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Sicurezza Globale, riassunto, Sintesi del corso di Relazioni Internazionali

Riassunto del libro "Sicurezza globale" per il corso di Governance Internazionale

Tipologia: Sintesi del corso

2019/2020

Caricato il 26/08/2020

Giorgio.Rizzo
Giorgio.Rizzo 🇮🇹

4.1

(14)

6 documenti

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CAP.1
STATI FRAGILI E NARCO-STATI
I più recenti documenti strategici elaborati da USA, UE e NATO evidenziano le minacce poste dai cosiddetti
“stati fragili” (Libia, Mali, Somalia, Balcani); è diffuso il timore che il collasso delle strutture statali possa
essere sfruttato da attori appartenenti a criminalità organizzate, terroristi o insorti. Per evitare questo
pericolo la comunità internazionale è attiva da anni attraverso missioni internazionali che hanno l’obiettivo
di rafforzare capacità e strumenti degli stati fragili; spesso, però, questi interventi sono risultati fallimentari.
(interventi di stabilizzazione e peacebuilding tesi a rafforzare le istituzioni promuovendo sviluppo e
democrazia, tentando di garantire sicurezza attraverso forze militari esterne
FRAGILITÀ STATALE Assenza di legittimità e incapacità di gestire servizi di base; la crescente instabilità
successiva al crollo del sistema bipolare, legata a fenomeni come pressione demografica, guerre civili e
criminalità transnazionale ha alimentato l’attenzione nei confronti dei rischi derivanti da stati fragili.
1.1 STATI FRAGILI E STATI FALLITI: IL DIBATTITO CORRENTE
Nell’era postbipolare i governi occidentali hanno dedicato maggior interesse alle sfide multidimensionali
provenienti da crisi regionali in aree distanti dai propri confini (terrorismo, criminalità organizzata, disastri
ambientali, pirateria, flussi migratori, emergenze umanitarie).
Possiamo indicare il fallimento dello stato come un aggravamento del livello di fragilità preesistente; lo
stato fragile è quindi a rischio di fallire o di collassare, di conseguenza le cause remote della fragilità hanno
molteplici radici per le quali non sono adatte rapide soluzioni.
Secondo l’OECD-DAC “gli stati sono fragili quando le loro strutture sono incapaci a provvedere ad alcune
funzioni di base volte a ridurre povertà, promuovere lo sviluppo e garantire sicurezza e diritti umani”.
Newman definisce lo stato di fragilità come una situazione nella quale il governo centrale ha una scarsa
capacità di garantire l’ordine pubblico nel proprio territorio, non è in grado di controllare i propri confini,
non può mantenere servizi e istituzioni pubbliche vitali ed è vulnerabile alle sfide interne
extracostituzionali; il fallimento dello stato corrisponde alla fine della sua autorità centrale.
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CAP.

STATI FRAGILI E NARCO-STATI

I più recenti documenti strategici elaborati da USA, UE e NATO evidenziano le minacce poste dai cosiddetti “stati fragili” (Libia, Mali, Somalia, Balcani); è diffuso il timore che il collasso delle strutture statali possa essere sfruttato da attori appartenenti a criminalità organizzate, terroristi o insorti. Per evitare questo pericolo la comunità internazionale è attiva da anni attraverso missioni internazionali che hanno l’obiettivo di rafforzare capacità e strumenti degli stati fragili; spesso, però, questi interventi sono risultati fallimentari. (interventi di stabilizzazione e peacebuilding tesi a rafforzare le istituzioni promuovendo sviluppo e democrazia, tentando di garantire sicurezza attraverso forze militari esterne FRAGILITÀ STATALE  Assenza di legittimità e incapacità di gestire servizi di base; la crescente instabilità successiva al crollo del sistema bipolare, legata a fenomeni come pressione demografica, guerre civili e criminalità transnazionale ha alimentato l’attenzione nei confronti dei rischi derivanti da stati fragili. 1.1 STATI FRAGILI E STATI FALLITI: IL DIBATTITO CORRENTE Nell’era postbipolare i governi occidentali hanno dedicato maggior interesse alle sfide multidimensionali provenienti da crisi regionali in aree distanti dai propri confini (terrorismo, criminalità organizzata, disastri ambientali, pirateria, flussi migratori, emergenze umanitarie). Possiamo indicare il fallimento dello stato come un aggravamento del livello di fragilità preesistente; lo stato fragile è quindi a rischio di fallire o di collassare, di conseguenza le cause remote della fragilità hanno molteplici radici per le quali non sono adatte rapide soluzioni. Secondo l’OECD-DAC “gli stati sono fragili quando le loro strutture sono incapaci a provvedere ad alcune funzioni di base volte a ridurre povertà, promuovere lo sviluppo e garantire sicurezza e diritti umani”. Newman definisce lo stato di fragilità come una situazione nella quale il governo centrale ha una scarsa capacità di garantire l’ordine pubblico nel proprio territorio, non è in grado di controllare i propri confini, non può mantenere servizi e istituzioni pubbliche vitali ed è vulnerabile alle sfide interne extracostituzionali; il fallimento dello stato corrisponde alla fine della sua autorità centrale.

