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sfera pubblica e comunicazione, Appunti di Scienze Della Comunicazione

Appunti presi a lezione e con il prof Fabrizi Valerio

Tipologia: Appunti

2025/2026

Caricato il 10/06/2026

ludovica-di-nezza
ludovica-di-nezza 🇮🇹

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DEMOCRAZIA
Un regime politico è democratico se presuppone un momento discorsivo, se le decisioni non
sono imposte dall’alto ma sono frutto di una discussione, di un dialogo tra pari, è un’idea che
nasce già con Platone e Aristotele, quindi nell’antica Grecia. Tuttavia, la democrazia intesa
in senso greco antico è ben diversa dal concetto moderno e contemporaneo di democrazia.
Quella ateniese era una democrazia definita DIRETTA, ossia che prevedeva la
partecipazione attiva dei cittadini alla vita politica della polis. Ciò detto, la democrazia
ateniese era una democrazia ristretta ed elitaria, poiché escludeva gran parte della
popolazione: le donne, gli stranieri, i poveri. Non esistevano le istituzioni statali come le
conosciamo oggi, ma si fondava su assemblee pubbliche formate da tutti i cittadini che
potevano accedere alla vita politica e le decisioni venivano prese attraverso un modello
partecipativo che dava voce a tutti i membri dell’assemblea. Nei secoli successivi, la
democrazia si è evoluta, fino ad assumere le caratteristiche che oggi, generalmente,
attribuiamo a un regime politico che riconosciamo come democratico. In tal senso, una
democrazia reale e funzionante oggi non può prescindere solo dalla presenza di elezioni
libere e aperte che si tengono a intervalli di tempo regolari stabiliti dalla costituzione; le
elezioni sono una condizione necessaria ma non sufficiente.
La democrazia richiede di più:
- un sistema di DIRITTI E DOVERI UGUALI PER TUTTI secondo il principio per cui
nessuno è superiore alla legge,
- un EQUILIBRIO DEI POTERI che impedisca uno squilibrio e il rischio che un potere
possa prevalere sugli altri,
- un SISTEMA DI INFORMAZIONE LIBERO che non sia sottoposto al controllo politico
o alla censura, così come l’accesso alle fonti di informazione che permetta sia di
essere informati che di informare.
Da punto di vista storico la democrazia scompare dopo quella greca nel Medioevo, in cui la
verità è quello che dio insegna, con Machiavelli e Hobbes, riappare con Locke e poi si
afferma definitivamente negli anni 70 (anni di proteste e partecipazione attiva) in cui si
afferma la democrazia DELIBERATIVA e PARTECIPATIVA, cioè il popolo partecipa (riprende
il pensiero di Rousseau). Negli anni 80 poi c’è una risposta liberista e Habermas pubblica in
3 volumi l’opera Teoria dell’agire comunicativo che è il manifesto della democrazia
deliberativa, quindi della teoria liberale. Riguardo la democrazia deliberativa Rawls e
Habermas negli anni 90 hanno un dibattito critico su una rivista scientifica in cui si
scambiano saggi critici sull’altro, perché hanno un pensiero simile, ovvero parlano di ragione
pubblica e sfera pubblica, ma nella concezione teorica è diverso.
DIFFERENZE TRA COMUNICAZIONE E DELIBERAZIONE: la comunicazione contiene in
sé la deliberazione, hanno una matrice equivalente, cioè l’atto di scambiarsi informazioni,
ma hanno significati diversi.
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DEMOCRAZIA

Un regime politico è democratico se presuppone un momento discorsivo, se le decisioni non sono imposte dall’alto ma sono frutto di una discussione, di un dialogo tra pari, è un’idea che nasce già con Platone e Aristotele, quindi nell’antica Grecia. Tuttavia, la democrazia intesa in senso greco antico è ben diversa dal concetto moderno e contemporaneo di democrazia. Quella ateniese era una democrazia definita DIRETTA, ossia che prevedeva la partecipazione attiva dei cittadini alla vita politica della polis. Ciò detto, la democrazia ateniese era una democrazia ristretta ed elitaria, poiché escludeva gran parte della popolazione: le donne, gli stranieri, i poveri. Non esistevano le istituzioni statali come le conosciamo oggi, ma si fondava su assemblee pubbliche formate da tutti i cittadini che potevano accedere alla vita politica e le decisioni venivano prese attraverso un modello partecipativo che dava voce a tutti i membri dell’assemblea. Nei secoli successivi, la democrazia si è evoluta, fino ad assumere le caratteristiche che oggi, generalmente, attribuiamo a un regime politico che riconosciamo come democratico. In tal senso, una democrazia reale e funzionante oggi non può prescindere solo dalla presenza di elezioni libere e aperte che si tengono a intervalli di tempo regolari stabiliti dalla costituzione; le elezioni sono una condizione necessaria ma non sufficiente.

La democrazia richiede di più:

  • un sistema di DIRITTI E DOVERI UGUALI PER TUTTI secondo il principio per cui nessuno è superiore alla legge,
  • un EQUILIBRIO DEI POTERI che impedisca uno squilibrio e il rischio che un potere possa prevalere sugli altri,
  • un SISTEMA DI INFORMAZIONE LIBERO che non sia sottoposto al controllo politico o alla censura, così come l’accesso alle fonti di informazione che permetta sia di essere informati che di informare.

Da punto di vista storico la democrazia scompare dopo quella greca nel Medioevo, in cui la verità è quello che dio insegna, con Machiavelli e Hobbes, riappare con Locke e poi si afferma definitivamente negli anni 70 (anni di proteste e partecipazione attiva) in cui si afferma la democrazia DELIBERATIVA e PARTECIPATIVA, cioè il popolo partecipa (riprende il pensiero di Rousseau). Negli anni 80 poi c’è una risposta liberista e Habermas pubblica in 3 volumi l’opera Teoria dell’agire comunicativo che è il manifesto della democrazia deliberativa, quindi della teoria liberale. Riguardo la democrazia deliberativa Rawls e Habermas negli anni 90 hanno un dibattito critico su una rivista scientifica in cui si scambiano saggi critici sull’altro, perché hanno un pensiero simile, ovvero parlano di ragione pubblica e sfera pubblica, ma nella concezione teorica è diverso.

DIFFERENZE TRA COMUNICAZIONE E DELIBERAZIONE: la comunicazione contiene in sé la deliberazione, hanno una matrice equivalente, cioè l’atto di scambiarsi informazioni, ma hanno significati diversi.

