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Sintesi completa del testo (con cenni di integrazioni commentate del prof.) preparata per l'esame di sociologia (prof. Clemente).
Tipologia: Sintesi del corso
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“SOCIOLOGIA: teorie e problemi” di Vincenzo Cesareo
CAPITOLO PRIMO “LE DUE TRADIZIONI DEL PENSIERO SOCIOLOGICO”
1.1. I termini del dilemma
La sociologia, per definizione generale, consiste nello studio dei fenomeni sociali. Ne consegue allora che il quesito centrale è capire come tali fenomeni debbano essere analizzati. Due sono le risposte fondamentali poiché si delineano subito due approcci che evidenziano una duplicità dello stesso oggetto proprio dell’analisi sociologica. Da una parte si sostiene che la sociologia deve studiare delle totalità (la struttura, il sistema, il gruppo in quanto tale); dall’altra si afferma che essa
deve studiare comportamenti individuali tra loro interconnessi e aggregati.
Nel primo approccio, i fenomeni sociali hanno natura qualitativamente diversa rispetto alla somma
delle componenti individuali, emerge il sociale nella sua globalità come cosa distinta dagli individui
che lo formano. Il gruppo, il sistema, la struttura e la società stessa costituiscono la realtà
fondamentale e gli individui risultano realtà derivate in quanto essi saranno guidati e influenzati dal
sistema nel conseguire scopi e nel loro agire. Invece il secondo approccio considera gli individui
come punto di riferimento e attraverso le loro azioni va ricercata la natura del fenomeno sociale. La
tradizione sociologica si caratterizza in base alla contrapposizione tra i sostenitori del primo e del
secondo dei due grandi orientamenti esposti. Si tratta di una distinzione che si declina nella
contrapposizione tra la “sociologia dell’azione” e la “sociologia dei sistemi”. Per la prima, i
fenomeni sociali si verificano secondo modalità proprie della natura e di leggi specifiche e gli
individui sono semplici esecutori. Per la seconda, viene riconosciuta la primazia all’azione del
soggetto che si comporta in modo slegato dal sistema in cui è inserito e dalla sua interazione con gli
altri individui si producono degli effetti a volte complessi che sono i fenomeni sociali. Questo modo
alternativo di concepire lo studio dei fenomeni sociali (e dell’azione sociale) riflette le storiche
contrapposizioni che si riscontrano a livello filosofico tra idealismo e materialismo, tra
irrazionalismo e razionalismo, tra olismo e individualismo. In particolare, quest’ultima opposizione
esplicita in termini generali la contrapposizione tra le due sociologie indicate tanto che bisogna
precisare che olismo e individualismo non sono posizioni polari collocate agli estremi di un
continuum bensì vanno considerate quali concezioni tra le quali non esiste continuità ma un vuoto
incolmabile. Infatti olismo e individualismo rappresentano due possibilità di risposta alla domanda
concernente la natura dei fenomeni sociali, cioè se essi abbiano una autonomia intrinseca
(approccio oggettivistico) o se siano prodotti dall’agire individuale (approccio soggettivistico) così
le due prospettive consentono, in ultima analisi, di prendere posizione per il primato della struttura
sociale sull’attore o, viceversa, dell’attore sulla struttura. Per approfondire la questione è necessario
lo studio delle opere del francese Emile Durkheim e del tedesco Max Weber, considerati il primo
l’ispiratore dell’olismo, il secondo ispiratore dell’individualismo. NB. Appunto del
prof: L’Olismo si associa all’approccio quantitativo invece l’Individualismo si associa all’approccio qualitativo. Nel caso dell’Individualismo si cerca di lasciare più spazio alle risposte dell’individuo, sovente con risposte aperte. Entrambi gli approcci hanno pro e contro. Nell’approccio quantitativo il campo delle ipotesi è ridotto per la predeterminazione delle spiegazioni, ciò consente allo sperimentatore di muoversi meglio verso quelle ipotesi ma non è in grado di coglierne altre perché non sono state considerate. Invece l’approccio qualitativo (oltre ad essere più laborioso e costoso) implica il rischio che lo sperimentatore si perda e non comprenda un fenomeno per via dell’ampia varietà di percorsi, fondati su una base individuale.
1.2. I fondamenti delle due sociologie a confronto 1.2.1. Il fatto sociale di Durkheim ( 1858-1917)
Emile Durkheim può essere considerato il più autorevole precursore e ispiratore, in campo sociologico, dell’ olismo o collettivismo, quell’approccio per cui le strutture sociali precedono gli individui e hanno valore esplicativo nei loro riguardi. Secondo l’olismo il tutto è sempre considerato qualcosa di diverso e superiore rispetto alle singole unità che lo compongono. Per Durkheim la sociologia, come disciplina scientifica, deve privilegiare l’analisi delle strutture sociali e lo studio delle determinanti strutturali della natura umana e, nel fare questo, bisogna riconoscere la primazia della società sull’individuo, così si potrà avere una spiegazione dei fenomeni sociali del tutto diversa e autonoma rispetto ad altre scienze psicologiche e biologiche. L’impostazione olistica durkheimiana è imprescindibile dal concetto di fatto sociale, concepito quale oggetto proprio della sociologia.