Da anni analisi empiriche e dataset cercano di definire indicatori che possano ben chiarire il concetto di fragilità; comunque per far fronte alla difficoltà metodologica di definire indicatori condivisi si è gradualmente affermato un approccio multidimensionale alla fragilità dello stato. Call, ad esempio, ricorre a categorie non universali per comprendere il concetto, al fine di orientare l’azione di interventi di peacebuilding che dovrebbero concentrarsi su tre tipi di gap: gap di capacità, gap di sicurezza, gap di legittimità. Alcune ricerche empiriche evidenziano come il fattore chiave tra le distinte dimensioni sia quello dell’autorità; esaminando i dati in un vasto arco di tempo, la riduzione del grado d’insicurezza rappresenta l’aspetto cruciale nella crescita della stabilità e quindi nel miglioramento complessivo degli indicatori Sul piano epistemologico ed ontologico, il legame tra poveri stati fragili e la diffusione dei conflitti si rivela un dato cruciale nello studio contemporaneo delle relazioni internazionali; riforme neoliberali dello stato e pressioni derivanti da fenomeni transnazionali hanno contribuito a creare un terreno fertile per la frammentazione delle capacità statali e l’irrompere del conflitto. 1.2 STATI FALLITI, CONFLITTI E ATTORI CRIMINALI La minaccia posta dagli stati fragili attiene alla modalità con cui questi possono influenzare la stabilità regionale o locale. La letterature ha posto in evidenza come la fragilità dello stato rappresenti un fattore chiave alla base dell’insorgenza di un conflitto violento ed ha centrato l’attenzione sul ruolo degli attori substatali o transnazionali (reti criminali, insorti) in relazione alla loro capacità di alimentare il conflitto traendone un vantaggio; recentemente si è diffusa l’idea che gli attori criminali abbiano maturato la capacità di assumere il controllo di un intero paese. Per capire davvero i fenomeni bellici contemporanei dobbiamo osservare da vicino il legame tra attori criminali transnazionali e fragilità delle strutture statali; secondo lo United Nations Office on Drugs and Crime (UNODC) le organizzazioni criminali hanno ormai accumulato un potere tale da destabilizzare intere società e governi. STATI-MAFIA  Prede di organizzazioni criminali che sfruttano le economie sempre più deboli di stati fragili per assumere una posizione di controllo grazie ad una crescente liquidità. Per studiare la nuova minaccia posta dagli stati fragili occorre indagare a fondo la natura di queste relazioni e il meccanismo di cattura dello stato da parte di “baroni della droga”. Che collegamento esiste tra criminalità organizzata transnazionale, traffico di droga, stati fragili e instabilità geopolitica? Due diversi punti di vista rispondono al quesito: -CATTURA DELLO STATO, molti stati si sono dimostrati vulnerabili alla cattura da parte di attori criminali esterni (Sahel, Africa Occidentale, traffico di droga da America Latina all’Europa). -MECCANISMI DI PATRONATO, intendendo il rapporto tra élite e network criminali; un punto di vista che ci permette di comprendere come scenari caratterizzati da violenza per la lotta alla droga (Messico) abbiano vissuto anni di tranquillità grazie alla relazione tra attori criminali e statali. 1.3 LA MINACCIA DEI NARCO-STATI. IL CASO PARADIGMATICO DELLA GUINEA-BISSAU Dal 1974, anno dell’indipendenza dal Portogallo, la Guinea-Bissau è stata costantemente segnata da guerre civili, colpi di stato e da una diffusa instabilità politica; i gap nelle dimensioni di autorità, legittimità e capacità sono chiaramente presenti. L’interesse e la preoccupazione principale della comunità internazionale deriva dalle particolari condizioni geografiche, economico-sociali e politiche che hanno favorito una crescente presenza di network criminali interessati a trasformare il paese in un hub strategico per le rotte del traffico di cocaina dall’America Latina all’Europa. L’immagine di narco-stato e di snodo cruciale per i traffici di cocaina si afferma definitivamente nel marzo

L’analisi deve, quindi, prendere in considerazione il collegamento tra dinamiche interne (corruzione, collusione) e internazionali (instabilità geopolitica, nuove rotte commerciali, traffici illeciti di armi o droga). È opportuno evitare la trappola concettuale caratterizzata da una visione della fragilità intesa come una semplice assenza di potere. CAP.2 PROLIFERAZIONE E ARMI DI DISTRUZIONE DI MASSA 2.1 COSA SONO LE ARMI DI DISTRUZIONE DI MASSA? Le ADM comprendono l’insieme delle armi chimiche, biologiche, radiologiche e nucleari (CBRN); l’equivalenza tra ADM e CBRN si giustifica per la capacità potenziale che le armi CBRN hanno di arrecare danni catastrofici, sproporzionati e indiscriminati decisamente superiori a qualsiasi dispositivo militare convenzionale. Tre ulteriori elementi le distinguono dalle armi convenzionali: -EFFETTO DISTRUTTIVO ISTANTANEO -ORRORE MAGGIORE DI QUELLE CONVENZIONALI -INTRINSICAMENTE IMMORALI 2.1.1 ARMI CHIMICHE Si intende l’uso di sostanze chimiche tossiche per causare morte, ferimento, temporanea inabilità o danni permanenti. Possono essere suddivise in base agli effetti prodotti: -ASFISSIANTI -VESCIVANTI -AGENTI DEL SANGUE -AGENTI NERVINI Furono impiegate in modo massiccio durante la Prima Guerra Mondiale e causarono un milione di vittime di cui 90.000 mortali; queste non furono impiegate, invece, nel secondo conflitto mondiale ad eccezione di alcuni episodi in teatri periferici (Etiopia, Manciuria cinese). Il periodo della Guerra Fredda ha visto una sfrenata corsa agli armamenti chimici da parte degli USA e dell’URSS con la produzione di gas sempre più letali. L’uso più recente di armi chimiche risale al conflitto civile siriano quando, nell’agosto 2013, alla periferia di Damasco, si ebbero alcune centinaia di vittime tra la popolazione civile. Il principale ruolo delle armi chimiche sul campo di battaglia è quello di “force multiplier”, ovvero quello di aumentare l’effetto delle armi convenzionali riducendo, di conseguenza, le performance militari avversarie. 2.1.2 ARMI BIOLOGICHE Le armi biologiche hanno come obiettivo la diffusione intenzionale degli agenti di alcune malattie infettive: -batteri -virus -funghi e tossine Il loro potenziale distruttivo è enorme ed è possibile immaginare scenari apocalittici di pandemie capaci di uccidere fino al 30% delle persone contaminate. Questi scenari comunque risultano essere molto teorici dato che i sistemi sanitari dei paesi avanzati sono in grado di far fronte alla diffusione naturale di malattie infettive. L’efficacia delle armi biologiche dipende da una varietà di fattori esterni (clima, temperatura) e può essere contenuta da opportuni sistemi di protezione/contrasto (vaccinazione, antibiotici, quarantena).

