura, anche se essa espresse le sue opere migliori non in accordo con la politica del principe, ma in aperto contrasto con essa. Gli intellettuali ebbero grande difficoltà a difendere la propria autonomia e molti furono vittime del principe. Grazie alla scolarizzazione si allargò il pubblico sotto Nerone fioriscono nuovi generi letterari:
FEDRO E LA FAVOLA IN POESIA Fedro fu l’iniziatore a Roma del genere letterario della favola in versi. Incerte sono le notizie che riguardano la sua vita e per lo più ricavate da quanto lo stesso autore racconta di sé nel prologo al libro III della sua raccolta. Nacque probabilmente attorno al 20 a.C. in Macedonia e, come si deduce dal titolo della sua opera, Phaedri Augusti liberti liber fabularum, possiamo intuire che egli fosse nato sotto Augusto e che giunse a Roma come liberto. Quasi sicuramente fu liberato per i suoi meriti e ottenne lo status di liberto. Esercitò l’attività letteraria durante il principato di Tiberio. I suoi versi, però, furono ritenuti offensivi da qualche personaggio potente, che credette di vedervi delle allusioni a sé e alle proprie azioni. Non sappiamo se Fedro avesse avuto effettivamente l’intenzione di bersagliare qualche uomo influente, mettendo in evidenza i suoi difetti e la sua malvagità, fatto sta che dal v. 40 in poi del prologo l’autore si rammarica di aver scelto alcuni soggetti pericolosi che gli hanno procurato problemi tali da sfociare in un processo intentatogli da Seiano, il potente e crudele prefetto del pretorio. Le persecuzioni contro Fedro cessarono alla morte di Seiano,
da quel momento, il poeta si pose sotto la protezione di un certo Eutico , un personaggio influente, forse liberto di Caligola. A lui dedica il terzo libro della raccolta, nel cui epilogo lamenta di essere ormai vicino alla vecchiaia. Grazie a questa affermazione si può risalire alla data di morte , forse intorno al 50 d.C, in età neroniana. Di Fedro sono pervenuti in maniera lacunosa 5 libri per un totale di 93 favole, tutte scritte in senari giambici, cioè nel verso più usato nelle commedie palliatae. Di ciascun libro si è conservato il prologo, del secondo, terzo e quarto anche l’epilogo. Probabilmente parte della materia scritta da Fedro è andata perduta, come testimonia la brevità dei libri II e V che contengono rispettivamente 8 e 10 favole rispetto alle 31 del primo libro, 19 nel secondo e 25 nel terzo. Non sappiamo se tale perdita sia dovuta a problemi connessi con la trasmissione del testo o alla volontà dell’autore, che avrebbe eliminato le favole più invise a Seiano. Nel Quattrocento è stato ritrovato un codice contenente una trentina di componimenti sicuramente autentici. Il codice, oggi perduto, venne scoperto dall’umanista Niccolò Perotti e da lui chiamato Appendix Perottina. Il nome di Fedro e la sua importanza si legano al fatto di essere stato il primo a trattare a Roma il genere favolistico e di essere stato l’iniziatore della favola in versi. La favola era considerato il genere narrativo più universale e popolare. Inizialmente trasmessa in forma orale, la favola assorbì e codificò una serie di elementi tradizionali che si ritrovavano in culture e epoche diverse. Caratteristica della favola era l’intento morale, la volontà di fornire esempi di vita, di aiutare a distinguere il bene e il male, di affinare negli uomini l’intelligenza e la prudenza. Ecco perché spesso protagonisti delle favole furono gli animali: in una società contadina pastorale, in cui il contatto con gli animali era una consuetudine quotidiana, era facile vedere fissati nelle diverse specie animali caratteri propri dell’agire e dell’essere umani. Il cane rappresentava la fedeltà, la volpe l’astuzia, il lupo la prepotenza, l’agnello la mitezza. Il mondo animale si prestava ad essere lo specchio delle virtù morali o dei difetti degli uomini e risultava quindi adatto allo spirito moraleggiante della favola. In Grecia il genere letterario della favola veniva fatto risalire ad un certo Esopo, uno scrittore leggendario, autore di racconti in prosai cui protagonisti erano gli animali. Ammesso che Esopo sia realmente vissuto nel VI secolo a.C., egli si limitò a scrivere ciò che la tradizione aveva tramandato solo oralmente. *-------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------
