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Sociologia Ritzer, Sintesi del corso di Sociologia

riassunto primi sette capitoli del libro " teoria sociologica" di George Ritzer

Tipologia: Sintesi del corso

2015/2016

Caricato il 05/07/2016

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Sociologia – Teoria sociologica (Ritzer)
CAPITOLO 2- TEORIE CLASSICHE I
Grand theories = rappresentano il tentativo di riassumere lunghi periodi della storia sociale e/o porzioni del
mondo sociale in un unico quadro teorico di riferimento.
Emile Durkheim (1858-1917) --- la grand theory di durkheim riguarda la trasformazione da società
meccaniche piu primitive a società organiche piu moderne, ciò che le differenzia è la solidarietà. Dove c’è la
solidarietà meccanica il collante sociale è rappresentato da una divisione del lavoro minima, mentre nel caso
della solidarietà organica esiste una sostanziale divisione del lavoro. Ciò che favorisce la trasformazione
della solidarietà è un aumento della densità dinamica, la quale a sua volta è definita da due elementi: il
numero dei componenti di una società e un aumento nelle interazioni tra un numero sempre maggiore di
membri della società. Una società composta da piu persone porta ad una maggiore competizione per le
risorse scarse e questo crea disordine e conflitto ma la divisione del lavoro permette pace e prosperità più
elevati. Un’altra argomentazione riguardo la transizione di cui parla durkheim è la coscienza collettiva (=un
insieme di idee condivise dai membri di un gruppo o di una società), dove prevale la solidarietà meccanica la
coscienza collettiva esercita un effetto significativo su tutti i membri del gruppo. Mentre dove prevale la
solidarietà organica vediamo meno individui significativamente influenzati dalla coscienza collettiva dunque
è più debole. Secondo durkheim possiamo osservare questi cambiamenti nella trasformazione del sistema
normativo, perciò la solidarietà meccanica è caratterizzata da leggi repressive mentre quella organica da
leggi restitutive. FATTO SOCIALE—secondo durkheim i sociologi dovrebbero occuparsi dei fatti sociali
come se fossero “cose” , in quanto sono suscettibili di investigazione empirica. Esistono due tipi di fatti
sociali: i fatti sociali materiali (=fatti sociali materializzati nel mondo sociale esterno all’individuo) e i fatti
sociali non materiali (=fatti esterni e coercitivi all’individuo ma che non assumono una forma materiale,
esempi-norme e valori). ANOMIA—è uno dei problemi che ha comportato il passaggio alla alla solidarietà
organica (i due tipi di solidarietà sono semplicemente differenti e nessuno dei due appare migliore) e può
essere definita come il sentimento che prova l’individuo che non sa cosa ci si aspetti da lui , dunque gli
individui sono alla deriva privi di ormeggi stabili e sicuri. Al contrario nella solidarietà meccanica a tutti è
noto cosa credere e come comportarsi dunque non soffrono di anomia. IL SUICIDIO—secondo durkheim è
più probabile che commetta il suicidio colui che soffre di anomia, ciò che causa il suicidio anomico sono gli
sconvolgimenti (sia positivi che negativi) perche causano una diminuita abilità della collettività di esercitare
un controllo sugli individui. Il suicidio egoistico avviene quando non si è ben integrati nella collettività e
dunque ci si sente inutili e privi di significato. Il suicidio altruistico avviene quando gli individui sono fin
troppo integrati nella collettività e si uccidono perché il gruppo li porta o addirittura li forza a commettere il
suicidio. Il suicidio fatalistico avviene in situazioni di eccessiva regolamentazione (schiavitù) quando gli
individui mancano della loro libertà.
Karl Marx (1818-1883) --- per marx gli individui sono dotati di una coscienza e dalla capacità di collegare
questa coscienza all’azione. Il lavoro è un processo positivo in cui le persone esprimono le proprio capacità
creative, durante il capitalismo il lavoro che le persone svolgono non permette loro di esprimere la propria
creatività , gli individui si sentono alienati. Dunque la coscienza è offuscata e infine distrutta. Il capitalismo
è un sistema a due classi: i capitalisti e i proletari. La chiave per comprenderle entrambe sono i mezzi di
produzione, cioè tutto ciò che è necessario per consentire il processo di produzione dei beni. I capitalisti
posseggono i mezzi di produzione e se il proletario vuole lavorare lo puo fare solo rivolgendosi ai capitalisti,
mentre i lavoratori hanno qualcosa di fondamentale per i capitalisti ovvero la forza lavoro e il tempo per
esercitarla. Il lavoratore ottiene il cosiddetto reddito di sussistenza (=quanto basta al lavoratore per
sopravvivere). Secondo marx tutto il valore deriva dal lavoro (teoria del lavoro come valore) ma sono solo i
proletari a lavorare, dunque i proletari sono vittime di uno sfruttamento. In realtà però né il capitalista e né i
proletari sono consapevoli di questo sfruttamento, in quanto vittime di una FALSA COSCIENZA. I proletari
sono però in grado di raggiungere questa comprensione a differenza dei capitalisti (la coscienza di classe),
quando i proletari raggiungeranno la coscienza di classe allora passeranno all’azione. Marx ha dedicato poco
tempo a descrivere le caratteristiche della società comunista che doveva prendere il posto del capitalismo,
perché il suo obiettivo era quello di rovesciare lo stato delle cose presenti, sicuramente aveva in mente delle
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Sociologia – Teoria sociologica (Ritzer)

CAPITOLO 2- TEORIE CLASSICHE I

Grand theories = rappresentano il tentativo di riassumere lunghi periodi della storia sociale e/o porzioni del mondo sociale in un unico quadro teorico di riferimento.

Emile Durkheim (1858-1917) --- la grand theory di durkheim riguarda la trasformazione da società meccaniche piu primitive a società organiche piu moderne, ciò che le differenzia è la solidarietà. Dove c’è la solidarietà meccanica il collante sociale è rappresentato da una divisione del lavoro minima, mentre nel caso della solidarietà organica esiste una sostanziale divisione del lavoro. Ciò che favorisce la trasformazione della solidarietà è un aumento della densità dinamica, la quale a sua volta è definita da due elementi: il numero dei componenti di una società e un aumento nelle interazioni tra un numero sempre maggiore di membri della società. Una società composta da piu persone porta ad una maggiore competizione per le risorse scarse e questo crea disordine e conflitto ma la divisione del lavoro permette pace e prosperità più elevati. Un’altra argomentazione riguardo la transizione di cui parla durkheim è la coscienza collettiva (=un insieme di idee condivise dai membri di un gruppo o di una società), dove prevale la solidarietà meccanica la coscienza collettiva esercita un effetto significativo su tutti i membri del gruppo. Mentre dove prevale la solidarietà organica vediamo meno individui significativamente influenzati dalla coscienza collettiva dunque è più debole. Secondo durkheim possiamo osservare questi cambiamenti nella trasformazione del sistema normativo, perciò la solidarietà meccanica è caratterizzata da leggi repressive mentre quella organica da leggi restitutive. FATTO SOCIALE—secondo durkheim i sociologi dovrebbero occuparsi dei fatti sociali come se fossero “cose” , in quanto sono suscettibili di investigazione empirica. Esistono due tipi di fatti sociali: i fatti sociali materiali (=fatti sociali materializzati nel mondo sociale esterno all’individuo) e i fatti sociali non materiali (=fatti esterni e coercitivi all’individuo ma che non assumono una forma materiale, esempi-norme e valori). ANOMIA—è uno dei problemi che ha comportato il passaggio alla alla solidarietà organica (i due tipi di solidarietà sono semplicemente differenti e nessuno dei due appare migliore) e può essere definita come il sentimento che prova l’individuo che non sa cosa ci si aspetti da lui , dunque gli individui sono alla deriva privi di ormeggi stabili e sicuri. Al contrario nella solidarietà meccanica a tutti è noto cosa credere e come comportarsi dunque non soffrono di anomia. IL SUICIDIO—secondo durkheim è più probabile che commetta il suicidio colui che soffre di anomia, ciò che causa il suicidio anomico sono gli sconvolgimenti (sia positivi che negativi) perche causano una diminuita abilità della collettività di esercitare un controllo sugli individui. Il suicidio egoistico avviene quando non si è ben integrati nella collettività e dunque ci si sente inutili e privi di significato. Il suicidio altruistico avviene quando gli individui sono fin troppo integrati nella collettività e si uccidono perché il gruppo li porta o addirittura li forza a commettere il suicidio. Il suicidio fatalistico avviene in situazioni di eccessiva regolamentazione (schiavitù) quando gli individui mancano della loro libertà.