A – Definizione di FATTO SOCIALE
Consiste “ in ogni modo di fare, più o meno fissato , capace di esercitare sull’individuo una costrizione esterna oppure un modo di fare che è generale nell’estensione di una società data pur avendo esistenza propria, indipendentemente dalle sue manifestazioni individuali ”. I modi di fare, esterni all’individuo, sono le regole, le pratiche, il linguaggio, l’educazione e nel momento in cui si cristallizzano, tali fatti sociali diventano espressioni del diritto, regole giuridiche e morali. Si tratta di modi di fare che non sono innati ma vengono appresi e praticati dall’individuo e si ritrovano nelle coscienze individuali pur esistendo al di fuori di esso. Ad esempio, nel caso specifico dell’ educazione, Durkheim sostiene la sua dipendenza dalla struttura della società e individua quale suo compito fondamentale la costruzione in ciascun individuo dell’ “essere sociale” che per l’appunto si acquisisce tramite un sistema di idee, abitudini e sentimenti che esprimono in noi non la nostra personalità ma il/i gruppo/i diversi dei quali facciamo parte. Contrapposto all’essere individuale, costituito dagli stati mentali riferiti agli stati personali dei singoli individui, l’essere sociale è determinato dalle credenze e pratiche religiose e morali, dalle tradizioni nazionali o professionali, dalle opinioni collettive e varia col variare di tali elementi. B – Concezione del FATTO SOCIALE
Durkheim afferma che i fatti sociali, in quanto simili alla realtà naturale, sono cose cioè non
possono essere modificate in modo semplice da un puro atto della volontà umana. L’identificazione tra fatto sociale e cose introduce il principio dell’oggettività in quanto la cosa ha determinate caratteristiche:
° possiede una propria realtà indipendentemente dall’osservatore
° è un’ entità conoscibile solo a posteriori
° esiste indipendentemente dalla volontà umana
° è osservabile solo dall’esterno e non tramite introspezione
Quindi ogni fenomeno sociale va considerato, come una cosa, nella sua manifestazione esterna, anche se vi siano elementi non materiali.
C- Caratteristiche del FATTO SOCIALE
Dalla definizione durkheimiana di fatto sociale emergono 3 tratti distintivi: esteriorità, coercizione e generalità.
° Esteriorità = ogni individuo è inserito in una società che lo precede e che lo condiziona, che
presenta credenze e pratiche già esistenti “fuori di lui” e in secondo luogo i fatti sociali sono esterni
in quanto ogni individuo rappresenta solo un elemento della totalità delle relazioni costitutive della
moralità ( che trova la sua fonte nella solidarietà sociale e nel contratto) fa riferimento a un sistema
di modelli di comportamento che si cristallizzano dando luogo al diritto, cosicché ogni fatto morale
consiste in una regola sanzionata. Anche per questo, Durkheim ha una visione decisamente
dualistica del rapporto individuo-società in cui il primo è portatore di egoismo e malvagità, mentre
la seconda è fonte d’ordine sociale e spirituale, di coesione sociale, di moralità e altruismo: la
società ha la sua primazia sia nel senso di sovraordinazione naturale sia nel senso di superiorità in
termini di valori. NB. Appunto del prof: Il dualismo individuo-società e cultura-società di Durkheim è oggi superato. Esso si situava infatti in una precisa epoca, quella del Naturalismo, e in questo contesto le scienze sociali erano all’inizio della loro affermazione. Attualmente c’è un certo capovolgimento riguardo il discorso natura-cultura: l’individuo può plasmare la natura attraverso la cultura; gli esempi sono numerosi ossia le operazioni chirurgiche, le pratiche genetiche o i cibi biologicamente modificati.
1.2.2. L’azione sociale di Weber (1864-1920)
Max Weber può essere considerato il padre dell’approccio individualistico. Egli infatti pone al
centro della ricerca l’individuo capace di pensare, sentire, partecipare al contrario della collettività.
Le differenti strutture sociali, quali lo stato, le organizzazioni economiche, la famiglia,
costituiscono il risultato di processi e connessioni dell’agire dei singoli individui. Per comprendere
queste strutture occorre risalire all’insieme delle azioni di coloro che gli danno vita proprio perché
tali strutture sono, in quanto tali, prive di realtà e vanno intese solo come costruzioni artificiali
elaborate dagli studiosi sociali che mettono a punto rappresentazioni scientifiche ordinate riferite a
fenomeni che sono privi di struttura e ordine. Weber afferma emblematicamente che la sociologia
“non può procedere che dalle azioni di un individuo, di qualche individuo e di numerosi individui
separati”. È per questo che essa deve adottare metodi strettamente individualisti. Weber assume
l’azione sociale di singoli individui come punto di partenza della propria costruzione storica,
l’atomo sociale che entra quale elemento di base in tutti i fenomeni sociali anche vasti e complessi.