LUCIO ANNEO SENECA (filosofo stoico, poeta dell’interiorità, si diede la morte su ordinazione di Nerone, preferendola ad una vita intaccata dalla corruzione di una realtà deplorevole) figlio del rettore Seneca il vecchio, nacque in Spagna, a Cordova nel 4 a.C., in una ricca famiglia dell’ordine equestre di origine italica. Si trasferì a Roma per studiare retorica e filosofia. Nel 26 d.C., dopo un viaggio in Egitto, forse per motivi di salute, inizio a Roma la carriera politica e la professione forense, più per non dispiacere al padre, che per vera
personale cercando di realizzare il bene comune. Quando le condizioni politiche non permettono ciò è meglio il RETIRUM : Grazie al quale con gli studi e il buon esempio influirà positivamente sulla società. I DIALOGORUM LIBRI (DIALOGI) Con questo titolo sono pervenuti i 10 trattati filosofici di argomento morale, divisi in 12 libri: ogni opera è composta da un unico libro, tranne il De ira che ne ha tre. Qui la forma dialogica si limita a qualche occasionale domanda al dedicatario dell’opera O un interlocutore fittizio che, interrompe l’esposizione con domande obiezioni: non si tratta infatti di dialoghi veri e propri. Viene usata la tecnica letteraria della diatriba caratterizzata da un colloquio, con la presenza di apostrofi, proverbi, sentenze, paragoni, exempla, Obiezioni di presunti ascoltatori. Venne fuori un discorso vivace improntato al pensiero cinico-storico (corrente filosofica che perseguiva la riflessione e il buon senso). Il punto centrale della riflessione del filosofo è il raggiungimento della vera felicità, che il saggio conquista attraverso la vittoria razionale sulle passioni e il conseguimento dell’autosufficienza spirituale: la sua attenzione è sempre portata all’interiorità dell’uomo, ma si preoccupa anche del rapporto con gli altri, partendo dalla comune natura umana e dal sentimento di fratellanza che ne deriva, cercando un equilibrio tra la vita pubblica e quella individuale o privata (otium mediativo). La consolatio È un particolare genere di prosa che ha avuto origine in Grecia. Nasce dalle orazioni funebri veri e propri discorsi pronunciati per esaltare la figura del defunto e consolare dal lutto parenti amici. tale tradizione si incrociò successivamente con la riflessione filosofica, che si proponeva di alleggerire nell’uomo la paura della morte. Da questo nasce la consolatio: breve prosa filosofica in cui si propone una riflessione sulla morte e su ciò che rappresenta il vero bene il vero male per l’uomo. Nei dialoghi sono presenti 3 consolationes
1. CONSOLATIO AD MARCIAM : l’ho scritto consolatorio per marcia nel 40 è dedicato alla figlia dello storico Cremuzio Cordo (Condannato sotto Tiberio per le sue posizioni repubblicane), per Confortarla nella dolorosa circostanza della morte del giovane figlio Netilio. lo stile e freddo; l’argomentazione presenta la classica formula dei dolori altrui, accompagnata dalla riflessione Che la morte è un destino ineluttabile e dalla speranza in una vita futura. 2. CONSOLATIO AD MELVIAM MATREM : L’ho scritto consolatorio per la madre Elvia, Composto nel 42, e forse la più personale e partecipata fra le tre consolationes: è dedicata alla madre Elvia per Placarne il dolore causato dalla condanna del figlio all’esilio in Corsica. Il tema centrale dell’opera è l’affermazione che la morte non è un male, per cui a maggior ragione l’esilio non può essere un male, ma solo un cambiamento di luogo: il saggio nell’universo è sempre a casa sua perché il suo spirito abita il mondo. Il tono è affettuoso e l’atteggiamento dimostrato da Seneca vuole dimostrare un animo coraggioso e coerente, che, almeno in apparenza, non si fa abbattere dalle sventure. CONSOLATIO AD POLYBIUM qualche dubbio sulla serenità interiore dell’esule emerge però dalla lettura della terza opera, “lo scritto consolatorio per Polibio”, scritta nel 43: infatti in questo testo il tono di Seneca è