Karl Marx (1818-1883) --- per marx gli individui sono dotati di una coscienza e dalla capacità di collegare questa coscienza all’azione. Il lavoro è un processo positivo in cui le persone esprimono le proprio capacità creative, durante il capitalismo il lavoro che le persone svolgono non permette loro di esprimere la propria creatività , gli individui si sentono alienati. Dunque la coscienza è offuscata e infine distrutta. Il capitalismo è un sistema a due classi: i capitalisti e i proletari. La chiave per comprenderle entrambe sono i mezzi di produzione, cioè tutto ciò che è necessario per consentire il processo di produzione dei beni. I capitalisti posseggono i mezzi di produzione e se il proletario vuole lavorare lo puo fare solo rivolgendosi ai capitalisti, mentre i lavoratori hanno qualcosa di fondamentale per i capitalisti ovvero la forza lavoro e il tempo per esercitarla. Il lavoratore ottiene il cosiddetto reddito di sussistenza (=quanto basta al lavoratore per sopravvivere). Secondo marx tutto il valore deriva dal lavoro (teoria del lavoro come valore) ma sono solo i proletari a lavorare, dunque i proletari sono vittime di uno sfruttamento. In realtà però né il capitalista e né i proletari sono consapevoli di questo sfruttamento, in quanto vittime di una FALSA COSCIENZA. I proletari sono però in grado di raggiungere questa comprensione a differenza dei capitalisti (la coscienza di classe), quando i proletari raggiungeranno la coscienza di classe allora passeranno all’azione. Marx ha dedicato poco tempo a descrivere le caratteristiche della società comunista che doveva prendere il posto del capitalismo, perché il suo obiettivo era quello di rovesciare lo stato delle cose presenti, sicuramente aveva in mente delle

idee precise tra cui per esempio una dittatura da parte del proletariato che però avrebbe dovuto avere vita breve.

Max Weber (1864-1920) --- L’interpretazione che weber dà al concetto di azione si basa sulla distinzione tra comportamento e azione. Il comportamento avviene in modo automatico mentre l’azione è il risultato di un processo consapevole. Il comportamentismo osserva le situazioni in cui a uno stimolo segue una risposta quasi automatica (togliere la mano dal fuoco) e weber non era interessato a questo tipo di comportamento. Ciò che importa sono i processi che gli individui compiono consapevolmente, e weber era ancora più interessato all’azione di due o piu individui, dunque alla collettività però studiata come risultato dell’azione tra due o più individui. Weber distingue quattro tipi di azione: L’AZIONE AFFETTIVA non razionale e di poco interesse per weber (dare una sberla presi dall’impeto della rabbia). L’AZIONE TRADIZIONALE non razionale e secondo cui ciò che si fa rispecchia l’abitudine a compiere certi gesti in un certo modo (farsi il segno della croce in chiesa). L’AZIONE RAZIONALE RISPETTO AL VALORE quando la scelta dei mezzi migliori per ottenere uno scopo è razionale nella misura in cui rispecchia in modo coerente l’insieme dei valori dell’attore. L’AZIONE RAZIONALE RISPETTO ALLO SCOPO quando l’attore deve prendere in considerazione la natura della situazione in cui si trova per scegliere i mezzi più adatti a raggiungere lo scopo che si è prefissato. I quattro tipi di azione sono idealtipi e ogni azione viene definita come combinazione di due o più di questi idealtipi. LA RAZIONALITA’ PRATICA è quella che mettiamo in pratica tutti quotidianamente, cerchiamo di affrontare le difficoltà trovando il miglior mezzo per raggiungere il nostro obiettivo. LA RAZIONALITA’ TEORICA qui lo scopo è di ottenere una comprensione razionale del mondo piuttosto che agire razionalmente all’interno del mondo. LA RAZIONALITA’ SOSTANZIALE riguarda direttamente l’azione, qui la scelta del corso d’azione dipende dal più ampio insieme di valori di riferimento piuttosto che dall’esperienza quotidiana, dal punto di vista della razionalità pratica alcune azione potrebbe sembrare uno spreco di tempo ed energie ma è invece assolutamente razionale se letto alla luce della sfera di valori condivisi da una determinata comunità. LA RAZIONALITA’ FORMALE in cui la scelta del corso di azione migliore dipende da un insieme di norme e leggi uguali per tutti (moderne burocrazie) , questa razionalità è sorta solo nel mondo occidentale nell’epoca moderna con l’industrializzazione e ciò che interessava weber era proprio capire le motivazioni per cui si è presentata solamente in occidente nell’epoca moderna. In occidente il protestantesimo ha giocato un ruolo fondamentale per l’ascesa della razionalizzazione, weber era interessato alla razionalizzazione del sistema economico e quello più razionale è sicuramente il capitalismo. Secondo weber era stato proprio il protestantesimo, in particolare il calvinismo, a portare allo sviluppo del capitalismo mentre altre religioni come confucianesimo in cina e induismo in india hanno frenato questo processo di razionalizzazione. Egli era principalmente interessato all’etica protestante tipica del calvinismo, i calvinisti infatti credono alla predestinazione ed è possibile intuire quale corso prenderà il fato da una serie di segnali visibili , tra i quali il principale è il successo negli affari dunque i calvinisti erano molto inclini ad assicurarsi il successo economico. Perciò nella ricerca del profitto erano confortati dal fatto che era loro dovere etico comportarsi in quel modo. In realtà anche in altre epoche e in altri luoghi del mondo gli individui sono stati motivati ad ottenere il successo , ma nel caso occidentale questa spinta derivava da un vero e proprio sistema etico, dunque vi è un’affinità tra l’etica protestante e lo spirito del capitalismo in quanto la prima ha portato all’ascesa del secondo. VERSTEHEN (=comprendere) indica il tentativo di comprendere i processi mentali dell’attore che agisce, per weber rappresenta un metodo sistematico per studiare i pensieri e le azioni. Siccome i soggetti di studio sono esseri umani lo scienziato sociale può ottenere una maggiore comprensione di ciò che succede nelle loro menti e quindi di perché facciano quello che fanno. IDEALTIPO è l’esagerazione della razionalità di un dato fenomeno, queste esagerazioni diventano concetti che weber utilizza per analizzare il mondo sociale. Uno degli idealtipi più famosi di weber è quello della burocrazia, questo come tutti gli idealtipi non esiste mai per intero. L’autorità si può fondare sulla tradizione, sul carisma oppure essere di tipo legale-razionale. L’AUTORITA’ TRADIZIONALE è basata sulla credenza da parte dei seguaci che certi individui abbiano esercitato l’autorità da tempo immemorabile (monarchie), le strutture dell’autorità tradizionale non sono razionale e impediscono il processo di razionalizzazione. L’AUTORITA’ CARISMATICA è legittimata dalla credenza dei seguaci nell’eccezionale santità e nelle virtù eroiche del leader carismatico, per weber il carisma è una grande forza rivoluzionaria. Durante il corso della storia i leader carismatici hanno rovesciato le strutture di autorità tradizionali. L’autorità carismatica non è razionale e dunque si adatta male al compito di amministrare una società avanzata, perciò i seguaci cercano di sfruttare le capacità straordinarie per renderlo

la produzione per mantenere alti i prezzi ed i profitti. Secondo Veblen le motivazioni vere che ci spingono a consumare una varietà di beni non è la sopravvivenza ma un innalzamento dello status, perciò la classe agiata si dedica a un consumo vistoso. I capitani d’impresa oggi sono esclusivamente occupati a gestire problemi di natura finanziaria e non guadagnano più il proprio reddito in senso proprio (in quanto la finanza non dà un contributo diretto all’impresa), addirittura vi è la cessione di questo tipo di operazioni a grandi organizzazioni finanziarie (banche d’investimento). L’obiettivo dell’impresa non è orientato all’interesse della comunità in generale ma al profitto e i leader hanno un orientamento all’impresa, che secondo Veblen non è produttivo ma parassitico. L’industria è controllata da capitani d’impresa che hanno poca o nessuna conoscenza di come funzionino le cose a livello della produzione, loro interesse principale è quello di limitare la produzione in modo tale da mantenere i prezzi più alti possibile. Senza queste interferenze, la straordinaria produttività del sistema industriale abbasserebbe progressivamente prezzi e profitti, e nonostante queste il sistema industriale è così produttivo che offre guadagni talmente grandi che vanno ben oltre il necessario per coprire i costi. Questi rendimenti addizionali sono il cosiddetto “reddito libero” che va ai leader d’impresa e ai loro investitori, ma non ai lavoratori (teoria marxiana dello sfruttamento).