Partendo da questa scelta di fondo, l’autore definisce la propria teoria sociologica come sociologia
“comprendente”, il cui metodo consiste nell’intendere o comprendere l’agire di uno o più individui
i quali associano al proprio comportamento un senso soggettivo Weber era convinto che le realtà
sociali andassero studiate dall’interno a partire dal senso che i partecipanti danno alle loro
esperienze ( rilevanza del soggetto , tipica dell’ermeneutica). Alla rilevanza della soggettività
bisogna aggiungere la rilevanza delle generalizzazioni. Ciò che si ricava dalla comprensione delle
azioni sociali è il tipo ideale , cioè un particolare modello concettuale che somiglia da vicino a ciò
che oggi in filosofia della scienza, si chiama modello e si distingue dalla teoria, perché a differenza
di questa non pretende di riprodurre la realtà. Consiste in un costrutto concettuale che da un lato
non perde di vista la peculiarità della situazione specifica, dall’altro consente di fare confronti tra
situazioni simili.
A -AZIONE SOCIALE
Alla primazia durkheimiana del fatto sociale si sostituisce quella dell’ azione sociale , concetto
chiave poiché viene assunto da Weber quale oggetto specifico della sociologia comprendente.
L’approccio individualista emerge chiaramente dalla definizione weberiana di agire in termini
generali e da quella di agire sociale in termini specifici; agire in termini generali consiste in un
“atteggiamento ( sia attivo che passivo) a cui l’individuo congiunge un senso oggettivo” invece
agire sociale consiste nel riferimento all’atteggiamento di altri individui, e orientato nel suo corso in
base a questo. Da tale duplice definizione si evince che non tutto il nostro agire si qualifica come
azione ma solo l’agire guidato da una motivazione individuale e, a questo proposito, il senso è
l’attributo fondamentale e distinto dall’azione che permette di distinguerlo dal mero comportamento inconsapevole ( ad esempio la risposta ad uno stimolo esterno). Inoltre, Weber sostiene che gli esseri umani si distinguono dagli altri proprio perché creano senso e interpretazione ma anche necessitano di queste per rapportarsi al mondo esterno ed al fine di possedere orientamenti interni
convincenti. A spingere gli uomini ad agire sono gli interessi che, a loro volta, vanno distinti in
materiali ( riguardano la fortuna come benessere, salute, ricchezza, longevità) e ideali ( concernono la salvezza ): i primi, riferendosi a bisogni materiali, tendono al conseguimento di beni esteriori, mentre i secondi hanno come oggetto bisogni spirituali al fine di perseguire beni interiori. Quindi, l’orientamento dotato di senso è un orientamento in vista dei propri interessi individuali, nella duplice distinzione tra beni materiali e ideali, e indirettamente anche in vista di interessi altrui. Per Weber l’azione è sociale anche quando gli individui tengono conto dell’agire di altri, sia che questi
siano fisicamente presenti sia che siano assenti. L’ azione del soggetto agente possiede un valore
simbolico per gli altri così come l’azione altrui ha un valore simbolico per il soggetto perciò non è sufficiente tener conto degli altri ma è necessario che il soggetto produca dei segnali, tramite il suo agire, che consentano di far comprendere agli altri di aver colto le loro attese e di comunicare la sua intenzione di rispondervi positivamente o negativamente. Infine, quando si parla di agire sociale, è d’obbligo il riferimento al concetto di condotta oggettivamente osservabile ossia il senso che l’attore attribuisce alla propria azione.
B- TIPOLOGIA DELL’AGIRE
Il senso dell’agire individuale varia a seconda dei tipi di azione sociale che Weber classifica in base al grado decrescente di razionalità :
° agire razionale rispetto allo scopo, quando si vuole conseguire uno scopo, usando i mezzi adeguati e si valutano le conseguenze dell’azione ad es. agire di mercato
° agire razionale rispetto al valore, quando si agisce incondizionatamente in base a convinzioni
etiche, religiose o estetiche, si sceglieranno i mezzi adeguati ma non se ne valutano le conseguenze
ad es. agire in conformità a comandamenti divini
° agire affettivo, mosso da affetti o emozioni quindi per soddisfare il bisogno di gioia, affetto,
vendetta, si agisce senza razionalità in riferimento ai mezzi da usare e alle conseguenze dell’azione
ad es. quando si perde la testa per qualcosa o per qualcuno
° agire tradizionale, ci si comporta in base ad abitudini acquisite e le azioni sono guidate da modelli
di comportamento che resistono nel tempo; i fini e i mezzi sono già prestabiliti poiché consiste
spesso in una oscura reazione a stimoli abitudinari ed è molto frequente ad es. abitudini di consumo
°agire condizionato di massa (“azioni non azioni”) si riferisce ad azioni compiute in modo così
poco consapevole che è impossibile trovare un senso oggettivo all’azione dell’individuo infatti manca il senso anche dal punto di vista delle relazioni sociali ad es. l’apertura anche contemporanea dell’ombrello da parte di un certo numero di persone quando inizia a piovere ( Si noti però che Weber esclude dalla categoria di agire sociale comportamenti automatici o semi-automatici perché tra gli atteggiamenti dell’individuo e la sua situazione di massa non sussiste una relazione dotata di senso ma solo un condizionamento passivo esercitato sull’individuo dalla semplice azione della massa).
