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Settima giornata Decameron, Dispense di Italiano

Settima giornata Decameron appunti

Tipologia: Dispense

2025/2026

Caricato il 04/05/2026

MarilisaCapuozzo
MarilisaCapuozzo 🇮🇹

4.5

(66)

156 documenti

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Giornata 7 – Introduzione (giovedì)
Re: Dioneo
Regina scelta: Lauretta
Tema: Beffe che le mogli fanno ai mariti
Ballata finale: Filomena
Non è ancora sorto il sole quando il siniscalco fa portare tutto il necessario affinché la
brigata trascorra la giornata presso la Valle delle Donne. Sentendo il rumore, anche
Dioneo si sveglia e, fatta preparare la brigata, partono a loro volta per la Valle. La
giornata nella Valle trascorre identica alle precedenti: accompagnati dal cinguettare
degli uccellini i giovani cantano, ballano, pranzano e riposano. Dopo, inizia il
novellare. Tocca a Emilia.
Giornata 7 – Novella I
Narratrice: Emilia
Emilia avrebbe preferito che fosse un altro a iniziare la giornata ma, visto che il re ha
scelto lei, non si sottrarrà. Spera che la sua novella possa essere utile alle donne che
devono stare in guardia dal “fantasma” che nessuna di loro sa cos’è ma ugualmente
temono.
Visse a San Pancrazio uno stamaiuolo (porta lo stame della lana a filare) di nome
Gianni Lotteringhi, uomo buono che fu messo a capo di coloro che cantavano le lodi
di Santa Maria Novella; svolgeva anche altri compiti presso di loro e, visto che era
benestante, faceva anche donazioni. In cambio, i frati gli insegnavano canzoni e
preghiere. Gianni aveva una moglie, monna Tessa, innamorata di Federigo di Neri
Pegolotti. Tessa avrebbe trascorso tutta l’estate a Camerata e, sapendo che il marito
era un bonaccione, mandò a chiamare Federigo tramite una sua serva. Trascorsero
insieme la notte e trovarono un modo per non mandare ogni volta la serva da
Federigo: sulla strada che l’uomo attraversava ogni giorno vi era una vigna, lì avrebbe
trovato un teschio d’asino che, se rivolto verso Firenze gli avrebbe dato il via libera ad
andare da Tessa, se rivolto verso Fiesole avrebbe invece indicato la presenza di
Gianni. Si incontrarono così molte volte. Una sera, però, Gianni arrivò senza
preavviso e la Tessa, che aveva già fatto predisporre in giardino la cena da consumare
con Federigo, si dimenticò di farlo avvertire. Così cenò col marito e andarono a letto a
dormire. Nel frattempo, Federigo era arrivato e bussò alla porta di casa due volte.
Gianni, udendolo, si chiese chi mai potesse essere e Tessa, che non voleva farsi
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Giornata 7 – Introduzione (giovedì)

Re: Dioneo Regina scelta: Lauretta Tema: Beffe che le mogli fanno ai mariti Ballata finale: Filomena Non è ancora sorto il sole quando il siniscalco fa portare tutto il necessario affinché la brigata trascorra la giornata presso la Valle delle Donne. Sentendo il rumore, anche Dioneo si sveglia e, fatta preparare la brigata, partono a loro volta per la Valle. La giornata nella Valle trascorre identica alle precedenti: accompagnati dal cinguettare degli uccellini i giovani cantano, ballano, pranzano e riposano. Dopo, inizia il novellare. Tocca a Emilia. Giornata 7 – Novella I Narratrice: Emilia Emilia avrebbe preferito che fosse un altro a iniziare la giornata ma, visto che il re ha scelto lei, non si sottrarrà. Spera che la sua novella possa essere utile alle donne che devono stare in guardia dal “fantasma” che nessuna di loro sa cos’è ma ugualmente temono. Visse a San Pancrazio uno stamaiuolo (porta lo stame della lana a filare) di nome Gianni Lotteringhi, uomo buono che fu messo a capo di coloro che cantavano le lodi di Santa Maria Novella; svolgeva anche altri compiti presso di loro e, visto che era benestante, faceva anche donazioni. In cambio, i frati gli insegnavano canzoni e preghiere. Gianni aveva una moglie, monna Tessa, innamorata di Federigo di Neri Pegolotti. Tessa avrebbe trascorso tutta l’estate a Camerata e, sapendo che il marito era un bonaccione, mandò a chiamare Federigo tramite una sua serva. Trascorsero insieme la notte e trovarono un modo per non mandare ogni volta la serva da Federigo: sulla strada che l’uomo attraversava ogni giorno vi era una vigna, lì avrebbe trovato un teschio d’asino che, se rivolto verso Firenze gli avrebbe dato il via libera ad andare da Tessa, se rivolto verso Fiesole avrebbe invece indicato la presenza di Gianni. Si incontrarono così molte volte. Una sera, però, Gianni arrivò senza preavviso e la Tessa, che aveva già fatto predisporre in giardino la cena da consumare con Federigo, si dimenticò di farlo avvertire. Così cenò col marito e andarono a letto a dormire. Nel frattempo, Federigo era arrivato e bussò alla porta di casa due volte. Gianni, udendolo, si chiese chi mai potesse essere e Tessa, che non voleva farsi

