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FEDRO, SENECA, LUCANO, PETRONIO, Appunti di Latino

Appunti su Fedro (la favola), Seneca, Lucano e Petronio: caratteristiche della loro poetica e opere

Tipologia: Appunti

2020/2021

In vendita dal 16/07/2023

GiuliaDelPrete
GiuliaDelPrete 🇮🇹

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39 documenti

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Fedro
Fedro nacque in Macedonia probabilmente tra il 20-15 a.C. e il 51 d.C.; andò a Roma da bambino come schiavo e
libertus Augusti
(liberto di
Augusto; il primo schiavo liberto fu Livio Andronico, anche lui precettore delle famiglie romane). Egli quindi probabilmente venne affiancato
all’imperatore grazie alla sua cultura e si dedica all’insegnamento. Si può anzi supporre che la sua stessa produzione poetica sia nata dall’esercizio
della sua professione, poiché le favole, sia in Grecia sia a Roma, erano comunemente usate come libri di testo nelle scuole.
Fedro è infatti il principale rappresentante latino di un genere minore, la favola, che introdusse per primo nella letteratura romana. Egli sperava
dalla sua poesia fama e ricompense, ma non ottenne i risultati sperati, rimane un po’ ai margini rispetto alla cultura del tempo, a causa anche della
sua umile posizione sociale (era un ex schiavo di origine straniera).
Fu anzi perseguitato da Seiano, il dispotico ministro di Tiberio, che, urtato dal carattere satirico di alcuni componimenti in cui probabilmente
Fedro si rivolge ai potenti muovendo delle critiche, lo fece condannare e processare con un’accusa presuntuosa. Oltre a non essere apprezzato dai
contemporanei, fu addirittura ignorato da Seneca, che nel 43 d.C., quando Fedro aveva già pubblicato buona parte della sua produzione, definì la
favola “un’impresa non ancora tentata dagli ingegni romani”. Dal corpus delle sue favole furono ricavati, in età tardo-antica e medievale, raccolte e
repertori in prosa, che circolarono anonimi ed ebbero vastissima diffusione; solo nel XVI secolo fu riscoperta la sua opera nella redazione originale
in versi.
Di Fedro ci sono pervenuti cinque libri di favole in versi, per un totale di un centinaio di componimenti. Un’altra trentina di favole si ricavano dalla
Appendix Perottina, che un umanista del XV secolo, Niccolò Perotti, trascrisse da un codice oggi perduto.
la favola: caratteristiche
Nel prologo del libro I, viene indicata la fonte greca da cui dipende la sua opera e il modello a cui Fedro si ispira è Esopo, uno scrittore greco che
gli antichi consideravano l’iniziatore della favola letteraria (si vuole quindi inserire nel solco di una tradizione). Esopo, schiavo originario dell’Asia
Minore vissuto nel VI secolo a.C., per primo avrebbe raccolto il ricco materiale favolistico greco dando forma letteraria a una materia diffusa
soprattutto a livello polare e affidata principalmente alla tradizione orale.
Ma mentre l’opera di Esopo era in prosa, Fedro sceglie di scrivere in poesia, e non mancavano precedenti: la favola era entrata in particolare
nella satira romana, con Ennio, Lucilio, Orazio (di quest’ultimo ricordiamo la favola del topo di campagna e del topo di città nei Sermones).
La favola divenne un vero e proprio genere a sé stante, costituito da brevi racconti di fantasia, il cui significato è esplicitato da un morale. Essi
infatti proponevano modelli di comportamento (positivi o negativi), esemplificavano massime e proverbi, esprimevano una visione tipicamente
popolare (erano espressione di una saggezza popolare che nasceva dal buon senso e dall’esperienza) con anche una critica sociale e una protesta
degli umili e dei deboli contro i potenti e i prepotenti.
La forma più caratteristica assunta dalla favola è quella dell’apologo animalesco, i cui protagonisti sono spesso gli animali, simboli di caratteri e
atteggiamenti umani (attraverso gli animali Fedro ci vuole parlare del comportamento degli uomini).
Fedro non utilizza l’esametro, che dopo Lucilio era diventato il metro proprio della satira, ma adotta il senario giambico, ossia il verso tipico
delle parti dialogate della commedia. Si può notare infatti un collegamento con la commedia, che, pur differendo da questa nell’impostazione
generale e nella struttura, presenta con essa alcuni punti di contatto (in entrambi i generi si parte dalla stessa descrizione della realtà). In primo
luogo hanno in comune l’intento di divertire il pubblico a cui si rivolgono, il carattere realistico e umile delle situazioni (ambienti e circostanze della
vita quotidiana) e dei personaggi, e molto spesso un andamento “drammatico”, in quanto inscenano e riferiscono in forma diretta dialoghi tra due
o più interlocutori.
Già all’inizio della raccolta delle proprie favole, l’autore afferma il suo duplice intento: far ridere, quindi divertire (Fedro usa l’espressione
risum
movere
), ma anche trasmettere una morale, cioè ammonire (
monere
), consigliare, ammaestrare (si propone di realizzare un’unione di diletto e
utilità che anche Orazio indicava come obbiettivo nell’Ars poetica).
Questo duplice intento di “correggere gli errori degli uomini”, e di “dar piacere all’orecchio” viene ribadito anche nel prologo del II libro. In esso
Fedro chiede di poter inserire rispetto a Esopo qualcosa di suo (
aliquid interponere
) oltre a ciò che trova già nel modello, in modo che la varietà
(varietas, cfr. docta varietas di Poliziano) degli argomenti "rechi diletto a chi legge", e si assicura di attenersi al criterio della brevitas. La
varietas
e la
brevitas
risultano infatti i capisaldi della poetica di Fedro.
La varietas muove dall’intento di superare gli schemi ripetitivi della favola animalesca di Esopo, e si passa da soli animali parlanti ad altri
personaggi (c’è una varietà di personaggi e situazioni). Protagonisti di numerosi aneddoti sono Giove, Giunone, Mercurio, personaggi mitologici;
troviamo anche alcune storielle e raccontini non fantastici ma realistici (come quello della vedova e del soldato) e aneddoti storici di ambientazione
romana, che hanno come protagonisti Pompeo Magno e due imperatori contemporanei di Fedro, Augusto e Tiberio.
La varietas è dunque il criterio a cui Fedro si appella per rinnovare il genere tradizionale almeno in parte, attuando l’
aemulatio
del modello.
L’emulazione non si esercita però soltanto nell’ampliamento dei contenuti, ma anche nel campo delle scelte formali. Fedro, infatti, pur adottando
uno stile semplice, non rinuncia all’elaborazione stilistica, ma si attiene alla brevitas.
La brevitas è intesa come la capacità di condensare in breve i contenuti narrativi e gli insegnamenti morali, così da ottenere l’attenzione e il
consenso dei lettori grazie alla stringatezza e alla tensione stilistica. Si manifesta specialmente nei dialoghi, essenziali e pregnanti, scritti in un
linguaggio colloquiale con movenze realistiche e in alcuni brevissimi componimenti che si presentano come rapide e vivaci istantanee. Anche nei
detti proverbiali si attua una forte concentrazione espressiva.
Caratteristica della favola è la presenza della morale, che nella maggior parte dei casi segue l’esempio (o l’apologo) spiegandone il significato
allegorico o simbolico. La visione e l’interpretazione della vita che emerge dalle favole coincide con il punto di vista degli umili, dei poveri, degli
esclusi dal potere. Fedro allude alla
calamitas
che lo ha colpito, ossia alla persecuzione di Seiano, causata dalla permalosità e dal dispotismo dei
potenti; egli precisa a sua discolpa di non aver mai avuto l’intenzione di attaccare personalmente qualcuno ma semplicemente di “mostrare la vita e
i comportamenti degli uomini”. In effetti non si trova mai nelle favole un atteggiamento propriamente satirico, inteso come aggressivo, aspro
pungente. L’intento moralistico e pedagogico sembra piuttosto rivolto genericamente contro i difetti e gli errori umani, ma denunciando i vizi e
attaccando i colpevoli non emerge la volontà di mutare lo stato ingiusto delle cose.
La morale che si ricava dalle favole è piuttosto amara e pessimistica, ma anche rassegnata, basata sulla costatazione che la legge del più forte
domina (non è certo un caso che la raccolta si apra con la favola del lupo e dell’agnello). Il povero e il debole, devono saper stare al loro posto,
accettando le regole del gioco e cercando nella prudenza e nell’astuzia i mezzi per difendersi dall'ingiustizia e dalla prepotenza. Non è possibile
infatti contrastare validamente i prepotenti, che impongono le loro ragioni con la violenza; vale semmai la legge del taglione, che prescrive di
rendere male per male (come esemplifica la celebre frase della volpe e della cicogna).
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Fedro