adulatorio nei confronti del princeps e del dedicatario Polibio (un potente liberto e funzionario di Claudio, che aveva appena perso l’amato fratello). il tono particolare è dovuto al desiderio di Seneca di ottenere al più presto la revoca dell’esilio, per poter ritornare a Roma; l’opera si trasforma in una vera e propria supplica. Trattando i “Dialogi” parliamo di scritti filosofici, nei quali Seneca presenta gli aspetti più significativi del suo pensiero, Per guidare chi cammina sulla via della saggezza verso il raggiungimento del proprio equilibrio e del dominio di sé. De Ira : trattato in tre libri, pubblicato subito dopo la morte di Caligola, nel 41. Seneca, del testo, propone uno studio sulle passioni umane e la loro fenomenologia, soffermando la sua attenzione sulla natura dell’ira, i suoi sintomi e le modalità per vincerla. L’opera, rivolta al fratello Anneo Novato mostra una grande capacità di analisi psicologica è una particolare attenzione ai problemi di filosofia morale: in particolare nel secondo libro, Seneca afferma che lira può essere tenuta sotto controllo dalla ragione, mentre hanno torto i peripatetici che sostengono che questo vizio sia innato e alle volte è utile. L’INDAGINE DELL’INTERIORITÀ. “Indagare“ sulla vita interiore sotto il principato significa cercare di comprendere come Seneca abbia impostato il rapporto vita interiore-vita pubblica (contrapposizione tra otium e negotium) Affrontando i problemi e i condizionamenti imposti dal regime che si stava rivelando sempre più dispotico. Aver frequentato fin da giovane luoghi del potere, questo a Seneca un difficile rapporto con gli imperatori e molti rischi personali: ricordiamo le minacce di morte da parte di Caligola e l’esilio imposto da Claudio. Una volta raggiunto il potere affiancando il giovane principe Nerone, il problema della vita interiore si fece ancora più pressante: come conciliare il cammino verso la saggezza con la gestione dell’immenso potere e delle ricchezze accumulatesi nelle mani del consigliere imperiale? NECESSITÀ DELL’ESAME DI COSCIENZA di sera, nel chiuso della sostanza, Seneca sottopone un serrato esame il suo animo, esortandolo a separarsi dalle passioni devianti (per conseguire un miglioramento individuale) e a correggere i suoi rapporti con gli altri (Per conseguire un miglioramento dei rapporti sociali): nella riflessione dello scrittore i due aspetti non sono mai disgiunti. La tecnica dell’esame di coscienza fu presa dal giovane Seneca alla scuola dei Sestii , Dove veniva praticato un modello di vita austero, i prenotato alla meditazione, e divenne pratica costante nella sua vita. Nel brano seguente egli propone l’esame interiore-una sorta di processo assistessero, leale sereno: non a caso spesso è impiegato il lessico giuridico-come mezzo per avanzare sulla strada della saggezza e della virtù.
“La costanza del saggio” , Del 55-56, è un dialogo dedicato all’amico Anneo Sereno, Che si era umiliato facendo da prestanome per coprire le prime relazioni dell’imperatore Nerone con la liberta Atte. Seneca sostiene la tesi stoica secondo la quale il saggio non può soffrire alcun offesa, poiché il suo unico bene è la virtù che non può subire danni e che nessuno potrà mai sottrarre. Neanche gli oltraggi e la decisione dell’opinione pubblica possono turbare il suo animo nobile e forte, che si distacca da ciò che non è necessario e ricerca solo
DE BREVITATE VITAE (tempo) composta dal 49 al 50, “la brevità della vita“, è dedicata a Paolino, prefetto dell’annona. Seneca affronta il problema del tempo, partendo da una forte e profonda sensazione o percezione della sua fugacità. L’uomo spesso si lamenta per la brevità del tempo che gli è concesso di vivere , ma secondo Seneca, questo dispiacere nasce da un errore di valutazione : non si deve considerare il tempo in base alla sua quantità, ma la sua qualità. Secondo il punto di vista del saggio, infatti, il tempo è sufficiente per compiere le cose importanti E vivere una vita virtuosa, mentre gli uomini lo sprecano in attività banali, per poi lamentarsi con la natura della brevità dell’esistenza. Eppure “la vita, se la si sa impiegare bene è lunga esigua è quella parte di vita che noi viviamo davvero. Tutto il resto dell’esistenza in realtà non è vita vera ma solo tempo” (2,1-2). infatti, la maggior parte degli uomini è occupata in una miriade di occupazioni inutili, eternamente occupato a ricercare ricchezze o successo o divertimenti. Seneca si sofferma sugli “occupati” (Affaccendati) coloro che, opponendosi alla prospettiva del saggio, sprecano i 1000 affanni attività inutili, il tempo della loro vita. Il saggio invece sa scegliere e vivere l’unica dimensione temporale che è sotto il suo controllo, cioè il presente, perché è passato e futuro, per i quali spesso