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Il concetto di Stato, dalla sua origine come posizione di un soggetto in un determinato contesto sociale, alla monarchia assoluta e costituzionale, fino alla democrazia liberale e lo Stato sociale. Vengono anche discusse le crisi interne e esterne dello Stato sociale e il principio sussidiarietà. Inoltre, vengono introdotti i concetti di Stato rappresentativo, globalizzazione commerciale e politica, e la terza rivoluzione industriale.
Tipologia: Dispense
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Con il termine potere si intende la capacità di ottenere degli effetti, di produrre dei cambiamenti o di esercitare un’influenza; Nei rapporti interpersonali e sociali, il potere coincide con la capacità di modificare il comportamento di altri singoli o di altri gruppi. Possiamo individuare due aspetti fondamentali del potere:
La parola Stato deriva dal latino status, termine usato per indicare una posizione di un soggetto in relazione a un determinato contesto sociale. Successivamente questo termine subì un cambiamento in età moderna, quando fanno comparsa gli Stati nazionali, caratterizzati da un efficiente apparato amministrativo (burocrazia) e dal monopolio dell’uso legittimo della forza. Da questo momento lo Stato divenne un’organizzazione politica che esercita la sua sovranità ovvero un potere sommo fondamentale dello stato moderno, che esercita su un gruppo di soggetti, che si trovano su un determinato territorio, competenze generali, le quali non provvedono nessuna entità superiore in grado di modificarle.
Dalle sue origini, lo Stato moderno ha conosciuto varie forme istituzionali, la prima è stata la monarchia assoluta. In questa forma di Stato l’accentramento del potere si trova nella figura del monarca, che esercita tutte le funzioni della sovranità. Lo Stato assoluto è per Hobbes un patto irrevocabile che prevede la sottomissione degli individui al potere politico in cambio di pace e sicurezza.
In secondo luogo troviamo la monarchia costituzionale, la forma di governo che nasce dal passaggio dello Stato assoluto a quello liberale. Lo Stato liberale nasce dalla crisi dello stato assoluto e vengono riconosciuti a tutti i cittadini dei diritti civili (libertà di scegliere dove risiedere, di esprimere le proprie opinioni) che obbligano lo Stato a non ostacolare il cittadino nell’esercizio delle sue naturali facoltà. Con esso inoltre si afferma la separazione dei poteri che
consiste nella distribuzione dei poteri (legislativo, esecutivo, giudiziario), che sono affidati a organi indipendenti.
In terzo luogo troviamo la democrazia liberale, che è la forma odierna del cosiddetto Stato rappresentativo in cui i singoli individui sono considerati uguali di fronte alla legge. Gli Stati rappresentativi ereditano dallo Stato liberale il principio della separazione dei poteri e l’attenzione ai diritti civili dei singoli. Inoltre sono democratici perché assumono il principio della sovranità popolare (democrazia significa “governo del popolo”). Pertanto i singoli individui sono considerati uguali di fronte alla legge, sono titolari dei medesimi diritti politici. Tra questi il più importante è quello che sancisce la libertà di tutti cittadini di partecipare attivamente alla vita della nazione, e leggendo i propri governa menti e potendo essere letti esistessi mediante libere elezioni a suffragio universale (ovvero con diritto di voto esteso a tutti cittadini maggiorenni).
Agli inizi del novecento nacque lo Stato totalitario che esercita nella vita dei cittadini un controllo assoluto. Gli storici individuano in questo stato il fascismo italiano, il nazismo tedesco e lo stalinismo sovietico. Il totalitarismo È una forza politica in cui lo Stato costituisce una totalità organica, senza distinzione tra sfera privata e sfera pubblica. Esso deve essere distinto dalle varie dittature dove i governi autoritari in cui il potere è concentrato nelle mani di un solo capo e le libertà individuali vengono sottratte. Per la comprensione del fenomeno totalitario è fondamentale il saggio “Le origini del totalitarismo“ di Hannah Arendt nel 1951, dove individua i seguenti tratti distintivi dei regimi totalitari:
partecipazione politica è quella delle consultazioni elettorali. Oltre al voto ci sono altre modalità per partecipare alla vita politica: tenersi informati sulle attività del Governo, del Parlamento e dei partiti politici (leggendo giornali ecc); esistono associazioni che organizzano corsi di formazione politica; militanza del partito cioè l’attività volontaria di chi condivide il programma di un certo partito e si impegna per farlo conoscere; la protesta (cortei, assemblee ecc); infine c’è la partecipazione professionale a tempo pieno dei funzionari di partito oppure di chi svolge un ruolo istituzionale (sindaco ecc).