scoprire, rispose che era un fantasma. Gianni si riteneva al sicuro per le preghiere fatte prima di mettersi al letto ma Tessa, che voleva avvertire Federigo della presenza del marito, disse che bisognava fare un incantesimo per mandarlo via. Entrambi andarono all’uscio della porta e Tessa iniziò a recitare formule che a Gianni potevano sembrare magiche, ma che davano indicazioni a Federigo di tornare in un altro momento poiché c’era il marito. Fatto questo per tre volte, Tessa e Gianni tornarono a letto mentre Federigo si diresse in giardino, proprio com’era indicato nelle “formule magiche”, dove trovò la cena. Quando si incontrarono la volta successiva, Tessa e Federigo risero molto di questo fatto. Si dice anche che Tessa avesse fatto girare la testa verso Fiesole ma un contadino distratto l’avesse rigirata verso Firenze, dunque Federigo era rimasto senza cena. Una vicina di Emilia le ha detto che entrambe le cose sono successe, solo che la seconda riguarda Gianni di Nello e non Gianni Lotteringhi. Dice dunque alle donne di scegliere la versione della storia che gli piace di più. Giornata 7 – Novella II Narratore: Filostrato Tutti ridono della novella di Emilia prima che il re comandi a Filostrato di continuare. L’uomo prende la parola dicendo che sono così pochi i casi in cui le mogli si fanno beffe dei mariti che le donne dovrebbero essere contente di conoscerli e raccontarli in giro. A Napoli un povero muratore si sposò con una giovane di nome Peronella, filatrice. Avvenne che un giovane benestante, Giannello Scrignario, si invaghisse di lei e, tanto la corteggiò, che riuscì a conquistarla e a giacere con lei molte volte: aspettava che il marito uscisse ogni mattina per andare al lavoro per entrare in casa e stare con Peronella. Un mattino, mentre Giannello e Peronella erano insieme, il marito tornò a casa e, tentando di entrare, trovò la porta chiusa. La cosa lo lasciò felice, trovando sua moglie estremamente onesta per essersi chiusa dentro mentre lui non c’era in modo che nessuno potesse entrare e darle noia. D’altra parte, invece, Peronella non capiva perché il marito fosse tornato prima e fece nascondere Giannello in una grossa botte prima di andare ad aprire la porta. Peronella accolse il marito in casa con pianti e lamenti, dicendo che egli era tornato prima invece di lavorare, che erano poveri, che tutte le vicine la prendevano in giro perché lavorava molto e non aveva nessun amante. Il marito cercò di consolarla, dicendo che non stava lavorando poiché si festeggiava san Calione ma che aveva trovato modo di fare soldi vendendo la botte a un uomo che lo aveva pagato cinque gigliati. La donna, vedendo l’occasione di liberarsi