DELIBERAZIONE COMUNICAZIONE

  1. Atto politico pubblico
  2. Fare una proposta e aspettarsi una risposta/controproposta/critica
  3. Cambiare una decisione iniziale, decidere una decisione, significa considerare i pro e i contro, nella posizione di essere disposti ad ascoltare le argomentazioni altrui, se le sminuisco o non accetto critiche non sto deliberando
  4. La decisione finale è quella con il consenso più ampio dei partecipanti
  5. Può implicare un voto
    1. Atto naturale dell’essere umano o qualsiasi essere vivente, può avvenire eia in un contesto pubblico che privato
    2. Non sempre implica una risposta
    3. Dare l’informazione e aspettarsi solo che il pubblico ne prenda atto
    4. Non richiede il consenso

Secondo Habermas una buona deliberazione non può partire da una dicotomia tipo un “mi piace/non mi piace” qualcosa, non si richiede il vero o falso di qualcosa, ciò che serve è una decisione che sia la più giusta possibile, la migliore nel suo contenuto, per questo la democrazia deliberativa è un modello normativo, cioè il giusto non è il più forte ma quello che propone, non impone, le idee migliori e più condivisibili.

DIFFERENZE TRA DEMOCRAZIE DELIBERATIVA E ALTRE: la democrazia deliberativa non è individualista, infatti si rompe l’individualismo di Locke poiché c’è bisogno di un processo di decisione collettiva. È una forma di democrazia anti elitaria, perché la volontà politica si esprime in un atto di decisione popolare, quindi è una democrazia che va dal basso verso l’alto. È una teoria democratica sviluppatasi all’interno del contesto della teoria liberale, che poi si è evoluta con l’elaborazione di teorie deliberative da parte di figure chiave come Habermas, Rawls e altri. Il liberalismo implica che ci sia un limite esterno al potere politico, che non può fare tutto ciò che vuole; per questo liberali come Rawls e Habermas immaginano un principio politico che limiti il potere; Rawls individua questo principio nella COSTITUZIONE, che è il prodotto di un atto deliberativo dei cittadini, e Habermas nel PRINCIPIO DEL DISCORSO. Questi due principi offrono due visioni: UTOPICA (Rawls) e PROCEDURALE (Habermas). La democrazia deliberativa si definisce su 5 principi chiave:

  1. Nessuna decisione politica può dirsi legittima se prima non è stata anticipata da una discussione pubblica, libera ed eguale, che ha lo stesso valore del voto; [è un principio definito da Habermas, nell’opera Fatti e norme del 1996, come PRINCIPIO/ETICA DEL DISCORSO ed è un principio procedurale, cioè ogni cosa ha un suo ruolo, che è politicamente riconosciuto, invece Rawls ha un/una PRINCIPIO/TEORIA IDEALE NORMATIVA/O (“come dovrebbe essere”)]
  2. Tutti i cittadini sono chiamati a partecipare all’atto deliberativo in maniera razionale e imparziale, è un atto dovuto che non si può ignorare
  3. In democrazia si ha la consapevolezza che la deliberazione non sarà mai univoca e non porterà mai a conclusioni totalmente condivise, per questo il processo deliberativo deve condurre al miglior compromesso possibile. [Habermas e Rawls, condividono l’idea che esistono i disaccordi, che per Rawls si sanano con gli oneri del giudizio, invece per Habermas non si devono negare perché costruiscono la deliberazione, infatti se fossimo sempre in accordo non esisterebbe il discorso,

DISTINZIONE TRA LEGITTIMITÀ E LEGALITÀ. La legittimità sembra legata alla legalità, ma pur essendo simili, sono concetti distinti. La legalità è puramente formale, definita da una norma che la autorizza, ma non è necessariamente giusta o legittima. I regimi totalitari, ad esempio, possono rendere legali azioni ingiuste. La legittimità, invece, è un attributo. Kelsen definiva la legalità come procedurale, basata sul rispetto di determinate procedure, ma una norma legale può autorizzare forme di illegalità, ovvero azioni non giuste. Rawls e Habermas cercano un principio che renda il potere politico non solo legale, ma anche legittimo. Prima di approfondire le loro teorie, è fondamentale comprendere la distinzione di Rawls tra RAGIONEVOLEZZA e RAZIONALITÀ. Ciò che è ragionevole non è necessariamente razionale, e viceversa. La deliberazione è un atto di ragionevolezza, che implica la disponibilità a rinunciare a una parte della propria razionalità per trovare un punto di incontro, secondo il PRINCIPIO DI RECIPROCITÀ. L’essere ragionevole implica l’accettazione di termini equi. Habermas contesta questa visione nel suo famoso scambio con Rawls del 1995 sulla rivista Philosophy and Phenomenological Research. Rawls scrive un saggio approfondito su Habermas, che a sua volta critica i passaggi di Rawls, affermando che non si può immaginare una deliberazione limitante, poiché richiedere ai partecipanti di rinunciare a qualcosa è contrario al principio stesso del dialogo. Habermas sostiene il PRINCIPIO DI INCLUSIVITÀ, secondo cui non si possono sacrificare le proprie visioni per salvaguardare una visione utopica. Habermas enfatizza la razionalità, riconoscendo che ognuno di noi difende i propri interessi e nessuno è volontariamente disposto a sacrificare una parte della propria personalità per gli altri. Nel processo deliberativo, tutte le idee sono in gioco. Rawls propone il consenso attraverso l’intersezione di diverse prospettive, mentre Habermas accetta anche le idee più estreme, riconoscendo il disaccordo come parte integrante del discorso. Per isolare queste visioni estreme, Habermas sostiene l’uso della forza dei buoni argomenti e della persuasione. In questo modo, le idee più estreme si isoleranno da sole. La sfera pubblica, ovvero il discorso pubblico, deve presentare tutte le informazioni necessarie per giungere a decisioni valide. Secondo Habermas, sarebbe troppo facile condividere solo le idee comuni, poiché ciò non favorirebbe una vera deliberazione. Il disaccordo è essenziale, tutti i punti di vista devono essere considerati, e i partecipanti devono utilizzare argomenti validi per prendere decisioni. Quindi pur condividendo l’idea del pluralismo delle idee, Habermas critica l’idea di anestetizzarlo. Critica anche la ragione pubblica e la posizione originaria, quest’ultima perché implica una decisione collettiva utopica ideale, come la definisce Habermas. Rawls immagina una situazione che non esiste.

IN COMUNE TRA RAWLS E HABERMAS (secondo Cohen). Al di là delle specifiche distinzioni e della stima reciproca, Habermas e Rawls condividevano una VISIONE NORMATIVA, secondo cui non esiste più il potere sciolto dai vincoli della legge. Condividevano anche una VISIONE DELIBERATIVA, che implica tre presupposti fondamentali:

  1. il BENE COMUNE, che pone l’interesse generale al di sopra degli interessi particolari, presente sia in Rawls che in Habermas;
  2. la POSIZIONE ORIGINARIA e la RAGIONE PUBBLICA di Rawls, che sono strumenti utilizzati dai cittadini per prendere decisioni collettive a beneficio del bene collettivo;
  3. il DISCORSO RAZIONALE di Habermas, che mira a prendere la decisione migliore possibile per tutti, razionalmente soppesando gli interessi di tutti. Questo concetto deliberativo ricorda la volontà generale di Rousseau, che mirava solo al bene comune, che il legislatore indicava. La deliberazione presuppone una forma di EGUAGLIANZA SOSTANZIALE, il che implica che nessuna opinione è superiore a un’altra e

che nessun interesse prevale sugli altri. Per deliberare efficacemente, bisogna assumere la stessa identica posizione, dove ogni voce ha lo stesso. Questo garantisce che tutti possiedano la stessa dignità e lo stesso diritto di espressione. Se mi sento superiore agli altri, ignoro il bene comune e mi concentro esclusivamente sul mio interesse personale, quindi BENE COMUNE ed EGUAGLIANZA sono INSEPARABILI. Sia Rawls che Habermas racchiudono questi concetti, sostenendo che gli interessi individuali devono essere plasmati e modellati per essere compatibili con il bene comune. Non si può rimanere ancorati ai propri interessi personali. Quando l’INTERESSE COMUNE È PIÙ FORTE, può superare anche gli interessi particolari più forti, che comprendono non solo beni materiali ma anche valori mentali ed emotivi. Rawls sostiene che questo processo deve avvenire prima di entrare (posizione originaria) nella sfera della ragione pubblica, mentre Habermas lo integra all’interno della deliberazione stessa, dove gli individui si modellano a vicenda.