-L’analisi dell’Olismo è il fatto sociale ( sociologia dei sistemi) mentre Weber si riconduce all’azione sociale (sociologia dell’azione).
-A livello metodologico, l’approccio olistico si congiunge ad una ricerca quantitativa con approcci probabilistici e deduttivi; l’approccio individualistico si congiunge ad una ricerca qualitativa di tipo induttivo, finalizzata a ricostruire le motivazioni del comportamento di un individuo.
-Nell’approccio olistico, l’oggetto di studio risulta esterno agli individui per cui l’approccio metodologico è quello dell’oggettività tanto che Durkheim fa propria la prospettiva positivistica senza introdurre nuove proposte di analisi rischiando di ridursi a mero sociologismo; l’approccio di Weber si qualifica in termini innovativi e, per questo, presenta dei problemi. Per poter capire il comportamento altrui sembrerebbe utile che l’osservatore condivida gli stessi orientamenti dell’attore oggetto di osservazione, in secondo luogo, l’attore stesso non sempre conosce i veri motivi del suo agire e quindi anche il ricercatore si troverebbe, a sua volta, in difficoltà nell’individuarli. Peraltro lo stesso Weber riconosce che l’agire effettivamente cioè del tutto consapevole e chiaro per l’attore, costituisce nella realtà solo un caso limite.
-Metodologicamente, l’olismo si associa all’approccio quantitativo invece l’Individualismo si associa all’approccio qualitativo (vedi appunto del prof. in prima pagina!).
1.3. Approcci olistici Col termine olismo si denominano le teorie secondo le quali il tutto è sempre e comunque più grande delle singole parti che lo costituiscono. Sotto il profilo sociologico si rifanno a questo orientamento di fondo, seppur con accentuazioni diverse, sia gli approcci strutturalistici sia quelli funzionalistici sia quelli sistemici. In essi l’ordine sociale costituisce il presupposto essenziale dell’agire individuale e collettivo: il tutto spiega le parti e la struttura viene sempre prima degli individui, in quanto li precede e assume nei loro riguardi un legittimo valore esplicativo. 1.3.1. Olismo strutturalistico L’approccio strutturalistico di Marx pur interpretando i fenomeni sociali alla luce del dato strutturale possiede una sua specificità che lo distingue dagli strutturalisti in senso stretto, perché questi ultimi tendevano a spiegare le trasformazioni in base a leggi interne alle stesse strutture sociali, mentre per Marx è sempre necessario fare riferimento alla storia dell’evoluzione dei rapporti sociali. Il filo rosso della sua teoria è tutto caratterizzato dalla distinzione tra struttura economica e sovrastruttura ideologica; Karl Marx condivide una concezione sistemica della società, non assimilabile però a quelle di tipo organicistico. Per Marx, i diversi elementi del sistema sociale (i rapporti di produzione, le forze produttive, le classi sociali, le ideologie, i fenomeni culturali, le religioni, il diritto ecc.), pur essendo strettamente collegati fra loro, non sono in grado di influenzarsi reciprocamente. Infatti, solo i rapporti di produzione sono capaci di modificare e di condizionare gli altri fattori, che quindi da essi dipendono primariamente. Nello specifico, Marx assegna particolare rilevanza alla struttura economica di una società. Essa, pur inizialmente creata dagli individui, si impone a questi ultimi dall’esterno assumendo i connotati di una struttura dotata di forza impersonale: la struttura della società si identifica con quella economica, che va assunta quale variabile esplicativa di tutti i fenomeni sociali. Solo analizzando l’insieme delle forze e dei rapporti di produzione, è possibile comprendere anche lo stesso modo di pensare degli uomini, i quali sono condizionati dalla rispettiva condizione socio-economica cioè dalla propria collocazione di classe. Marx perviene a questa conclusione partendo da una visione antropologica materialistica, secondo la quale l’uomo è un essere bisognevole per cui l’attività principale degli esseri umani, che è la base della vita sociale, consiste nella produzione di beni necessari alla soddisfazione di tali bisogni. Nella storia di una società la capacità produttiva varia e tende ad