anche il figlio di Agnesa, sentirono bussare alla porta: era il marito, tornato prima dalla sua uscita. Agnesa intimò a Rinaldo di rivestirsi in fretta, di prendere in braccio suo figlio e di assecondare ciò che avrebbe detto. Poi andò ad aprire la porta e disse al marito che, senza frate Rinaldo, quel giorno avrebbero potuto perdere loro figlio: gli raccontò che il bambino era svenuto e che il frate aveva capito che c’erano dei vermini nel suo corpo che si avvicinavano al cuore; avevano dunque mandato un frate compagno di Rinaldo nel piano più alto della casa, accompagnato da una serva, a recitare delle orazioni mentre loro si chiudevano nella stanza per non essere disturbati. Rinaldo, che aveva sentito tutto, chiamò il marito di Agnesa e gli consegnò il bambino ora guarito, dicendogli di far costruire una statua in cera con le fattezze del bambino davanti alla statua di Sant’Ambrogio come ringraziamento per Dio. L’uomo piangeva riabbracciando il figlio quando l’altro frate arrivò, dicendo di aver recitato quattro orazioni con la serva (metafora sessuale); Rinaldo rispose di averne recitate solo due. Festeggiarono la guarigione del bambino e in seguito l’uomo fece davvero costruire la statua di cera con le fattezze del figlio, facendola porre davanti alla statua di Sant’Ambrogio. Giornata 7 – Novella IV Narratrice: Lauretta Non appena Elissa finisce la sua narrazione, il re impone a Lauretta di continuare. Ella inizia a lodare Amore che, coi suoi consigli e avvedimenti, guida chiunque segua la sua dottrina. Ad Arezzo visse Tofano, un uomo sposato con monna Ghita della quale era molto geloso senza averne buona ragione. La donna, avendo provato invano a capire i motivi di tale gelosia, decise di dare al marito un buon motivo per essere geloso: c’era un giovane che la corteggiava e decise di passare dalle parole ai fatti. Suo marito aveva il vizio di bere ed ella prese l’abitudine di farlo ubriacare fino a farlo crollare addormentato, in modo tale da potersi portare l’amante in casa o di potersi recare lei a casa dell’amante. Il marito però si accorse che ella lo faceva bere senza mai fare altrettanto e iniziò a sospettare che lo facesse di proposito per fare quello che le pareva mentre lui era addormentato. Una sera, dunque, finse di essere ubriaco per essere messo a letto e vedere cosa facesse Ghita: ella, infatti, andò a casa dell’amante. Tofano chiuse la porta di casa a chiave e si mise ad aspettarla alla finestra, in modo da poterla cogliere in fallo quando sarebbe tornata. Accadde proprio così, che la donna tornata a casa non riuscì a entrarvi e il marito le disse di tornare da dov’era venuta poiché non l’avrebbe accettata in casa finché non avrebbe confessato a tutti il suo adulterio. Ghita provò a spiegare a Tofano che era andata da una vicina ma, poiché

egli non voleva sentire ragioni, lo minacciò di gettarsi nel pozzo, cosicché egli sarebbe stato o costretto a fuggire o messo a morte per averla uccisa. Detto questo, afferrò un grande masso e lo gettò nel pozzo, approfittando del buio per far credere a Tofano che si trattasse di lei. Tofano corse al pozzo con l’intenzione di salvarla e Ghita ne approfittò per entrare in casa, chiudendo fuori il marito. Affacciatasi poi alla finestra iniziò a gridare (in modo da essere sentita) che non l’avrebbe lasciato entrare in casa quella notte poiché non sopportava più i suoi modi da ubriacone e che tutti dovevano sapere a che ora tornasse a casa la notte. Tofano, dalla strada, iniziò a urlare e a minacciarla, attirando l’attenzione del vicinato. L’uomo spiegò cos’era successo ma Ghita, piangendo, disse che probabilmente raccontava ciò che aveva fatto lui. Tutti rimproverarono molto Tofano fino a quando non arrivarono i parenti della donna che lo picchiarono e presero le cose della donna, portandola a casa con loro; nei giorni successivi, Tofano, pentito di essere stato così geloso, riuscì a far pace con sua moglie, promettendole che non si sarebbe più fatto prendere dalla gelosia; inoltre, le diede il permesso di fare ciò che voleva a patto che lui non lo venisse a sapere. La novella si conclude con un proverbio, “E così, a modo del villan matto, dopo danno fé patto” (e così, al modo del contadino matto, che solo dopo aver subito il danno fece l’accordo), e con un’esclamazione da parte di Lauretta “E viva amore, e muoia soldo, e tutta la brigata” (e viva Amore, e muoia il denaro, e viva tutta la brigata). Giornata 7Novella V Narratrice: Fiammetta Tutti danno ragione monna Ghita, poi Fiammetta inizia a parlare, dicendo che anche lei narrerà di un marito geloso. Aggiunge poi che ciò che viene fatto ai mariti gelosi va sempre bene poiché i gelosi sono insidiosi, tengono le donne chiuse in casa e non le lasciano uscire nemmeno nei giorni di festa. A Rimini visse un ricco mercante che aveva una moglie della quale era estremamente geloso pur non avendone motivo. Ella non poteva uscire di casa per nessuna ragione e nemmeno si affacciava alle finestre. Stanca di questa reclusione, pensò di dover trovare il modo di farsi vedere dal vicino, Filippo, un giovane molto bello al quale avrebbe donato il suo amore. Trovò una fessura nel muro che dava sulla camera di Filippo e, attirata la sua attenzione, gli confessò il suo amore. I due iniziarono a parlare spesso e a tenersi per mano, senza però poter fare nulla di più. Avvicinandosi il Natale, la donna disse al marito di volersi confessare; questo lo insospettì ma non disse nulla e le diede il permesso a patto che lo facesse nella cappella che