George Herbert Mead (1863-1931) --- pur focalizzandosi sul pensiero, sull’azione e sull’interazione, sottolinea l’importanza di iniziare la riflessione sociologica partendo dai gruppi e scendendo poi verso il singolo (l’intero viene prima dei suoi elementi individuali). Credeva che tra l’applicazione di uno stimolo e l’emissione di una risposta interviene la mente (a differenza degli animali gli esseri umani pensano prima di agire). L’ATTO –nell’’atto Mead riconosce quattro fasi distinte collegate le une con le altre: IMPULSO – l’attore reagisce a qualche stimolo esterno e avverte la necessità di fare qualcosa. PERCEZIONE –l’attore non si limita a reagire agli stimoli ma ci pensa su e decide cosa è veramente rilevante e cosa non lo è. MANIPOLAZIONE –è una fase importante prima che venga emessa una risposta e coinvolge le menti e i pollici opponibili. CONSUMAZIONE –riguarda l’agire in modo tale da soddisfare l’impulso originale, ed è molto probabile che l’essere umano abbia successo nella consumazione proprio per la sua capacità di pensare mentre compie l’atto. La forma più primitiva di interazione si svolge attraverso i gesti, sebbene sia gli individui che gli animali utilizzino gesti privi di significato, solo gli esseri umani possono utilizzare gesti significativi (quelli che implicano l’uso del pensiero prima che venga data una risposta). Il più importante tra i gesti vocali è sicuramente il linguaggio ed esiste una grande differenza tra i gesti fisici e quelli vocali, in quanto quando compiamo un gesto fisico non possiamo vedere quello che stiamo facendo mentre quando compiamo un gesto vocale possiamo ascoltarci e dunque abbiamo molto più controllo sui gesti vocali. Sono simboli significativi quelli che sono stati disegnati per produrre una determinata reazione (non solo gesti fisici ma anche vocali come il linguaggio). Il linguaggio rende anche possibile la capacità degli individui di pensare, infatti “pensare” è definito come una conversazione che gli individui hanno con se stessi per mezzo del linguaggio, dunque Mead riteneva che i processi sociali precedessero i processi mentali (affinchè la mente esista è necessario che esistano i simboli). *Secondo la definizione della situazione ciò che conta veramente è il modo in cui le persone definiscono mentalmente le situazioni, piuttosto che le situazioni nella realtà vera e propria. SE’ –è l’abilità di considerare se stessi come oggetti, il sé e la mente sono legati e nessuno dei due può esistere senza l’altro, perciò non possiamo prenderci come oggetti (=pensare a noi stessi) se non esiste una mente e non possiamo avere una mente (=avere una conversazione con noi stessi) se non disponiamo di un sé. Il fondamento del sé è la riflessività (=capacità di mettere noi stessi al posto degli altri) dobbiamo adottare un punto di vista nei nostri confronti che può essere o il punto di vista di un individuo specifico oppure quello del gruppo sociale nel suo insieme. Mead riteneva che il sé emergesse in due fasi cruciali dell’infanzia: la fase del gioco spontaneo in cui il bambino gioca interpretando qualcuno diverso da sé e la fase del gioco organizzato nella quale inizia ad assumere il ruolo di tutti gli altri personaggi coinvolti nel gioco. ALTRO GENERALIZZATO –è l’atteggiamento dell’intera comunità, il sé è completo solo quando il bambino smette di assumere i ruoli di altri individui e assume il ruolo dell’altro generalizzato (non esiste un solo altro generalizzato ma ne esistono molti) (questo rende possibile il pensiero astratto e l’oggettività). Per avere un sé una persona deve essere membro di una comunità, ma ogni sé è assolutamente unico poiché si sviluppa nel contesto di esperienze biografiche specifiche, inoltre non è creato una volta per tutte ma è in continuo sviluppo dunque è qualcosa che tutti quanti abbiamo bisogno di osservare e alterare se necessario, oggi è diventato una costante fonte di inquietudine perché siamo sempre più preoccupati per la nostra posizione nella società. Mead individua due fasi all’interno del sé: l’Io e il me, vengono pensate come processi che sono parte del più grande processo che è il sé. L’Io è la risposta immediata del sé verso gli altri,

nessuno sa in anticipo cosa farà l’Io, non ne abbiamo mai la piena consapevolezza e ogni tanto riusciamo a sorprenderci delle nostre azioni. E’ proprio nell’Io che si trovano i nostri valori più importanti ed è grazie a questo che ciascuno di noi sviluppa una personalità unica. Inoltre Mead anticipa un processo che prevede l’evoluzione delle società primitive, in cui prevale il me, verso le società a noi contemporanea, dove l’Io riveste un ruolo significativo. Il me è rappresentato dalla percezione, gli individui sono molto consapevoli del me, hanno molto chiaro ciò che la comunità si aspetta che facciano. Attraverso il me siamo soggetti al controllo della società che ottiene tanto conformismo quanto le serve per funzionare, ma ha anche una costante infusione d’innovazione. (la società funziona meglio grazie alla compresenza negli individui di Io e me).

CAPITOLO 4- GRAND THEORIES CONTEMPORANEE I

Struttural-funzionalismo --- l’interesse primario è orientato sullo studio delle strutture sociali di larga scala e dalle istituzioni della società, delle loro interazioni e dei vincoli che queste impongono agli attori sociali, si occupa delle relazioni tra grandi strutture della società (il sistema educativo e il sistema economico es.) e l’attenzione è rivolta alle funzioni che ciascuna svolge per l’altra (gli struttural-funzionalisti si concentrano sulle relazioni positive anche se non sempre lo sono). LA TEORIA FUNZIONALE DELLA STRATIFICAZIONE –sostiene che la stratificazione sociale sia universale e necessaria, Davis e Moore presentano il sistema di stratificazione come una struttura che si pone sul livello della società, secondo loro non esiste alcuna società non stratificata o totalmente priva di classi. L’adeguata collocazione degli individui all’interno della società è un problema perché alcuna posizioni sono più piacevoli da occupare e perché alcune sono più importanti per la sopravvivenza della società, il problema è far sì che gli individui giusti trovino la propria strada. Le posizioni di maggior valore sono quelle che vengono ritenute meno piacevoli da occupare ma sono anche le più importanti per la sopravvivenza della società, perciò la società deve assegnare a queste posizioni le maggiori ricompense e al tempo stesso assicurarsi che chi occuperà queste posizioni lavori diligentemente. Le posizioni che si trovano più in basso sono quelle considerate più piacevoli (in realtà è un punto di vista bizzarro, basti pensare all’operaio) e anche meno importanti, dunque la stratificazione sociale è unna struttura che implica una gerarchia di posizioni. Davis e Moore ritenevano che la stratificazione sociale fosse un meccanismo che evolve in maniera non pianificata e non pianificabile, ma è comunque uno strumento che tutte le società sviluppano o devono sviluppare per poter sopravvivere. Questa teoria può anche essere criticata perché assuma che, poiché una struttura sociale stratificata è esistita in passato e continua ad esistere, la stratificazione debba necessariamente continuare ad esistere anche nel futuro. Inoltre non è detto che a ricompense maggiori corrispondono posizioni più importanti, in generale molte persone capaci non hanno le opportunità di dimostrare di essere in grado di ricoprire posizioni elevate. Chiaramente coloro che si trovano in posizione sovraordinata hanno tutto l’interesse a limitare il numero di persone che appartengono all’elite così da mantenere elevati sia il proprio reddito che il proprio potere, si tratta dunque di un’immagine conservatrice e controversa.