→Fedro nacque in Macedonia probabilmente tra il 20-15 a.C. e il 51 d.C.; andò a Roma da bambino come schiavo e libertus Augusti (liberto di Augusto; il primo schiavo liberto fu Livio Andronico, anche lui precettore delle famiglie romane). Egli quindi probabilmente venne affiancato all’imperatore grazie alla sua cultura e si dedica all’insegnamento. Si può anzi supporre che la sua stessa produzione poetica sia nata dall’esercizio della sua professione, poiché le favole, sia in Grecia sia a Roma, erano comunemente usate come libri di testo nelle scuole. →Fedro è infatti il principale rappresentante latino di un genere minore, la favola , che introdusse per primo nella letteratura romana. Egli sperava dalla sua poesia fama e ricompense, ma non ottenne i risultati sperati, rimane un po’ ai margini rispetto alla cultura del tempo, a causa anche della sua umile posizione sociale (era un ex schiavo di origine straniera ). →Fu anzi perseguitato da Seiano , il dispotico ministro di Tiberio, che, urtato dal carattere satirico di alcuni componimenti in cui probabilmente Fedro si rivolge ai potenti muovendo delle critiche, lo fece condannare e processare con un’accusa presuntuosa. Oltre a non essere apprezzato dai contemporanei, fu addirittura ignorato da Seneca, che nel 43 d.C., quando Fedro aveva già pubblicato buona parte della sua produzione, definì la favola “un’impresa non ancora tentata dagli ingegni romani”. Dal corpus delle sue favole furono ricavati, in età tardo-antica e medievale, raccolte e repertori in prosa, che circolarono anonimi ed ebbero vastissima diffusione; solo nel XVI secolo fu riscoperta la sua opera nella redazione originale in versi. →Di Fedro ci sono pervenuti cinque libri di favole in versi, per un totale di un centinaio di componimenti. Un’altra trentina di favole si ricavano dalla Appendix Perottina , che un umanista del XV secolo, Niccolò Perotti, trascrisse da un codice oggi perduto.

la favola: caratteristiche

→Nel prologo del libro I, viene indicata la fonte greca da cui dipende la sua opera e il modello a cui Fedro si ispira è Esopo , uno scrittore greco che gli antichi consideravano l’iniziatore della favola letteraria (si vuole quindi inserire nel solco di una tradizione). Esopo, schiavo originario dell’Asia Minore vissuto nel VI secolo a.C., per primo avrebbe raccolto il ricco materiale favolistico greco dando forma letteraria a una materia diffusa soprattutto a livello polare e affidata principalmente alla tradizione orale. →Ma mentre l’opera di Esopo era in prosa, Fedro sceglie di scrivere in poesia , e non mancavano precedenti: la favola era entrata in particolare nella satira romana, con Ennio, Lucilio, Orazio (di quest’ultimo ricordiamo la favola del topo di campagna e del topo di città nei Sermones). →La favola divenne un vero e proprio genere a sé stante, costituito da brevi racconti di fantasia , il cui significato è esplicitato da un morale. Essi infatti proponevano modelli di comportamento (positivi o negativi), esemplificavano massime e proverbi, esprimevano una visione tipicamente popolare (erano espressione di una saggezza popolare che nasceva dal buon senso e dall’esperienza) con anche una critica sociale e una protesta degli umili e dei deboli contro i potenti e i prepotenti. →La forma più caratteristica assunta dalla favola è quella dell’ apologo animalesco , i cui protagonisti sono spesso gli animali, simboli di caratteri e atteggiamenti umani (attraverso gli animali Fedro ci vuole parlare del comportamento degli uomini). →Fedro non utilizza l’esametro, che dopo Lucilio era diventato il metro proprio della satira, ma adotta il senario giambico , ossia il verso tipico delle parti dialogate della commedia. Si può notare infatti un collegamento con la commedia, che, pur differendo da questa nell’impostazione generale e nella struttura, presenta con essa alcuni punti di contatto (in entrambi i generi si parte dalla stessa descrizione della realtà). In primo luogo hanno in comune l’intento di divertire il pubblico a cui si rivolgono, il carattere realistico e umile delle situazioni (ambienti e circostanze della vita quotidiana) e dei personaggi, e molto spesso un andamento “drammatico”, in quanto inscenano e riferiscono in forma diretta dialoghi tra due o più interlocutori. →Già all’inizio della raccolta delle proprie favole, l’autore afferma il suo duplice intento: far ridere, quindi divertire (Fedro usa l’espressione risum movere), ma anche trasmettere una morale, cioè ammonire ( monere), consigliare, ammaestrare (si propone di realizzare un’unione di diletto e utilità che anche Orazio indicava come obbiettivo nell’Ars poetica). Questo duplice intento di “correggere gli errori degli uomini”, e di “dar piacere all’orecchio” viene ribadito anche nel prologo del II libro. In esso Fedro chiede di poter inserire rispetto a Esopo qualcosa di suo ( aliquid interponere) oltre a ciò che trova già nel modello, in modo che la varietà (varietas, cfr. docta varietas di Poliziano) degli argomenti "rechi diletto a chi legge", e si assicura di attenersi al criterio della brevitas. La varietas e la brevitas risultano infatti i capisaldi della poetica di Fedro. →La varietas muove dall’intento di superare gli schemi ripetitivi della favola animalesca di Esopo, e si passa da soli animali parlanti ad altri personaggi (c’è una varietà di personaggi e situazioni). Protagonisti di numerosi aneddoti sono Giove, Giunone, Mercurio, personaggi mitologici; troviamo anche alcune storielle e raccontini non fantastici ma realistici (come quello della vedova e del soldato) e aneddoti storici di ambientazione romana, che hanno come protagonisti Pompeo Magno e due imperatori contemporanei di Fedro, Augusto e Tiberio. La varietas è dunque il criterio a cui Fedro si appella per rinnovare il genere tradizionale almeno in parte, attuando l’ aemulatio del modello. L’emulazione non si esercita però soltanto nell’ampliamento dei contenuti, ma anche nel campo delle scelte formali. Fedro, infatti, pur adottando uno stile semplice, non rinuncia all’elaborazione stilistica, ma si attiene alla brevitas. →La brevitas è intesa come la capacità di condensare in breve i contenuti narrativi e gli insegnamenti morali, così da ottenere l’attenzione e il consenso dei lettori grazie alla stringatezza e alla tensione stilistica. Si manifesta specialmente nei dialoghi, essenziali e pregnanti , scritti in un linguaggio colloquiale con movenze realistiche e in alcuni brevissimi componimenti che si presentano come rapide e vivaci istantanee. Anche nei detti proverbiali si attua una forte concentrazione espressiva. →Caratteristica della favola è la presenza della morale , che nella maggior parte dei casi segue l’esempio (o l’apologo) spiegandone il significato allegorico o simbolico. La visione e l’interpretazione della vita che emerge dalle favole coincide con il punto di vista degli umili, dei poveri, degli esclusi dal potere. Fedro allude alla calamitas che lo ha colpito, ossia alla persecuzione di Seiano, causata dalla permalosità e dal dispotismo dei potenti; egli precisa a sua discolpa di non aver mai avuto l’intenzione di attaccare personalmente qualcuno ma semplicemente di “mostrare la vita e i comportamenti degli uomini”. In effetti non si trova mai nelle favole un atteggiamento propriamente satirico, inteso come aggressivo, aspro pungente. L’intento moralistico e pedagogico sembra piuttosto rivolto genericamente contro i difetti e gli errori umani, ma denunciando i vizi e attaccando i colpevoli non emerge la volontà di mutare lo stato ingiusto delle cose. →La morale che si ricava dalle favole è piuttosto amara e pessimistica , ma anche rassegnata, basata sulla costatazione che la legge del più forte domina (non è certo un caso che la raccolta si apra con la favola del lupo e dell’agnello). Il povero e il debole, devono saper stare al loro posto, accettando le regole del gioco e cercando nella prudenza e nell’astuzia i mezzi per difendersi dall'ingiustizia e dalla prepotenza. Non è possibile infatti contrastare validamente i prepotenti, che impongono le loro ragioni con la violenza; vale semmai la legge del taglione, che prescrive di rendere male per male (come esemplifica la celebre frase della volpe e della cicogna).