stiamo in ansia, non sono il nostro potere. DE TRANQUILLETATE ANIMI ( “La tranquillità dell’animo”,scritta nel 61, presenta Anneo Sereno, il dedicatario dell’opera, in “crisi spirituale”, affetto dal taedium vitae, annoiato dall’esistenza è preso dal dubbio se dedicarsi agli affari (negotia) o all’otium contemplativo. Seneca suggerisce all’amico una vita di mezzo tra i due opposti modelli di vita, per non farsi travolgere dal turbine della vita attiva, senza però isolarsi totalmente dalla comunità civile: un’interazione fra il ritiro contemplativo e l’impegno della vita pubblica. Anneo, così come chiunque si ponga alla ricerca della saggezza, deve provare a raggiungere l’indipendenza del sapiens (Data attraverso la conoscenza e il dominio delle proprie reazioni emotive e il raggiungimento dell’equilibrio conquistato dalla ragione). Questo stato, conseguito non una volta per tutte,ma ogni volta ottenuto vincendo se stessi, deve essere usato tanto nel ritiro del’ otium privato quanto nella vita pubblica, impegnandosi per il bene comune, senza scoraggiarsi per le difficoltà,, Stringendo amicizia con altri saggi trovando il modo, anche in situazioni sfavorevoli, di agire per il bene comune : l’ideale supremo del saggio è la serenità dell’animo, ottenuta anche grazie all’esempio positivo offerto dagli altri. DE OTIO L’autore prosegue idealmente il discorso intrapreso con l’amico nel De Otio (la vita contemplativa) , Opera del 62, giunta lacunosa e dedicata a Sereno. Seneca, all’epoca della composizione di questo dialogo, si era ritirato dalla vita politica attiva e voleva giustificare la sua scelta: se le circostanze esteriori impediscono di dedicarsi ai problemi dello Stato, chiedendo compromessi insostenibili, allora è bene salvare la coerenza e apprezzare i vantaggi della vita contemplativa, cercando di migliorare il proprio spirito. DE PROVIDENTIA “La provvidenza”, scritto forse negli ultimi anni della vita del filosofo, è dedicato all’amico
Lucilio, lo stesso al quale Seneca indirizzò anche le Naturales questiones e le Epistulae. L’opera affronta il tema complesso della provvidenza divina. Lucilio obietta: “come mai, gli onesti vengono colpiti dalle sventure, mentre i malvagi vengono risparmiati? Il filosofo replica che le difficoltà e le sofferenze imposte ai buoni non sono veri mali, ma strumenti che servono a metterli alla prova, valorizzandone le virtù e i meriti. Chi sa accettare il suo destino attraverso dimostra il coraggio morale E la grandezza eroica di colui che utilizza le sventure per fortificare il proprio animo. (Questi Dialogi sono dedicati al tema della serenità del filosofo e alla relazione con la provvidenza).
Oltre ai Dialogi, Sono pervenute due altre opere di argomento filosofico-morale, i trattati:
di te stesso). Seneca insegna a Lucilio la presenza a se stesso, perché non si lasci trascinare nelle 1000 distrazioni degli occupati. Strettamente legato al tema del tempo (forse come conseguenza del suo ritiro della vita politica attiva) troviamo quella della cura dell’anima. Seneca afferma che la vita migliore e quella concepita nell’otium : Se si viaggia, se si entra in contatto con la folla, si partecipa ai giochi pubblici o alla vita mondana, si cede “alle passioni“ E ci si distrae dalla pace interiore, che l’unica essenziale occupazione cui un uomo saggio deve ambire. Altro tema fondamentale è l’autosufficienza e serenità interiore, che è costruita faticosamente dentro se stessi fa diventare uomini. Un uomo saggio deve scegliere la compagnia di pochi amici e opere di antichi filosofi su cui dialogare e meditare: solo così si raggiungerà l’autosufficienza. Tutti gli uomini sono uguali, compresi gli schiavi, provano le stesse passioni, desiderano traguardi O cadono negli stessi errori. Tutti sono uomini, anche se diverso e loro ruolo nel mondo. L’estensione delle lettere non è uniforme, alcune sono brevi, altri sono simili ad un breve trattato morale; leggendo le lettere a Lucilio sembra che Seneca , Nella solitudine della parte ultima della sua vita, certamente amareggiato e deluso per il fallimento del compito politico svolto a fianco di Nerone, abbia voluto esprimere suggerimenti morali. Ancora una volta, si sottolinea il valore fondamentale della Virtus, unico bene desiderabile. SENECA LETTERA A LUCILIO 47- IL SAGGIO E GLI ALTRI.