della donna. Leonetto si nascose nella stanza e Isabella accolse Lambertuccio. Mentre i due stavano insieme arrivò però anche il marito di lei: Isabella, prontamente, disse a Lambertuccio di scendere le scale nudo, con un coltello tra le mani, e di dire soltanto “Faccio voto a Dio che lo prenderò altrove”, prima di salire a cavallo e andare via. Così fece e, nonostante lo stupore del marito di Isabella, riuscì ad andare via. Il marito chiese allora a Isabella cosa fosse successo e la donna, parlando in modo che anche Leonetto sentisse, raccontò che un giovane aveva cercato riparo in quella casa da Lambertuccio che lo aveva seguito fin lì e che, essendo stato cacciato dalla donna, era andato via arrabbiato. Il marito le disse che aveva fatto bene e fece uscire il giovane, chiedendogli cos’avesse fatto a Lambertuccio per farlo arrabbiare tanto: il giovane rispose che non ne aveva idea, infatti credeva che Lambertuccio o fosse folle o che lo avesse scambiato per qualcun altro. L’uomo gli disse di non preoccuparsi e, dopo averlo fatto cenare, lo riportò a Firenze, Lì, Leonetto si incontrò segretamente con Lambertuccio e gli raccontò ciò che la donna aveva detto, in modo da trovarsi concordi su come fossero andati i fatti. Giornata 7 – Novella VII Narratrice: Filomena Tutti reputano meraviglioso il comportamento di Isabella. Filomena crede di poter raccontare una novella non meno bella di quella precedente. A Parigi visse un uomo fiorentino che, per la povertà, era divenuto mercante, accumulando grandi ricchezze. Ebbe un figlio che chiamò Lodovico e che mise al servizio del re di Francia. Mentre era a corte, sentì dei cavalieri parlare di donne e tutti concordavano sul fatto che madonna Beatrice, moglie di un signore bolognese, fosse la più bella che avessero mai visto. In Lodovico nacque una così grande voglia di vedere questa donna che mentì al padre, dicendogli di voler fare un pellegrinaggio in Terrasanta, e partì per Bologna. Lì, cambiato nome in Anichino, si innamorò perdutamente di lei e decise di mettersi al servizio del marito per poterle stare più vicino. Così fece e divenne così caro a Egano (marito di Beatrice) che egli gli affidò la gestione di tutti i suoi affari. Un giorno, mentre Egano era a caccia, Anichino e Beatrice giocavano a scacchi; Anichino iniziò a sospirare e, sotto insistenza di Beatrice di dirle cosa avesse, le raccontò chi fosse davvero e perché fosse andato a Bologna, confessandole il suo amore. Ella ne fu talmente toccata che lo invitò a raggiungerla in camera sua quella notte, prima di baciarlo. Quando scese la notte, Anichino raggiunse Beatrice che, presagli la mano, svegliò il marito; Anichino temette che volesse tradirlo ma ella raccontò a Egano che Anichino, quel pomeriggio, le aveva confessato il suo amore e che la stava aspettando in giardino: gli consigliò