Comunque, gli effetti incerti e ritardati la rendono un’arma poco affidabile dal punto di vista militare; agli occhi di un gruppo terroristico questa rimane un’arma molto valida per creare panico e terrore. Le armi biologiche hanno avuto un limitato impiego in combattimento; i casi più noti del periodo moderno comprendono il loro impiego da parte giapponese nella Cina occupata durante la Seconda Guerra Mondiale e la loro sperimentazione sui prigionieri cinesi; alcuni episodi di terrorismo negli anni 70 e 80. Durante la Guerra Fredda la preparazione alla guerra biologica è stata intensa da ambo le parti; significativo è, però, anche il programma iracheno di Saddam Hussein. 2.1.3 ARMI RADIOLOGICHE Ha lo scopo di diffondere sostanze radioattive per contaminare cose e persone in una determinata area; a differenza delle armi nucleari non vi è l’utilizzo di materiali fissili né una reazione a catena in grado di provocare un’esplosione nucleare. Il valore militare di quest’arma è limitato, infatti per molti analisti queste sono armi da considerarsi di “mass-distruption” dato che creano paura, scompiglio e danni economici più che morte. 2.1.4 ARMI NUCLEARI L’arma più potente mai creata dall’uomo; si tratta di un ordigno a energia esplosiva derivata dalla fissione del nucleo di un atomo. La prima bomba nucleare fu creata dagli USA nel quadro del Progetto Manhattan; è stata impiegata solo due volte, ad Hiroshima e Nagasaki (6-9 agosto 1945) causando rispettivamente 50.000 e 70.000 vittime. La straordinaria potenza dell’arma nucleare rende difficile immaginare uno scenario in cui queste armi possano trovare un’applicazione bellica razionale, soprattutto in un contesto di ostilità tra paesi entrambi dotati di arsenali nucleari in quanto l’esito più probabile sarebbe la distruzione reciproca. La principale funzione delle armi nucleare è politica e non militare: il loro valore sta nella minaccia. 2.2 TEORIE DELLA PROLIFERAZIONE La decisione di acquisire delle ADM è il risultato di un complesso processo a cui concorre una molteplicità di fattori e variabili. È interessante notare come le stesse ragioni che spiegano la proliferazione valgano anche per comprendere la non proliferazione. Esistono quattro framework teorici:  MODELLO DELLA SICUREZZA NAZIONALE Secondo gli esponenti di questa scuola di pensiero gli stati cercano di dotarsi di arsenali ADM con l’intento di aumentare la propria sicurezza di fronte a minacce esterne e quindi come deterrente contro il pericolo di aggressione. La proliferazione è il risultato dell’insuperabile insicurezza tipica di un contesto internazionale anarchico (dilemma della sicurezza). A sua volta la proliferazione è fonte di ulteriore insicurezza e quindi di proliferazione: USA producono prima arma nucleare temendo la Germania nazista  vantaggio statunitense provoca URSS che sviluppa capacità simili  quindi svolta pro-nucleare britannica e francese. L’assenza di uno stato d’insicurezza, invece, disincentiva la proliferazione anche in paesi tecnicamente ed economicamente avanzati come Svezia, Brasile o Giappone.

 TRATTATO DI NON PROLIFERAZIONE NUCLEARE

Entrato in vigore nel 1970 promuove l’obiettivo di un lungo periodo di abolizione delle armi nucleari. Il trattato riconosce il legittimo possesso delle armi nucleari da parte di cinque stati (USA, URSS/Russia, GB, Francia e Cina) mentre gli altri paesi sono classificati come “non militarmente nucleari” e si impegnano a rimanere tali. Al trattato aderiscono 190 paesi, non ne fanno parte India, Israele, Pakistan e Corea del Nord. Il trattato si basa su tre principi fondamentali: -non proliferazione -disarmo, l’articolo VI impegna i cinque paesi possessori a “concludere in buona fede trattative su misure efficaci per una prossima cessazione della corsa agli armamenti nucleari e per il disarmo nucleare” -uso pacifico dell’energia Il TNP, infine, promuove lo sviluppo della tecnologia militare per fini civili, ma il trasferimento di tecnologie nucleari deve avvenire sotto il controllo dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica. Poi vi sono altri trattati:  TRATTATO PER LA MESSA AL BANDO PARZIALE DEI TEST NUCLEARI (1963)  MISSILE TECHNOLOGY CONTROL REGIME (MTCR)  CODICE INTERNAZIONALE DI CONDOTTA CONTRO LA PROLIFERAZIONE DEI MISSILI BALISTICI (2002)  PROLIFERATION SECURITY INITIATIVE (PSI; 2003)  CONVENZIONE SULLA PROTEZIONE FISICA DEI MATERIALI NUCLEARI (1987)  ACCORDI BILATERALI TRA USA E URSS/RUSSIA  TRATTATO PER LA MESSA AL BANDO DELLE FORZE NUCLEARI A RAGGIO INTERMEDIO  ACCORDI PER LA LIMITAZIONE DELLE ARMI STRATEGICHE E DEI SISTEMI ANTI-MISSILISTICI  TRATTATI DI RIDUZIONE DELLE ARMI STRATEGICHE 2.4 SFIDE E PROBLEMI APERTI I diversi trattati internazionali hanno prodotto molti risultati positivi se paragonati all’apice della Guerra Fredda. Il tabù contro l’uso delle ADM ha resistito per quanto riguarda il settore biologico e nucleare dall’epoca di Hiroshima e Nagasaki; inoltre, è innegabile che le ADM sono ancora molto diffuse ma la situazione poteva essere peggiore (15-25 paesi nucleari, come prevedeva Kennedy) e il grosso degli arsenali chimici è stato distrutto. Devono essere evidenziate 7 principali sfide al regime internazionale di non proliferazione:

  1. Nonostante le riduzioni ancora oggi molti paesi possiedono testate nucleari
  2. Non c’è nessuna garanzia che la strategia di deterrenza nucleare, applicata durante la Guerra Fredda, possa essere applicata con la stessa efficacia in un contesto post-bipolare, molto più complesso e instabile
  3. Il rischio che altri paesi possano acquisire armi nucleari non può essere sottovalutato; preoccupante è il caso dell’Iran. Difatti, se l’Iran dovesse acquisire una capacità nucleare militare la tenuta del regime internazionale di non proliferazione sarebbe a rischio e non è escluso un effetto domino nel Medio Oriente
  1. L’universalità dei trattati di non proliferazione è difficilmente raggiungibile; inoltre, destinati a permanere sono i limiti degli accordi come la mancanza di un sistema di verifica per la Convenzione sulle armi biologiche o la facilità con cui uno stato può abbandonare un trattato
  2. Gli attori non statali hanno un ruolo sempre più determinate nella proliferazione sia come fornitori, che intermediari che perpetuatori di attacchi
  3. Il progresso tecnologico della chimica e della biologia costituisce una minaccia al regime di non proliferazione
  4. Allarmante è anche la proliferazione dei vettori e dei sistemi di lancio

3.2 MINACCE FISICHE ALLA SICUREZZA ENERGETICA

 ATTACCHI ALLA SICUREZZA DELLE ROTTE MARITTIME

Circa due terzi dell’approvvigionamento globale di greggio transitano via mare e, inoltre, il traffico marittimo sta diventando sempre più importante anche nel settore del gas naturale: la sicurezza fisica dei trasporti marittimi è diventata, quindi, un elemento fondamentale per il funzionamento dei mercati energetici. La più grave minaccia è rappresentata dalla possibilità di un prolungato blocco navale presso un grande terminal di esportazione nell’area di uno stretto chiave per il transito di petroliere o gasiere: un evento simile potrebbe influenzare drasticamente il corretto funzionamento dei mercati, con effetti pesantissimi sui prezzi. Più credibile è, però, la capacità di attori non statali, quali pirati o terroristi internazionali, di minacciare i traffici energetici via mare; ma questo tipo di attacco, difficilmente potrebbe condizionare il mercato energetico globale.  TERRORISMO INTERNAZIONALE Poiché molto spesso l’obiettivo del terrorismo internazionale è minare la stabilità economica e sociale dei paesi fortemente dipendenti dal consumo di idrocarburi, gli asset energetici diventano un bersaglio particolarmente appetibile. Oggigiorno problematico risulta essere il ricorso ad attacchi verso impianti energetici negli stessi paesi produttori, come avvenuto nel gennaio 2013 presso il giacimento algerino di In Amenas.  INSURREZIONI, GUERRE CIVILI E CONFLITTI REGIONALI Il normale funzionamento dei mercati energetici globali e la sicurezza degli approvvigionamenti dei paesi consumatori sono sempre più soggetti alle fragili dinamiche interne di questi stati e regioni, dove le risorse energetiche sono spesso causa di contesa tra governi e movimenti ribelli. I governi utilizzano le rendite per mantenere il controllo politico sul paese e intensificare la repressione verso movimenti di opposizione. D’altra parte, gli impianti energetici diventano fondamentali per i ribelli per poter finanziare le loro attività antigovernative (armare e mantenere gruppi di miliziani e perfino veri e propri eserciti). I teorici della resource curse ritengono come l’ampia disponibilità di risorse energetiche permetta ai governi di rafforzare le proprie pratiche autoritarie e, di conseguenza, un aumento delle insurrezioni armate e conflitti civili. Inoltre, i continui attacchi di movimenti ribelli alle infrastrutture tendono a disincentivare forti investimenti internazionali in questi paesi; livelli di violenza e condizioni di sicurezza fuori controllo potrebbero addirittura determinare la sospensione delle attività di esplorazione ed estrazione. 3.3 LA MILITARIZZAZIONE DELL’ENERGIA Non è da escludere che la crescente competizione energetica tra nazioni possa influenzare le dinamiche della conflittualità internazionale favorendo derive militaristiche da parte di alcuni paesi. L’ipotesi principale è che la competizione per l’accesso a risorse energetiche possa diventare una delle maggiori cause di conflitto; la tendenza dei governi a militarizzare le proprie relazioni energetiche potrebbe, infatti, accrescere la possibilità di scontri bellici internazionali: -scontri tra stati confinanti per l’accesso a risorse localizzate in aree oggetto di dispute territoriali -paesi consumatori vs. paesi produttori per controllo diretto risorse energetiche -paesi consumatori vs. paesi consumatori per eliminare la competizione all’accesso ad approvvigionamenti È con la fine della Guerra Fredda che il ricorso allo strumento bellico per la tutela degli interessi energetici diventa di assoluta attualità; nell’era della globalizzazione, infatti, poiché i fattori economico-commerciali risultano essere parametri chiave nel determinare lo status e il ruolo degli stati nel sistema delle relazioni internazionali, cresce in modo straordinario l’attenzione dei governi al tema della disponibilità di risorse

