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Sintesi del testo Razza e Storia, Sintesi del corso di Storia

sintesi del testo per gli studenti del corso di Storia delle Civiltà moderne

Tipologia: Sintesi del corso

2019/2020

Caricato il 16/06/2023

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giuseppe-galiero-1 🇮🇹

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Race et histoire di Lévi- Strauss ( ed. Denoël, Paris 1952; 1987; 2000)
[ sintesi del testo per gli studenti del corso di Storia delle Civiltà moderne]
Un aspetto fondamentale della vita dell’umanità è lo sviluppo straordinariamente
diversificato di società e di civiltà, non sviluppandosi essa attraverso un regime
uniformemente monotono. Allo stesso modo esistono molte più culture umane di
razze umane. Per queste ultime il principale interesse della loro diversità è
nell’aspetto storico e nella loro distribuzione nello spazio; per le prime, invece, si
pongono molti più nodi problematici.
Per comprendere e misurare le diversità tra culture bisognerebbe in primo luogo
farne un inventario. Ciò si profila come una operazione difficilissima a compiersi
perché le diversità tra le culture umane sono molto più grandi e ricche di quante
culture stesse noi siamo destinate a conoscere. Ne consegue che la nozione di
diversità, in questo caso, non può essere intesa come statica. Per altro verso tutto ciò
non deve spingere ad un’analisi parcellizzata perché la diversità è meno determinata
dall’isolamento dei gruppi che non dalle relazioni che li uniscono.
L’etnocentrismo consiste in un attitudine, antica e sempre viva, di ripudiare le forme
culturali più lontane da quelle che ci identificano: quelle altre sono selvagge. In tal
modo noi trasferiamo sul piano della natura le diversità culturali che ci appaiono come
le più lontane da noi. Questa attitudine paradossalmente è propria di un tempo
‘selvaggio’ quando non vi era distinzione di civiltà perché l’umanità era tutta
compresa all’interno della propria tribù, del proprio gruppo linguistico e persino del
proprio villaggio: coloro che vivono oltre, sono altro. Sono i grandi sistemi filosofici e
religiosi che proclamano l’uguaglianza naturale tra tutti gli uomini, ma questa non
cancella l’attitudine ancestrale. Successivamente è apparso un ‘falso evoluzionismo’
che consiste nel riconoscere l’unicità dell’umanità, ma distinta in differenti livelli, stadi
o tappe destinati a scomparire una volta raggiunta l’uniformità al grado superiore. Ciò
dipende certamente dalla fortuna del darwinismo a cui è erroneamente associato
l’evoluzionismo biologico. In verità quando ci si occupa di culture il processo evolutivo
è molto più complicato.
Cultura arcaica e cultura primitiva
Il suggerimento di Lévi Strauss è che ciascuna società può distinguere le culture in tre
categorie:
- quelle a lei contemporanee, ma che si trovano situate in un altro luogo del
globo;
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Race et histoire di Lévi- Strauss ( ed. Denoël, Paris 1952; 1987; 2000) [ sintesi del testo per gli studenti del corso di Storia delle Civiltà moderne] Un aspetto fondamentale della vita dell’umanità è lo sviluppo straordinariamente diversificato di società e di civiltà, non sviluppandosi essa attraverso un regime uniformemente monotono. Allo stesso modo esistono molte più culture umane di razze umane. Per queste ultime il principale interesse della loro diversità è nell’aspetto storico e nella loro distribuzione nello spazio; per le prime, invece, si pongono molti più nodi problematici. Per comprendere e misurare le diversità tra culture bisognerebbe in primo luogo farne un inventario. Ciò si profila come una operazione difficilissima a compiersi perché le diversità tra le culture umane sono molto più grandi e ricche di quante culture stesse noi siamo destinate a conoscere. Ne consegue che la nozione di diversità, in questo caso, non può essere intesa come statica. Per altro verso tutto ciò non deve spingere ad un’analisi parcellizzata perché la diversità è meno determinata dall’isolamento dei gruppi che non dalle relazioni che li uniscono. L’etnocentrismo consiste in un attitudine, antica e sempre viva, di ripudiare le forme culturali più lontane da quelle che ci identificano: quelle altre sono selvagge. In tal modo noi trasferiamo sul piano della natura le diversità culturali che ci appaiono come le più lontane da noi. Questa attitudine paradossalmente è propria di un tempo ‘selvaggio’ quando non vi era distinzione di civiltà perché l’umanità era tutta compresa all’interno della propria tribù, del proprio gruppo linguistico e persino del proprio villaggio: coloro che vivono oltre, sono altro. Sono i grandi sistemi filosofici e religiosi che proclamano l’uguaglianza naturale tra tutti gli uomini, ma questa non cancella l’attitudine ancestrale. Successivamente è apparso un ‘falso evoluzionismo’ che consiste nel riconoscere l’unicità dell’umanità, ma distinta in differenti livelli, stadi o tappe destinati a scomparire una volta raggiunta l’uniformità al grado superiore. Ciò dipende certamente dalla fortuna del darwinismo a cui è erroneamente associato l’evoluzionismo biologico. In verità quando ci si occupa di culture il processo evolutivo è molto più complicato. Cultura arcaica e cultura primitiva Il suggerimento di Lévi Strauss è che ciascuna società può distinguere le culture in tre categorie:

  • quelle a lei contemporanee, ma che si trovano situate in un altro luogo del globo;
  • quelle che si sono manifestate pressappoco nello stesso spazio, ma in epoche precedenti;
  • quelle che sono esistente in un tempo precedente ed in uno spazio differente dal proprio. Il grado di conoscenza dei tre tipi è differente ed infine ciò che la storia e l’osservazione ci consegna è che tutte le società umane hanno dietro di loro un passato che è approssimativamente dello stesso ordine e grado. Per confermare l’idea delle differenti ‘tappe’ bisognerebbe accettare l’idea che in taluni casi non accade nulla, rispetto ad altri nei quali, invece, è accaduto ( le società senza storia). Ma nessuna società rimane immobile, tutte sono adulte anche quelle che “… non hanno tenuto il diario dei loro bambini e dei loro adolescenti”. Ogni innovazione non si aggiunge ad altre precedenti “orientate nel medesimo senso”, quanto piuttosto si dissolve in una specie di flusso ondulante che “… non riuscirebbe durevolmente a deviare dalla direzione primitiva.” Rispetto all’idea di una storia cumulativa, senza negare un processo di progresso, Lévi Strauss propende per una idea di ‘progresso non necessario’ e ne continuo perché procede per salti che, del resto, non vanno più avanti nella stessa direzione, ma si accompagnano ad un cambio di direzione. E ciò che guadagni da un lato, rischi sempre di perderlo da un altro; la storia è cumulativa di volta in volta “… e cioè i conti si addizionano per formulare una combinazione favorevole ...”; ed infine questa storia cumulativa non è il privilegio di qualcuno, come mostrano le vicissitudini delle popolazioni amerinde o di altre ancora. Storia stazionaria e storia cumulativa La domanda che si pone Lévi Strauss è la seguente: la distinzione tra due forme di storia ( stazionaria o cumulativa) dipende dalla natura intrinseca delle culture alle quali le applichiamo o non risulta dalla prospettiva etnocentrica nella quale noi ci collochiamo sempre per valutare una cultura differente? Noi consideriamo come cumulative tutte le culture che si sviluppano in senso analogo al nostro e solo così lo sviluppo acquista per noi un significato. Quelle stazionarie, di contro, sono le culture che seguono uno sviluppo per noi insignificante; nessuna società resta immobile, ma alcune si muovono in ‘sistemi di referenze che noi non utilizziamo’. L’opposizione tra culture è determinata da una differenza di localizzazione. Una cultura è isolata solo nel senso del viaggiatore che è in un treno, per costui la velocità di un altro treno dipende dalla velocità del proprio ( teoria della relatività). Tutti i membri di una cultura sono tra loro solidari e sin dalla nascita l’ambiente fa entrare