dunque di andare a controllare per testare la fedeltà del suo servo. I due, rimasti soli, poterono consumare il loro amore. Fatto ciò, Beatrice disse ad Anichino di andare in giardino con un bastone e di picchiare e insultare Egano (che era travestito da lei) per aver tradito la fiducia del marito. Così fece ed Egano, scappando da Anichino, si rifugiò in camera dove lodò con la moglie la fedeltà del suo servo e la sua lealtà. Dopo quella volta, Anichino e Beatrice poterono stare insieme tutte le volte che volevano. Giornata 7 – Novella VIII Narratrice: Neifile Dopo aver commentato la beffa di Beatrice e la paura di Anichino, il re comanda a Neifile di continuare ed ella, sperando di narrare una bella novella, comincia. Arriguccio Berlinghieri, mercante che voleva divenire nobile tramite matrimonio, si sposò con monna Sismonda. Essa, dato che il marito era sempre in giro per affari, iniziò una relazione clandestina con il giovane Roberto. Arriguccio si accorse, però, che qualcosa non andava e divenne geloso della moglie, controllandola tutto il tempo con gran dolore di lei che non poteva stare col suo amante. Sismonda pensò dunque a uno stratagemma: avrebbe lasciato penzolare l’estremità di un filo da spago dalla finestra, legandosi al piede l’altra estremità in modo tale da poter essere avvertita dell’arrivo di Roberto di notte e, se avesse tirato via il filo lo avrebbe avvertito della presenza del marito, se l’avesse lasciato andare gli avrebbe dato il via libera per passare la notte insieme. Così fecero e riuscirono a incontrarsi varie volte. Una notte, però, Arriguccio trovò lo spago e, volendo capire cosa fosse, lo legò al suo piedi: quando lo sentì tirare si precipitò in strada dove trovò Roberto che prima scappò, poi si decise a sfidarlo con la spada. Attirati i vicini, i due lasciarono perdere: Roberto tornò a casa, dove la moglie aveva fatto stendere una serva al suo posto nel letto, e cominciò a picchiarla, insultandola e tagliandole i capelli. Infine, le disse che sarebbe andato ad avvertire i suoi fratelli che avrebbero dovuto riprenderla a casa con loro. Non appena fu uscito, Sismonda riportò la serva nella sua camera e la affidò alle cure di un’altra serva, prima di rimettere a posto la sua stanza come se nulla fosse successo. Poi si vestì e si mise a cucire, in attesa. Arriguccio, nel frattempo, era andato a casa dei fratelli della moglie e, avendo raccontato loro tutto, stavano tornando indietro insieme alla madre di lei. Quando arrivarono, Sismonda si finse molto meravigliata di trovarli lì, così come loro furono davvero meravigliati di vederla perfettamente in salute. Le raccontarono ciò che Arriguccio aveva detto loro e

giorno dopo, Lidia e Nicostrato erano nella loro camera e lui, scherzando, le tirò i capelli; Lidia colse l’occasione per strappargli un ciuffo della barba e, alle rimostranze del marito, rispose che come lui le aveva tirato i capelli lei poteva tirargli la barba. Poi spedì quel ciuffo a Pirro. Per quanto riguardava il dente, dovette ingegnarsi: mandò a chiamare i due giovani che tagliavano la carne e versavano il vino a Nicostrato durante i pasti e, avendo detto loro che gli puzzava l’alito, li istruì a servire il marito con la testa ben tirata all’indietro. Dopo un po’ Nicostrato si accorse della cosa e la donna gli disse che lo facevano perché gli puzzava l’alito, cosa sconveniente visto che aveva a che fare con tante persone nobili. Gli controllò quindi la bocca e gli disse che aveva un dente marcio che rischiava di far marcire anche tutti gli altri. Si offrì di tirarlo fuori lei stessa e, con l’aiuto di Lusca, gli tirò un dente sano che mise da parte prima di mostrargli un dente marcio. Lidia poté finalmente mandare l’ultima prova del suo amore a Pirro che si dimostrò pronto a soddisfare la donna. Ci voleva un’occasione anche per quello: Lidia finse dunque di essere malata e, avendo istruito Pirro precedentemente, si fece accompagnare da Nicostrato e Pirro in giardino per prendere un po’ d’aria. Postisi a sedere sotto un pero, Lidia chiese a Pirro di prendergli qualche pera e quello, arrampicatosi sull’albero per gettare giù i frutti, iniziò a fare ciò che Lidia gli aveva detto: disse che era sconveniente che i due facessero quelle cose proprio lì e che avevano tante belle stanze dove andare senza farsi vedere da lui. Nicostrato e Lidia (Lidia fingendo) non capivano a cosa alludesse e, scendendo Pirro dall’albero, spiegò loro che da lassù li aveva visti fare sesso. Nicostrato provò a spiegare che non era vero ma Pirro non voleva sentire ragione. Nicostrato decise allora di arrampicarsi sull’albero a sua volta e, mentre lo faceva, Pirro e Lidia fecero sesso sotto gli occhi del marito. Nicostrato, furibondo, iniziò a insultarli ma, mentre scendeva dall’albero, Lidia e Pirro si misero a sedere dove li aveva lasciati. Quando Nicostrato fu a terra iniziò a inveire contro di loro ma i due si giustificarono dicendo l’uno che non avrebbe mai tradito in quel modo la fiducia del suo padrone e l’altra, offesa, che se proprio avesse dovuto fare certe cose non le avrebbe certo fatte di fronte a suo marito. Si credette dunque che fosse colpa del pero e Lidia comandò di tagliarlo. Perdonò poi il marito per aver dubitato di lei e insieme tornarono a casa, dove molte volte Lidia e Pirro poterono giacere insieme senza sospetto alcuno. Giornata 7 – Novella X Narratore: Dioneo Dopo che le donne sono tornate tranquille, tocca al re narrare. Inizia il suo discorso dicendo che un re dovrebbe essere il primo a rispettare le sue leggi ma, poiché gli