T1: il lupo e l’agnello →La favola racconta di un lupo e di un agnello che si abbeverano allo stesso torrente. Il lupo, dalla gola insaziabile, accusa l'agnello di sporcare l'acqua che lui sta bevendo, anche se si trovava più in alto dell'agnello, su una collina. L'agnello gli fa notare che, per bere, sfiorava appena l'acqua e che stando a valle non gli era possibile intorbidire la corrente a monte. Fallito quindi questo pretesto, il lupo lo accusa allora di aver parlato male di lui sei mesi prima, ma, appreso che l'agnello al tempo dei fatti non era ancora nato, conclude che doveva essere stato suo padre, e lanciatosi sull'agnello lo uccide e lo mangia. →I protagonisti del racconto sono animali che rappresentano, sotto il velo dell’allegoria, vizi e virtù umane , in particolare il lupo e l’agnello simboleggiano rispettivamente l’uomo forte e prepotente e l’uomo debole, mite e indifeso. →Fedro persegue la brevitas dello stile, con la quale fa risaltare le sententiae dei personaggi. La sintassi è molto semplice, ma il lessico è usato con estrema attenzione, alcuni termini sono aulici e mostrano che Fedro vuole comunque dare dignità al genere, secondo il criterio stilistico anche della varietas ( laniger, termine dell’epica, ad meos haustus, termine ricercato, uso metonimico di liquor al posto di aqua). Si osservi, inoltre, la funzione metaforica dell’antitesi tra gli aggettivi superior e inferior: la posizione dei due contendenti rispetto al ruscello, infatti, rispecchia i rapporti di forza esistenti tra i due. →Il lupo fa un uso prevaricatorio della parola, avrebbe potuto mangiarsi il tenero animale senza nemmeno rivolgergli la parola ed invece ha cercato un pretesto, credendo di avere la meglio anche verbalmente oltre che sul piano fisico, mentre l’agnello protesta con cauta cortesia le proprie valide giustificazioni (ma questo non gli è servito a salvarsi la pelle). →La morale della favola è: i prepotenti calpestano i deboli con falsi pretesti e chi è dalla parte del giusto talvolta non può nulla contro chi è più forte. La favola mostra quindi la dura e spietata legge del più forte, che domina nei rapporti umani, e il giudizio dell’autore anticipa la morale già con alcuni termini, come fauce improba, latro, iniusta nece. T2: la parte del leone →Una vacca, una capra e una pecora si alleano nella foresta con il leone. Dopo aver catturato un immenso cervo e averlo diviso in parti uguali, il leone dice: "mi chiamo leone, la prima parte è mia, la seconda mi spetta perché sono forte, la terza anche perché sono più potente, la quarta nessuno la tocchi". Con la forza e l'arroganza si porta via quindi l'intero cervo. →I personaggi in questa favola sono quattro, ma tutto lo spazio è occupato dal leone, l’unico che parla e agisce. →La morale della favola è: allearsi con un individuo più potente non è mai una buona idea, soprattutto se quest'ultimo è anche un prepotente. È posta qui all’inizio, ma il giudizio del poeta viene ribadito anche in chiusura. T3: la volpe e la cicogna →La volpe fu la prima ad invitare la cicogna a cena e preparò in un vassoio una brodaglia che la cicogna, pur essendo affamata, non riuscì a mangiare in nessun modo a causa del suo lungo becco. Questa, avendo ricambiato l’invito, mise davanti alla volpe una bottiglia piena di cibo sminuzzato, di cui si saziò dopo avervi ficcato il becco facendo soffrire di fame l’invitata. E mentre questa cercava invano di infilare la sua bocca nel lungo collo della bottiglia, sappiamo che l’uccello migratore le abbia detto di subire in modo sereno quello di cui si ha dato esempio. →La favola ha per protagonisti due personaggi, lo svolgimento avviene senza dialogo, e la morale, anticipata nei primi due versi, viene ribadita alla fine nella battuta della cicogna. →La morale della favola è: non far del male, ma punisci chi ne fa a te con la stessa sua legge. Quello della cicogna è più di una banale vendetta, è un insegnamento di vita: non bisogna mai fare dei torti agli altri se non vogliamo che gli stessi torti vengano fatti anche a noi. T4: la volpe e l’uva →Una volpe non riesce a prendere dei grappoli d'uva su un albero, saltando con tutte le sue forze. Alla fine se ne va, dicendo che era acerba, e non ne voleva la pena. →La morale della favola è: non bisogna sminuire ciò che l'uomo non riesce a compiere nella propria vita, perché significherebbe ingannare sé stesso. →L’aneddoto, molto noto da essere diventato proverbiale, è una favoletta con un solo personaggio, perfetta per concisione ed efficacia. La volpe, che nella tipologia convenzionale è simbolo di astuzia, qui applica il suo ingegno per ingannare sé stessa. T5: un aneddoto storico: Tiberio e lo schiavo zelante →Protagonisti di questa favola non sono più gli animali, ma gli uomini. Vi si narra un episodio contemporaneo, avvenuto nell’ambiente della corte imperiale che il poeta, in quanto liberto di Augusto, doveva conoscere molto bene. Lo sviluppo narrativo è ricco di particolari realistici sia nella descrizione caricaturale dello schiavo (tutto elegante, servizievole solo per mettersi in mostra) sia nell’ambientazione (il poeta riesce a farci vedere, pur senza descriverlo espressamente, il paesaggio di un ampio giardino romano, ben tenuto, sotto il sole di una giornata estiva). →Roma era una città piena di faccendieri, indaffarati in mille cose ma che alla fine non ne portavano a compimento nemmeno una (è gente che vive di corsa ma alla fine è occupata dall’ozio, tema ripreso da Seneca ); egli voleva correggerli con un racconto vero. →Un giorno Cesare Tiberio si mise in viaggio per Napoli; quando giunse nei pressi della sua villa di Miseno, vide tra i servitori accorsi a dare il benvenuto un servo con una tunica di lino ornata di frange pendenti, intento ad innaffiare il terreno riarso dei bei giardini con un annaffiatoio di legno, con l'intento di mostrare il suo zelo di bravo servitore, ostentando in maniera fin troppo eccessiva un servizio tanto ridicolo e inutile. Tutti gli altri ridevano di lui, ma questi non si fermò. Il signore, offeso dal suo esibizionismo, chiamò a sé il servo; quest’ultimo fu addirittura felice di sentire il suo padrone chiamarlo, perché credeva che egli volesse omaggiarlo con chissà quale grande dono per il grande lavoro appena compiuto, ma Tiberio non gli rivolse nessuna lode, bensì lo schernì dicendogli: "Hai perso inutilmente il tuo tempo e il lavoro, poiché da me non avrai alcuna ricompensa" (gli schiaffi costano assai più cari a casa mia, la libertà ha un prezzo maggiore). →La morale di questa favola è rivolta ai servitori ruffiani e servili che cercano di compiacere i loro padroni con la speranza di ricavarne compensi, il più delle volte fallendo. T6: la novella della vedova e del soldato →Una donna, dopo averlo amato per molti anni, perse il marito e seppellì il suo corpo in un sarcofago. Affranta dal dolore per la perdita subita, la donna passava giorno e notte piangendo accanto alla salma, nel sepolcro. Nel paese si sparse la voce, e la donna si conquistò fama di essere onesta e morigerata. Intanto, alcuni ladri avevano rubato proprio vicino al sepolcro in cui lei si era chiusa, furono presi e crocifissi sul posto e sotto le croci fu messo di guardia un giovane soldato, affinché nessuno potesse portare via le loro spoglie. Il soldato, vedendo la bella vedova, se ne invaghì subito e anche la donna, conquistata dalla frequentazione quotidiana del soldato, finì presto per dimenticarsi del marito e innamorarsi di lui. Una mattina, però, il soldato si accorse che mancava uno dei crocifissi: qualcuno lo aveva fatto sparire e lui ne avrebbe pagato caro le conseguenze. La donna gli consegna il corpo del marito affinché lo sostituisse con quello mancante sulla croce, così che il soldato non subisse la punizione per la sua negligenza.