JOHN RAWLS John Rawls è considerato uno dei filosofi politici e morali contemporanei più influenti. Nato a Baltimora, ha trascorso quattro decenni insegnando ad Harvard, dove è scomparso nel

  1. L’esperienza che lo ha segnato profondamente è stata la Seconda Guerra Mondiale, fu tra i primi ad entrare ad Hiroshima dopo il bombardamento e rimase profondamente turbato per tutta la vita, un sentimento condiviso da molti della sua generazione che avevano vissuto in prima persona gli orrori della guerra. Scrisse il suo primo saggio, quasi sconosciuto, sul bombardamento di Hiroshima e Nagasaki, definendolo un atto di barbarie. Rientrato negli Stati Uniti dopo la guerra, ha intrapreso un percorso di studi, conseguito il dottorato e iniziato la carriera accademica. Oxford, è stato un periodo cruciale per lui, incontra infatti Isaiah Berlin, che aveva distinto tra libertà negativa (al di fuori della legge) e libertà positiva (all’interno della legge), e a cui si ispira. Nel 1971, Rawls pubblica La Teoria della Giustizia , un’opera rivoluzionaria che sconvolge il panorama della filosofia politica, definita da alcuni come la più grande opera di filosofia politica in inglese del suo tempo, in cui introduce una nuova dottrina politica realista, che diventa la visione dominante. Apre il suo saggio con la frase: “La giustizia è la prima proprietà di qualsiasi ordine politico e sociale”. Riprendendo il contrattualismo, Rawls sostiene che il potere non si auto-legittima semplicemente perché è potere, ma deve essere legittimato dall’esterno, e la GIUSTIZIA è il principio guida del potere politico legittimo. Il potere che non pone la giustizia al centro non è legittimo e la giustizia è tale se va a vantaggio dei meno avvantaggiati. Poi, negli anni ’80, Rawls scrive numerosi articoli che anticipano la sua grande opera Liberalismo Politico. Qui cambia prospettiva: non è più il Rawls “sociale”, ma un Rawls puramente liberale che guarda a Locke e sposta il focus dalla giustizia distributiva sociale delle risorse alla giustizia politica. Si interroga su come funzionano le istituzioni dal punto di vista democratico e costituzionale. Il concetto di ragione pubblica implica che dobbiamo essere sempre pronti a giustificare ogni nostra idea.

Il punto di partenza di Teoria della giustizia è la POSIZIONE ORIGINARIA, che è l’equivalente di quello che per i contrattualisti era lo stato di natura, era una posizione pre-politica in cui noi immaginiamo la società che vogliamo creare. A differenza dello stato di natura, Rawls non la immagina come una situazione reale ma lo chiama ESPERIMENTO MENTALE, ovvero dobbiamo immaginarci come diventerà la società, quali principi e valori vorremmo. Rawls si chiede, come faccio a impedire che la società diventi patriarcale o dominante, oppressiva o ingiusta? È importante che le persone non sappiano nulla, che siano coperte da un VELO D’IGNORANZA, cioè immagina che gli individui vivano senza

le proprio idee di fronte agli altri, questa è la madre della ragione pubblica, che rimarrà in Rawls e diventa il cardine del Liberalismo Politico ; ma essendo la ragione pubblica figlia di questa teoria della condizione di pubblicità, anch’essa a sua volta è una concezione deliberativa, quindi già in Teoria della Giustizia abbiamo una teoria dialogica di Rawls. Questo aspetto però rimaneva secondario rispetto allo spiegare perché la giustizia fosse la prima caratteristica della società democratica, Rawls era molto più legato a un’idea perfezionista del normativismo, ovvero l’idea che ci sia un valore di riferimento, rompendo con la visione liberista, infatti i liberali classici non vedevano la giustizia come principio, i liberali vedevano la libertà, l’eguaglianza, la dignità e si basavano sul principio di equa distribuzione delle ricchezze. I liberali quindi pongono il liberalismo e la democrazia su due fronti opposti, invece Rawls ha il merito di rimetterli insieme, dicendo che il privilegio di pochi non è un principio di giustizia, al contrario del liberalismo che giustificava la schiavitù. Quindi la Teoria della Giustizia è il manifesto di un liberalismo democratico, egualitario, che impone una visione statalista, in cui le istituzioni sono tenute a garantire un equo livello di giustizia, che deve essere il principio primo della società, contro la visione minimale del liberalismo secondo cui lo stato deve occuparsi solo dei diritti individuali. Questa visione rimane in Rawls anche in Liberalismo Politico , ma cambiando prospettiva, non è più il Rawls del liberalismo sociale, ma diventa il teorico della democrazia costituzionale, molto più formalista, giuridico e politico e questo concetto di giustizia come linea guida diventa la concezione politica della giustizia, non più intesa come equa distribuzione delle risorse, ma come rispetto delle regole e dei principi costituzionali. Quindi in questa seconda opera riporta molte idee della prima ma introducendo molti più concetti deliberativi e discorsivi, che pongono lo scambio di idee tra pari, per es. il consenso per intersezione, che permette di arrivare a una soluzione condivisa, cioè l'idea che Rawls mette in campo è che le costituzioni democratiche sono un prodotto deliberativo, nascono dalla volontà sovrana dei cittadini, non sono un prodotto di un potere politico, di una legge. La Costituzione non può che nascere da un processo discorsivo deliberativo, che per Rawls è un processo ideale/filosofico, parla di TEORIA IDEALE DI RAGIONE PUBBLICA, che però è sempre un atto pre politico, invece per Habermas la sfera pubblica e la teoria deliberativa sono fatti formali/procedurali, successivi alla deliberazione pubblica, che riguardano ogni aspetto della vita politica. L’altro elemento deliberativo per Rawls, che manca però in Habermas, è la QUESTIONE DEL RAGIONEVOLE, contrapposto al razionale. Non sono solo due aspetti dell'ambito umano, sono due elementi/attributi deliberativi, cioè sono due capacità che l’uomo ha per deliberare/discutere da un presupposto di eguaglianza. Ragionevole e razionale non sono del tutto estranei alla teoria della giustizia, perché in Teoria della Giustizia Rawls individua i cosiddetti due poteri morali dell’individuo: ● CAPACITÀ DI CONCEPIRE IL BENE (razionale) ● CAPACITÀ DI AVERE UN SENSO DI GIUSTIZIA (ragionevole) Rawls dice che nelle decisioni pubbliche e private il bene indica il punto e il giusto traccia la via, cioè per arrivare al bene devo razionalmente seguire il giusto.