energetiche  l’accesso a fonti energetiche sicure e a buon mercato rappresenta una condizione necessaria per ottenere e mantenere lo status di potenza internazionale. Comunque, l’espansione dei processi di globalizzazione determina anche l’emergere di nuovi competitors economici (Cina, India, economie del Sud-Est Asiatico) e, in questo contesto, il tema della scarsità delle risorse assume una rilevanza chiave e, di conseguenza, la possibilità che la violenza armata venga utilizzata per acquisire il controllo fisico su risorse energetiche non può essere completamente esclusa (guerra tra Iraq e Iran iniziata nel 1980 da Hussein nel tentativo di acquisire il controllo della provincia iraniana di Khuzistan). La forte competizione energetica internazionale potrebbe inoltre incoraggiare grandi paesi consumatori ad utilizzare lo strumento bellico nei confronti di paesi ricchi di petrolio e gas naturale per ottenerne l’accesso e il controllo. Comunque, la possibilità che scoppino veri e propri conflitti armati finalizzati al controllo di risorse energetiche localizzate in paesi terzi appare ancora decisamente limitata  più probabile che questi conflitti scoppino per il rovesciamento di un governo ostile o per l’installazione di un regime fantoccio disposto a favorire gli interessi energetici dell’invasore. 3.4 L’APPROCCIO ISTITUZIONALE In un contesto di forte vulnerabilità di fronte alla minaccia energetica i paesi occidentali hanno avviato un importante processo di riflessione strategica sul tema della sicurezza energetica. Nel documento strategico europeo del 2008, il tema della sicurezza energetica figura come una delle minacce chiave per l’UE al pari della proliferazione di ADM, del terrorismo internazionale, del crimine organizzato e dei cambiamenti climatici. Il documento identifica nella diversificazione delle fonti di approvvigionamento e delle vie di transito il principale strumento a disposizione per ridurre la propria vulnerabilità di fronte a minacce di tipo energetico. Significativo è anche l’evoluzione dell’approccio alla sicurezza energetica all’interno della NATO: il summit di Chicago del 2012 ha determinato una forte riduzione dell’impegno NATO in questo settore, concentrando principalmente i propri sforzi nel settore dell’efficienza energetica per le forze armate dell’Alleanza grazie anche alla creazione del NATO Energy Security Centre of Excellence in Lituania. Per quanto riguarda gli USA, rimasti indipendenti da approvvigionamenti esterni fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale, questi hanno risposto allo stato si insicurezza determinato dalla crescente dipendenza da forniture mediorientali con il lancio del Project Independence, iniziativa avviata da Nixon nel 1973 per raggiungere l’autosufficienza nel 1980. Nel settore del gas, già prima del 2020 il paese diventerà esportatore netto, mentre per quanto riguarda il petrolio si arriverà vicini all’autonomia non prima del 2025. Secondo alcuni autori la condizione di indipendenza dai mercati energetici globali potrà portare ad una riduzione dell’impegno americano a tutela della sicurezza dei mercati energetici internazionali  uno scenario comunque poco credibile, il prezzo del petrolio americano è destinato a rimanere legato ai prezzi sui mercati internazionali.

L’evento naturale in sé non è né buono né cattivo, ma assume la valenza di crisi nel momento stesso in cui impatta sulla realtà antropica. In modo simile è sempre più difficile distinguere disastri naturali e tecnologici, come per esempio nel caso di alluvioni che coinvolgono raffinerie di petrolio o di agenti chimici. Il rapporto dell’IPCC sulla gestione dei disastri sottolinea come i livelli di rischio siano direttamente correlati al livello di esposizione, ovvero la presenza nelle aree sensibili, e la vulnerabilità stessa, cioè la propensione ad essere sfavorevolmente colpiti da un disastro. SITI ICONA  Luoghi ad alto contenuto simbolico e identificativo che risultano elementi distintivi di un particolare contesto sociale: -attentato Torri Gemelle 2001 -alluvione Praga 2002 -centri operativi (Protezione Civile, Vigili del Fuoco, es. esercito americano) -reti di rifornimento Appare evidente come in futuro i disastri naturali possano avere un effetto cascata per cui dall’impatto si possono creare subdisastri collaterali dovuti anche a fallimenti di strutture umane (es. terremoto  tsunami  Fukushima 2011). Con questa prospettiva la comunità internazionale deve prendere atto di come le misure per ridurre le minacce alla sicurezza passino necessariamente da un maggiore coordinamento fra istituzioni internazionali per ridurre le emissioni, ma anche dalla discussione e messa in pratica di un modello di adattamento che garantisca la capacità di risposta operativa a livello locale in modo più elastico. Rispetto al passato bisogna mettere in preventivo il miglioramento dei cosiddetti strumenti “non strutturali” (corretta pianificazione territori, sistemi allerta meteo, piani di evacuazione) 1.3 CAMBIAMENTI CLIMATICI, AGRICOLTURA E SICUREZZA ALIMENTARE Per quanto riguarda il settore agroalimentare, bisogna innanzitutto tenere in considerazione che esso è sia parzialmente responsabile che vittima dei cambiamenti climatici; il comparto agricolo, infatti, per sua natura è il settore più sensibile alle conseguenze climatiche. D’altro canto contribuisce anche a rafforzare tali dinamiche attraverso scelte di sviluppo e metodi di produzione. La FAO stima che l’agricoltura sia responsabile per circa un quarto delle emissioni globali di diossido di carbonio, del 50% delle emissioni di metano e di oltre il 75% di quelle di protossido di azoto. Il tutto è da imputarsi al modello produttivo basato su produzioni intensive ed estensive caratterizzate da uso di macchinari e prodotti chimici. Questo è un processo che spesso si è affiancato a deforestazioni, degradazione e salinizzazione dei suoli, inquinamento delle falde, diminuzione fertilità terreni, aumento rischio inondazioni, dipendenza da prodotti petroliferi e fertilizzanti chimici. Gli effetti delle alterazioni chimiche sull’agricoltura variano su scala locale, da coltura a coltura; a FAO sottolinea come le minacce più imminenti sono legate all’intensità, alla durata e alla frequenza di eventi straordinari come bolle di calore, gelate fuori stagione, piogge intense o siccità. L’effetto di queste dinamiche può provocare uno shock dei prezzi a livello mondiale, come nel 2006 con il calo della produzione di grano in Australia a causa della siccità. 1.4 SICUREZZA ALIMENTARE E SICUREZZA INTERNAZIONALE Il sistema agroalimentare è una delle basi per garantire la sicurezza interna e internazionale, dato che la disponibilità di cibo nei mercati e la volatilità dei prezzi hanno forti ripercussioni sia locali che sovranazionali e una crisi alimentare può provocare rivolte popolari. (aumento prezzi prodotti petroliferi tra 2007 e 2008