Consolatio ad Polybium → si tratta di una consolatio mortis con tono adulatorio verso Polibio e Claudio. La consolazione è rivolta a un potente liberto di Claudio, Polibio, in occasione della morte di un fratello, a cui si rivolge per dimostrare che è insensato compiangere chi non è più in vita, in quanto aut beatus aut nullus est (o è felice o non esiste più, e quindi non prova alcuna sofferenza). In realtà l’opera è un pretesto per rivolgere al sovrano una vera e propria supplica per poter tornare in patria dall’esilio, in cui Seneca loda la clemenza dell’imperatore sperando di ottenere grazia (c’è quindi un aspetto encomiastico).

dialoghi trattati

De ira → è un dialogo posteriore alla morte di Caligola, in tre libri, in cui Seneca si propone di combattere l’ira, passione tra le più odiose, pericolose e funeste. Seneca afferma che l’ira non è mai accettabile né utile, in quanto è prodotta da un impulso che offusca la ragione, e infatti ha manifestazioni molto simili a quelle della follia. Seneca indica poi i mezzi per prevenirla e placarla. Tra i molti esempi egli inserisce quello di Caligola, l’imperatore ormai defunto su cui l’autore sfoga il suo odio portando molte prove della sua ira furiosa e descrivendolo come una belva assetata di sangue. De brevitate vitae (la brevità della vita)→ è dedicata all’amico Paolino, scritto quando Seneca tornò dall’esilio. In essa il filosofo sostiene che gli uomini non devono lamentarsi per la brevità della loro esistenza, poiché la vita, se ne facciamo buon uso, è lunga ( vita, si uti scias, longa est); il problema è che la maggior parte degli uomini la sprecano in occupazioni vane, sono quelli che il filosofo chiama occupati (indaffarati, affaccendati) da obblighi sociali di una vita mondana piena di impegni (Seneca li paragona a formiche che salgono e scendono da un tronco senza ragione). La quantità del tempo a disposizione dell’uomo non dipende da lui, ma la qualità della vita è strettamente legata alla sua capacità di viverla consapevolmente. L’unico in grado di spendere bene il suo tempo è il saggio, che si dedica alla ricerca della verità, all’autarkeia (autosufficienza) cioè la libertà da ogni condizionamento esteriore, che assi cura pace e serenità. De vita beata (la felicità)→ risale al periodo in cui il filosofo era al potere al fianco di Nerone. Nel dialogo Seneca afferma che la felicità consiste nel vivere secondo ragione (non nel piacere, come sostenevano gli epicurei). Inoltre l’autore si difende da chi accusava i filosofi (vi si riconoscono le accuse rivolte a sé stesso) di non vivere secondo i precetti che professavano, ma di possedere molte ricchezze, e questo era in contrasto con la dottrina stoica che proclamava un tenore di vita semplice e austero. Seneca non nega la fondatezza delle accuse, ma elabora la sua difesa con eloquenza, sostenendo che non soffre quando è privato delle ricchezze, ma preferisce possederle perché esse gli dispiegano un campo più vasto in cui esercitare le virtù. De tranquillitate animi (la tranquillità dell’animo)→ il filosofo si rivolge ad Anneo Sereno, e dopo aver descritto la situazione in cui si trovava e di come il suo animo fosse inquieto e insoddisfatto, indica alcuni rimedi pratici che potevano aiutare a raggiungere la tranquillità d’animo (come coltivare una sana amicizia, impegnarsi per il bene comune, la parsimonia, la frugalità, l’accettazione serena delle avversità e della morte). De otio (la vita contemplativa)→ opera successiva al suo secessum, in cui Seneca affronta il problema dell’impegno e del disimpegno, ossia della superiorità della vita attiva o contemplativa, chiedendosi se il saggio dovesse o no partecipare alla vita politica attiva. Egli sostiene la validità della scelta dell’otium, secondo cui il saggio non deve impegnarsi a meno che le circostanze non glielo im pongano (ma per Seneca è impossibile trovare uno stato in cui il filosofo possa agire coerentemente con i suoi principi). La carriera politica non è di per sé né un bene né un male (rientra nella categoria degli indifferentia) e l’uomo deve saperle dare il giusto peso per non divenirne schiavo. De providentia (la provvidenza)→ il filosofo risponde all’amico Lucilio, il quale gli chiede per quale motivo gli uomini siano colpiti dai mali dovuti alla provvidenza divina. Seneca risponde affermando che in realtà non sono veri mali quelli che colpiscono gli uomini, si tratta di prove a cui gli dei sottopongono i buoni per favorire il loro perfezionamento m orale. De constantia sapientis (la costanza del saggio)→ esprime l’idea per cui il sapiente non può essere colpito da nessuna accusa, egli è invulnerabile poiché possiede la virtù.

temi

→Nei dialoghi Seneca non vuole proporre una filosofia astratta, ma guarda alla vita reale cercando di aiutare gli uomini a smascherare i falsi valori della vita, che impediscono il raggiungimento dell’equilibrio interiore e della felicità. La filosofia è quindi concepita come uno strumento terapeutico che può migliorare l’uomo e guarirlo dai mali dell’anima (dubbi, paure, angosce) attraverso l’ admonitio (ammonizione, esortazione) e la terapia consiste nel persuadere il “malato” a cambiare vita , cioè a trasformarsi, liberandosi dai propri errori. Gli errori su cui si concentra Seneca riguardano la qualità della vita dell’uomo. →L’uomo è angosciato, si sente in balia della sorte, e Seneca chiarisce che in realtà il problema è causato dall’ignoranza e dall’inconsapevolezza della precarietà della vita umana (siamo destinati a perire). La tematica del tempo è centrale nella filosofia di Seneca: è proprio di fronte alla consapevolezza della fuga del tempo, della precarietà della vita umana e dell’imminenza della morte che si rivela l’importanza di impiegare il tempo nella ricerca della sapientia. Il saggio così si sottrae al dominio delle passioni e diventa padrone di sé. →Allo stesso modo, anche la paura della morte è immotivata; la morte non è una punizione ma una lex naturae, di cui facciamo esperienza quotidianamente. Un’altra grande tematica è quindi la riflessione sulla paura della morte : la morte non è un male, ma è la liberazione dei mali dell’esistenza e per il saggio può rappresentare l’affermazione estrema della propria libertà. →La medicina per gli uomini è la cura di sé, della propria interiorità e del proprio animo, sede della ratio (ragione), per avere piena consapevolezza della realtà e per raggiungere una libertà interiore. Il percorso verso la sapienza è difficile, e Seneca sa di non esser un sapiente in senso stretto, piuttosto un proficientes, che sta progredendo sulla via della sapientia stoica verso il perfezionamento morale, ma ha ancora molti tentennamenti ed è affetto da un’inquietudine esistenziale. Il De clementia →Il De clementia è un trattato di filosofia politica in cui Seneca propone una giustificazione teorica del principato. Rivolgendosi a Nerone, Seneca lo elogia perché egli dimostra di possedere la virtù più grande del sovrano, la clemenza , definita come la moderazione e l’indulgenza che, chi ha il potere di punire, adotta spontaneamente nell’infliggere le pene. La clemenza contraddistingue il rex iustus (il re giusto e buono) rispetto al tiranno e procura amore e riconoscenza. Il re clemente instaura con i sudditi un rapporto paterno (non di governate-cittadini): punisce malvolentieri, solo quando è indispensabile, e viene contraccambiato da affetto, devozione e fedeltà.