La posizione originaria presente in Teoria della Giustizia è un elemento deliberativo che resta anche in Liberalismo Politico come idea pre politica, però prima era giustificata come una decisione razionale per prendere decisioni che vanno mediamente bene a tutti, ora ha un altro presupposto; parte da una domanda normativa: come è possibile che sussista nel tempo una società giusta e stabile caratterizzata da una diversità così profonda tra dottrine comprensive così diverse che sono in disaccordo su quasi tutto?

Come prima risposta, Rawls parte individuando che esiste una CONCEZIONE POLITICA DELLA GIUSTIZIA, che dobbiamo accettare per far parte di questo processo, cioè l'idea di fondo per confrontarsi tra pari è una concezione AUTONOMA (freestanding), non ha alcuna implicazione etica, morale, filosofica, metafisica, non dipende da nessuna dottrina comprensiva particolare. Per Rawls esiste una concezione politica della giustizia fatta di VALORI POLITICI e MORALI (etici, non religiosi) che non può essere definita da nessuna concezione o valore comprensivo (individualistico o religioso), i valori politici costituzionali sono gli stessi valori per ogni individuo e per fare parte del processo devi accettare questo presupposto, cioè che le tue idee siano un passo indietro a questi valori politici. Quindi questa concezione politica della giustizia, che è il presupposto della teoria deliberativa di Rawls, è più debole rispetto a quella di Habermas, perché limitata da questi aspetti che bisogna per forza accettare per far parte della deliberazione pubblica. Questa concezione politica è anche UNIVERSALISTICA, ad essa si devono adattare tutte le dottrine comprensive ragionevoli. La concezione parte dal presupposto che ci sono delle idee fondamentali, dei valori politici, non negoziabili (non discutibili), ma impliciti della cultura democratica del paese, cioè per far parte di questa deliberazione pubblica, io non posso essere sostenitore del totalitarismo, un democratico o un tiranno. Tale concezione di giustizia non si limita ai valori politici, ma comprende anche il rispetto di ISTITUZIONI POLITICHE di una DEMOCRAZIA COSTITUZIONALE, cioè io devo accettare una condizione, cioè le istituzioni attuali (ad esempio che l’italia non sia una monarchia), e che vengono modificate da processi costituzionali, dopo di che nel dibattito pubblico posso portare le mie argomentazioni, se sensate. Tutto il processo deliberativo che riguarda la concezione politica della giustizia avviene dentro la RAGIONE PUBBLICA, cioè lo spazio dove noi esseri ragionevoli e razionali discutiamo della concezione della giustizia e come migliorarla dentro un quadro di regole che noi accettiamo e riconosciamo come vincolanti.

Tutto ciò che ci piace che non è legato però alla cultura politica, sta dentro la CULTURA DI SFONDO (background culture), è complementare alla ragione pubblica, ma è tutta quella sfera di idee private e di visioni di dottrine comprensive non ragionevoli che compone la nostra sfera umana, ma che non può contribuire alla ragione pubblica. Quindi l’individuo mantiene le proprie idee più profonde nella cultura di sfondo, che è la cultura delle associazioni privatistiche, delle chiese, dell’università, dei partiti politici più radicali, ecc…, cioè tutto ciò che riguarda la sfera più privata/intima non può essere considerato parte della ragione pubblica, perché le mie idee più radicali sono finalizzate a perseguire un piacere personale, perché la cultura di sfondo o delle ragione non pubbliche dipende da un presupposto: LA CULTURA DI SFONDO È DOVE DOMINA UNA DOTTRINA COMPRENSIVA PARTICOLARE. Queste ragioni non pubbliche non possono determinare o corrompere la ragione pubblica, è lo stesso ragionamento modernizzato che Rousseau faceva tra volontà individuale e volontà generale, quella di tutti. La visione di Rawls cerca di mettere insieme due istanze, quella liberale, per cui ognuno di noi deve avere uno spazio di individualizzazione personale e quella politica collettiva. Quindi siamo in un normativismo perfezionista dove la libertà è una, infatti Rawls da non perfezionista parla di libertà senza l’articolo plurale davanti, perché LE libertà fanno parte dei quei valori condivisi essenziali che sono il frutto, non di un riflesso naturale, di quei diritti e valori politici che decidiamo di volerci dare; per questo la posizione originaria non è lo stato di natura, non presuppone nulla di naturale. Di conseguenza anche il principio di giustizia che noi decidiamo deliberatamente già nella posizione originaria, non

non pensa solo al proprio esclusivo interesse ma è interessato anche ai suoi cari, quindi antepone l’interesse di pochi all'interesse generale. Se fosse solo ragionevole non avrebbe scopi di vita, se fosse solo razionale non sarebbe sociale, quindi questi due aspetti sono COMPLEMENTARI, non si può avere l’uno senza l’altro, ma il ragionevole guida sempre il razionale. Quindi le dottrine comprensive possono essere ragionevoli o razionali ma dominano le dottrine comprensive ragionevoli, che sono disposte a completarsi con le altre attraverso un consenso per intersezione, altro elemento deliberativo. Il ragionevole in più ha un aspetto solo proprio che è un elemento essenzialmente deliberativo, ovvero, essendo l’unico in grado di cooperare con gli altri, è l'unico a capire che esiste un pluralismo ragionevole, che di conseguenza produce il disaccordo ragionevole. Per mantenere il disaccordo entro i limiti della civiltà e non sfociare nel conflitto religioso è importante il ragionevole che riconosce gli ONERI DEL GIUDIZIO, che sono quei motivi che giustificano i disaccordi, ciò sono quei disaccordi che ci possono essere tra gli uomini. In Liberalismo Politico si presuppone che quindi la democrazia si riconosce dallo spazio che lascia al dissenso. Quindi questi oneri del giudizio servono a giustificare il fatto che non ci si ammazza con delle guerre di religione ma bisogna deliberare. Gli oneri riguardano il nostro sistema di valori e sono 6:

  1. I dati scientifici che possediamo sono spesso contrastanti e difficili da spiegare
  2. Possiamo concordare sui dati, possiamo condividere la stessa fonte di informazione ma possiamo anche essere in disaccordo sul loro peso, valore, effetto, cause
  3. Anche se abbiamo i dati e conosciamo la fonte la nostra conoscenza di questo fatto spesso ne paga per sentito dire, cioè le informazioni vengono da interpretazioni diverse e non siamo d’accordo
  4. Il fatto che noi abbiamo delle idee su dei fatti, che scegliamo diverse fonti, che abbiamo un giudizio è causato dal fatto che apparteniamo a sistemi naturali, ideali e politici diversi, quindi le nostre esperienze, le nostre conoscenze sono sempre diverse, ogni deliberazione è influenzata dal fatto che ogni a un diverso sistema di valori di vita
  5. Le nostre considerazioni di principio, le nostre idee normative, non sono mai compatibili, abbiamo sicuramente una pluralità di definizioni sullo stesso principio normativo, sullo stesso principio per intersezione, per questo ci deve essere un presupposto di reciproco consenso su cui poi trovare un accordo
  6. Ogni sistema istituzionale/sociale può ammettere solo certi valori e non altri quindi è necessario operare una scelta tra una vasta gamma di valori ideali e politici, questo provoca difficoltà e disaccordi, una società ben ordinata implica che ci siano alcuni valori non negoziabili e ognuno di noi deve accettare di conformarsi a questi valori che vengono prima delle varie dottrine comprensive e quindi l’operazione difficile è quella di adattare e sacrificare le proprie dottrine comprensive per principi che in quanto esseri ragionevoli dobbiamo accettare

Rawls utilizza l’esempio delle guerre di religione, però la sua opera è politica, in cui ci vuole spiegare come facciamo a riconoscere il potere politico legittimo, cioè quando il potere può essere considerato legittimo e lo spiega con il PRINCIPIO LIBERALE DI LEGITTIMITÀ. Rawls dice che esercitiamo il potere politico in maniera legittima quando lo esercitiamo in accordo e in armonia con una Costituzione di cui noi cittadini, in quanto liberi ed eguali, non gli elettori, riconosciamo gli elementi essenziali, cioè gli stessi principi costituzionali, che sono accettabili per la comune ragione umana, che dovrebbe prevedere che tutti noi condividiamo lo Stato democratico e pacifico. Il presupposto della democrazia non è una

maggioranza ma una costituzione che è un atto deliberativo, non è quindi imposta dall’alto. Quindi il potere legittimo è un atto deliberativo che porta alla costituzione con valori condivisi dai cittadini ragionevoli, non esiste costituzione senza teoria deliberativa. C’è bisogno quindi di un testo o sistema costituzionale. COME SI FA UNA COSTITUZIONE? Ci sono 3 momenti deliberativi che sono i 3 consensi: modus vivendi, consenso costituzionale e consenso per intersezione. Sono 3 distinti momenti deliberativi in cui i cittadini discutono e prendono decisioni collettive. Però Rawls non definisce nessuno di questi come momento deliberativo ma solo la ragione pubblica, però li consideriamo tali perché da tutte e tre le fasi si deve uscire con una decisione, atto di un consenso collettivo. Il risultato finale di questa operazione deve dare la stabilità nel tempo.

  1. MODUS VIVENDI, è un compromesso più che un consenso, nasce per ragioni di prudenza, di interesse e di paura. È quello meno deliberativo, poiché ciò che lega gli interlocutori non è un principio morale ma la paura di ricadere nel caos, quindi il modus vivendi è instabile perché resta in piedi fin quando resta in piedi l’interesse, è legato a un equilibrio di interessi precario, legato al fatto che nessuno ha la forza di predominare, questo momento per Rawls va superato il prima possibile, appena si crea una cultura democratica che riesce a superare i propri principi individuali (es. evoluzione costituente italiana, 43 sta per cadere il fascismo e c’è un precario sistema di multipartiti che governa fino al 46, legati da un interesse). Sono quindi parti che stanno insieme perché conviene
  2. CONSENSO COSTITUZIONALE, è ancora instabile però ha un punto di forza, ha già un’idea di democrazia di fondo, le parti hanno già trovato un accordo su come costruire lo Stato, quindi si accordano su quali saranno le regole formali, i principi e le procedure su cui si formerà poi la democrazia, ma si limitano a questo senza andare nel profondo delle questioni, senza capire cosa implicano certi valori, però ogni principio deve riflettere quei valori
  3. CONSENSO PER INTERSEZIONE, momento di vero impegno deliberativo dei cittadini, bisogna discutere e dire cosa si pensa e su cosa si è d’accordo e alla fine si trova un compresso tra dottrine comprensive e valori diversi, perché solo questo consenso ha una concezione etica, cioè è in grado di capire il principio di giustizia. Bisogna capire quali sono le dottrine comprensive compatibili con i principi scelti, non si possono utilizzare le dottrine non compatibili. A questo consenso Rawls attribuisce tre caratteristiche:
    1. l’AMPIEZZA, cioè accetta tutte le dottrine comprensive compatibili;
    2. la SPECIFICITÀ, il suo oggetto è solo la concezione politica della giustizia, non si parla di altro, non interessano quindi le dottrine razionali;
    3. la PROFONDITÀ, giustifica tutte le istituzioni politiche in profondità, legittima sole le istituzioni di base, non quelle private. Gli altri due consensi non hanno queste tre caratteristiche, perché il consenso costituzionale ha una profondità relativa e limitata, ed è anche relativamente ampio, non fa emergere le diversità.

Quindi la costituzione non è un prodotto veramente politico ma per Rawls è il prodotto di una volontà del popolo di governarsi in un certo modo, è il risultato di un processo deliberativo e questa decisione non è solo ragionevole, ma è stata definita da Rawls come LA PIÙ RAGIONEVOLE per noi, il miglior modo di governarci, ogni popolo esprime un sistema più ragionevole per se stesso, che meglio interpreta la concezione di giustizia per quel popolo, che attraverso la ragione pubblica decide gli elementi essenziali.

  • VISIONE RISTRETTA (ESCLUSIVA), impedisce totalmente l’introduzione di considerazioni derivanti da dottrine comprensive. Per Rawls questa visione però è debole, perché è quasi un appiattimento sul pensiero comune, che non lascia spazio ad un minimo disaccordo.
  • VISIONE AMPIA (INCLUSIVA), permette di proporre dottrine comprensive più personali a patto che non siano estreme e tanto incompatibili da andare contro il principio democratico, quindi devono contribuire all’affermazione dei valori politici. Rawls preferisce questa visione, ritenendola più flessibile e adatta a un regime democratico deliberativo.

L’ideale rawlsiano inoltre è un SISTEMA DUALISTA che fa una distinzione tra:

  • POTERE COSTITUENTE: appartiene al popolo e serve a darsi una Costituzione (Legge Suprema)
  • POTERE COSTITUITO: appartiene a maggioranze temporanee e produce leggi ordinarie, che devono essere vincolate dalla Legge Suprema. In questo sistema il potere ultimo non risiede in un solo organo, ma nella relazione tra i tre rami del governo, tutti responsabili di fronte al popolo.

Per Rawls la correttezza formale di un EMENDAMENTO non ne garantisce la validità, è legge solo se:

  • adatta i valori fondamentali a nuove condizioni o li rende più inclusivi (senso espansivo e migliorativo)
  • elimina punti deboli emersi nella prassi Non è mai accettabile sostituire un principio costituzionale con il suo contrario. Rawls teorizza una blindatura strutturale dei diritti basata sulla storia; se un emendamento stravolgesse il significato originario della costituzione, si avrebbe un collasso costituzionale, non un cambiamento valido.

