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Appunti di 5 liceo scientifico di latino riguardanti vita e poetica di Fedro, Lucano e Petronio con approfondimenti sulle rispettive opere e sul genere del romanzo.
Tipologia: Appunti
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È un autore di favole, secondario come importanza. Si hanno poche notizie sulla sua vita:
Fedro scrive principalmente favole: sono 93, divise in 5 libri ognuno dei quali preceduto da un prologo. Fedro scrive anche l’“Appendix perottina”, 30 favole scoperte da Niccolò Perotti nel XV sec. Le favole hanno come protagonisti degli animali che puntano a impartire degli insegnamenti morali, rappresentano i vizi degli esseri umani. La favola riprende il modello letterario greco di Esòpo, autore greco del VI sec. a.C. (secondo la leggenda schiavo giunto in Grecia dall’Asia Minore).
La poetica viene espressa nei prologhi delle cinque raccolte e Fedro giustifica le proprie scelte.
“Ho raffinato in versi senari le storie che Esopo inventò. Duplice è la dote del libro: muove il riso e consiglia saggiamente per la vita. Se qualcuno vuole criticare che sono gli alberi a parlare, non solamente le bestie, tenga a mente che ci siamo svagati con racconti immaginati.” Fedro evidenzia come novità l’utilizzo di versi senari, riprendendo argomenti inventati da Esopo. Il fine evidenziato dalla sua opera è quello di far ridere, divertire ed educare (risum movet, consilio monet).
La favola fa parte della raccolta Appendix Perottina. Questo componimento tratta la storia di una fanciulla sposata che rimane vedova e che in seguito alla perdita del marito, non fa altro che piangerne il corpo. Un giorno viene posta una guardia per vigilare i corpi e, con il tempo, i due si innamorano consumando il loro amore e dimenticandosi del marito. Mentre il soldato era distratto, viene rubato un corpo da una tomba che mette in pericolo il lavoro della guardia: la donna, innamorata, decide di sostituirlo con il corpo del marito per camuffare il misfatto. L’intento di Fedro è quello di denunciare l'incoerenza e la volubilità della donna e come anche le persone più virtuose cedono di fronte alla sessualità. Il tema è tratto dalla “fabula milesiae”: una raccolta di novelle di contenuto erotico, scritto da Aristide di Meleto, che trattano dell’adulterio, di amori clandestini, equivoci e travestimenti. La stessa favola sarà ripresa da Petronio nel Satyricon “La vedova di Efeso”.
Un lupo e un agnello erano giunti allo stesso torrente, entrambi assetati. Il lupo, notato l’agnello, decide di trovare un pretesto per sbranarlo.: nonostante nessun pretesto sembri restare in piedi, il lupo salta ugualmente addosso all’agnello e se lo sbrana. La favola mostra che contro chi ha deciso di fare un torto non c'è giusta difesa che valga. Anche i capi di stato, quando hanno in mente di ottenere un vantaggio usando la forza inventano pretesti, e non è possibile farli desistere con argomenti giusti e fondati.
VIRGILIO: Eneide LUCANO: anti-Eneide Argomento Nascita di Roma (vedi protasi) Distruzione dello stato repubblicano, guerra fratricida Visione del futuro Glorioso destino partenza di Enea verso futura Roma Creusa annuncia a Enea gloria futura Enea consulta Anchise che parla del grandioso destino di Roma visita di Enea ai luoghi di Evandro Pessimismo partenza di Pompeo dall’Italia Giulia maledice le seconde nozze di Pompeo e gli preannuncia la fine Sesto consulta la maga Erittone che riporta in vita un soldato morto per la profezia visita di Cesare alle rovine di Troia (fatto non storico) Dei Presenza di un piano divino intervento continuo degli dei Fato visto come destino cieco visioni, sogni e presagi funesti Cause guerra Mito Conflitto di carattere Cesare/Pompeo e corruzione dello stato Eroe (^) Enea eroe positivo (titolo Eneide) • Cesare: sanguinario, furor
Nei primi sette versi si snoda la tematica: le guerre civili, che hanno provocato numerose lotte fratricide e suscitato l’odio fra i consanguinei (Cesare e Pompeo erano parenti in virtù del matrimonio fra Pompeo e Giulia, figlia di Cesare). Seguono poi le conseguenze delle guerre civili: la desolazione delle campagne e delle città stesse. Tutto ciò a opera degli stessi Romani che hanno scatenato l’odio reciproco. Manca l’invocazione alla Musa, tipica della tradizione. È già evidente la polemica con Virgilio: Lucano non vuole cantare la pace ritrovata dopo le guerre ma vuole cantare le conseguenze delle stesse guerre che hanno portato alla rovina di Roma.