Talcott Parsons (1902-1979) --- Lo struttural-funzionalismo di Parsons consiste di 4 imperativi comuni a tutti i sistemi di azione secondo lo schema AGIL. Parsons si è concentrato su un insieme di attività mirate a soddisfare una necessità o molteplici bisogni di un sistema e quattro funzioni sono risultate necessarie per la loro stessa esistenza. ADATTAMENTO (A) –un sistema deve conformarsi all’ambiente che lo circonda e deve poter affrontare i pericoli e le contingenze derivanti dalla situazione esterna, il sistema può al tempo stesso cercare di adattare l’ambiente alle proprie necessità. IL PERSEGUIMENTO DEI FINI (G) –riguarda il bisogno di un sistema sociale di definire e raggiungere i suoi scopi primari, l’obiettivo finale di ciascun sistema non è solo quello di sopravvivere nel futuro ma anche quello di riuscire ad espandersi, ma hanno anche una serie di obiettivi più specifici (per esempio il sistema universitario ha gli obiettivi di formare gli studenti e permettere ai docenti di svolgere la ricerca per il progresso della conoscenza). INTEGRAZIONE (I) – attraverso l’integrazione un sistema cerca di regolare le interrelazioni delle parti che la compongono (chi amministra l’università deve assicurarsi che ricerca e didattica non diventino isolate), inoltre riguarda anche la gestione delle relazioni tra gli altri tre imperativi funzionali (AGL). LA LATENZA (L) –è radicata nella toeria funzionalista della stratificazione ed è disegnata per motivare gli individui a competere per salire sempre più in alto nella scala sociale, questa motivazione va costantemente rinnovata. Il mantenimento del

impulsi, che sono tendenze innate. Gli impulsi sono descrivibili come parte dell’organismo biologico, mentre le disposizioni ai bisogni sono definite come tendenze analoghe,, ma che risultano essere socialmente acquisite invece che innate. Parsons distingue tre tipi fondamentali di disposizioni ai bisogni: il primo tipo stimola gli attori a cercare nelle loro relazioni amore, approvazione e così via. Il secondo tipo include valori interiorizzati che portano gli attori ad osservare diversi standard culturali. Infine le aspettative di ruolo spingono gli attori a dare o ottenere risposte appropriate. L’impressione generale che emerge dall’opera di parsons è di una complessiva debolezza del sistema di personalità. Secondo il sociologo gli attori devono imparare a vedersi in modo coerente con le posizioni che essi occupano nella società, inoltre esistono aspettative associate a ciascuno dei ruoli occupati da attori individuali e gli attori devono conformarsi a queste aspettative. Queste indicazioni suggeriscono l’integrazione del sistema di personalità con il sistema sociale, lo stesso parsons ha avanzato anche l’eventualità di una cattiva integrazione tra i due sistemi. L’organismo comportamentale viene contemplato soltanto nella misura in cui rappresenta una fonte di energia per gli altri sistemi.

Robert Merton (1910-2003) --- avvertiva la necessità di dare maggiore chiarezza alla natura dello struttural- funzionalismo, mentre Parsons invocava la creazione di grandi teorie onnicomprensive Merton preferiva le più limitate teorie di medio raggio e non disdegnava le teorie Marxiane. Merton osserva che nelle società moderne possono esistere strutture che non sono necessariamente funzionali per la società nel suo insieme o per i suoi membri e analogamente non tutte le parti della società sono ugualmente integrate tra loro. Inoltre è evidente che non tutte le strutture hanno funzioni positive, dal terzo postulato si deduce che tutte le strutture e tutte le funzioni sono necessarie per la società, ma la critica di Merton è che dobbiamo essere disponibili ad ammettere che esistono diverse alternative strutturali e funzionali all’interno della società e quindi non è necessariamente vero che un sistema di stratificazione (per esempio) è indispensabile per la società, infatti potrebbe essere messa in opera una struttura diversa. Secondo Merton tutti questi postulati funzionali sono privi di fondamento empirico e il sociologo ha la responsabilità di verificarli empiricamente. L’obiettivo dello struttural-funzionalista deve essere rivolto alle funzioni sociali piuttosto che alle motivazioni individuali, le funzioni sono definibili come le conseguenze osservabili che consentono a un particolare sistema di adattarsi e adeguarsi. Perciò è cruciale notare che una struttura sociale può anche avere conseguenza negative per un’altra struttura sociale. Merton ha sviluppato il concetto di disfunzione, così come le strutture e le istituzioni possono contribuire al mantenimento di altre parti del sistema sociale, possono anche avere conseguenze negative o un effetto contrario rispetto alla capacità di adattamento di altre parti. Merton ha anche proposto il concetto di non funzione associato alle conseguenze che non appaiono rilevanti per il sistema preso in considerazione. Ma le funzioni positive bilanciano quelle negative? Per rispondere a questa domanda Merton ha sviluppato il concetto di equilibrio netto, non possiamo certo sommare funzioni positive e disfunzioni. Merton definisce la cultura come un insieme organizzato di valori normativi condivisi tra coloro che appartengono a un gruppo o a una società, la struttura sociale è l’insieme organizzato di relazioni sociali in cui sono coinvolti i membri della società o del gruppo, l’anomia possiamo dire che si realizzi quando esiste una seria sconnessione tra la struttura sociale e la cultura, ovvero a causa della loro posizione nella struttura sociale della società alcuni individui non sono in grado di agire secondo i valori normativi perché la cultura finisce con lo stimolare alcuni tipi di comportamento che la struttura sociale mira ad evitare. In queste circostanze si realizza l’’anomia e si osserva una tendenza verso il comportamento deviante (questo è uno dei modi in cui lo struttural-funzionalista cerca di spiegare il crimine e la devianza) di conseguenza sostiene che lo iato tra cultura e struttura ha la conseguenza disfunzionale di condurre alla devianza nella società, in questo ragionamento è implicito un atteggiamento critico nei confronti della stratificazione sociale. Merton ha anche introdotto i concetti di funzioni manifeste (quelle intenzionali) e funzioni latenti (quelle non intenzionali), questa idea è collegata ad un altro concetto, quello delle conseguenze non previste. Tutte le strutture causano infatti un insieme di conseguenze attese e inattese, sebbene tutti siano consapevoli delle conseguenze attese spetta all’analisi sociologica lo scoprire le conseguenze impreviste. Secondo Merton le conseguenze non previste e le funzioni latenti non sono la stessa cosa: una funzione latente è un tipo di conseguenza non prevista, ma esistono altri due tipi di conseguenze non previste (quelle disfunzionali e quelle irrilevanti). Merton inoltre osserva che una struttura può essere disfunzionale per il sistema nel suo insieme, ma continuare ad esistere ugualmente (la discriminazione è disfunzionale per la società, tuttavia continua ad esistere perché è funzionale per una parte del sistema).

Merton infine riteneva che non tutte le strutture sociali sono indispensabili al funzionamento del sistema sociale e che alcune parti potrebbero in verità essere eliminate.

La teoria del conflitto --- può essere considerata come uno sviluppo teorico che ha preso le mosse dalla reazione allo struttural-funzionalismo, il suo problema fondamentale è che non è mai riuscita a liberarsi del tutto delle sue radici struttural-funzionaliste (era più che altro uno struttural-funzionalismo messo sottosopra).

Ralf Dahrendorf (1929-2009) --- i teorici del conflitto sono orientati allo studio delle strutture e delle istituzioni sociali e la teoria del conflitto non è altro che una serie di affermazioni che si collocano spesso in direzione opposta rispetto alle posizioni funzionaliste. Per i funzionalisti la società è statica o in cerca di nuovi equilibri, ma per i teorici del conflitto ogni società in qualsiasi momento è soggetta a processi di cambiamento. I teorici del conflitto osservano il dissenso e il conflitto che contraddistingue ogni parte del sistema sociale e vedono molti elementi che contribuiscono alla disintegrazione e al mutamento della società. Inoltre ritengono che qualsiasi tipo di ordine che esiste nella società deriva dalla coercizione esercitata da coloro che si trovano ai vertici. Secondo Dahrendorf la società ha due facce: il conflitto e il consenso (riconosceva che la società non potesse esistere senza una delle due), e dunque la teoria sociologica deve essere divisa in due componenti la teoria del conflitto e la teoria del consenso (di cui lo struttural- funzionalismo rappresenta un esempio). I teorici del conflitto dovrebbero occuparsi dei conflitti di interessi e delle forze coercitive che tengono insieme la società nonostante queste sollecitazioni alla disgregazione. Nonostante le interazioni tra conflitto e consenso non credeva che fosse possibile sviluppare un’unica teoria sociologica in grado di sussumere entrambi i processi. Per il teorico del conflitto la società è tenuta insieme da vincoli imposti, diverse posizioni all’interno della società godono di una diversa dotazione di autorità: l’autorità non risiede quindi negli individui ma nelle posizioni che essi vanno ad occupare. Il primo compito dell’analisi del conflitto consiste dunque nell’identificare i diversi ruoli di autorità nella società. L’autorità non è un fenomeno sociale generalizzato: all’interno della società sono chiaramente specificati gli individui e le posizioni soggette al controllo, e le sfere sociali in cui questo controllo è ammissibile. Inoltre poiché l’autorità è legittima possono essere legittimamente comminate sanzioni per coloro che non si conformano. L’autorità non è una costante proprio perché risiede nelle posizioni e non nelle persone quindi una persona che all’interno di un determinato contesto gode di autorità, non necessariamente occuperà una posizione altrettanto autorevole in un contesto diverso. La società è composta da innumerevoli unità da lui definite associazioni imperativamente coordinate , queste possono essere viste come associazioni di individui controllati da una gerarchia o da posizioni di autorità e un individuo può occupare una posizione di autorità in una associazione e una posizione subordinata in un’altra. L’autorità all’interno di ciascuna associazione ha natura dicotomica e possono crearsi solo due gruppi di conflitto all’interno di ogni associazione: coloro che si trovano in posizione autorevole e coloro che si trovano ad occupare posizioni di subordinazione che hanno interessi opposti. Gli interessi sono legati alle posizioni sociali e non alle caratteristiche psicologiche degli individui che occupano quelle posizioni. Coloro che si trovano in posizioni dominanti cercano di mantenere lo status quo mentre coloro si trovano in posizioni subordinate aspirano al mutamento, il che implica che la legittimità dell’autorità è sempre precaria. Il conflitto può contribuire a solidificare un gruppo debolmente strutturato: in una società che appare disintegrarsi, il conflitto con un’altra società può restituire integrazione interna. Da un punto di vista teorico è dunque possibile coniugare il funzionalismo e la teoria del conflitto guardando alle funzioni del conflitto sociale, bisogna però sempre considerare che un conflitto porta inevitabilmente con sé anche delle disfunzioni. Dahrendorf ha distinto tre ampi tipi di gruppi: il quasi gruppo (un insieme di individui che occupano posizioni che hanno simili interessi di ruolo), il gruppo di interesse (sono gruppi in senso sociologico poiché possiedono interessi comune ma anche una struttura) e i gruppi di conflitti (quei gruppi che effettivamente prendono parte al conflitto). Una volta che emergono i gruppi di conflitto essi prendono parte ad azioni che portano al mutamento nella struttura sociale.