le pagine di Seneca affrontano spesso il tema della condizione umana, comune A tutti i mortali, e del sentimento di fratellanza che ne deriva. Questo argomento deriva dalla filosofia stoica , Che vede il saggio legato all’umanità e sente l’esigenza di impegnarsi “politicamente“ e pubblicamente per il bene comune. Seneca, però, con tono commovente si sofferma sul tema del “fare il bene al prossimo“ (il che significa superare il semplice rispetto della legge) e il tema della parità tra gli uomini, che sfocia nel testo sul trattamento degli schiavi: essi non sono bestie ma uomini come noi nostri compagni di cammino. La filosofia persegue l’ideale dell’humanitas (Sentimento di filantropia: che porta l’uomo a sentire i bisogni e dolori degli altri uomini, ad aiutarli e sostenerli ogni volta che ne abbiano bisogno). Seneca è il primo cittadino romano che propone una riconsiderazione degli schiavi.
nel progresso interiore verso la saggezza, Lucilio deve ricercare la vera gioia (gaudium) , Quella serenità e incrollabile che nasce dalla ricerca interiore, da retti pensieri e da una costante condotta di vita; essa si contrappone all’allegria (hilaritas) tutta esteriore (cui si abbandona il volgus) Fatta di piaceri momentanei effimeri. Intorno al desiderio umano di ricercare la vera gioia, Seneca riflette sull’atarassia, quella imperturbabilità dell’animo che caratterizza il filosofo, cioè colui che si pone alla ricerca della saggezza. Questa ricerca è lunga e faticosa, frutto di un cammino interiore, perché “la vera gioia è una cosa seria”. *-------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------
nacque a Cordova, in Spagna, il 3 novembre del 39 d.C. Era nipote di Seneca. Nel 40 la famiglia si trasferì a Roma, e li lucano compì i suoi studi, con il maestro il filosofo stoico Anneo Cornuto. in questi anni conobbe e strinse amicizia con Persio. Grazie alla sua acuta e brillante intelligenza, venne ammesso presto alla corte di Nerone come consigliere imperiale (membro della cohors amicorum del princeps) E nominato questore prima dell’età prevista. Nel 60 compose delle Loud Ass in onore del principe e le recitò nelle feste dei Neronia. Poi all’improvviso i rapporti con Nerone si incriminarono, per motivi che restano incerti; testimonianze antiche parlano di una gelosia che il principe avrebbe provato per le superiori doti letterarie del poeta. Probabilmente la situazione peggiorò quando lo zio Seneca, nel 62, si ritirò dalla corte e anche per le tendenze filorepubblicane Del suo poema, il Bellum civile, malvisti da Nerone. Da quel momento, il principe gli vietò di scrivere e di declamare in pubblico. Caduto in disgrazia Lucano partecipò alla congiura dei Pisoni e, quando il complotto venne scoperto, ricevette l’ordine di uccidersi. In un primo momento, per salvarsi, denunciò la madre Acilia, ma poi si affronto storicamente, la morte che avvenne probabilmente il 30 aprile del 65.