La morte di Giulia scatena l’odio fra i due generali che sbocca nella guerra civile. Prima di cantare le gesta dei personaggi, Lucano ne fa un quadro generale. Apparentemente sembra prenderne le distanze, ma il suo cuore batte per la causa repubblicana, rilevata dalla frase victrix causa deis placuit, sed victa Catoni, all’interno della quale compare Catone. Pompeo appare come un personaggio avviato al declino, appagato dalla sua antica gloria. Di fronte all’inerzia di Pompeo, Cesare appare essere ancora più potente: è un personaggio dalle tinte fosche, preda del furor. Nel passo Lucano lo paragona alla figura di Catilina che non ha esitato a sovvertire la legalità e diritto pur di dare corso alla congiura per impadronirsi del potere. Fondamentali sono le due similitudini della quercia e del fulmine: il fulmine colpirà la quercia e la abbatterà, ossia la fazione cesariana riuscirà ad abbattere il vecchio ordinamento repubblicano e ciò rappresenterà per Roma l’inizio della fine.
Nei versi precedenti, Bruto si reca a casa di Catone per manifestargli i suoi dubbi a proposito della partecipazione alla guerra. Il modello è il sesto libro dell’Iliade. Il passo è uno dei più significativi per delineare Catone: emblema della libertà repubblicana, non rinuncia alla lotta. Catone comprende che la guerra che si sta preparando sia ingiusta e non ne condivide i motivi: è solo uno scontro militare tra due fazioni ma è lo scontro fra due diverse visioni della storia e della vita. Sebbene il presentimento della sconfitta si evidente, Catone vi prende lo stesso parte. L’ideale di libertà è destinato a soccombere, per colpa di Cesare, e Catone vuole soccombere con esso. Il coraggio per la lotta gli deriva dalla pietas che prova per una Roma che ormai è giunta alla sua fine, simile al sentimento che prova un padre ai funerali del figlio che lo spinge a dar fuoco alla pira. In questo modo viene delineato il profilo di un uomo destinato a diventare un simbolo per le generazioni successive a quelle di Lucano: lo sconfitto che vince e trionfa su ogni forma di prepotenza che, morendo, diventa inesauribile serbatoio di forza morale per chi nella storia vuole lottare contro ogni forma di schiavitù.
Il termine romanzo viene utilizzato dal XII sec. per indicare genere narrativo.
CONTENUTO: Racconto amoroso che riguarda una coppia separata che si ricongiunge. TRAMA: Intreccio voluto dal caso, con valore iniziatico e di formazione e lieto fine. AMBIENTAZIONE: Spazio aperto labirintico, con riferimenti al contesto storico. FINALITÀ: Evasione, Significato allegorico, Educativo: amore come casto e fedele. Caritone di Afrodisia: Le avventure di Cherea e Calliroe (I a.C.- I d.C.):
I Codici parlano di Petronio Arbiter come autore del Satyricon. Le informazioni principali derivano da Tacito (Annales) che parla di elegantiae arbiter identificato con Petronio:
Satyricon scritto in età neroniana per allusioni:
La prima apparizione di Trimalchione, un liberto arricchito che dominerà la parte centrale del romanzo. La storia è ambientata al bagno pubblico, dove Encolpio e Ascilto si sono recati prima della cena. La descrizione della scena crea una nota d’ambiente.
Dopo la scena delle terme, Encolpio e Ascilto, ai quali si sono uniti Gitone e Agamennone, si recano alla casa di Trimalchione per partecipare al banchetto. La domus appare immensa (evidenziata anche dallo spazio occupato per descriverla), presentandosi anche con qualche nota inquietante (come la gabbia dorata di un uccellino posta all’ingresso per salutare chi entrava).
I convitati, dopo aver osservato lo spreco ostentato dall’anziano Trimalchione sia nella scena alle terme che nella vanità delle pareti della sua casa affrescate con eventi della sua vita, si siedono a tavola, serviti da schiavi obbligati a cantare. Viene portato l’antipasto ma il padrone di casa non si mostra ancora. Finalmente appare Trimalchione le cui prime parole sono maleducate e di cattivo gusto.