Niklas Luhmann (1927-1998) --- combinava elementi dello struttural-funzionalismo parsonsiano con altri derivanti della teoria generale dei sistemi. Riconosceva che la teoria parsonsiana aveva due problemi fondamentali: in primo luogo non prevedeva l’auto-referenzialità là dove l’abilità della società di riflettere su se stessa è centrale affinchè sia possibile interpretarla come sistema, in secondo luogo Parsons non riconosceva la contingenza e di conseguenza non era in grado di analizzare adeguatamente la società moderna in quanto non immaginava che essa potesse anche presentarsi diversamente. Il sistema è sempre

cultura, al pari dello stato, come una sovrastruttura e sia la cultura che lo stato erano considerati meccanismi manipolati dai capitalisti al fine di accrescere il proprio successo economico. I teorici critici sostenevano che la cultura aveva raggiunto una significativa autonomia dal capitalismo, erano interessati a quella che loro definivano come industria culturale e al ruolo dominante che essa stava progressivamente assumendo rispetto alla società e agli individui. I teorici erano particolarmente sensibili all’ascesa della cultura di massa poiché l’impatto della cultura è molto più pervasivo di quello che può avere il lavoro, l’impatto della cultura viene esercitato durante tutta la giornata (non solo quando si lavora) ed è più insidioso in quanto scava gradualmente nella coscienza degli individui, nel caso della cultura il controllo è più sottile e invisibile: gli individui anelano sempre di più alla cultura di massa senza rendersi conto del modo in cui questa esercita una dominazione su di loro. La cultura è arrivata a dominare gli individui in modi diversi, il più importante è quello che Marx descrive come l’oppio dei popoli (uno strumento di controllo molto piacevole), infatti gli individui, intrattenuti per molte ore la settimana, avrebbero con molta probabilità finito col perdere ogni ostilità nei confronti del sistema capitalistico. Oggi esistono altri media che giocano un ruolo centrale nell’opera di narcotizzazione delle masse (televisione), ma l’industria culturale ha anche esercitato un ruolo ben più diretto nel sostegno del sistema economico capitalistico, trasformando sempre più individui in consumatori di massa. Gli oppiacei di oggi sono molto più numerosi, onnipresenti e sofisticati di quelli di cui si preoccupavano i teorici critici, le loro abilità di manipolarci inducendoci al consumo sono maggiori e c’è sempre più tempo a disposizione per fare acquisti, tutto questo implica che c’è ancora meno tempo per e interesse per il pensiero e per l’azione rivoluzionaria. Nella sua critica all’’industria culturale la scuola critica attacca implicitamente la tecnologia moderna, ma anche loro hanno dovuto confrontarsi con tecnologie allora del tutto nuove (radio): tecnologie che guardava con sospetto come a fonti di controllo. Il problema è rappresentato non tanto dalla tecnologia in sé, ma dal modo in cui questa viene dispiegata e impiegata nel capitalismo (ovvero dal modo in cui i capitalisti utilizzano la tecnologia per controllare gli individui) infatti in un altro sistema economico, per esempio il socialismo, la tecnologia potrebbe essere utilizzata per rendere gli individui più consapevoli e più critici. Herbert Marcuse (1898-1979) ha sostenuto che la tecnologia veniva utilizzata per creare quella che lui definiva come una società a una dimensione, sosteneva che in un mondo ideale gli individui dovrebbero soddisfare i propri bisogni ed esprimere le proprie abilità nel creare, utilizzare e modificare le tecnologie e solo cosi ne trarrebbero giovamento sia gli individui che le tecnologie. Alla fine gli individui perdono la capacità di pensare criticamente e negativamente non solo della tecnologia ma anche della società che attraverso di essa li controlla e li opprime, dal punto di vista di Marcuse l’unica risposta è la creazione di una società in cui gli individui possano controllare la tecnologia. I teorici critici tendevano a notare che la società sta diventando sempre più razionalizzata e sulla scia di Weber alcuni sostenevano che fosse proprio questo processo di crescente razionalizzazione, anziché il capitalismo, a rappresentare il nocciolo del problema. Secondo questa prospettiva una crescente razionalizzazione conduce al pensiero tecnocratico e ciò che viene perso in questo processo è la ragione, che permette di valutare i mezzi in relazione agli scopi nei termini del perseguimento dei valori umani fondamentali di giustizia, libertà e felicità. Per i teorici critici la speranza per la redenzione risiede nella creazione di una società dominata dalla ragione anziché dal pensiero tecnocratico, dove i valori umani hanno la precedenza dell’efficienza. Nonostante la sua apparente razionalità, il capitalismo è un sistema colmo di irrazionalità: questa è la nozione di irrazionalità della razionalità (nel mondo razionale del capitalismo, è irrazionale che questo sistema sia distruttivo per gli individui). L’attenzione alla crescente razionalizzazione porta i teorici critici, a differenza di Marx, a pensare in modo molto pessimistico al futuro, immaginano infatti una progressiva e sempre più dilagante espansione della razionalizzazione. Quindi il futuro è immaginato come una gabbia d’acciaio composta da sistemi culturali, tecnologici e educativi. Il pessimismo dei teorici critici appare precludere ogni possibilità d’azione, dal loro punto di vista le masse non dovrebbero vivere questo destino come qualcosa di spiacevole, infatti la gabbia d’acciaio è stata resa quanto più piacevole e confortevole possibile. Tuttavia è proprio in questa situazione che risiede il problema: innamorati delle loro gabbie, gli individui non vedono più la necessità di ribellarsi.

L’analisi spaziale neo-marxiana --- L’opera di Michel Foucault ha evidenziato come molte teorie marxiane abbiano enfatizzato il ruolo del tempo rispetto a quello dello spazio, in tutte le teorie marxiane lo spazio appare come “morto” e quindi sostanzialmente diverso dal tempo, che ha invece un ruolo attivo. Henri Lefebvre sostiene la necessità che la teoria marxiana sposti la sua attenzione dall’attività di produzione che si svolge nello spazio per concentrarsi piuttosto sullo spazio in sé. Lo spazio contribuisce in diversi modi alla