JÜRGEN HABERMAS Jürgen Habermas è uno dei pensatori che ha maggiormente plasmato il pensiero politico, filosofico e sociale occidentale, è considerato uno dei padri fondatori della teoria deliberativa.

In Fatti e Norme Habermas scrive che "sono valide solo le norme d'azione che tutti i potenziali interessati potrebbero approvare partecipando a discorsi razionali”. Questo approccio rientra nell'ETICA DEL DISCORSO, un paradigma morale e politico che stabilisce la legittimità delle decisioni. È un principio non negoziabile, nessuna norma è legittima se non è passata attraverso un discorso pubblico inclusivo.

Anche lui rispose alla domanda: cosa rende legittimo il potere politico? : per Habermas, la risposta risiede nel processo. Sebbene sia Rawls che Habermas partano dalla stessa domanda fondamentale ( Come è possibile una società giusta? ) e condividano l'idea che il potere politico debba essere vincolato a principi superiori, le loro risposte divergono radicalmente nel metodo e nella sostanza. Per Rawls, la stabilità di una società democratica si basa sul consenso per intersezione. Habermas, al contrario, sposta il baricentro sul COMPROMESSO. Per lui, la democrazia non richiede necessariamente che tutti condividano lo stesso sistema di valori profondo, ma che accettino una PROCEDURA DI DISCUSSIONE. La deliberazione serve proprio a far

scontrare le diverse posizioni affinché, grazie alla "FORZA DELL’ARGOMENTO MIGLIORE", si giunga a un accordo politico. Se per Rawls conta il risultato (il consenso sui principi), per Habermas conta il processo (la capacità di trovare un compromesso razionale). Un'altra differenza cruciale riguarda il "DOVE" avviene il discorso politico. Per Rawls la sua Ragione Pubblica ha un foro politico ben preciso, si manifesta principalmente nei tribunali, nelle istituzioni e nel linguaggio dei rappresentanti politici, è un ambito recintato da regole di "ragionevolezza". Habermas abbatte questi confini con il concetto di SFERA PUBBLICA. Per lui, ogni atto che coinvolge la ragione discorsiva è un atto deliberativo, a prescindere dal luogo in cui avviene. La sfera pubblica è uno SPAZIO INCLUSIVO, fluido e molto più ampio della ragione pubblica rawlsiana; è una PROCEDURA POLITICA FORMALIZZATA, in cui le uniche regole ferree sono il RISPETTO dell'altro e l'APERTURA a tutti i soggetti coinvolti. Habermas rimprovera a Rawls un eccessivo utopismo normativo. Secondo Habermas, Rawls commette l'errore di dare per scontato che tutti i cittadini siano "ragionevoli"; la realtà sociale, invece, è fatta di conflitti, interessi contrapposti e soggetti che possono persino essere ostili alla democrazia. Mentre il progetto di Rawls rimane puramente ideale e filosofico, quello di Habermas vuole essere una teoria sociale, in cui non teme il CONFLITTO, anzi lo vede come il MOTORE CHE GENERA LA NECESSITÀ DELLA DELIBERAZIONE. Per lui, la PARTECIPAZIONE non è un "atto dovuto" o una concessione, ma una NECESSITÀ VITALE affinché il potere sia legittimo. In ultima analisi, ciò che li ricongiunge è l'eredità kantiana. Entrambi vedono nella ragione lo strumento attraverso il quale i cittadini esercitano il loro diritto di autodeterminazione. Per Habermas, però, questa autodeterminazione non può essere un esercizio solitario o teorico (come nella posizione originaria di Rawls), ma deve essere una pratica quotidiana, collettiva e formalizzata, in cui il popolo agisce dal basso per legittimare le norme che lo governano.

Il vero nemico di Habermas è la DEMOCRAZIA ELITARIA (dove le decisioni calano dall'alto), proprio perché per Habermas il conflitto è centrale e la deliberazione non lo annulla, ma lo trasforma in partecipazione. La sua idea nasce da un modello di partecipazione diretta dei cittadini che deve però essere schematizzato e avere un rapporto diretto con le istituzioni. L'opinione pubblica deve influenzare direttamente il decisore politico. L’obiettivo di Habermas non è quindi quello di fornire un mero ideale che si contrappone al realismo. Habermas non è un “normativista puro” come Rawls; egli non guarda solo al dover essere della politica, ma disegna un rapporto tra fatti e norme più profondo e interdipendente. La sua è una TEORIA DELLA DEMOCRAZIA PROCEDURALE, che ha lo scopo di fornire agli individui uno strumento per poter concretamente partecipare alla decisione politica e portare le loro ragioni all’interno delle pratiche politiche istituzionalizzate.

[Come sintetizzato da Antonio Floridia : "La qualità di una democrazia non si misura solo dal rispetto di alcune condizioni procedurali (norme), ma dalla qualità dei discorsi pubblici che accompagnano le decisioni istituzionali, i quali costituiscono il vero fondamento della legittimità”.]

La teoria deliberativa di Habermas fonde insieme la teoria liberare, che mette al centro l’individuo come nucleo fondante della società, ma senza l’individualismo, con un’idea repubblicana di partecipazione collettiva alle decisioni, cerca di mettere insieme Locke e Rousseau. La teoria che Habermas propone ha 3 caratteristiche fondamentali, partendo dal presupposto che è lo strumento che legittima delle scelte:

passaggio in cui possono partecipare tutti coloro che sono coinvolti. Il popolo può anche delegare questo atto deliberativo a istituzioni superiori, questo però ha una ricaduta diversa, perché il problema della modernità è che il regime può essere dominante e decidere senza un atto deliberativo; però nessuno Stato ha l’autorevolezza per imporre la propria volontà soprattutto se va contro gli interessi degli altri.