 6 persone morte in Egitto scontri per pane, Haiti aumento prezzo riso rivolte e dimissioni primo ministro) In seguito a queste dinamiche i paesi esportatori di cereali e riso attuarono politiche restrittive agli scambi verso l’estero per evitare ripercussioni nei propri mercati interni; questo portò ad un ulteriore peggioramento della crisi alimentare nei paesi più vulnerabili e dipendenti dalle importazioni. Nello stesso modo il peggioramento delle condizioni climatiche può portare a proteste popolari, carestie e spostamento di masse di persone che di conseguenza minano la stabilità anche delle regioni più stabili. 1.5 ADATTAMENTO E MITIGAZIONE DEGLI EFFETTI DEI CAMBIAMENTI CLIMATICI L’agricoltura dovrebbe cercare di diminuire il proprio impatto sull’ambiente e sul territorio andando in direzione di una maggiore sostenibilità produttiva; bisogna puntare all’adattamento del comparto agricolo locale alle nuove condizioni ambientali. Le strategie di adattamento dovrebbero essere implementate principalmente a livello locale o regionale, ma l’obiettivo di salvaguardare la disponibilità di cibo è una prerogativa globale che richiede sforzi più ampi. Bisogna promuovere il cambiamento del tipo di produzione e la diversificazione delle colture. Secondo la strategia “Europa 2020” della Commissione Europea un sistema agricolo per essere sostenibile deve considerare congiuntamente tre dimensioni: -economica -ambientale -sociale cercando di garantire l’approvvigionamento alimentare, mantenere la redditività e la competitività della aziende agricole Per andare verso un nuovo paradigma produttivo l’OCSE ha elaborato un rapporto intitolato Green Growth Strategy: -assicurare sicurezza alimentare alle generazioni future in un contesto di minore disponibilità di input e risorse naturale -nuovi investimenti per produttività sostenibile CAP.5 TERRORISMO E ANTITERRORISMO 5.1 SPECIFICITÀ DELLA VIOLENZA TERRORISTICA La definizione di terrorismo è problematica in quanto suscita inevitabilmente il sospetto che ogni tentativo in questa direzione sia contaminato da pregiudizi etici o politici. “La differenza tra il rivoluzionario e il terrorista dipende dalla ragione per la quale ognuno lotta. Chiunque sostenga una giusta causa e lotti per la libertà e la liberazione del suo paesi dagli invasori non può essere assolutamente chiamato terrorista” Yasser Arafat, leader dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP), novembre 1974, Assemblea generale ONU L’idea è che in certi casi esista un diritto a lottare e che l’uso della violenza, anche nelle sue forme non convenzionali sia giustificato dallo scopo per il quale ci si batte; la presunta nobiltà della causa impedirebbe in tal modo la criminalizzazione della violenza. “Qualunque definizione che intenda spingersi oltre l’uso sistematico dell’uccisione, ferimento e distruzione, o della minaccia di questi atti, diretti al conseguimento di fini politici finirà col generare una controversia, mentre la discussione continuerà all’infinito” Difficile dare completamente torto a Walter Laquer. Il terrorismo è una forma di partecipazione politica che, a causa dell’impiego di azioni violente, fuoriesce dall’alveo in cui operano altre forme, come competizioni elettorali e altre modalità simili. È esattamente

Il terzo obiettivo strategico lo definiremo “vigilantismo”: termine usato per indicare le azioni violente da parte di individui o gruppi volte a difendere un determinato ordine politico dalla minaccia di altri gruppi sociali, parliamo quindi di TERRORISMO VIGILANTE ETNICO (Ku Klux Klan, organizzazioni neonaziste). Possiamo distinguere un quarto obiettivo strategico che indicheremo come simbolico, in base a fatto che certi gruppi tendono a concepire la loro lotta come parte di una guerra cosmica tra presunte forze del bene e altre del male. AL-QAEDA  Può ritenersi un esempio di terrorismo di matrice religiosa, combinata con scopi rivoluzionari sebbene di natura più complessa rispetto al nazionalismo visto sinora: appartiene alla galassia del jihadismo e rispetto agli altri gruppi si distingue per una declinazione panislamica e globale della lotta armata. La sua lotta abbraccia l’insieme costituito da tutti i territori tradizionalmente musulmani che vanno difesi da ogni forma di occupazione e oppressione di forze non islamiche. Fu fondata nel 1988 da Osama Bin Laden e dalla seconda metà degli anni 90 la lotta contro i nemici più pericolosi per la comunità islamica (USA, Israele e alleati) andava condotta non solo nelle terre da loro occupate ma a livello planetario. PANISLAMISMO  Alla base c’è l’idea che tutti i musulmani costituiscano un unico popolo e che ogni musulmani abbia la responsabilità di sostenere gli altri fratelli; trova espressione nell’ideologia che spinse migliaia di volontari provenienti dal Medio Oriente e dall’Africa settentrionale a partecipare alle campagne jihadiste. 5.3 SPIEGAZIONI: IL CASO DEL TERRORISMO IRACHENO Distinguiamo tre tipi di agenti:

  1. GRUPPI ARMATI CHE PIANIFICANO E ORGANIZZANO GLI ATTENTATI Al Qaeda ha operato come un agente razionale e ha fatto leva sulla paura e sullo shock seminati tra la popolazione irachena al fine di influenzare varie audience al di là delle vittime della violenza
  2. COMUNITÀ VARIAMENTE AMPIE CHE OFFRONO SUPPORTO E COLLABORAZIONE Nel caso della campagna irachena, la comunità araba sunnita. I privilegi economici e politici di cui i sunniti avevano goduto durante il regime di Saddam Hussein vennero cancellati con alcuni provvedimenti della Coalition Provisional Authority (espulsione membri partito Baath dalle istituzioni; licenziamenti militari)
  3. MILITANTI CHE PORTANO A TERMINE LE AZIONI La loro radicalizzazione dipende dalla loro appartenenza etnica e/o religiosa, dal livello educativo, dallo status socioeconomico. Fondamentali risultano essere anche i tratti psicologici dei terroristi, un recente studio ha dimostrato l’incidenza di specifici disturbi di personalità sulla propensione al reclutamento come attentatori suicidi. A livello micro dei processi cognitivi possiamo cogliere sentimenti come rabbia e odio; le dichiarazioni che troviamo in alcuni video-testamenti si riferiscono spesso a desideri di vendetta, dovuto a umiliazioni e odio verso gruppi etnici, politici o religiosi. 5.4 L’ANTITERRORISMO

Nonostante le prove di cui disponiamo oggi, riguardanti l’impatto controproducente sulla lotta al terrorismo dovuto a soluzioni militari e legislazioni straordinarie, è noto che, di fronte a simili minacce, gli stati tendono a reagire in modo sproporzionato e a ricorrere a poteri speciali. Dal 2001 è stato introdotto negli ordinamenti occidentali un numero crescente di misure antiterrorismo di questo genere: -USA Patriot Act, approvato nell’ottobre 2001 dal Congresso americano ma subito criticato poiché l’FBI poteva ottenere informazioni sugli utenti delle biblioteche e condurre perquisizioni senza mandato. Nonostante ciò nel luglio 2005 la sua eccezionalità è diventata normalità tramite l’estensione a tempo indefinito dei suoi principali provvedimenti perché, secondo Bush, “nostro nemico è un network radicale di terroristi e ogni governi che li sostiene sarà considerata dagli USA come regime ostile” Una legge che generò: -sfruttamento legge sull’immigrazione -dubbi su tutela diritti fondamentali nel campo di Guantanamo  Corte Suprema sancirà nel 2008 l’incostituzionalità del trattamento dei prigionieri di Guantanamo Parallelamente alle misure statunitensi, nel novembre 2001 il Parlamento britannico approvò l’Anti- Terrorism, Crime and Security Act  la nuova legge ampliava i poteri delle forze di polizia nell’uso di intercettazioni e nell’accesso a dati sensibili nel caso di individui sospetti; fu criticato il trattamento riservato a cittadini stranieri; la quarta parte della legge – Immigration and Asylum – consentiva di arrestare e sottoporre a detenzione a tempo indefinito individui stranieri sospetti. CAP.7 LA CRIMINALITÀ ORGANIZZATA Il tema della criminalità organizzata entra nell’agenda di ricerca degli studi internazionali e di sicurezza negli anni 90; un’inclusione dovuta a due fenomeni: -ridefinizione teorica della nozione di sicurezza internazionale -diffusione nella comunità internazionale del concetto di criminalità organizzata Prima di questi processi il problema della CO era stato considerato rilevante solo nell’ambito della politica interna di pochi sistemi nazionali. 7.1 CRIMINALITÀ ORGANIZZATA E AGENDA POLITICA GLOBALE Il criminologo statunitense Donald Cressey ha utilizzato il concetto di CO per definire quella particolare forma di organizzazione criminale caratterizzata da una forte gerarchia interna, dalla centralizzazione del potere, da legami di tipo etnico e culturale tra i membri del gruppo e che agisce al livello internazionale per guadagnare profitto. Una minaccia alla società americana che non nasceva nel contesto interno ma da fenomeni migratori era Cosa Nostra, considerata sin dagli anni 50 come il principale sindacato criminale creato negli USA. Negli anni 90 il processo di internazionalizzazione del tema della CO e della sua importanza per la politica globale si avvia proprio a seguito della diffusione dell’approccio adottato dagli USA per la politica di contrasto ai traffici di droga; la firma della Convenzione delle Nazioni Unite contro il traffico illecito di stupefacenti e sostanze psicotrope nel 1988 e a creazione dello United Nations Drug Control Program nel 1990 istituzionalizzarono la cooperazione internazionale in questo settore. La Convenzione del 1988 evidenziò il legame tra traffici di droga e organizzazioni criminali transnazionali e lo UNDCP segnò l’avvio del metodo multilaterale nella lotta contro la CO. La rapida crescita del volume di comunicazioni e scambi di informazioni e di merci in modalità elettronica è un fenomeno che ha accresciuto l’impressione che si sia aggiunto il fenomeno della strutturazione di reti