riproduzione del sistema capitalistico (per esempio i ricchi possono vivere in eleganti quartieri isolati dal resto del mondo, mentre i poveri abitano i bassifondi delle periferie). Quindi qualsiasi forma di rivolta contro il sistema capitalistico deve occuparsi non solo del cambiamento nella struttura di produzione, ma anche della ristrutturazione dello spazio, così che questo possa arrivare a riflettere una struttura di classe più egualitaria. La pratica spaziale , che comprende le azioni che continuamente producono e riproducono lo spazio (es. i poveri rassegnandosi di non poter accedere ai quartieri borghesi riproducono quotidianamente questa stessa organizzazione spaziale), viene controllata e dominata dalle rappresentazioni dello spazio che le vengono imposte. Le pratiche spaziali dei poveri (per esempio dove vivono e dove vanno a fare acquisti) finiscono con l’essere trasformate dalle rappresentazioni dello spazio di coloro che sostengono, creano e implementano il rinnovamento urbano. Le rappresentazioni dello spazio sono creazioni dei gruppi dominanti, mentre gli spazi rappresentativi sono idee e rappresentazioni sullo spazio che derivano dall’esperienza quotidiana degli individui. Le rappresentazioni dello spazio sono considerate il vero spazio da coloro che sono al potere, gli spazi rappresentativi ci suggeriscono la verità dello spazio. Nel mondo contemporaneo gli spazi rappresentativi soffrono della dominazione esercitata su di loro dalle rappresentazioni dello spazio. Gli spazi assoluti , o spazi naturali (es. le aree verdi) sono spazi che non sono stati colonizzati, né falsati, né distrutti dalle forze delle èlite politiche ed economiche. Lefebvre è interessato ad analizzare criticamente il cosiddetto spazio astratto che riguarda lo spazio concepito come tale da un teorico. Lefebvre enfatizza il ruolo dello stato nell’’esercitare il potere sullo spazio astratto, nonostante questo esercizio di potere sia spesso occulto. La classe dirigente utilizza lo spazio astratto come modo per ottenere il controllo su spazi sempre più ampi. Lefebvre riconosce che il potere esercitato da e sullo spazio astratto genera profitto. Pur domandandosi perché gli individui tacitamente accettino questo tipo di controllo che gli spazi assoluti esercitano su di loro, Lefebvre riconosce che queste contraddizioni potrebbero comunque indurre gli individui all’azione e sostiene che sia già possibile intravedere nelle contraddizioni dello spazio assoluto i germogli di un nuovo tipo di spazio. Questo nuovo spazio è lo spazio differenziale (es. uno spazio dove ricchi e poveri vivono insieme immersi in un ambiente naturale). Lo spazio può assumere la forma di una sovrastruttura che appare neutrale ma nasconde la base economica che le dà vita e che è ben lungi dall’essere neutrale. Infine, c’è sempre un potenziale positivo nello spazio, come la creazione di opere genuinamente umane e creative, così come la possibilità di riappropriarsi dello spazio da parte di coloro che stanno venendo controllati e sfruttati. L’obiettivo di Lefebvre è la creazione di uno spazio che sia autenticamene un prodotto e un riflesso degli esseri umani. Secondo David Harvey è possibile rintracciare una “ottica spaziale” che risulta fondamentale per le argomentazioni trattate nel Manifesto del Partito Comunista di Marx ed Engels, la necessità di creare maggiori profitti fa sì che le imprese capitalistiche debbano cercare nuove aree da sfruttare. E’ di cruciale importanza anche capire il modo in cui uno stato territorialmente definito viene organizzato e amministrato, perciò in un mondo dominato dal capitalismo dobbiamo essere sintonizzati sui cambiamenti territoriali. Il capitalismo tende a concentrarsi sempre di più nelle città e questo porta i proletari a trasferirsi a loro volta nei grandi centri urbani, è così più probabile che ci sia una collettività di operai a fronteggiare i capitalisti, dunque la natura e la probabilità della lotta di classe è fortemente colpita dai cambiamenti spaziali. I capitalisti del tardo diciannovesimo secolo hanno iniziato a sparpagliare le fabbriche nel tentativo di limitare la concentrazione di operai e quindi il loro potere. Harvey cerca di far fronte al pessimismo dilagante tra gli studiosi, vuole che venga riconosciuta l’esistenza di spazi dove è ancora possibile il confronto e la lotta politica. Infine descrive un utopistico spazio del futuro che offre speranza a coloro che sono preoccupati per l’oppressione generata dagli spazi del mondo di oggi. Immanuel Wallerstein (1930-) ha elaborato il concetto di sistema-mondo , che può essere descritto come un ampio sistema sociale autosufficiente, circoscritto da un insieme di confini e con una durata di vita limitata, composto da una varietà di strutture e gruppi sociali e tenuto insieme da una varietà di forze in continua tensione e in reciproco equilibrio, che però hanno il potenziale per fare a pezzi l’intero sistema. Secondo Wallerstein fino a oggi abbiamo avuto solo due tipi di sistema-mondo, il primo è il mondo impero (antica Roma) e il secondo è l’odierno mondo capitalistico. Anticipa anche la possibilità che si possa sviluppare anche un terzo sistema-mondo, un governo del mondo di tipo socialista.

Norbert Elias (1897-1990) --- si è dedicato allo studio del processo di civilizzazione , ovvero lo studio di come i modi civili di trattare gli altri e se stessi si siano sviluppati nel lungo periodo (dal Medio Evo, in Europa), le fonti di informazione sono costituite da testi sulle buone maniere scritti tra Tredicesimo e Diciannovesimo secolo. Alcuni comportamenti quotidiani che una volta erano ritenuti accettabili sono

avanti. I piloti manovrano questo autotreni ma c’è sempre da tenere presente la possibilità che essi perdano il controllo e che l’autotreno finisca col distruggersi. L’autotreno porta grandi benefici ma anche grandi pericoli, altri esempi di invenzioni umane che sembrano degne di nota ma che poi si rivelano disastrose includono la tecnologia nucleare e la ricerca genetica. La nostra abilità di controllare le diverse componenti dell’autotreno moderno è complicata dal fatto che queste tendono ad allontanarsi da noi sempre di più nello spazio e nel tempo (distanziazione). A causa dei cambiamenti nel tempo e nello spazio, coloro che vivono nel mondo moderno sono costretti a sviluppare un sentimento di fiducia sia nel sistema che nelle persone che lo controllano e lo fanno funzionare. Le persone che vivono nella modernità non si accontentano di lasciare semplicemente che siano gli esperti a prendersi cura delle cose, in quanto gli individui sono riflessivi e tendono ad esaminare le grandi questioni. Ma ciò che conta è che tanto più continuiamo a esaminare e a riformare le nostre stesse attività, tanto più cresce questo senso di disagio. Poche cose sono fatte una volta per tutte, mentre tutto quanto è suscettibile di un riesame. Dobbiamo tutti far fronte a una grande insicurezza di vita, l’insicurezza diventa gestibile attraverso la socializzazione infantile che ci trasmette la capacità di fidarci non solo dei nostri genitori ma anche delle figure che rappresentano un’autorità. Tuttavia rimaniamo dolorosamente consapevoli del rischio che ci circonda, sappiamo anche che, pur avendo in generale fiducia negli esperti, essi non sono in pieno controllo dell’autotreno. Ciò che unisce oggi individui diversi è la volontà di essere risparmiati dai pericoli associati ai numerosi rischi della società contemporanea, neanche chi si trova al vertice della scala sociale può dirsi totalmente estraneo dal rischio (es. effetto boomerang). Tra i fattori che spingono l’autotreno della modernità a perdere il controllo possono esserci errori di progettazione, errori di gestione, conseguenze impreviste e l’utilizzo di nuove conoscenze che mandano l’autotreno in direzioni inaspettate.