Il posto della civiltà occidentale. Tutte le civiltà riconoscono la superiorità di una tra loro, questa è quella occidentale. L’esistenza di una civiltà mondiale costituisce un unicum nella storia dell’umanità, ma l’adesione a questa non è affatto spontanea, derivante da una libera e cosciente scelta. La ricerca di un continuo aumento di energia disponibile per ogni abitante, insieme a proteggere e prolungare la vita umana, sono le due caratteristiche della civiltà occidentale. Per Lévi Strauss, però, queste non appartengono esclusivamente a quella civiltà, anzi costituiscono fattore comune a tutte le altre. Il punto è un altro: qualcuno tende ad assegnare solo alle scoperte più recenti il privilegio di essere ‘intelligenti’, mentre quelle degli altri popoli e di altri tempi sarebbero frutto della casualità. Queste che l’a. definisce aberrazione “… è così profonda da impedire una visione esatta del rapporto tra culture cosa che noi riteniamo indispensabile dissipare completamente.” Caso e civilizzazione Costante nella storia dell’umanità è la dose di immaginazione, invenzione e spirito creativo, ma una simile combinazione non è sufficiente a determinare una mutazione culturale importante se non in alcuni luoghi e periodi. Per raggiungere quell’obiettivo i fattori puramente psicologici non sono sufficienti; quelli è necessario che si trovino presenti, con un orientamento similare, presso un determinato numero di individui da poter assicurare al creatore un pubblico. La complessità di ciò che entra in gioco rende non riconoscibili un insieme così complesso di cause che differenziano l’una fase dall’altra, anche per l’intervento di ‘perturbazioni’ legate alle tecniche di osservazione. Per questo anche nelle scienze sociali si è introdotta la nozione di probabilità. “La complessità delle scoperte moderne non risultano da una più grande frequenza di una maggiore disponibilità di genio nei nostri contemporanei ... E’ vero, comunque, che per quanto riguarda le invenzioni tecniche e della riflessione scientifica che le rende possibili, la civiltà occidentale si è dimostrata più cumulativa rispetto alle altre; infatti dopo aver avuto a disposizione il medesimo capitale neolitico iniziale, ella ha apportato dei miglioramenti ( scrittura alfabetica, aritmetica e geometrica) che ha inoltre rapidamente certamente dimenticato; ma dopo una stagnazione che, al grosso, si staglia su due mila anni e due mila e cinquecento anni ( dal primo millennio avanti l’era cristiana sino al XVIII secolo circa) essa si è saldamente rilevata come il foyer di una rivoluzione industriale che, per la sua estensione, ha come equivalente solo la rivoluzione neolitica. Di conseguenza solo due volte, e ad un intervallo di due