→Seneca prende atto del fatto che il principato è una monarchia assoluta (nonostante la finzione augustea della restaurazione della repubblica) e quindi sostituisce alla giustizia la clemenza, che implica un rapporto di dipendenza esercitata da un potere superiore nei confronti degli inferiori. Il punto di riferimento non sono più le leggi, a cui tutti i cittadini devono sottostare, ma la volontà del principe, libera da ogni limite o vincolo. →Egli cerca di motivare teoricamente la realtà positiva del principato, trovando supporto anche nella dottrina stoica che indicava nella monarchia la miglior forma di governo solo a patto che il re fosse saggio: ecco quindi che Seneca presenta Nerone attribuendogli tutte le virtù di un sovrano perfetto (prima di tutte la clemenza). La figura di Nerone però è chiaramente idealizzata, su cui proietta un modello ideale a cui corrisponde un programma politico che implicitamente lo esorta a realizzare; ma si tratta di un programma utopistico , la cui realizzazione è affidata alla libera volontà del sovrano, che sembra identificarsi con la figura del saggio stoico.

lo stile

→Lo stile di Seneca è molto diverso da quello di Cicerone (suo grande predecessore in campo filosofico) e ciò dipende anche da l mutamento dei gusti e del pubblico. →Il tono e il linguaggio sono colloquiali , e Seneca mira al coinvolgimento emotivo del lettore per raggiungere il massimo effetto persuasivo ed emozionale. I mezzi di cui si serve sono quindi quelli della retorica, l’organizzazione logica del discorso è affidata a concetti e immagini, ed è imperniato sulla sententia , cioè sulla frase breve a effetto. Infatti la differenza più evidente rispetto allo stile ciceroniano si può vedere nell’organizzazione sintattica e fonico-semantica del discorso. Prevalgono la paratassi (brevi proposizioni), l’ asindeto (assenza di nessi congiunzionali) per conferire allo stile maggiore stringatezza e tensione, e sono frequenti le ripetizioni. →Lo stile di Seneca però, seppur diverso da quello di Cicerone, non ri fiuta, anzi, fa largo uso dei procedimenti propri della concinnitas : l’antitesi, il parallelismo, l’omoteleuto, l’anafora, la figura etimologica, il poliptoto. Questi procedimenti però non sono finalizzati alla costruzione di periodi complessi, ma a costruire sentenze/massime morali sintetiche e pregnanti in cui il pensiero è espresso in maniera più intensa, penetrante e incisiva, in modo che in un minimo di parole sia concentrato il massimo significato. →Viene fatto largo uso anche della metafora , che utilizza termini e concetti del linguaggio giuridico militare economico, ambiti a cui appartenevano i destinatari delle opere filosofiche di Seneca. Le tragedie Ci è pervenuto di Seneca un corpus di dieci tragedie, di cui nove di argomento filosofico e una ( Octavia) è una pretesta (è un tipo di toga, ci fa capire che l’ambientazione è romana). L’Octavia è considerata opera di un imitatore di Seneca: in una scena infatti si allude alle circostanze della morte di Nerone (avvenuta tre anni dopo quella di Seneca). Anche una tragedia mitologica ( Hercules Oetatus, Ercole sull’età) presenta delle caratteristiche che la differenziano dalle tragedie autentiche. Fra le tragedie autentiche riprendono miti già trattati dai grandi tragici del V secolo a.C. l’ Agamemnon (Agamennone), l’ Oedipus (l’Edipo), le Phoenissae (le Fenici) e l’ Hercules furens (Ercole furioso). Più riuscite, per la potente drammaticità di molte scene e per la tragicità dei protagonisti sono le altre quattro opere: Medea, Phaedra (Fedra), Thyestes (Tieste) e Troades (Le Troiane).

caratteristiche

→La cronologia delle tragedie è discussa, a causa soprattutto dell’intento e del significato che attribuiva a queste è probabile che siano state scritte nel periodo in cui Seneca era accanto a Nerone. →Un illustre studioso di Seneca, Alfonso Traina, partendo dalla costatazione che in quasi tutte le tragedie è presente la figura del tiranno, tratteggiata in termini violentemente negativi, ne dedusse che si trattava o di teatro di opposizione o di esortazione; dato che Seneca non è mai stato un contestatore politico, nemmeno durante l’esilio in cui egli anzi, si piegò a supplicare Claudio, si può capire che queste opere non erano contro, ma al potere, con un intento di ammonizione. Attribuisce quindi alla sua opera uno scopo di ammaestramento morale ; dunque, le tragedie furono composte soprattutto per mettere davanti agli occhi del giovane principe gli effetti negativi d el potere dispotico. →Un altro problema molto dibattuto è se le tragedie siano state scritte per essere rappresentate in teatro o per essere lette nelle sale di recitazione; probabilmente l’uso prevalente era quello di leggere i testi tragici in occasione di recitazioni organizzate in ambienti ristretti e davanti a un pubblico selezionato. →Al centro delle tragedie c’è la rappresentazione dello scatenarsi di passioni sfrenate e rovinose, non dominate dalla ragione , e dalle conseguenze catastrofiche che ne derivano (si propongono esempi dello scontro di impulsi contrastanti, positivi e negativi). →Da un lato vi è la ragione , mentre dall’altra vi è il furor , cioè l’impulso irrazionale, la passione (amore, odio, gelosia, ambizione e sete di potere, ira, rancore) presentata come manifestazione di pazzia, in quanto sconvolge e travolge l’animo umano. In questa lotta tra il furor e la razionalità, lo spazio dato al furor è preponderante rispetto a quello dato alla ragione ( quindi c’è un’accentuazione degli elementi cupi, degli aspetti più truci e sinistri). →C’è quindi un interesse per la psicologia delle passioni e il forte pathos e il gusto dell’orrido erano di moda per il gusto del tempo e sono funzionali anche all’ammaestramento morale: in particolare Seneca esorta Nerone a resistere alle passioni ed evitare gli eccessi a cui il potere può portare (il furor, le passioni irrazionali, portano sempre a conseguenze catastrofiche). →Un’altra caratteristica importante nelle tragedie di Seneca è l’interesse per la parola , a discapito dell’azione drammatica (si pensi al padre di Seneca, detto il Retore, perché prestava attenzione alla parola e allo stile). I suoi discorsi vedono tutta l’impostazione delle scuole di retorica del tempo, in cui vanno ricordate in particolare le suasoriae (avevano la funzione di persuadere, convincere della propria tesi (esercizi retorici)) e le controversiae (vi si trova il dibate pro-contro di un certo argomento (trovare argomenti)). Il poeta rivolge poca importanza all’articolazione della trama, e da grande spazio a lunghi discorsi moralistici (servivano come occasione per sviluppare topoi letterari, per dibattere una serie di argomenti morali e politici), ampie ed erudite digressioni mitologiche, inserzione di vasti pezzi descrittivi.