Le consultazioni elettorali o elezioni sono la forma per eccellenza della partecipazione politica, esse sono: il principale strumento della volontà popolare e la loro frequenza e regolarità è un indicatore di libertà e democraticità. Nelle elezioni, i cittadini hanno diverse possibilità: non andare a votare cioè astenersi , mettere nell’urna una scheda bianca, oppure dare un voto. L’astensionismo è un fenomeno fisiologico per le democrazie contemporanee, secondo alcune analisi esso sarebbe il sintomo di una socializzazione politica non riuscita, mentre secondo altri studiosi, esso sarebbe un comportamento dovuto alle caratteristiche del sistema politico che non invogliano i cittadini ad esprimere una loro preferenza. Il cittadino che va invece a votare da la propria preferenza ad un partito piuttosto che ad un altro per diversi motivi: perché si riconosce nell’universo ideologico o nella categoria sociale di cui il partito ne è l’espressione; perché in cambio del voto, un candidato gli ha promesso di occuparsi di un suo problema o di fargli ottenere qualcosa; perché si è informato sui programmi dei partiti e ha deciso di votare quello che gli è parso più convincente. Abbiamo inoltre 3 tipi di voto: voto di appartenenza ( sono cattolico quindi voto per il partito che ha a cuore i valori cattolici); voto di scambio che si verifica quando un candidato promette all’elettore un favore ai limiti della legalità o decisamente illecito; voto di opinione che è il più consono ad una democrazia compiuta e ben funzionante.
Quando si parla di opinione pubblica si intende l’intreccio di pensieri che si genera all’interno della società e che esprime l’orientamento prevalente delle persone su temi e questioni che riguardano l’intera collettività. I mezzi di comunicazione di massa offrono al cittadino secondo Lippman, un universo di rappresentazioni semplificate e schematiche in base alle quali pensare e agire, che sono chiamati ‘stereotipi’. Mentre Lazarsfeld studia la collocazione degli effetti prodotti dai media sulle opinioni della gente nel contesto della società in cui esistono altre fonti di influenza. Lui notò che l’influenza esercitata dai media sull’opinione pubblica, passava attraverso la rete dei rapporti sociali e delle comunicazioni faccia a faccia. Da qui emerse il ruolo svolto dai opinion leaders, ovvero gli individui più attivi degli altri, i quali facevano da ‘filtro’ tra i messaggi dei diversi schieramenti politici e il resto della comunità. Si aggiunge a questo il ruolo importante svolto dall’esposizione selettiva: sono le persone a scegliere a quali messaggi mediali ‘esporsi’. Di particolare interesse è la spirale del silenzio formulata dalla sociologa Noelle-Neumann, con la quale indica l’idea che i media offrendo maggiore visibilità a determinati orientamenti e opinioni, a scapito di altri, ne consolidano la presenza e la capacità di presa. Il ruolo dei media deve essere compreso partendo da due fattori: dalla presenza pervasiva dei media e in particolare della tv che rende poco plausibile l’ipotesi dell’esposizione selettiva; dalle dinamiche tipiche della società di massa, nella quale l’opinione di tutti si costituisce attraverso un monitoraggio dell’opinione altrui, guidato dalla ricerca di integrazione sociale e dalla paura dell’isolamento. Il risultato di tali atteggiamenti tende ad un’opinione maggioritaria sempre più visibile, in contrapposizione all’opinione di minoranza che è sempre più nell’ombra e nel silenzio.
La globalizzazione è l’insieme dei processi di varia natura che tende ad accorciare le distanze e a unificare il mondo attraverso la creazione di sistemi di portata mondiale (come Internet,
organizzazioni internazionali) che agiscono creando una società globale a cui tutti apparteniamo. Lo sviluppo dei processi di globalizzazione ha presupposto alcuni eventi storici: La fine della contrapposizione politica del mondo in due blocchi, facenti capo Stati Uniti e unione sovietica, e la fine del clima di guerra fredda che per molti anni aveva caratterizzato i rapporti tra le due superpotenze. La cosiddetta terza rivoluzione industriale, una profonda trasformazione nei sistemi produttivi che si colloca alla nascita di nuovi settori produttivi (elettronica, informatica, telecomunicazioni); la trasformazione dei processi produttivi, con la diffusione dell’automazione nelle fabbriche; l’applicazione dell’informatica al settore secondario e terziario, tanto, nella grande industria quanto nei servizi commerciali, amministrativi e finanziari; Evoluzione dei trasporti e delle comunicazioni, a cui l’elettronica ha dato un decisivo impulso (computer, Internet, trasmissioni satellitari, telefonia mobile). Il mondo diventa così un villaggio globale, in cui la tecnologia, concentra tutti i luoghi e gli individui del pianeta in un’unica dimensione spazio-temporale.