Dopo alcuni colpi di scena legati alle prime portate della cena, ecco Trimalchione dare un’altra prova dello spreco di cui si circonda con cui e del disprezzo con cui investe gli schiavi, dimenticandosi delle sue origini; salvo poi immalinconirsi di fronte allo scheletro di argento manovrato da un servo. È il primo senso di quel senso di morte e di fugacità del tempo che attraversa tutto il romanzo.
La moglie di Trimalchione assume un gande rilievo all’interno della narrazione della cena: Petronio fa si che ella venga descritta a Eumolpo da uno degli invitati. Ne scaturisce un quadro in cui la donna e la sua storia vengono giudicati dall’interno del mondo stesso che l’ha generata. L’ospite parlerà anche dei liberti arricchiti e che partecipano all’evento.
Una delle portate allestite durante la cena è composta da un cinghiale farcito di volatili vivi che indossa un berretto da liberto. Encolpio ne chiede il motivo a un commensale e questo spiega che il cinghiale, rimandato indietro la sera prima dai commensali perché sazi, ora torna indietro “liberato” in tenuta da liberto. L’episodio sottolinea il cattivo gusto della messinscena e il sottile parallelismo fra l’animale e il padrone di casa.
Trimalchione lascia i commensali e tutti sembrano sollevati, tanto da iniziare una libera conversazione basata su lunghi monologhi in ognuno dei quali ogni personaggio rivela la propria filosofia di vita. Dal momento che dal punto di vista sociale il gruppo è omogeneo, la filosofia è la stessa per tutti. Gli interessi dominanti sono concentrati sui beni materiali e conta solo la ricchezza. I discorsi sono costruiti da frasi fatte e luoghi comuni. L’immagine della morte torna ancora una volta. Il linguaggio richiama il sermo plebeius, riproducendo perfettamente la vera lingua parlata.
È quasi l’alba e la cena sta volgendo al termine. A un certo punto si ode un gallo cantare, presagio di malaugurio e il superstizioso padrone della casa ordina che l’animale sia subito cucinato. Anche Fortunata partecipa alla preparazione del piatto.
In una fase avanzata della cena, dopo che si è aggiunto anche Abinna, il padrone di casa riassume la sua vita e le tappe della scalata verso la ricchezza. Il discorso assume i caratteri di un’orazione. Trimalchione non si cura di celare le basse azioni compiute pur di arricchirsi: è l’esaltazione dell’uomo pronto a usare la propria abilità per giungere dove vuole e colmare la sua fame di possesso.
Il banchetto volge al termine ed è Trimalchione stesso, ubriaco e ossessionato dall’idea della morte, che inscena il suo funerale e genere il caos. Encolpio e Ascilto fuggono da quella domus che si era chiusa intorno a loro come un labirinto.
Durante la cena, Nicerote (uno dei commensali) e il padrone di casa interrompono le chiacchiere per raccontare due terrorizzante fabulae. I protagonisti sono un lupo mannaro e due streghe. Secondo un meccanismo noto agli esperti di folklore, chi racconta dice di essere stato presente ai fatti. Si trattava di un modo di rendere più credibile un racconto che sembra incredibile oppure era un segno di una predilezione per i racconti pieni di superstizione frequentemente usata nell’ambiente dei liberti. In ogni modo la novella costituisce un piacevole moltiplicarsi dei livelli della storia.
In risposta al racconto di Nicerote, Trimalchione narra una storia che riguarda bambini e streghe. La storia di questa donna, brutta e malvagia, è lunga e ricca portando a ritroso fino al mondo greco più antico. La parola strinx/strix descrive sia un rapace che una donna malefica, capace di prendere durante la notte le forme di quest’uccello. Il racconto è uno dei più estesi per quanto riguarda le streghe e ne riporta i comportamenti tipici quali quello di spaventare i bambini o di rubarne gli organi vitali. La storia parla di una strega in azione mentre una madre veglia il suo bambino morto.
Eumolpo, un poeta che si è unito ad Encolpio e Gitone, natta una novella. Essa ha al suo centro la figura di una matrona che appare come esempio di virtù coniugale. Una matrona rimane vedova e passa le notti con un’ancella a vegliare il cadavere del marito, digiunando.
Una notte un soldato di guardia ai cadaveri di alcuni ladri crocifissi rimane colpito dalla donna e cerca di consolarla offrendole la sua cena. Dopo vari tentativi, il soldato, aiutato dall’ancella, riesce a convincere la matrona a sfamarsi.
Dopo aver conquistato la donna i due consumano il loro amore. Il soldato riuscirà nel suo intento perché aiutato anche dall’ancella.