CONFRONTO TRA RAWLS E HABERMAS= c’è un rifiuto comune verso la metafisica della verità, che deve essere frutto di un discorso plurale e uno scambio di visioni, sono quindi entrambi anti aristotelici, più vicini al neo contrattualismo e fortemente normativi, cioè condividono una visione del giusto e del dover essere dello Stato, come dovrebbe essere lo Stato migliore, sono scettici verso il realismo politico, però danno poi soluzioni diverse. Habermas dice che Rawls è utopico e idealista, perché dice che il consenso per intersezione è inconcepibile, vedendolo come una visione egoistica perché stai imponendo una scelta tra ciò che credono giusto e ciò che dovrebbe essere giusto per gli altri, questo implica che il dibattito pubblico non sia inclusivo. L’obiettivo critico di Habermas è il principio di neutralità liberale di Rawls, che significa non prendere posizioni radicali ma capire le ragioni altrui, soppesandole e plasmando le mie se incoerenti con un principio di giustizia condiviso, per Rawls va cercato prima un punto comune e di neutralità e poi si cerca di plasmare le nostre visioni in modo da rimanere in rapporti pacifici, tutto questo per far si che la cosa che rimane sia la più coerente con il valore condiviso; Habermas rifiuta categoricamente questa visione, la sua idea è che si può discutere di tutto nella sfera pubblica e poi alla fine si raggiungerà un compromesso oppure, se la cosa passa a un’istituzione, a un voto di maggioranza; per Rawls questo porta alla guerra civile, alle guerre di religione, a un’indiscriminata libertà di parola e contro Habermas quindi dice che le visioni più estreme non vanno limitate dalle visioni migliori, perché se si mettono insieme e arrivano alle istituzioni non ci fai niente con le buone argomentazioni e questo è un problema, è per questo che per Rawls vanno proprio eliminate le dottrine estreme contrarie al principio di giustizia, questo però non vuol dire annullarle del tutto ma diventano delle culture di sfondo che possono entrare nella discussione privata ma non in quella pubblica, quindi la scissione tra ciò che è pubblico e privato, in Rawls, è molto radicale, perché il foro politico pubblico è il foro delle istituzioni politiche democratiche, quindi il presupposto è che io le rispetti e parli di argomenti politici democratici, quindi la sua tesi è che ciascuno può motivare le proprie azioni, opinioni e scelte di fronte agli altri, quindi partecipare all’atto deliberativo, solo ed esclusivamente sulla base di ragioni che sa che anche essi potranno condividere. Habermas critica Rawls dicendo che la sua non è una visione deliberativa ma cerca di imporre una visione della verità e del giusto, anche se lo nega. Habermas quindi non nega la conflittualità delle idee, ma critica il principio liberale di legittimità dicendo che è esclusivo, per lui si può discutere anche se si è contrari alla democrazia costituzionale, perché la discussione fa sì che tutti possano partecipare, perché tutte le idee potrebbero avere dei consensi o meno e potrebbero diventare buone argomentazioni. Quindi la differenza tra i due sta proprio in questa esclusività o inclusività di idee estreme, radicali o divisive; questo poi ne va del ruolo delle istituzioni, perché alla fine l’obiettivo comune è dare legittimità alle istituzioni ma per Rawls è un elemento puramente teorico legato a principi che presupponiamo siano condivisi, mentre per Habermas la legittimità del potere politico è data dal fatto che si può esprimere anche la volontà di cambiare la costituzione, ovviamente non è detto che si abbiano consensi ma comunque si può esprimere la propria opinione. La visione puramente deliberativa di Habermas è la visione del cosiddetto COSTITUZIONALISMO PATRIOTTICO, cioè la costituzione nasce da una partecipazione collettiva. La teoria di Habermas si fonda

sul principio della CO-ORIGINARIETÀ, cioè l'idea che i diritti e i principi istituzionali evolvono allo stesso modo, così come evolve la società, non sono le istituzioni che si devono adeguare a diritti precedenti, ma producono diritti che gli danno a sua volta legittimità, non ci sono come per Rawls dei principi prefissati, ma i principi e le istituzioni si modellano in base al cambiamento del discorso pubblico. Questa co-originarietà si afferma storicamente in modo lento e imperfetto. Habermas ripercorre le tappe dello sviluppo della democrazia liberale:

  • RIVOLUZIONE FRANCESE E L’800: la Dichiarazione dei diritti dell'uomo abolisce alcuni privilegi, ma non cancella le disuguaglianze sociali, sfociando nel Terrore e poi in Napoleone (che porta avanti alcuni ideali ma ne tradisce altri). La vera Repubblica francese arriverà solo con la Comune di Parigi del 1871. L'Italia pre-fascista è uno Stato liberale (con alternanza di Destra e Sinistra Storica), ma non propriamente democratico (donne escluse dal voto fino al 1946, divario Nord-Sud). La Repubblica di Weimar (Germania) sarà un tentativo democratico-sociale avanzato, ma durerà solo dieci anni prima del totalitarismo.
  • STATI UNITI E GRAN BRETAGNA: modelli di democrazia liberale, ma con gravi limiti iniziali (schiavitù, segregazione razziale fino agli anni '60, voto alle donne arrivato solo nel primo 900). Negli USA, il divario socio-economico sarà ridotto solo negli anni '30 con il New Deal di Roosevelt.
  • IL BOOM E IL REGRESSO (anni '60-'80): il dopoguerra (anni '50-'70) vede il boom della democrazia e dei mezzi di comunicazione (giornali, radio, TV, che in Italia arrivano in ritardo rispetto a USA/UK). Negli anni '80, però, si assiste a una frenata con il liberismo sfrenato: Margaret Thatcher in Gran Bretagna dichiara guerra ai movimenti operai, facendo regredire la sfera pubblica a un livello puramente borghese ed economico. Contemporaneamente, nel blocco sovietico, la sfera pubblica è del tutto assente.

Di conseguenza Habermas critica anche la posizione originaria di Rawls, che impedirebbe la deliberazione futura, perché non ammette un cambiamento dopo che si è formata la costituzione, ma ogni tanto bisogna chiamare il popolo sovrano a decidere se cambiare qualcosa, Habermas quindi non ammette la posizione originaria perché ammette questa possibilità di cambiamento, la risposta di Rawls è che cambiando la costituzione si perde stabilità e la condivisione, cioè il senso di avere un nucleo fondativo. Per Habermas la posizione originaria è un atto deliberativo, perché c’è un momento di decisione collettiva, ma è troppo utopica, ideale, non puoi immaginare che le persone debbano decidere di una società che non esiste ancora, perché le persone per propria natura hanno posizioni razionali diverse e non gli puoi dire di mettere da parte questa posizione per un senso di giustizia, perché nessuno è disposto per propria natura a rinunciare ai propri interessi personali per gli altri, immaginando che forse nella società futura potresti avere una buona posizione, per Habermas è l’interesse personale razionale a dominare il discorso; questo influisce sulla distinzione tra ragione pubblica e sfera pubblica, per Habermas la ragione pubblica è assolutamente idealista e troppo esigente, perché il consenso per intersezione in realtà non è un atto deliberativo perché viene messo tutto in mano alla costituzione e non entrano nel profondo delle questioni perché non danno peso alle dottrine. Quindi la sfera pubblica è l’unico spazio vero in cui tutte le argomentazioni vengono prese sul serio e in cui non ci sono visioni tenute fuori, questo permette che l’opinione pubblica sia veramente formata.

sostituire un modello sociale con un altro, quindi serve per convincere a cambiare modello sociale e generalmente lo si fa attraverso i MASS MEDIA, che da un un lato hanno il compito di FILTRARE le informazioni, cioè trasmettere i bisogni del pubblico, dall’altro lato servono anche per PROPAGANDARE idee. Quindi l’opinione pubblica è sia ATTIVA nell'influenzare la politica, ma è anche PASSIVA. L’idea di Lippmann è che l’opinione pubblica è il fulcro su cui agiscono forze politiche e culturali divergenti e convergenti. I mass media con la politica hanno quindi sia una collaborazione che un’opposizione, perché in parte il potere politico si nasconde dai mass media e non gli può dire tutto. Negli anni ‘20 dice che il mezzo attraverso cui si forma l’opinione pubblica non sono le parole, perché ciò che veramente trasmette un messaggio e plasma l’opinione pubblica sono le IMMAGINI. Dice che le immagini in base a cui agiscono gruppi di persone o individui, che agiscono in nome di gruppi, costituiscono l’Opinione Pubblica.