pare che l’argomento da lui scelto sia stato esaurito, narrerà una novella sui senesi, fattagli venire in mente dalla novella di Elissa (III). A Siena due giovani artigiani, Tingoccio Mini e Meuccio di Tura, erano molto amici e, andando spesso in chiesa, si interessarono a ciò che c’era dopo la vita. Decisero dunque che, quando uno di loro due sarebbe morto, sarebbe tornato dall’altro per raccontargli ciò che succedeva dopo la morte. Avvenne che Tingoccio divenisse amico di un certo Ambrogio d’Anselmini e si innamorasse di sua moglie, monna Mita, e tanto ne parlò a Meuccio che anche lui si innamorò di lei. I due, però, non dicevano di essere innamorati, Tingoccio perché si vergognava di essersi innamorato della moglie di un amico, Meuccio perché aveva capito che anche l’amico fosse innamorato e non voleva che egli parlasse male di lui alla donna. Tingoccio riuscì a giacere con la donna ma contrasse una malattia che lo fece morire poco dopo. Rispettando la promessa, andò a far visita a Meuccio che gli chiese se fosse all’inferno; Tegoccio rispose di no ma, per i peccati commessi, era costretto a subire delle pene e chiese a Meuccio di recitare qualche orazione per lui e fare qualche donazione poiché la cosa l’avrebbe aiutato. Meuccio acconsentì e chiese a Tegoccio quale pena gli fosse toccata per aver giaciuto con monna Mita: Tegoccio gli raccontò che era stato mandato a bruciare in un fuoco continuo e, temendo una punizione ancora maggiore, prese a tremare; un compagno di sventure gli chiese cosa avesse e, quando Tegoccio gli disse che temeva la pena per aver giaciuto con una comare, quello si mise a ridere e gli disse che a nessuno importava delle comari. Poi, si congedò. Da quel momento, sapendo che non lo aspettava nessuna pena, Meuccio iniziò a sedurre le comari senza porsi troppi problemi. Giornata 7 – Conclusione Si avvicina il tramonto quando Dioneo si toglie la corona dalla testa e la pone su quella di Lauretta. Ella, dopo aver deciso che ceneranno nella valle, annuncia il tema della prossima giornata: le beffe in generale, senza distinzione di sesso. Congeda poi la brigata che passa il pomeriggio passeggiando per la valle mentre Dioneo e Fiammetta cantano. Dopo cena tornano al palazzo e, radunatisi attorno alla fontana, la regina comanda a Filomena, accompagnata dalla cornamusa di Tindaro, di cantare la ballata. Quando finisce, tutti pensano che sia innamorata di qualcuno. La regina ricorda poi che il giorno successivo è venerdì: comanda dunque i due giorni di astinenza dal novellare, proprio come hanno fatto la settimana precedente. Tutti vanno a dormire.