mila anni, l’umanità ha “… accumulato una molteplicità di invenzioni orientate nello stesso senso …” Com’e accaduto ciò? Per Lévi Strauss in primo luogo noi non possiamo escludere che vi siano state altre rivoluzioni, che presentano i medesimi caratteri cumulativi, accaduti in domini differenti dell’attività umana ed a noi incomprensibili per la frammentarietà e la profonda deformazione delle sue testimonianze, così da non ‘prendere un senso’ per l’uomo occidentale ( e, dunque, per lui non esistere). In secondo luogo l’esempio della rivoluzione neolitica dovrebbe insegnarci qualcosa. La rivoluzione industriale è nata in Europa e si è diffusa, poi, negli Stati Uniti, poi in Giappone e quindi nell’Unione Sovietica [ ma oggi anche in tutto l’Estremo oriente e nell’intero globo]; quella neolitica è forse partita da un piccola valle e quindi si è sviluppata dall’area egea, l’Egitto, il Medio oriente, la valle dell’Indu e la Cina; questa simultanea presenza non rinvia ad un qualche genialità presente in determinati luoghi, ma alla presenza di condizioni “… così generali da situarsi al di fuori della coscienza degli uomini.” E Lévi Strauss si chiede [ nel 1952 e quindi nel 1987] se anche la rivoluzione industriale non siamo sicuri che, benché nata in Europa occidentale e settentrionale, “… non si sarebbe manifestata un giorno su un altro punto del globo… E se, come o verosimile, essa dovrà diffondersi all’insieme della terra, ciascuna cultura vi introdurrà una tale quantità di contributi particolari che gli storici dei futuri millenni considereranno legittimamente come futile dettaglio la questione di sapere qui può reclamare, di uno o due secoli, la priorità per l’insieme.” Nessuna cultura e nessun periodo storico è stazionario, dal punto di vista delle invenzioni tecniche, e tutti trasformano, migliorano ed anche dimenticano tecniche necessarie a dominare il proprio spazio. La differenza non è, dunque, tra storia cumulativa e storia non cumulativa, perché tutte sono cumulative a differenti gradi. Piuttosto l’umanità “… non evolve mai nello stesso senso. E se su un certo piano ella sembra stazionaria o addirittura regressiva, ciò non significa che, da un altro punto di vista, non sia assediata da importanti trasformazioni … Il progresso non è mai che il massimo di progresso in un senso predeterminato dal gusto di ciascuno.” La collaborazione delle culture Non sono mai esistite culture isolate, ma culture combinanti il loro rispettivo gioco, volontariamente o meno, realizzando in vario modo ( e cioè con l’immigrazione, scambi commerciali ed anche guerre) delle coalizioni. E’ questa uno delle ragioni dell’assurdità di immaginare l’esistenza di una cultura superiore ad un’altra. Stando all’interno di una coalizione una cultura può edificare una serie cumulativa.

Il secondo rimedio è largamente condizionato dal primo e consiste nell’introdurre, volontariamente o di forza, nuovi partner nella coalizione esterni ai partner iniziali. L’esempio in questo caso è quello dell’imperialismo o del colonialismo: l’espansione ha consentito al capitalismo di rinnovare uno slancio che rischiava di scaricarsi più rapidamente, senza l’introduzione nel circuito di popoli colonizzati. Dunque in entrambe i casi il rimedio è quello di allargare la coalizione e cioè ampliare il numero dei giocatori e, quindi, ritornare alla complessità ed alla diversità propri della situazione iniziale. E tutto ciò, come detto, non può che rallentare il processo ( vedi il processo di de-colonizzazione con la conseguente graduale indipendenza delle colonie che produce un nuovo flusso del fenomeno). Può esserci, allora una terza soluzione che consiste nello sviluppo di regimi politici e sociali antagonisti ( come nella ‘guerra fredda’) e così una diversificazione, che si sviluppa ogni volta su un nuovo piano ( ad esempio dall’economico al politico e sociale), permette la sopravvivenza biologica e culturale dell’umanità e cioè mantenere indefinitamente una condizione di disequilibrio. Allora per progredire l’uomo ha bisogno di collaborare e mentre collaborano essi vedono progressivamente identificarsi le diversità che erano state condizioni indispensabili per rendere feconda la loro collaborazione: una contraddizione irrisolvibile. E tuttavia dovere sacro dell’umanità è conservare i due termini ugualmente presenti allo spirito e cioè da un lato non cadere nel particolarismo cieco che tenderebbe a riservare i privilegi dell’umanità ad una sola razza, cultura o società e, dall’altro dimenticare che nessuna frazione di umanità ha formule applicabili all’insieme; una umanità confusa in un genere di vita unico è inconcepibile perché sarebbe una umanità ossificata. L’umanità è sempre posta tra due tensioni: da un lato quella di instaurare una unificazione e dall’altra quella di ristabilire le diversità. Ciascuna epoca o ciascuna cultura si orienta a seconda della posizione che assume di fronte a queste due contradditorie spinte considerando l’altra come la negazione della prima. Questo paradosso non è inconciliabile perché, in verità, su piani e livelli differenti si tratta di due modalità differenti di ‘fare’. In un mondo che tende alla omologazione è la difesa della diversità che va preservata giacché essa è dietro, intorno e davanti a noi. Ciò a cui puntare è che ciascuna di esse si realizzi “… secondo forme delle quali ciascuna sia un contributo alla più grande generosità degli altri”.