lo stile

→Il tono è magniloquente e declamatorio, con una ridondanza e ripetitività, con una sovrabbondanza di apostrofi, esclamative e interrogative retoriche (stile “barocco” ). Nonostante l’enfasi, l’esuberanza espressiva, è profondo lo studio dell’animo umano ed è forte la tensione patetica, che culmina in emozioni intense e commozione.

l'incapacità di agire, di provare entusiasmo, addirittura di muoversi) era immaginata come una marcescenza dell'animo. Per indicare la depressione, ci si poteva servire anche del sostantivo veternus , connessa con vetus, "vecchio". Il veternus corrisponde a quel morbo dell'animo che fa sprofondare gli uomini nel torpore e nella dimenticanza, uno stato di indolenza e apatia, una malattia che rendeva gli uomini pigri, letargici, vecchi, appunto, prima del tempo. →Nella Storia del mal di vivere, viene illustrata la permanenza del mal di vivere attraverso i secoli. Il mal di vivere non è solo una malattia dei tempi moderni (definita la malattia del secolo), segno di un disequilibrio patologico, ma, come ci hanno insegnato i grandi malinconici della storia, il mal di vivere è il prezzo da pagare della riflessione umana , è il segno del progresso del pensiero e della coscienza. Ci troviamo di fronte a un bivio (a un avvenire di imbecilli felici o intellettuali depressi), quindi o si regredisce (ma l’autore non sembra aderire a questa posizione) o si adotta la ragione, anche se questo ci può portare a vivere nell’infelicità (ma la grandezza dell’uomo non consiste nell’esser felice, ma nell’essere consapevole, lucido). Il mal di vivere è quindi forse la sola ragione di vita, e la grandezza dell'uomo, in fondo, sta anche nelle sue ferite. T8: la partecipazione alla vita politica: resistere o cedere le armi →Seneca confuta la tesi dello storico Atenodoro, secondo il quale la partecipazione alla vita pubblica è un bene, ma dal momento che dominano la corruzione e l'ambizione non resta che il ritiro a vita privata. Il filoso fo, invece, propone una soluzione diversa, che supera la contrapposizione tra otium (vita contemplativa) e negotium (impegno politico). →Occorre ritirarsi dalla vita pubblica se si è costretti, ma " arretrando a poco a poco ", in maniera progressiva, senza essere precipitosi nella fuga, e dopo aver tentato ogni via di azione. Inoltre, anche nel ritiro si può combattere con le "mani tagliate" ovvero continuando a iuvare alios (giovare agli altri) con mezzi diversi, per esempio con la parola. Colui che si allontana dalla politica corrotta non si ritira in un “dolce far niente” (così dice Seneca nell’ottava lettera a Lucilio), ma si dedica agli studi, coltiva la virtù e migliora sé stesso per essere utile a un maggior numero di persone. Dunque non si trattava di dedicarsi alla contemplazione, ma di un modo diverso di essere utili, “da lontano” e “di nascosto”. →Tutto il brano è giocato sulla corrispondenza tra vita e militia, come suggeriscono le metafore tratte dall'ambito militare. Infine si noti come al saggio sia possibile secondo Seneca, intervenire in uno spazio molto più ampio di quello politico.

Lucano

→Marco Anneo Lucano nacque a Cordoba nel 39 d.C., figlio di Marco Anneo Mela, fratello di Seneca il filosofo. La sua formazione avvenne a Roma dove si distinse per la sua intelligenza e completò la sua istruzione ad Atene. →Secondo le fonti, Nerone lo chiamò a Roma ed entrò nel suo cohors amicorum , dove ottenne la questura (ma non ha la vocazione per la politica). Durante la celebrazione dei Neronia, Lucano cantò le Laudes Neronis (cultura cortigiana, in cui vengono esaltate le doti del principe); poco dopo “recitò” i primi saggi del suo poema epico. →La carriera di Lucano fu però interrotta quando il favore di Nerone lo abbandonò, diventando anzi aperta ostilità , al punto che al poeta fu addirittura vietato di pubblicare i suoi versi. Sulle cause dì questa rottura furono fatte diverse ipotesi:

  • i biografici antichi sostengono che Nerone fosse geloso perché vedeva Lucano più abile e ammirato di lui;
  • i moderni ritengono che la rottura fosse stata causata dalla posizione filorepubblicana dichiarata dal poeta nel Bellum civile; Si può supporre che la caduta in disgrazia di Seneca e il suo ritiro a vita privata nel 62 abbiano influito negativamente anche sui rapporti fra Nerone e il nipote del filosofo. →Nel 65 Lucano partecipò alla congiura di Pisone e, scoperto, fu costretto a darsi la morte (come Seneca e molti altri illustri personaggi). Svetonio e Tacito riferiscono che il poeta, ingannato dalla promessa di impunità, denunciò falsamente come complice la madre Acilia (da molto tempo separata dal marito e in cattivi rapporti con lui e il figlio). →Durante la sua vita (seppur breve dato che si toglie la vita a venticinque anni) Lucano scrisse diverse opere andate perdute: la tragedia Madea, un epillio chiamato Orpheus, un Iliacon sulla guerra di Troia, una raccolta di Silvae e le fabulae salticae.

Il Bellum civile

→Il Bellum civile di Lucano è il più antico poema epico-storico che si è conservato nella sua totalità. L’intento di Lucano era quello di trasformare l’épos tradizionale ed è considerato da alcuni critici moderni l’ anti-Virgilio per il suo spiccato carattere innovativo rispetto alla precedente opera virgiliana (in realtà non anti-Eneide, ma oltre-Eneide, la supera; non poteva prescindere dall’Eneide ma doveva fare i conti con questa). →L’opera ha un intento eziologico (spiegazione delle cause) ma il suo scopo non è celebrativo (per celebrare Roma e le sue potenzialità), e se nell’Eneide c’è un disegno provvidenziale qui c’è la distruzione, il crollo di una forma di governo, la repubblica e quella che esprime è una posizione retrospettiva, un po’ nostalgica. → Emanuele Narducci sostiene che Lucano avesse stravolto le caratteristiche del poema epico, come se abbia voluto nella sua opera continuamente rovesciare il modello tradizionale, attraverso una tecnica espressiva definita antifrastica. Inoltre afferma che è come se Virgilio nell’Eneide avesse nascosto sotto a un velo idilliaco una realtà tragica e sconfortante che viene ora smascherata da Lucano: la fine della libertà romana e la trasformazione dell’antica respublica in principato. Sarebbe tuttavia unilaterale vedere in Lucano solo l’oppositore di Virgilio. → L’opera è nota anche con il titolo Pharsalia, derivato da un passo del libro IX in cui il poeta afferma orgogliosamente che la sua opera darà fama immortale alle vicende narrate. →L’argomento trattato dall’opera è la guerra civile tra Cesare e Pompeo , che trova nella battaglia di Farsaglia (Pharsalia), definita come funerale del mondo, il suo momento decisivo. Nei dieci libri vengono narrati gli avvenimenti dallo scoppio delle ostilità fino ai fatti dopo la morte di Pompeo, in Egitto. Il poema rimase incompiuto alla rivolta contro Cesare scoppiata ad Alessandria d’Egitto (48 a.C.). La morte impedì perciò al poeta di completare l’opera. Si suppone che fosse sua intenzione scrivere altri due libri (raggiungendo quindi lo stesso numero dell’Eneide) in cui avrebbe dovuto narrare la persecuzione della guerra in Africa fino al suicidio di Catone ad Utica; secondo altre ipotesi egli avrebbe progettato di proseguire il suo racconto fino alla sconfitta definitiva dei pompeiani a Munda o fino alla morte di Cesare o alla battaglia di Filippi. →Le fonti principali usate da Lucano furono Tito Livio e le opere sulle guerre civili di Asinio Pollione e Seneca il Retore, i quali avevano una concezione filorepubblicana. Lucano, però, non si attiene completamente alle fonti, sono evidenti in alcuni casi modifiche e deformazioni dei fatti storici fatte dal poeta per esigenze ideologiche e artistiche.