minaccia per le istituzioni statali riguardo alla capacità di queste ultime di svolgere la propria ttività di gestione e controllo del territorio  DIMENSIONE DELLA TRANSNAZIONALIZZAZIONE Tale criminalità è transnazionale poiché le reti tra clan etnici di più paesi hanno reso evidente l’esistenza di un problema transazionale di CO, definibile con la condotta di attività illecite da diversi gruppi criminali. Questo rende la TOC un attore rilevante nel sistema internazionale in quanto parte del più ampio fenomeno di crescente rilevanza di attori non statali che usano la forza e le attività illecite sul territorio di più stati. A differenza delle regioni stabili, nelle zone attraversate da conflitti la TOC rappresenta una minaccia esistenziale in quanto la loro influenza è esercitata sia sulle conseguenze immediate dei conflitti sia nei processi di pacificazione e di ricostruzione istituzionale. 7.4 LA PROSPETTIVA “OBJECT-ORIENTED”: LE ATTIVITÀ TRANSNAZIONALI DELLA CRIMINALITÀ ORGANIZZATA E LA SICUREZZA INTERNAZIONALE Le modalità con le quali la Convenzione di Palermo delle Nazioni Unite identifica i termini principali della politica di contrasto contro la criminalità organizzata transnazionale confermano l’approccio basato sulla distinzione tra il soggetto – i gruppi organizzati – e l’oggetto – le attività criminali. Per comprendere la dimensione “object-oriented” è necessario individuare quei reati che influiscono sulle agende di sicurezza degli stati e del sistema internazionale. La prima categoria di reati è composta da traffici illeciti di beni: -sostanze stupefacenti -armi -sostanze radioattive/nucleari -opere d’arte -macchine -medicine -sigarette -alta moda La seconda categoria include movimenti di persone: -traffico di migranti -sfruttamento individui La terza categoria raggruppa i crimini informatici -transazioni elettroniche non legali -riciclaggio -materiale pedopornografico CAP.8 MIGRAZIONI E RIFUGIATI

8.1 LE MIGRAZIONI E LE RELAZIONI INTERNAZIONALI

Lo spostamento delle persone ha assunto nel corso del tempo un rilievo sempre maggiore nel contesto delle dinamiche internazionali; le Primavere arabe e le guerre civili seguenti hanno evidenziato l’instabilità che parte dal Nord del Mediterraneo al Medio Oriente. Fenomeno, questo che, a sua volta, ha evidenziato le criticità della governance dei fenomeni migratori. Si fa sempre più urgente il problema della responsabilità degli stati nei confronti delle persone in cerca di protezione e solidarietà; inoltre, l’obiettivo di controllare determinati flussi ha avuto un peso rilevante nella decisione di intervenire militarmente nel conflitto libico. In termini geopolitici la popolazione di un territorio è uno degli assi portanti della potenza di uno stato e, dunque, la migrazione da e verso alcuni territori è un fattore importante per il futuro dell’ordine mondiale. Da un punto di vista economico, il settore del controllo dell’immigrazione irregolare costituisce un importante mercato per industrie della difesa a corto di fondi. La portata del fenomeno ha spinto gli stati a rendere la questione parte integrante della propria politica estera. Percezioni negative sul fenomeno hanno avuto forti impatti sulle dinamiche di politica interna premiando partiti anti-immigrazione come sintomo di incapacità di gestione da parte della leadership. 8.2 FLUSSI MIGRATORI. NUMERI E PORTATA DEL FENOMENO La geografia dei flussi ha distinto le cause delle migrazioni in: -push factor, motivazioni che spingono ad abbandonare determinati contesti (pressioni demografiche, guerre, instabilità politica, fattori climatici  migrazioni forzate) -pull factor, motivazioni che attirano verso altri contesti (questioni economiche, relazioni storiche tra paesi) Secondo le stime dell’ONU il numero degli immigrati è salito a 232mln nel 2013 e le regioni più sviluppate hanno assorbito il 68% di questi immigrati. Nel 2013 le migrazioni internazionali rappresentavano non più del 3,2% della popolazione mondiale e Europa ed Asia ne hanno assorbito i 2/3. Il 51% dei migranti vive in 10 paesi  20% di questi negli USA Tra il 2010 e il 2013, quello Messico-USA è stato il solo corridoio Sud-Nord di rilievo. Secondo un rapporto dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) sono state, nel 2013, 612.700 le domande di asilo presentate nei 44 paesi più industrializzati: l’UE ha ricevuto 398. domande: -Germania maggior numero di richieste dal 1999 (anno conflitti balcanici) -Italia +60% da 2012 a 2013 La maggior parte dei richiedenti asilo proveniva da Siria, Russia, Afghanistan, Iraq e Serbia. Data la complessa situazione che caratterizza i paesi che si affacciano sul Mediterraneo l’agenzia prevede che quella mediterranea continuerà ad essere una rotta calda per l’immigrazione irregolare anche nei prossimi anni. Questo è un fenomeno difficile da delineare a causa di una serie di ragione quali la mancanza di dati, di concetti e di definizioni omogenee e dunque comparabili. Le informazioni disponibili dovrebbero spingere ad indagare le cause profonde dei flussi migratori e a considerare possibili azioni di governance di lungo periodo; inoltre, la diffusione di dati corretti risulta ancora più importante in quanto consentirebbe il cambiamento di opinioni quasi sempre inflazionate sia sulla quantità di immigrati sia sulla proporzione tra immigrati regolari e irregolari. 8.3 MIGRAZIONE E SICUREZZA: TEORIE A CONFRONTO