  • Opinione Pubblica = è il pubblico, i cittadini
  • opinione pubblica = le idee che gli individui hanno. Quindi le opinioni pubbliche costituiscono l’Opinione Pubblica.

L’obiettivo però di Lippmann non è una visione antropologica o psicologica, la sua analisi è legata alla TEORIA DEMOCRATICA, cioè, qual è l’impatto che l’opinione pubblica ha in un sistema democratico?. Vuole capire qual è il rapporto tra comunicazione, il modo in cui esercitiamo le nostre funzioni linguistiche, e democrazia, il nostro ruolo come cittadini. Lippmann risponde scrivendo che “la democrazia nella sua forma/teoria originaria/propria non ha mai seriamente affrontato il problema derivante dalla non automatica corrispondenza delle immagini che gli individui hanno nella loro mente alla realtà del mondo esterno”, cioè nessuno si è mai concentrato sull’opinione che si crea dopo aver visto un’immagine o sul ruolo politico di queste ultime; per es. per molto tempo l’arte è stato strumento di potere, non per influenzare ma per affermare un potere, è un potere che legittima il potere. Lippmann è il primo a porsi una questione: l’arte e le immagini hanno un ruolo nella democrazia? Plasmano l’opinione pubblica? Si, dice che l’arte e le immagini non sono più passive, ma possono veicolare anche un’opinione contro il potere, quindi possono essere uno STRUMENTO DI DEMOCRAZIA. Questo avviene con l’avvento della caduta delle grandi monarchie assolutiste, quindi con l’affermazione della democrazia rappresentativa e Lippmann scrive che il governo rappresentativo non può funzionare bene se non c’è un’organizzazione indipendente, che rende i fatti non visti comprensibili a quelli che devono prendere le decisioni, cioè se non c’è la STAMPA, che nel suo ruolo di filtro ripulisce le notizie e rende visibile ciò che non è visibile, il governo non può dirsi democratico. Quindi il principio guida dell’opinione pubblica di Lippmann è che IL POTERE È LEGITTIMO PERCHÉ CI SONO STRUMENTI CHE FILTRANO LE INFORMAZIONI PER RENDERLE CONOSCIBILI; è una via di mezzo tra il principio di Rawls e di Habermas, mette insieme le loro due visioni prima che le pensino, cioè ha l’idea che c’è qualcosa che limita il potere politico. Quindi nella teoria di Lippmann ci sono 3 elementi:

  1. L’ATTO DELLA COMUNICAZIONE, il fatto di stare insieme in un sistema di scambio di opinioni e di comunicazione
  2. SISTEMA DI INFORMAZIONI
  3. SISTEMA POLITICO CHE GARANTISCE GIORNALISMO E STAMPA LIBERI Se mancano queste tre cose la democrazia perde di senso. In questo sistema però la democrazia non implica la piena e totale comunicazione e informazione, il pubblico non deve sapere tutto tutto, ci sono degli ambiti dell’agire pubblico

politico che il pubblico non può sapere, quindi la democrazia deve contemplare anche una forma di CENSURA e FILTRO con l’opinione pubblica, per es. in caso di guerra l’informazione non è libera, perché non si è tenuti a far sapere i propri piani di guerra, sennò lo può sapere il nemico. Dall’altro lato però in una situazione di stabilità la democrazia, per essere tale, non deve prevedere barriere che impediscono l’accesso alle fonti di informazioni; quindi la censura solo in alcuni casi è un male necessario.

Lippmann critica le concentrazioni di potere, per es. i grandi poteri economici che concentrano i loro poteri sui mass media, dicendo che sono un problema serio della democrazia, perché rendono più debole il potere di autonomia dei mass media. Quindi in una visione pessimistica dice che l’opinione pubblica non ha sempre ragione, perché c’è una comunicazione che fa da filtro e non è sempre positiva, ma può manipolare l’opinione pubblica o plasmare il nostro sistema di visioni distorte. A plasmare l’opinione pubblica sono due elementi a cui dà una concezione negativa, perché rendono la democrazia imperfetta: ● SIMBOLI, portano con sé un sistema di valori e possono orientare rapidamente l’interpretazione ● STEREOTIPI, producono risposte rapide poco ponderate Questi elementi influenzano la comunicazione e il giornalismo stesso, infatti il giornalista può essere sia vittima di uno stereotipo oppure può essere la causa di stereotipi, attraverso notizie false, ingigantite, prese da fonti non affidabili. Lippmann osserva che, in assenza di precisi criteri di verifica, molta parte del lavoro informativo ricade nella discrezionalità e nella costruzione narrativa di carattere professionale del giornalista, cioè ci sono cose concrete che non hanno bisogno di una creatività particolare, sono conoscenze che tutti conoscono, ma sono poche, perché la realtà dei fatti è a volte plasmata. Il giornalista è un narratore che deve creare un’emozione e trasmettere qualcosa, un giornalista piatto non trasmette nulla. Del racconto verbale rimane zero, ma quello che rimane nell’opinione pubblica è l’immagine, infatti il romanzo per Lippmann è meno forte di una rappresentazione artistica. Questo nel corso del tempo è rimasto, per es. sui social network.

Lippmann dice espressamente che è il primo ad occuparsi dell’opinione pubblica e che non esiste un ruolo formalizzato del massmediologo, perché nessuno ha percepito il potere dei mass media, cioè della comunicazione. Nel ‘22 Lippmann scrive che lo studioso dell’opinione pubblica deve cominciare con il riconoscere il rapporto triangolare tra:

  1. LA SCENA DELL’AZIONE, cioè dove accade un evento che ha valenza pubblica
  2. la RAPPRESENTAZIONE che l’uomo si fa di questa scena, COSA ARRIVA al pubblico passivamente
  3. LA REAZIONE DEL PUBBLICO, come il pubblico reagisce a quella rappresentazione In questa triangolazione c’è la figura dell’INTERPRETE DELLA COMUNICAZIONE, che guarda cosa succede e le conseguenze che ne derivano. Quindi lo studioso dell’opinione pubblica può essere anche l’INTERPRETE DELL’OPINIONE PUBBLICA, Lippmann si identifica in entrambi i ruoli, ma possono anche essere due persone diverse. Quindi quest’idea dell’opinione pubblica è un’idea molto liberale, arriva fino a Rawls che parla pochissimo di opinione pubblica ma anche lui ha questa distinzione tra interesse pubblico e privato. Il ruolo del giornalista è di svelare fatti pubblici, non privati. Quindi il GIORNALISMO vero non è un’impresa economica, perché essendo un’IMPRESA COLLETTIVA è qualcosa che implica un accesso libero, collettivo all’informazione e poi l’opinione pubblica ha un’immagine etica della stampa, cioè non dovrebbe dare notizie false,