caratteristiche

→Lucano elimina l’apparato divino tradizionale , coerentemente con le sue posizioni filosofiche, mentre nei poemi epico-storici romani (ad esempio gli Annales di Ennio o il De consulatu suo di Cicerone) c’erano comunque degli aspetti “divini” mescolati a fatti reali. →Egli abolisce l’apparato mitologico, ed inserisce l’elemento “meraviglioso” o soprannaturale per mezzo di sogni, visioni, profezie, pratiche magiche (fin da Omero). →Il Bellum civile viene definito atipico sia per il fatto di rinunciare al tradizionale apparato mitologico, sia perché sceglie un tema singolare rispetto alla precedente tradizione. Mentre i poeti latini precedenti avevano trattato gli avvenimenti storici con intento celebrativo, l’opera di Lucano si presenta come il racconto di un evento funesto , viene narrata la caduta della libertas repubblicana, fatta coincidere con la fine irreparabile della grandezza e della gloria romane. Il tema centrale dell’opera non è una vittoria, ma una sconfitta , una catastrofe e Lucano invece di esaltare i fatti narrati, li biasima e li deplora. →Lucano, non potendo ancorarsi all’ideologia della grandezza di Roma, ricerca il sublime, l’elevatezza richiesta dal genere epico nella grandiosità e nell’ eccesso , per cui sono privilegiati i momenti eccezionali, le circostanze fuori dalla norma, che creano una tensione patetica e tragica. →Il tema della morte occupa un ruolo centrale nel poema per il suo carattere drammatico e spettacolare; la morte con gli orrori, la brutalità e il sangue rivela il gusto del macabro, che è attestato anche nelle tragedie di Seneca. →La tecnica narrativa di Lucano è selettiva e asimmetrica : il poeta riassume brevemente alcune parti della vicenda per concentrarsi sulla descrizione di quelle che hanno più intensità drammatica. La narrazione è dunque costituita da una serie di rapidi scorci ed episodi di lunghezza diseguale. →In Lucano prevale l’esigenza di descrivere e commentare : i discorsi sono spesso dilatati e non sempre risultano funzionali alle situazioni, ma servono per accrescere la tensione e il pathos. →Il narratore interviene spesso in prima persona per commentare gli eventi trattati (tendenza al racconto soggettivo già presente nell’Eneide e nelle Metamorfosi di Ovidio), e ciò determina un tono magniloquente e oratorio che rivela il gusto per le declamazioni, tipico del I secolo.

rapporti con l’epos virgiliano

→Il pessimismo del poeta, che contraddice il trionfalismo del filone epico-storico, contrasta sul piano ideologico anche con la sua adesione allo stoicismo. →Lucano afferma il dominio del Fato sul mondo e sugli uomini, ma non accetta razionalmente un destino ritenuto provvidenziale (non c’è nessun disegno razionale), l’ amor fati che costituisce il tema principale dell’etica stoica, e che sta al centro della riflessione filosofica di Seneca. Questa sua visione (di ribellione, anzi, e indignata protesta) era dovuta a un destino che aveva voluto la fine della libertas. →Lucano considerava tra le cause della guerra l’invidia del Fato per la grandezza di Roma, che avendo raggiunto il suo culmine, ora doveva subire un declino inevitabile. Al Fato veniva attribuito quindi un atteggiamento ostile agli uomini, che deriva dal luogo comune letterario dell’ ”invidia degli dei” : Lucano constata amaramente che gli dei aiutano i colpevoli e si accaniscono contro gli infelici. →La posizione ideologica di Lucano è diversa da quella di Virgilio: invece delle vicende gloriose che avrebbero portato al sorgere delle “mura dell’alta Roma”, Lucano preferisce parlare delle guerre civili che hanno provocato il tracollo della città. →La volontà di rifarsi al modello, rinnovandolo tuttavia radicalmente, si nota anche in alcuni aspetti della struttura compositiva del poema. Un punto di contatto con l’Eneide è per esempio la presenza di una profezia nel VI libro, in cui la maga Eritto risuscita un soldato dalla morte e lo obbliga a svelare i misteri dell’oltretomba; questo episodio riprende in modo molto originale la discesa agli Inferi di Enea, che nel corrispondente libro del poema virgiliano contiene la profezia di Anchise. Anche in questo caso il modello è stato rovesciato, in quanto alla solenne rassegna degli eroi e delle glorie future di Roma si sostituisce la predizione cupa e sinistra delle sue prossime sventure.

i personaggi

→Il poema è definito “ senza eroe ”, poiché il carattere negativo e il tema scelto da Lucano escludono la presenza di un eroe positivo che sostenga la vicenda dall’inizio alla fine, come Enea. →I due personaggi principali sono designati come Caesar e Magnus: sono nomi che acquistano un valore programmatico, perché il primo era divenuto ai tempi del poeta il titolo che designava l’imperatore e il secondo allude a un destino di grandezza. Nel Bellum civile troviamo quindi figure che assumono atteggiamenti estremi ed eccessivi e modi di esprimersi magniloquenti ed enfatici. →Lucano descrive Cesare sempre in modo negativo , è raffigurato come il genio del male, animato da una furia distruttiva (furor) che lo spinge a sovvertire ogni legge umana e divina per inseguire senza sosta i suoi scopi criminosi. Elementi che lo caratterizzano sono l’ira, la crudeltà, la superbia e l’arroganza, con cui impone la sua volontà facendo leva sul terrore, aspetti che lo paragonano a un tiranno (sono tratti che lo accomunano a Catilina, descritto da Sallustio). Con la figura di Cesare viene rovesciato il tema della pietas (l’empietà di Cesare verso la patria e gli dei fanno di lui un personaggio antitetico rispetto al pius Enea). Ad esempio, il paesaggio del Rubicone da il via a tutte le disgrazie, qui la patria viene personificata (donna con un copricapo e una corona turrita) e va incontro a Cesare, il quale di fronte alle parole di divieto di questa con grande determinazione passa lo stesso il fiume: questa è la dimostrazione che neanche le parole della patria lo fermano, tanto lui è empio. →I valori positivi sono invece affidati a Pompeo, difensore della legalità repubblicana, e Catone. → Pompeo , benché sia presentato come il difensore della legalità repubblicana, non è una figura propriamente eroica. Egli è descritto come “l’ombra di un grande nome”, un guerriero in declino, debole, passivo, privo di fiducia in sé e nei suoi soldati, destinato alla sconfitta e anche perché in caso di vittoria non saprebbe resistere alla tentazione del dominio assoluto. Per Lucano, Pompeo è la principale vittima del Fato, che è avverso alla respublica, e la sua figura assume tratti sempre più patetici. La sua statura morale cresce a mano a mano che egli si avvicina alla sua fine, sembra acquisire progressivamente, attraverso la sofferenza, una sempre più profonda consapevolezza del suo destino sventurato. →Infine Catone è la figura totalmente positiva che però, scegliendo la via del suicidio, farà mancare a Roma il suo contributo nella difesa della libertas. Catone rappresenta il campione della legalità repubblicana e l’incarnazione del sapiente stoico (segue i principi che impongono di serbare la giusta misura). Egli, però, non sarà il vero protagonista, in quanto dopo una prima apparizione nel II libro ricompare soltanto nel penultimo quando prende il posto di Pompeo come principale antagonista di Cesare. La morte prematura di Lucano ha impedito di descrivere il suo momento di maggior gloria: il suicidio eroico. Nel dialogo con Bruto, Catone segue la dottrina stoica e dichiara solennemente il dovere d’impegnarsi per affermare i valori della virtus, anche in circostanze sfavorevoli. Catone partecipa alla dimensione grandiosa e titanica che caratterizza il poema, che in lui si traduce in un’immensa statura morale capace di condannare e rovesciare i giudizi del Fato (“la causa dei vincitori piacque agli dei, ma quella dei vinti a Catone”).