L’unica opera di lucano giunta a noi è il BELLUM CIVILE ( La guerra civile) , Più conosciuta con il titolo di Pharsalia , Con il quale lo stesso lucano parla del suo lavoro. Trattasi di un poema epico di argomento storico in 10 libri, (di cui l’ultimo non è stato completato per il forzato suicidio dell’autore) per un totale di 8060 esametri. Il tema è la guerra civile tra Cesare Pompeo, culminata nella battaglia di Farsalo (9 agosto 48) cui seguì la morte di Pompeo in Egitto. Non è facile risalire alle fonti che lucano uso per l’opera, anche perché le opere storiche relative ai fatti narrati sono andate perdute. forse lucano attinse ai libri di Tito Livio , Ai commentatori di Cesare e alle storie delle guerre civili scritte da Seneca il vecchio e da Asinio Pollione. L’opera avrebbe dovuto contenere 12 libri ma il numero di 10 è legato alla morte prematura dell’autore. Lucano si oppone alla tradizione epica classica e al capolavoro dell’Eneide di Virgilio: poiché sceglie come tema veri fatti storici e rifiuta il mito e gli interventi divini. Con lucano si parla di epica storica E non di epica mitologica. L’epica lucanea elimina totalmente la mitologia sostituendola con il soprannaturale , Il magico, il macabro e l’orrido. Assenti totalmente anche gli dei (solitamente presenti nell’epica classica e pronti a intervenire per modificare le vicende terrene). Nella Farsalia sono presenti i nomi divini, ma solo come riferimenti al mondo mitologico o a metafore usate nel poema. Al posto degli dei compaiono il caso e la fortuna (veri signori delle vicende umane e della storia). In questo modo il poeta esprime il suo scetticismo riguardo l’esistenza degli dei e rifiuta la concezione provvidenziale della storia e dell’esistenza umana tipiche della filosofia stoica: come potrebbe conciliarsi l’esistenza di una divinità provvidenziale con l’abominio delle guerre civili? Lucano affronta questo tema fin dall’apertura del poema, definendo “plus quam civilia” Le guerre come quella che sta per narrare. In essa, uomini legati dallo stesso sangue (Cesare Pompeo erano parenti grazie al matrimonio tra Pompeo e Giulia, figlia di Cesare). Si scontrarono con una violenza senza pari, spinti da passioni irrazionali Che travolgono ogni legge e ogni regola. Colpisce che a provocare la guerra, la desolazione e la rovina non sia stato un invasore straniero, ma gli stessi romani, che hanno rivolto le armi contro di te. Ogni valore viene stravolto e le regole
Pompeo si riunisce a Cornelia: i due si rifugiano in Egitto, dove il re Tolomeo, sperando di ingraziarsi Cesare, fa uccidere Pompeo e abbandona il suo cadavere decapitato sulla spiaggia, finché un umile personaggio Codro, non lo seppellisce.
morto Pompeo, Catone si mette a capo dell’esercito repubblicano attraverso il deserto di Libia, tra 1000 pericoli. Cesare arrivo in Egitto: quando Tolomeo gli offre la testa di Pompeo, finge sdegno per l’assassinio dell’avversario, ucciso a tradimento dall’ospite.
Cesare visita la tomba di Alessandro magno e partecipa un banchetto con la sorella di Tolomeo, Cleopatra.una rivolta della popolazione di Alessandria lo mette in difficoltà, qui la narrazione si interrompe di colpo. IL MONDO DEGLI IUFERI Lucano non si limita a mettere in dubbio il ruolo degli dei nella vita dell’universo e nella storia, ma coinvolge nel suo scetticismo anche altri elementi che si possono ricondurre all’ambito religioso. Come è tradizione dell’epica, anche la Farsalia contiene numerosi episodi prodigiosi, oracoli, predizioni e divinazioni. il poeta ha un atteggiamento dubbioso verso questo mondo che si preoccupa di fornire spiegazioni razionali a fenomeni considerati Soprannaturali: si pensi alle piogge di armi, che la credenza popolare interpretava come fatti miracolosi, segno del favore celeste e che invece lucano definisce conseguenza naturale di tempeste di vento. La mancanza del divino non deve far pensare a una totale mancanza dell’elemento soprannaturale, che invece evidente nel poema: visioni, presagi, incantesimi, apparizioni ed evocazioni di ombre, derivati perlopiù da oscure leggende e dalle superstizioni popolari. tutto porta al libro sesto, ambientato nella regione greca della Tessaglia, considerata la patria di streghe e negromanti. in questo libro assistiamo al sortilegio compiuto dalla maga Eritto, La quale fa tornare in vita un soldato morto perché racconti al figlio di Pompeo sesto, il destino riservato alla sua famiglia e le sciagure che stanno per abbattersi su Roma. Siamo alle pendici di una rupe scoscesa; l’aria ristagna gravata dalla puzza delle muffe. La maga tessala, acconciata come una delle furie, compie i suoi terribili riti mescolando ingredienti disgustosi, e pronuncia la formula che permette l’evocazione dei morti : il rito della necromazia assume grande importanza nel poema (libro sesto). Fondamentale il parallelismo con il canto sesto dell’Eneide Virgiliana, perché questo episodio ha il fine come nel poema di Virgilio, all’acquisizione di una profezia sul futuro della stirpe e dello Stato romano. Ma proprio questo parallelismo mette in evidenza le grandi differenze esistenti tra i due poeti. Nel poema virgiliano tutto appare colmo di speranza e a Roma (il cui destino glorioso è legato alla gens Iulia , di cui Enea È il capostipite e Ottaviano il massimo esponente), è riservato un futuro di dominio voluto dal fato per il progresso della civiltà. Nell’opera di lucano invece i presupposti sono capovolti: gli antichi eroi romani che hanno combattuto e sono morti per dare gloria e sicurezza la patria, piangono nell’Ade presagi della sorte tragica e vergognosa che attende Roma avviata assicura rovina, proprio a causa di un grande rappresentante della gens Iulia: Cesare.