CAPITOLO 6- TEORIE CONTEMPORANEE DELLA VITA QUOTIDIANA

Interazionismo simbolico --- l’obiettivo è rivolto alla vita di tutti i giorni, la sua attenzione è concentrata sull’interazione e sui simboli legati all’interazione. Gli individui agiscono nei confronti delle cose sulle basi dei significati che essi attribuiscono a queste cose (es. la bandiera americana), e questo implica che altri possono agire diversamente nei confronti dello stesso oggetto. Questi significati derivano dall’interazione che abbiamo con le altre persone, e inoltre gli individui non si limitano a interiorizzare i significati che apprendono attraverso l’interazione sociale ma sono anche in grado di modificarli attraverso un processo interpretativo. Gli individui hanno una capacità unica di utilizzare i simboli, mentre altre creature reagiscono ciecamente agli stimoli gli esseri umani sono in grado di attribuire loro un significato e quindi agire in base a quel significato. E’ molto importante la nostra capacità di interagire con noi stessi (Sé di Mead) per decidere come interagire con gli oggetti. Le persone diventano umane attraverso l’interazione sociale nei primi anni di vita tra i membri della famiglia e poi a scuola. In qualsiasi situazione quando gli individui agiscono lo fanno nel tentativo di perseguire dei fini, e siamo noi stessi a definire le situazioni, attribuire loro un significato, e quindi decidere il corso d’azione migliore. La società può essere vista come un insieme di individui costantemente impegnati nell’interazione sociale, quindi la società non è una qualche entità astratta: sono gli individui a produrre la società, che altro non è se non l’azione congiunta di tutti gli individui che ne fanno parte. L’interazionismo simbolico ha una spiccata propensione ad essere applicato alla ricerca empirica più che a teorie astratte, infatti il metodo fondamentale è l’osservazione. Il concetto di Io riflesso di Charles Horton Cooley, l’immagine che abbiamo di noi stessi la otteniamo guardando in una sorta di specchio: questo specchio sono le persone che ci circondano e con cui interagiamo. Guardando nello specchio siamo in grado di stabilire se siamo ciò che desideriamo essere e se le nostre azioni sortiscono l’effetto desiderato. Un altro concetto è quello di gruppo primario , un gruppo intimo di relazioni faccia-a- faccia che gioca un ruolo fondamentale nel legare l’individuo alla società. All’interno del gruppo primario si forma l’io riflesso. Cooley ha dato anche un contributo metodologico con l’introspezione empatica , ovvero mettersi al posto e nella mente di coloro che vengono studiati cercando di comprendere i significati e i motivi che stanno alla base dei loro comportamenti. Il Sé è la condizione per la quale gli individui possono diventare l’oggetto delle proprie azioni, essere in grado di agire verso se stessi mette gli individui in grado di agire in modo consapevole. Il concetto di Sé proposto da Erving Goffman deve molto alle idee di Mead, in particolare alla sua discussione della tensione perenne tra Io (il Sé spontaneo) e il Me (i vincoli sociali imposti sul Sé). La tensione risulta dalla differenza che avvertiamo tra quello che noi vorremmo

spontaneamente fare e quello che gli altri si aspettano che noi facciamo, per riuscire a gestire questa tensione gli individui recitano per il proprio pubblico sociale. L’interesse di Goffman per queste performance si traduce nella drammaturgia , una prospettiva che descrive la vita sociale come una serie di performance teatrali. Per Goffman il Sé non è una proprietà degli attori, quanto piuttosto il prodotto dell’interazione drammatica tra l’attore e il suo pubblico, è una percezione di chi siamo. Il Sé essendo un prodotto dell’interazione drammatica è vulnerabile, Goffman sottolinea che la grande maggioranza delle performance ha successo, di conseguenza, gli interpreti ottengono un Sé saldo e sicuro. Quando gli individui interagiscono tra loro vogliono presentare un certo senso del Sé che sia accettabile da parte degli altri, tuttavia gli attori sono consapevoli che alcuni membri del pubblico possono disturbare la loro performance, e sperano che quella percezione del Sé che essi presentano al pubblico sia sufficientemente forte, ma gli attori sperano anche che il pubblico agisca proprio come gli attori si aspettano che faccia ( gestione delle impressioni ). Il palcoscenico è la parte della performance che generalmente funziona secondo modalità relativamente fisse e generali, all’interno del palcoscenico Goffman individua un’altra distinzione tra lo scenario (il contesto fisico) e il fronte personale (tutti quegli strumenti dell’equipaggiamento espressivo che i personaggi portano con sé sul palcoscenico), e suddivide ulteriormente il fronte personale in apparenza e modo di fare. L’apparenza include quegli oggetti che ci danno informazioni sullo status sociale dell’attore, il modo di fare informa il pubblico di che tipo di ruolo l’attore si aspetta di interpretare. Poiché in generale le persone tendono a presentare un’immagine idealizzata di se stesse nelle proprie performance, inevitabilmente esse devono sentire che stanno nascondendo qualcosa durante le loro rappresentazioni. Gli attori spesso cercano di dare l’impressione di essere più vicini al pubblico di quanto in realtà sono, per fare questo devono assicurarsi che i loro pubblici siano divisi e non comunichino tra loro. Secondo Goffman anche se questo inganno venisse scoperto il pubblico stesso cercherebbe di gestire la dissimulazione per evitare il senso di frustrazione derivante dall’immagine idealizzata che il pubblico ha dell’attore, dunque una performance di successo dipende dal coinvolgimento di entrambe le parti in quanto anche il pubblico vuole sentire di essere il destinatario di una performance irripetibile. Goffman si è occupato di stigma, ovvero lo scarto tra ciò che una persona dovrebbe essere, la sua identità sociale potenziale , e ciò che una persona realmente è, la sua identità sociale reale. La natura dell’interazione dipenderà dal tipo di stigma di cui l’individuo è portatore, nel caso dello stigma del discriminato l’attore ritiene che i membri del pubblico conoscano le differenze dello stigmatizzato rispetto alle persone “normali”, mentre nel caso di uno stigma del discriminabile le differenze non sono conosciute dal pubblico o non sono facilmente percepibili. Un’altra tecnica utilizzata da chi recita è la mistificazione , ovvero gli attori non vogliono che chi assiste alla rappresentazione noti tutte le cose banali e ordinarie che permettono di arrivare ad una performance, cercano invece di produrre nel pubblico un senso di meraviglia e questa meraviglia trattiene il pubblico dalla tentazione di mettere in discussione la performance. L’unità di analisi per Goffman non è costituita dal singolo, ma dalla squadra, ovvero un qualsiasi insieme di individui che cooperano fra loro nel mettere in atto una specifica routine. Ogni membro ha fiducia negli altri perché ciascuno può rovinare la performance e tutti quanti sono consapevoli che sta andando in scena un’azione (la squadra è una sorta di società segreta). Goffman ha anche parlato del retroscena , dove possono ricomparire una serie di fatti soppressi dal palcoscenico e dove hanno luogo diversi tipi di azioni informali. Abitualmente è adiacente al palcoscenico ma anche separato da esso, nessun membro del pubblico entrerà a curiosare su quello che accade nel retroscena altrimenti una performance rischia di essere difficile da sostenere. L’esterno invece è costituito da ciò che non si trova né sul palcoscenico né nel retroscena. La gestione delle impressioni serve a metterci al riparo dalle conseguenze di una serie di azioni inaspettate così come di azioni intenzionali, anche il pubblico ha un suo interesse nel far sì che l’attore gestisca con successo le impressioni. Secondo Goffman gli attori vanno in scena senza essere pienamente consapevoli di quello che stanno facendo, sono generalmente abbastanza consapevoli del fatto che alcuni aspetti di quanto dicono o fanno sono falsi, ma nonostante tutto continuano a perseverare nella propria performance.

Etnometodologia e analisi della conversazione --- l’etnometodologia è lo studio dei membri di una società nelle situazioni quotidiane in cui vengono a trovarsi, e dei modi in cui essi utilizzano conoscenze, procedure e considerazioni di senso comune per comprendere, affrontare o gestire queste situazioni. Harold Garfinkel (1917-2011) ritiene che i fatti sociali siano fenomeni sociologici fondamentali (diverso da Durkheim). L’etnometodologia tratta l’oggettività dei fatti sociali come il risultato delle azioni e delle attività metodologiche dei suoi membri (i modi in cui organizziamo ordinariamente le nostre vite di tutti i giorni

proveranno piacere nel ricevere la ricompensa che si aspettano, se questa è superiore al previsto, e di conseguenza sarà più probabile che ripetano quel comportamento. La proposizione della razionalità afferma che gli individui scelgono tra le alternative disponibili quell’azione che porterà ad ottenere le maggiori gratificazioni e la maggior probabilità di ottenere tali ricompense. Il fatto che gli individui agiscano oppure no dipende dalle percezioni che essi hanno rispetto alla probabilità di successo, queste percezioni dipendono dai successi passati e dalla somiglianza della situazione presente a situazioni passate che si sono risolte con un successo. Secondo Homans i processi di scambio sono identici a livello dell’individuo e della società, sebbene abbia concesso che a livello della società ci sia maggiore complessità.