Petronio

→Alcuni codici ci hanno tramandato degli estratti di un’opera narrativa intitolata Satyricon. La realizzazione di quest’opera era stata attribuita a Petronio, ma il problema dell’identificazione del personaggio e della datazione dell’opera ha dato vita ad un dibattito. La maggior parte degli studiosi colloca l’opera nel I secolo d.C. e riconosce Petronio come autore. →Tacito fece un celebre ritratto di Petronio definendolo elegantiae arbiter , ovvero esperto in materia di gusto e amante del bello e descrivendolo come un personaggio molto in vista nella corte di Nerone, che nel 66 fu condannato a morte dal principe. →Petronio aveva una posizione privilegiata fra i pochi intimi di Nerone e questo suscitò la gelosia di Tigellino , il quale vedeva Petronio come “un rivale più esperto di lui nella scienza dei piaceri”. Per questo Tigellino lo accusò di essere amico di uno dei promotori della congiura di Pisone, e Petronio fu costretto a darsi alla morte. →L’identificazione dell’autore del Satyricon corrisponde al Petronio di cui ci parla Tacito, perché il ritratto sembra corrispondere agli orientamenti e ai gusti dello scrittore, e perché alcuni passi dell’opera sono ricondotti all’età di Nerone. Quindi il Satyricon viene attribuito a Petronio per i seguenti motivi:

  • vengono citati nomi di cantanti, attori e gladiatori celebri ai tempi di Caligola e Nerone;
  • un personaggio nell’opera critica in modo velato ma inequivocabile l’opera di Lucano contrapponendo al Bellum civile un suo Bellum civile d’impianto tradizionale;
  • sono presenti analogie con l’Apokolokyntosis di Seneca, e riferimenti parodistici al suo stile. →I temi trattati nell’opera comunque riportano al clima culturale del I secolo d.C. e non a quella del II secolo (secolo a cui alcuni studiosi vogliono attribuire l’opera). →I volgarismi presenti ci fanno esitare sulla datazione al I secolo d.C., ma questi si spiegano come tratti della lingua parlata dalla parte più bassa della popolazione, che Petronio riproduce per la particolare ambientazione e natura della sua opera.

Il Satyricon

→L’opera originariamente doveva essere molto estesa, ma oggi ci sono tramandate parti in maniera lacunosa e frammentaria. L’opera rientra nel genere della satira menippea perché ci offre un esempio di commistione di prosa e poesia, e costituisce una parodia della società romana. →La vicenda è narrata in prima persona da un giovane, Encolpio , che rievoca le avventure e le peripezie di un viaggio che aveva fatto in campagna insieme a Gitone , di cui è innamorato. Nel primo frammento Encolpio è alle prese con un retore, Agamennone, che disserta sulla decadenza dell’eloquenza. Poi egli torna alla locanda, luogo malfamato, che ospita il giovane Ascilto , suo rivale nell’amore per Gitone. I tre vivono di espedienti nei bassifondi di una Graeca urbs della Campania (forse Napoli o Pozzuoli). Una donna di nome Quartilla (sacerdotessa di Priapo, dio della fecondità e della sessulaità) li accusa di aver violato i sacri misteri di Dio e li obbliga a partecipare a un’orgia in cui vengono sottoposti ad una serie di estenuanti servizi erotici; si tratta di un triangolo amoroso di tipo omosessuale. I personaggi partecipano, nella casa del liberto Trimalchione , a una cena. In questo banchetto, il padrone di casa sfoggia la sua ricchezza in modo spettacolare e grottesco, ostentando un lusso pacchiano e volgare. Trimalchione era un uomo di umili origini che si era arricchito, ma non aveva una solida cultura e si poteva definire ignorante, ovvero parvenu. Successivamente il protagonista incontra in una pinacoteca un letterato, Eumolpo , il quale vedendo il giovane ammirare un quadro rappresentante la presa di Troia, gliene offre una descrizione in versi: la Troiae halosis, che dopo il Bellum civile costituisce il brano poetico più lungo del Satyricon. Encolpio ed Eumolpo diventano compagni di viaggio e sono coinvolti, insieme con il ritrovato Gitone, in una serie di avventure rocambolesche, complicate dalla gelosia di Encolpio che scopre nel suo compagno un nuovo rivale. Scampati a un naufragio, vanno a Crotone dove Eumolpo si finge un vecchio danaroso ed Encolpio e Gitone faranno i suoi servi; e così i tre scroccano pranzi e regali ai cacciatori di eredità (esempio di mondo squallido). Encolpio diventa vittima dell’ira di una ricca amante che si crede disprezzata da lui e cerca di recuperare la sua virilità. Eumolpo lascia un testamento in cui dice che gli eredi potranno avere i suoi beni se faranno a pezzi il suo corpo e se ne ciberanno in pubblico.

la questione del genere letterario e caratteristiche

→Il Satyricon viene definito romanzo, ma nelle letterature classiche non esiste un genere letterario che corrisponda esattamente al romanzo moderno. Esso racconta avventurose vicende di viaggio, come i “romanzi” antichi, ma è scritto in prosa e in versi come le satire menippee. →Anche la questione del titolo è piuttosto complessa: significherebbe “ libri di cose satiriche” con riferimento alla satira menippea, quindi anche il titolo confermerebbe la fusione di due generi letterari , con la reazione di un romanzo in forma di satira menippea. →Quest’opera ha in comune con i romanzi il racconto di una lunga serie di peripezie e pone anch’esso al centro della vicenda un amore ostacolato da molte avversità. Esso però introduce una grande novità: non si parla più di un amore tra un giovane e una ragazza, ma di un amore omosessuale in cui entrambi i giovani hanno rapporti sessuali anche con altri personaggi. Questo vuole enfatizzare l’intento parodico dell’opera nei confronti di un genere popolare di largo consumo in cui l’amore era idealizzato e nobilitato sentimentalmente. →Si rileva in ogni caso con certezza un atteggiamento parodico nei confronti, in generale, delle trame stereotipate dei romanzi e dei loro ingredienti tradizionali. →Il tema del banchetto rimanda alla satira di Orazio, e i temi gastronomici avevano spazio anche nella commedia e nel mimo (con cui aveva in comune la rappresentazione della vita quotidiana degli strati più bassi della società romana, e perseguiva effetti di comicità). →Un altro genere che ha influito su quest’opera è la Novella di Milesia , così chiamata da Aristide di Mileto: nel romanzo sono presenti delle novelle raccontate da diversi personaggi che dichiarano di esserne stati protagonisti o spettatori. Eumolpo narra due storielle erotiche, tra cui la matrona di Efeso, che è presente anche nella raccolta delle favole di Fedro. →Gli argomenti erotici e la spiccata licenziosità caratterizzavano le novelle, che rientrano, come i romanzi, nel mondo della letteratura di evasione e d’intrattenimento. L’opera quindi è stata scritta per un pubblico che doveva essere informato su altri generi letterari, e per questo non sarà un pubblico qualunque, ma colto. →La lingua e lo stile sono variegati e compositi, aperti a tutti i registri; i personaggi appartengono a ceti sociali diversi e l’uso di registri linguistici differenti , dal più basso al più alto, conferisce al racconto realismo e comicità (cfr. plurilinguismo di Dante). →Dato che risulta molto complesso stabilire con precisione a quale genere letterario appartenga l’opera, che appare una mescolanza, la si può considerare un pastiche di elementi letterari derivati da generi diversi, che hanno lo scopo di intrattenere il lettore.