Le inquietanti manifestazioni del soprannaturale sono nello stesso tempo la rivelazione di un destino oscuro e minaccioso che lavora alla distruzione di Roma e la trasposizione Del pensiero del poeta e della sua visione pessimistica della storia. Lontano dall’idea provvidenziale e ottimistica di Virgilio, lucano sembra voler rivelare il vero volto della storia e smascherarne gli inganni a danno dell’uomo. L’istituzione del principato, celebrata da Virgilio, che vedeva l’inizio di un periodo glorioso di pace e di giustizia per tutto il mondo, si è rivelata, secondo lucano, un fallimento: fondata su guerre fratricide, ha portato alla morte della libertas repubblicana. lucano affida al suo poema il compito di denunciare il sovvertimento di ogni valore il nome del potere. Poiché gli dei che Virgilio ritiene essere stati sostegno dell’azione di Enea e dei suoi successori, sono parte di questa ingiustizia, quindi meritano l’indignatio di lucano. Per sconfessare Virgilio e le sue teorie, l’autore della Farsalia Deve fare continuamente riferimento a personaggi, episodi, vicende dell’Eneide, in modo da far risaltare le differenze di pensiero. In questo modo , lucano crea una specie di anti-Eneide , Un poema che sovverte e stravolge i valori dell’epica tradizionale; che aveva trovato il modello più alto proprio nel poema virgiliano. Invece Di cantare un episodio glorioso della storia di Roma, di celebrare le gesta nobili e il popolo romano o di qualche eroe, lucano svela l’obiezione di una storia in cui buoni soccombono di fronte ai malvagi e ciò che è giusto viene vinto dal male. La Farsalia diventa il racconto della fine catastrofica di Roma, della sconfitta dell’ordine e della legge, della fine della libertà. Il tema vero del poema è il racconto della guerra civile è la metafora che lucano utilizza per comunicare la sua visione drammaticamente negativa della storia. Stravolge il codice epico viene giustificato dallo stravolgimento dei valori che lucano osserva nella storia.
La visione pessimistica che lucano a della storia si riflette sui personaggi del poema. Cesare Pompeo sono presentati come antagonisti, Pompeo appare un eroe stanco, su cui grava un profondo senso di sconfitta, che simbolicamente rappresenta la decadenza di Roma e la perdita della libertà. Cesare e invece l’eroe negativo, dominato dal furor sovvertitore della legalità e del diritto, spinto alla distruzione della patria. Catone, il cui ritratto resta incompiuto perché probabilmente avrebbe dovuto occupare gli ultimi due libri, sembra essere il vero grande eroe della Farsalia, paragonabile alle “stelle del cielo“. Catone è il sapiente stoico , Il saggio, che pur disprezzando la guerra, la ritiene necessaria qualora serva a recuperare la libertà. Catone è mosso dall’amore per la libertà, la pietas nei confronti di Roma. Anche se è consapevole della sconfitta, è pronto a combattere e ad affrontare la morte in nome della giustizia.
nacque a Volterra (in Etruria) il 4 dicembre del 34 d.C. da una ricca famiglia equestre romana, legata uomini dell’ordine senatorio. Il padre, Flacco, morì quando il poeta aveva