aumentare con il crescere del progresso tecnico e scientifico, di conseguenza, ad una certa fase dello sviluppo delle forze produttive, corrisponde un certo tipo di rapporti di produzione. Tali rapporti sono per loro natura contraddittori e fanno emergere conflitti tra gruppi portatori di interessi divergenti che tendono a distinguersi in quello degli oppressori (classe dominante) e quello degli oppressi (classe dominata). In realtà, il contributo di Marx, non si ascrive alla sola teoria sociologica ma costituisce un intreccio di sociologia, economia, filosofia e di istanze politiche. Nonostante ciò, la sua influenza nei confronti delle scienze sociali è stata notevole tra i sociologi marxisti, ma anche tra coloro che non si considerano tali. Comunque, lo strutturalismo trova anche manifestazione nelle correnti filosofiche, antropologiche e linguistiche che hanno indotto la sociologia contemporanea a soffermarsi sul dato strutturale. In ambito filosofico Althusser sostiene che l’individuo è un semplice portatore della struttura, una sorta di marionetta che agisce come essa vuole. Lévi Strauss asserisce che la regolazione sociale funziona secondo il modello linguistico per cui deve essere analizzata come se si trattasse dell’esecuzione meccanica di regole proprie di un modello sottostante. Gli agenti tendono sempre ad obbedire a delle regole: sono le regole grammaticali (struttura) a dare vita al linguaggio, precedendo le singole parole. Di conseguenza il significato non va cercato in ciascuno degli oggetti presenti in concreto nella vita reale, ma nelle regole che presiedono al linguaggio. Queste rigide strutture fanno si che le motivazioni dei singoli agenti siano solamente dei riflessi di una entità oggettiva esterna. 1.3.2. Olismo funzionalistico
Se l’Olismo strutturalistico fa riferimento ad una posizione di estrema rilevanza della struttura economica cioè ad una struttura gerarchica associata ad una lettura conflittuale della vita sociale, con l’Olismo funzionalistico viene meno tale idea verticistica della struttura, lì dove ogni struttura ha una logica “funzionale”, in relazione di equilibrio con le altre. L’approccio è attribuibile all’antropologo Malinowski : assegnando primario rilievo ai fattori biologici, sostiene che ad ogni bisogno corrisponde un elemento socio-culturale che svolge il compito di poter soddisfare il bisogno ad es. al bisogno di protezione dalle intemperie corrispondono le abitazioni e a quello di riproduzione della specie, la famiglia e così via. Si tratta di elementi che cambiano a seconda del tipo di cultura, ma sempre svolgono una funzione socialmente significativa. Per comprendere la specificità di una funzione è necessario che ogni elemento venga connesso alla totalità alla quale appartiene, a un tutto indivisibile ( la cultura) i cui elementi costitutivi sono tra loro interdipendenti. Radcliffe Brown , anch’egli antropologo, condizionato dalle argomentazioni funzionalistiche di Durkheim e dell’organicismo di Spencer, elabora una teoria funzionalistica più elaborata per la quale le regolarità sociali derivano dallo intersecarsi di processi–strutture- funzioni. I processi sociali sono articolati in processi di adattamento ecologico-culturale- istituzionale. La funzione consiste nel contributo di ogni usanza alla vita sociale ”considerata come l’insieme del funzionamento del sistema sociale”. La definizione presuppone che gli elementi siano dotati di stabilità unità e coesione, armoniosa cooperazione tra tutti gli elementi del sistema sociale,che esclude i conflitti. Sotto il profilo sociologico, Talcott Parsons è il maggior esponente del funzionalismo. Egli ritiene che gli attori agiscano in base alle richieste provenienti dalla società intesa come “sistema sociale” che determina l’azione degli individui singoli e collettivi. Gli individui agirebbero in base ad una serie di regole che vengono apprese ed interiorizzate in base a processi di socializzazione primaria e secondaria. Secondo Parsons ogni sistema deve far fronte a quattro imperativi funzionali: 1 adattamento = il sistema deve essere in grado di procurare risorse dall’ambiente esterno, di trasformarle e distribuirle al proprio interno 2 goal (conseguimento dello scopo) = ogni sistema deve stabilire e perseguire scopi che gli siano congeniali 3 integrazione = strumenti per assicurare coerenza e solidarietà interna, controllo e coordinamento delle parti costituenti
quindi è costituito da Io e Me ed è in continua evoluzione in quanto si sviluppa mediante l’interazione sociale. Per la Seconda scuola di Chicago gli individui sono parte attiva nella
creazione dell’ambiente sociale, il quale però, dopo essersi costituito, influenza in qualche misura il