Il processo di globalizzazione ha mostrato effetti, nell’economia, nella politica e nella cultura, con la consapevolezza che questi effetti si intrecciano e si potenziano reciprocamente. Tra il 19º il 20 secolo si è assistito a un progressivo processo di scambi tra i paesi industrializzati, tramite l’abbattimento delle barriere e dei singoli Stati. A queste iniziative si colloca la globalizzazione commerciale, ossia un’espansione a livello mondiale della distribuzione dei prodotti che si è sovrapposta a una vera e propria globalizzazione produttiva, ossia la tendenza da parte delle imprese ad allentare i legami con lo Stato nazionale di appartenenza per frammentare la propria presenza in diverse aree del mondo. Protagoniste di questa tendenza sono le multinazionali, ossia imprese che possiedono o controllano attività di produzione di beni o servizi in vari paesi del mondo. Le prime multinazionali fanno comparsa nella prima metà del
organizzazioni non governative ovvero enti privati che si occupano di aiuti umanitari e di progetti di cooperazione e sviluppo. Esse nascono all’interno di una comunità nazionale, la cui azione si dispiega in tutto il mondo, sia nella forma di concreti interventi su determinate emergenze ambientali umanitarie, sia attraverso la sensibilizzazione dell’opinione pubblica sulla portata di tali questioni. LA DEMOCRAZIA ESPORTATA Il XX secolo è stato caratterizzato dall’affermazione della democrazia come sistema di governo. Negli ultimi trent’anni dall’Occidente la democrazia si estesa a un numero significativo di altri paesi. Le trasformazioni in senso democratico di molti Stati sono il prodotto di due tendenze complementari: una endogena e l’altra esogena. Questi apporti di tipo esogeno possono essere di varia natura: dalla semplice propagazione di idee e modelli politico sociali diffusi dei mezzi di comunicazione di massa alla fornitura di aiuti e assistenza per agevolare un processo di cambiamento già pianto, fino ad arrivare a misure di tipo coercitivo nei confronti dei regimi non democratici, che possono spaziare dall’imbarco economico(Il blocco degli scambi commerciali deciso da uno o più paesi nei confronti dello stato incriminato) ho un vero e proprio intervento militare. Questa serie di iniziative ha fatto parlare di esportazione della democrazia e ha fatto nascere molti interrogativi in merito. Ci si è chiesti se l’intervento militare dell’Occidente nei paesi oppressi dai regimi non democratici non sia tosto funzionale agli interessi politici ed economici degli Stati occidentali, i quali non si potrebbero invece della democrazia calpestata in quelle aree del mondo non particolarmente importanti non punto di vista produttivo o strategico. Ci si è anche chiesti sì non sia una forma di etnocentrismo volere esportare imporre modelli politico istituzionali di stampo occidentale in contesti culturalmente distanti da noi concorsi di fatto sia possibile fare attecchire ovunque la democrazia. Alla crescita della democrazia hanno contribuito anche le spinte autonome, favorite dalla crescita economica, che favorisce negli Stati il nascere di un certo medio portatore di istanze democratiche; la crisi delle ideologie che sostenevano molti regimi dittatoriali; il ruolo di appoggio alle spinte di democratizzazione svolto dalla Chiesa cattolica; ogni effetto domino creato dei mezzi di comunicazione di massa. Aspetto paradossale di questo fenomeno in seno ai governi democratici di antica data essa diventa oggetto di una crescente scetticismo e disinteresse. L’opinione pubblica tende a nutrire sempre meno fiducia nelle istituzioni politiche e a partecipare con sempre minore convinzione della loro gestione in occasione delle consultazioni elettorali. Secondo il sociologo Giddens ciò che è in corso non è l’idea della democrazia, ma la forma tradizionale in cui essa è gestita nei tradizionali Stati-nazione, ossia quella della rappresentanza politica affidata ai partiti e alle istituzioni. LA GLOBALIZZAZIONE CULTURALE Con l’espressione ‘globalizzazione culturale’ alludiamo al fatto che oggi le persone condividono conoscenze, consuetudini, norme e modelli di comportamento, usi e costumi, nel senso che l’uomo della società globalizzata può spostarsi da un confine all’altro della terra senza mai sentirsi straniero in nessun luogo: ovunque egli incontra oggetti e situazioni uguali, dagli edifici ai prodotti di consumo. GLOBALE O LOCALE Ritzer aveva parlato di ‘macdonaldizzazione’ del mondo alludendo al fatto che nella cultura globale, la standardizzazione e la ripetibilità, insieme alla rapidità di consumo, caratterizzassero la fruizione dei prodotti come delle conoscenze e delle idee. L’idea di una ‘macdonaldizzazione’ sottintendeva altre due convinzioni, ovvero che la cultura destinata a diffondersi e a dominare fosse quella statunitense, e che tale processo oltre che a distruggere