Teoria della scelta razionale --- L’obiettivo della teoria della scelta razionale è puntato sugli attori: secondo questa teoria essi perseguono sempre uno scopo, gli attori hanno fini e obiettivi verso i quale sono dirette le loro azioni e le azioni vengono intraprese seguendo la struttura delle loro preferenze. Bisogna però prendere in considerazione almeno due vincoli che limitano l’azione: il primo è la scarsità delle risorse, gli attori devono mantenere sott’occhio i costi e possono decidere di non intraprendere un’azione se le sue risorse sono limitate e se nello sforzo di raggiungere quel fine si preclude la possibilità di raggiungere il secondo obiettivo in ordine di importanza. Una seconda fonte di limitazioni sono le istituzioni sociali, questo limite si concretizza attraverso le scuole e le loro regole, le politiche delle organizzazioni lavorative e le leggi della società. Questi limiti istituzionali offrono sanzioni sia positive che negative che servono a incoraggiare certe azioni e a scoraggiarne delle altre. Una volta si dava per scontato che gli attori avessero a disposizione un’informazione perfetta per poter procedere con una scelta tra i diversi corsi d’azione, oggi si tende sempre più a riconoscere che la quantità e la qualità di informazione disponibile è molto variabile. I due elementi cruciali della teoria di Coleman sono gli attori e le risorse (tutte quelle cose su cui gli attori hanno controllo e nei confronti delle quali nutrono qualche interesse): Coleman descrive come la loro interazione conduca dal livello individuale a quello del sistema (gli attori sono portatori di risorse a cui altri attori possono essere interessati). In altre parole, un sistema sociale viene formato da attori interdipendenti, ognuno dei quali cerca di massimizzare il proprio interesse. Coleman sceglie di trattare il comportamento collettivo perché a causa del suo carattere disordinato e instabile è spesso considerato difficile da analizzare da una prospettiva di scelta razionale. Il comportamento collettivo implica che attori razionali trasferiscono unilateralmente il controllo delle proprie azioni ad altri tentando di massimizzare la propria utilità. Questo implica una ricerca di un equilibrio nella distribuzione del controllo tra diversi attori e questo tentativo di bilanciamento produce a sua volta un equilibrio all’interno della società. La massimizzazione individuale crea uno squilibrio e non necessariamente porta ad un equilibrio del sistema, al suo posto si crea quello squilibrio tipico del comportamento collettivo. Le norme non sono solo piuttosto stabili, ma servono a produrre l’ordine nella società. Le norme sono create e mantenute da alcuni individui che vedono derivare dei benefici dall’esistenza di determinate regole e che vedono dei pericoli nella violazione di queste norme. Le persone sono disponibili nel cedere parte del controllo che hanno sul proprio comportamento ma in questo processo guadagnano, attraverso le norme, una parte di controllo individuale e collettivo sul comportamento degli altri. Poiché il trasferimento di controllo è reciproco, non è unilaterale come nel caso del comportamento collettivo: nel caso delle norme c’è equilibrio. All’interno di una collettività gli attori individuali potrebbero non essere in grado di compiere delle scelte tra diversi corsi d’azione tenendo in considerazione solo i propri interessi egoistici: più spesso dovranno scegliere sulle basi dell’interesse della collettività. Il legame micro-verso- macro qui comprende i modi in cui gli individui privano l’autorità del controllo sulla struttura collettiva e conferiscono legittimità a coloro che danno origine e sostengono la rivolta. L’attore collettivo può agire a beneficio o a danno dell’individuo, sono le persone individuali a essere sovrane e i sistemi sociali devono essere valutati sulle basi di quanto sono effettivamente in grado di servire gli interessi della sovranità individuale. Pur avendo piena fiducia nella teoria della scelta razionale, Coleman non crede che questa prospettiva, almeno per il momento, possa offrire tutte le risposte. Riconosce che nel mondo reale le persone non si comportano sempre razionalmente, ma ritiene che questo non faccia una gran differenza nella sua teoria.

CAPITOLO 7- TEORIE INTEGRATIVE CONTEMPORANEE

Una teoria dello scambio più integrativa --- Richard Emerson sentiva che poteva utilizzare il behaviorismo come base per la sua teoria dello scambio ma evitando alcune trappole, sentiva di poter evitare l’accusa di riduzionismo e sviluppare invece una prospettiva sullo scambio che fosse in grado di spiegare i fenomeni di livello macro. I tre assunti fondamentali della sua teoria dello scambio: (1) quando gli individui sono impegnati in situazioni che ritengono essere premianti agiranno razionalmente e, di conseguenza, queste situazioni avranno luogo; (2) mano a mano che gli individui vengono saziati dalle ricompense che ottengono, dal loro punto di vista queste situazioni diventeranno sempre meno importanti; (3) i benefici ottenuti dipendono dai benefici che vengono offerti in cambio. Quindi la teoria dello scambio si concentra sul flusso di ricompense (e di costi) nella interazione sociale. Un reticolo di scambio presenta diverse componenti: coinvolge un certo numero di attori individuali oppure collettivi, i diversi attori dispongono di una varietà di risorse e tutti hanno possibilità di scambio nel reticolo, infine buona parte delle relazioni di scambio risultano legate l’una alle altre, a formare un’unica struttura di reticolo. E’ necessario che esista una relazione di dipendenza tra gli scambi, ogni relazione di scambio è inserita in un più ampio reticolo di scambio che consiste di due o più relazioni di questo tipo. La connessione può essere positiva quando lo scambio che avviene in una colpisce positivamente lo scambio che avviene nell’altra; negativa quando una serve a inibire lo scambio che avviene in un’altra. Emerson ha definito il potere come il costo potenziale che un attore è in grado di far accettare ad un altro attore. La dipendenza riguarda invece il costo potenziale che un attore è disponibile a tollerare all’interno di una relazione. In una relazione di scambio il potere che un attore può esercitare sull’altro è funzione della dipendenza che quell’attore ha nei confronti dell’altro attore. Un grado ineguale di potere e dipendenza portano a squilibri nelle relazioni. Infatti la mutua dipendenza determina la natura della loro interazione e l’ammontare di potere che esercitano l’uno sull’altro. La relazione potere- dipendenza può avere conseguenze positive (capacità di offrire ricompense agli altri) o negative (l’utilizzo repressivo e punitivo del potere), il potere che punisce viene considerato più debole del potere che ricompensa. Karen Cook e Emerson si concentrano sul potere che può essere espresso da una posizione entro una più articolata struttura. La determinazione del potere di una posizione si basa sulla quantità di dipendenze dell’intera struttura nei confronti di quella posizione. Essi identificano due direttrici di analisi nella storia dello scambio: uno a livello micro e l’altra a livello macro, che descrive la struttura sociale come scambio (le proposizioni di base si applicano sia agli individui che alle collettività).

La teoria della strutturazione --- Giddens sostiene che sia più opportuno partire con l’analisi delle pratiche sociali ricorrenti. L’obiettivo non è rivolto né alle strutture di larga scala né alle azioni e interazioni quotidiane, ma piuttosto alle pratiche sociali che ricorrono in modo strutturato. Il nucleo della teoria di Giddens, con il suo obiettivo rivolto alle pratiche sociali, è rappresentato da una teoria della relazione tra azione e struttura. Per Giddens azione e struttura non possono essere concepite indipendentemente (sono due lati della stessa medaglia) essi sono una dualità , tutta l’azione sociale implica una struttura, e tutte le strutture implicano l’azione sociale. E’ nell’esprimersi come attori che gli individui si impegnano nella pratica, ed è attraverso questa che vengono prodotte sia la coscienza che la struttura. L’idea di doppia ermeneutica : sia gli attori sociali che i sociologi utilizzano il linguaggio, gli attori utilizzano il linguaggio per narrare ciò che essi fanno e i sociologi utilizzano il linguaggio per narrare le azioni degli attori sociali, ed è necessario essere consapevoli del fatto che l’interpretazione che lo scienziato ha del mondo sociale può avere a sua volta un impatto sul modo in cui gli attori studiati interpretano il mondo. Così facendo alterano il mondo che stano studiando e questo può portare a intuizioni e conclusioni distorte. Con il termine razionalizzazione Giddens intende lo sviluppo di routine che non solo forniscono agli attori un senso di sicurezza, ma li rendono anche in grado di affrontare in modo efficiente le loro vite sociali. Nella sfera della coscienza osserva una distinzione tra coscienza discorsiva (la capacità di descrivere a parole le nostre azioni) e coscienza pratica (le azioni che gli attori danno per scontate, e che non sono quindi in grado di descrivere a parole). Giddens ha attribuito agli agenti grande potere: gli agenti hanno la possibilità di fare la differenza nel mondo sociale, riconosce che gli agenti sono soggetti a vincoli, ma questi non implicano che gli attori siano privi di scelta, o incapaci di provocare il cambiamento. La struttura è definita come l’insieme delle proprietà strutturanti che conferiscono a pratiche sociali simili una forma sistematica (la struttura è resa possibile dall’esistenza di regole e risorse), le strutture possono esistere solo attraverso le attività degli attori umani. Non nega che la struttura può essere vincolante rispetto all’azione, ma la struttura è in grado sia di limitare che di stimolare l’azione. I sistemi sociali sono costituiti da pratiche sociali ripetute, ovvero da relazioni tra gli attori o collettività che vengono continuamente riprodotte, diventando così pratiche sociali