loro comportamento. La critica di Mead al comportamentismo dà luogo al superamento del
concetto stimolo-risposta che viene da lui modificato in stimolo-interpretazione-risposta dove
l’interpretazione risulta l’elemento principale. Blumer assegna una rilevanza essenziale ai gesti
simbolici che vanno scissi da quelli non simbolici (es. trarre la mano quando si sente calore) che non necessitano di interpretazione. I gesti simbolici necessitano di interpretazione sia dell’azione che della intenzione (es. tendere la mano verso qualcuno - saluto o minaccia?). Gli assunti di base
individuati da Blumer sono:
a) i significati come guida dell’azione = le cose diventano significative solo se ad esse viene attribuito un significato b) la genesi dei significati = è da ricercarsi nelle modalità con cui gli altri agiscono nei confronti di uno specifico oggetto c) interpretazione dei significati = i singoli significati vengono modificati e manipolati dal soggetto attraverso un processo interpretativo che egli attiva per affrontate gli eventi che incontra. L’interazionismo simbolico si colloca nella corrente individualistica perché i singoli esseri umani sono protagonisti attivi del proprio agire che valutano e definiscono le loro azioni. Così anche l’azione maggiormente strutturata è sempre costruita dagli individui e mai dal sistema. Una adesione meno radicale all’individualismo è rilevabile nel pensiero di Manford Kuhn esponente della scuola di Iowa. Egli risente di un influsso positivistico e ritiene che gli essere umani interiorizzino le prescrizioni del sistema in modo prevalentemente passivo; sostiene la centralità del processo di “ assunzione del ruolo ” che consiste nella risposta alle altrui aspettative da parte del soggetto interessato. Invece Blunder da risalto alla “ costruzione del ruolo ” processo che nasce dalla esperienza creativa e dinamica dei singoli individui. All’interazionismo simbolico va il merito di aver proposto con forza la centralità della dimensione simbolica della vita sociale. Questa teoria però sottovaluta i condizionamenti che in differente misura influenzano sempre l’azione dei soggetti.
1.4.2. L’individualismo metodologico
A differenza dell’interazionismo simbolico di matrice statunitense, l’individualismo metodologico
nasce da una molteplicità di influenze teoriche prevalentemente europee e non si propone tanto
quanto quale teoria ma bensì come metodo da adottare per lo studio dei fenomeni sociali. I nuclei ispiratori fondamentali sono :
a) sociologia dell’azione di Weber per le sue teorie sull’azione dotata di senso b) utilitarismo dell’economia classica con particolare riferimento ai moralisti Ferguson e Smith con tali assunti:
Secondo Boudon ogni fenomeno sociale è sempre e comunque una conseguenza di azioni individuali e può quindi essere spiegato solo in base alla aggregazione di queste ultime. Per Boudon la società è un insieme di interazioni che si configurano in parte come sistemi funzionali (agire connesso ai ruoli) ed in parte come sistemi di interdipendenza (agire non connesso ai ruoli). In definitiva, l’approccio individualistico ha il merito di aver riconosciuto l’influenza di alcuni sistemi sull’individuo, rispetto alla posizione olistica del tutto intransigente ma, un grande punto debole, resta quello per cui non è indicato precisamente un punto di demarcazione tra individuale e sociale.
1.5. Paradigmi sociologici Ogni scienza si fonda su paradigmi , cioè su un insieme di proposizioni che costituiscono una base di accordo a partire dalla quale si sviluppa una tradizione di ricerca condivisa da una comunità di studiosi in un dato momento storico. Nel caso specifico della sociologia non è possibile individuare un unico paradigma ma è corretto sostenere l’esistenza di due paradigmi: uno riconducibile all’approccio olistico, l’altro in sintonia con l’approccio individualistico. Questa distinzione può essere ricollegata alla distinzione tra i concetti di azione e comportamento ; le azioni sono in qualche modo intenzionali, sono espressioni di progetti o scelte consapevoli, di una volontà del soggetto agente,di una conoscenza di scopi e mezzi ( volontarismo ) inoltre l’azione possiede sempre un carattere simbolico che è assente nel comportamento. Quest’ultimo è privo di intenzionalità e di senso ed è identificabile in ogni atto che gli individui compiono nel loro ambiente a prescindere dalla intenzionalità.