le tradizioni locali, appiattisse ogni tipo di produzione culturale su livelli standard di mediocrità. Oggi non sembra più sostenibile l’equazione ‘cultura globale=cultura americana’. Pensiamo ad esempio al diffondersi di pratiche e concezioni legate alle civiltà orientali, come lo yoga. Inoltre la cultura globalizzata non distrugge le tradizioni locali, ma piuttosto si mescola e si integra con esse. ASPETTI POSITIVI E NEGATIVI DELLA GLOBALIZZAZIONE La globalizzazione è un fenomeno che suscita dibattiti e posizioni contrastanti. Da un lato, la realtà di un mondo più compatto è vista con simpatia e offre l’idea di una comunità mondiale. Mentre riferendoci più all’aspetto economico, coloro che sono favorevoli intravedono in essa una possibilità promettente nelle zone più povere del mondo. Esistono altri elementi che inducono ad una valutazione della globalizzazione meno ottimista: gli investimenti delle imprese nei paesi in via di sviluppo non si sono distribuiti in modo uniforme, infatti in alcuni di essi rimane precaria la situazione del proletariato industriale che lavora con salari bassissimi; alla diminuzione della povertà assoluta si è accompagnato un aumento del divario tra ricchi e poveri. La situazione non migliora se consideriamo anche la distribuzione della ricchezza nei singoli Stati, che gli esperti hanno chiamato coefficiente di Gini. Secondo Piketty, l’aumento delle disuguaglianze è scaturito dal fatto che il rendimento del capitale cresce in misura maggiore rispetto alla crescita economica, e secondo lui, la soluzione è l’attuazione di una tassa globale sul capitale e una maggiore trasparenza finanziaria mondiale. Si aggiungono poi gli squilibri ambientali derivanti da uno sfruttamento insostenibile dell’ecosistema. La globalizzazione ha generato inoltre un atteggiamento diffuso di critica che ha assunto diverse forme: c’è per primo il movimento no global che comprende una vasta rete di gruppi e associazioni che si oppongono alla politica delle organizzazioni economiche mondiali e delle imprese transnazionali e propongono una globalizzazione alternativa a beneficio dei paesi in via di sviluppo e dei settori più deboli, esse non sono contro alla globalizzazione, ma ne vorrebbero una più solidale, e rispettosa per l’ambiente. Il movimento no global apprezza le infrastrutture e le tecnologie odierne, le opportunità di incontro tra culture diverse offerte dai moderni mezzi di trasporto. Le critiche sono rivolte alle strutture economiche e politiche del mondo contemporaneo, alle imprese transnazionali e all’azione di alcuni organismi. Esso promuove anche pratiche come il consumo equo e solidale cioè l’uso di canali di distribuzione commerciale alternativi a quelli gestiti dalle grandi multinazionali, tramite l’acquisto di prodotti provenienti direttamente da piccole cooperative situate nei paesi in via di sviluppo. LA TEORIA DELLA DECRESCITA La preoccupazione per gli squilibri sociali e ambientali dell’economia globalizzata ha indotto molti intellettuali a mettere in discussione lo sviluppo. Latouche è uno dei massimi esponenti della teoria della decrescita, che dal presupposto che il concetto di sviluppo su cui si fonda la società industriale sia viziato da un equivoco di base ossia la tendenza ad assumere la crescita del PIL (indica la quantità di beni e servizi prodotti in uno Stato, in funzione dei consumi dei cittadini) come il parametro più significativo. Secondo i teorici della decrescita, un modello di sviluppo che persegue solo l’aumento della produttività non compromette solo la qualità di vita, ma ne mette in pericolo le fondamenta, espone infatti il pianeta ad uno sfruttamento selvaggio. Di fronte a questo, è necessario proporre un modello economico alternativo, basato sulla riduzione dei consumi e sul ridimensionamento del ruolo del mercato nel soddisfacimento dei bisogni umani. La globalizzazione ha effetti anche sul modo di vivere e di percepire la vita delle persone, cioè abbiamo la percezione che il mondo sia diventato più piccolo. Viviamo anche il sentimento di un’interdipendenza globale, cioè siamo consapevoli che quanto avviene in un qualsiasi punto del mondo, può avere effetti decisivi sulla vita di tutti. Questa sensazione favorisce la maturazione di una coscienza critica e di un sentimento di responsabilità collettiva, ma può generare anche un senso di smarrimento e di impotenza. L’uomo globalizzato vive quindi in una situazione psicologica di precarietà e incertezza. Baunam ha usato l’espressione ‘vita liquida’: siamo passati da uno stato solido della civiltà in cui le strutture psicologiche e