Facendo riferimento all’approccio olistico, l’atto è sempre spiegabile solo facendo riferimento ad elementi che lo precedono non prestando attenzione a colui che agisce perché si predilige ciò che precede e che determina l’agire configurandosi come mero comportamento. Boudon distingue tre elementi su cui si basa l’accordo:
Facendo riferimento all’approccio individualistico, gli atti sono sempre orientati verso i fini che i singoli soggetti più o meno consapevolmente tendono a conseguire. L’azione (ma non il comportamento ) è un atto intenzionale quando tende verso uno scopo specifico. I soggetti vengono così posti al centro dell’analisi. I fenomeni sociali sono il risultato di contrapposizione e composizione che deriva da un insieme dinamico di azioni determinate dalla coscienza umana. Anche in questo caso si individuano dei sub paradigmi caratterizzati dal concetto in base al quale l’agire è orientato sempre al conseguimento di un fine preciso. Così si distinguono: a)stato di natura-azione priva di condizionamenti
b) contratto - azione vincolata alla presenza di altrui interessi_._
1.6. Due metodologie La duplice lettura olistica- individualistica della realtà sociale fornisce indicazioni sotto il profilo ontologico cioè della sua natura e sotto quello epistemologico ovvero della validità della conoscenza. Esistono numerose metodologie per lo studio dei fenomeni sociali ma due di esse risultano le più aderenti alle necessità della sociologia. Esse sono tra loro antitetiche : quella propria del positivismo e quella propria della fenomenologia. Nel primo metodo si estendono i metodi empirici d’analisi propri delle scienze naturali al campo dell’agire umano. Il metodo consiste nella osservazione del comportamento umano che può essere oggettivamente misurato al pari di qualsiasi fenomeno fisico. Questa misurazione consente di individuare i nessi causa effetto tra classi di fenomeni sociali. Da qui per studiare l’agire umano, secondo il positivismo, occorre concentrare l’attenzione solo sulle manifestazioni esterne che vanno considerate, osservate, descritte come veri e propri oggetti. Agli antipodi di questa teoria si colloca quella della fenomenologia delle scienze
chiamato approccio volontaristico. Parsons cerca di ricondurre ad un disegno interpretativo unitario i due fondamentali contributi teorici che hanno ispirato, rispettivamente, gli approcci olistici e quelli individualistici, cioè quello di Durkheim e quello di Weber. In particolare, in riferimento a Durkehim (considerando anche lo studio sul suicidio) recepisce la centralità della norma ( esistono valori comuni come fondamento della società) cioè norme etiche e morali, capaci di garantire uniformità di comportamento del sistema ( ordine sociale) così l’individuo farà ciò che si può o non si può fare in base alla società. Da Weber recepisce l’intenzionalità dell’agire , concepito come orientamento di un soggetto nei confronti di una situazione data da due elementi: 1)interazione ( due o più soggetti si orientano l’uno verso l’altro reciprocamente e agiranno in modo reciprocamente condizionato, considerando l’altro appunto) 2)doppia contingenza ( ogni soggetto
interagente tiene conto dell’agire dell’altro anche in termini di aspettative perciò si parla di
complementarietà delle aspettative). L’opera maggiore di Parsons, “Il Sistema sociale” riunisce la
centralità dei comportamenti in base alle norme e l’agire dei singoli individui, cioè, mette a fuoco la situazione in cui i soggetti si ritrovano ad agire.
2.1.2. La interpenetrazione dei sistemi
Per Parsons il sistema sociale costituisce solo uno dei tre sistemi fondamentali che andrebbero tenuti presenti dal sociologo. Gli altri due consistono nel sistema della personalità dei singoli agenti individuali e nel sistema culturale; ciascuno di tali sistemi è indipendente dagli altri ma indispensabile il che comporta il sussistere di una interpenetrazione fra tutti e tre. L’autore individua proprio nei rapporti di interpenetrazione fra i tre sistemi il punto di interconnessione, integrazione e mediazione fra il polo individualistico dell’azione e il polo olistico della struttura. I modelli di comportamento, propri del sistema culturale, devono essere interiorizzati cioè devono diventare parte del sistema della personalità, assumendo la configurazione di “atteggiamenti di valore”. In virtù dell’interiorizzazione, gli orientamenti di valore diventano “bisogni-disposizione” della personalità; solo per effetto dell’interiorizzazione dei valori istituzionalizzati ha luogo una effettiva struttura sociale. Quindi il sistema culturale penetra sia nel sistema della personalità, sia nel sistema sociale perciò viene garantita la probabilità che i soggetti agenti siano motivati all’adempimento delle aspettative di ruolo, cioè agiscano in conformità a quelle aspettative, anziché deviare da esse. Logicamente esiste anche una interpenetrazione tra sistema della personalità e sistema sociale, tramite lo status-ruolo. L’aspetto essenziale dell’interpenetrazione tra i tre sistemi (personalità, cultura e sistema sociale) verta sulla dimensione etico-normativa che è strettamente connessa all’elemento dell’interiorizzazione: è per effetto di quest’ultima che il sistema della personalità fa proprie le norme morali e le tradizioni culturali. Per Parsons il sistema culturale funge da connettore tra individuo e sistema sociale pertanto se si nega al sistema culturale tale funzione, si avrà la dissociazione ossia la polarizzazione di personalità, da un lato, e struttura sociale, dall’altro, saremo cioè di fronte alla contrapposizione tra olismo e individualismo. A questa primazia di un sistema, quello culturale, sugli altri si accompagna la primazia di uno dei quattro elementi dell’azione sociale individuati dallo stesso Parsons. Essi consistono nel soggetto agente, nello scopo, nella situazione e nell’orientamento normativo, che induce a scegliere determinati mezzi piuttosto che altri, garantisce la connessione tra i tre precedenti elementi e si pone come sovraordinato rispetto ad essi. Anche a riguardo dell’azione sociale si registra quindi una primazia dell’elemento culturale rispetto agli altri. In questo schema interpretativo, la dimensione volontaristica dell’azione sociale è posta al centro del sistema sociale: sono gli uomini che danno vita ai valori e così questi diventano elementi della cultura e guidano il soggetto che aderisce ai valori, pena l’esclusione dalla vita sociale. In altre parole, il senso soggettivamente intenzionale
dell’agire deve sottostare all’esigenza integrativa del sistema. Quindi, Parsons è costretto a ridurre la “intenzionalità di agire weberiana” ad “orientamento normativo dell’azione”
con attenuazione dell’aspetto interpretativo volontaristico fondato sulla preoccupazione integrativa
e centrata sull’esigenza di mantenimento del sistema. Da quanto detto emerge uno sbilanciamento
della sua prospettiva dell’intenzionalità dell’azione di derivazione weberiana a favore dell’olismo
funzionalistico in quanto Parsons fa prevalere la centralità dell’esigenza del sistema e quindi la
prospettiva di Durkheim: in sostanza l’ordine normativo prevale sull’intenzionalità dell’attore.
2.1.3. Alexander e la centralità della questione epistemologica
Una indubbia continuità rispetto al contributo di Parsons è presente nella proposta del suo allievo Jeffrey C. Alexander, il quale introduce rilevanti elementi di novità rispetto alle elaborazioni del suo maestro. Il lavoro di approfondimento teorico di Alexander è proteso al superamento delle interpretazioni”unidimensionali” dei fenomeni sociali, comprese quelle volontaristiche, per approdare a quelle che lui stesso definisce multidimensionali. Egli in modo innovativo sostiene che il problema epistemologico ( circa natura e fondamenti della conoscenza dei fenomeni sociali) non è cosa distinta e autonoma rispetto al problema costituito dalla stessa natura dei fenomeni sociali, bensì il problema epistemologico implica direttamente la soluzione del problema sostanziale della stessa sociologia. Alexander propone una conoscenza scientifica della società con uno schema che include tutti i livelli che, procedendo lungo un continuum,vanno dal più generale e astratto al più specifico e concreto, in cui si articola la conoscenza scientifica. Essi vengono disposti nello schema lungo una linea che procede dal massimo livello di generalizzazione delle presupposizioni generali di conoscenza della realtà astratta ( metaphysical environment) per arrivare ai livelli massimi di specificità costituito dalle osservazioni come attività empiriche di conoscenza della realtà ( empirical environment). Entrambi i poli estremi della concettualizzazione ( generale e specifico) e gli ambiti di realtà chiamati in causa ( ambito metafisico e empirico ) sono compresenti necessariamente in ogni teoria poiché il procedimento scientifico non può fare a meno tanto dell’osservazione quando del ricorso a concetti generali. Inoltre l’autore sostiene che nella letteratura sociologica non vi sono teorie che simmetricamente e proporzionalmente si riferiscano ad entrambi questi ambiti, ma tendono sempre a accentuare il loro riferimento all’uno o in alternativa all’altro. L’imperativo da seguire per Alexander è la “ bidirezionalità ” del processo conoscitivo e la comprensione della realtà sociale nella sua “multidimensionalità”. Occorre quindi considerare le differenti e contrapposte modalità con cui la tradizione sociologica interpreta e risolve i due problemi fondamentali trattati dalla sociologia: la natura dell’azione umana e la natura dell’ordine sociale.
2.1.4. La natura dell’azione
L’analisi della natura dell’azione umana, analizzata seguendo i due principali orientamenti sociologici, si precisa come una dicotomia tra orientamenti teorici unilaterali e contrapposti e presenta un dilemma tra due modi alternativi di interpretare l’azione umana. Il primo è quello delle teorie positivistiche secondo cui l’attore non è in grado di esercitare un controllo su elementi oggettivi esterni che lo vincolano e ne condizionano l’azione. Il secondo è quello delle correnti idealistiche che pongono l’accento sugli elementi ideali, soggettivi, interni dell’azione che pur possedendo anche natura normativa, paradossalmente non sono la fonte di costrizione ma anzi caratterizzano la volontarietà dell’agire. Il fattore che realizza la sintesi tra obbedienza alle prescrizioni e libertà è insito nella sfera interiore del soggetto “ referente interno ” che consente di interiorizzare le norme da parte del soggetto facendogliele percepire come oggetti di libera scelta. Nello stesso ambito interiore ha sede una peculiare facoltà mentale, la volontà che consente di raggiungere uno scopo. Gli elementi fondamentali dell’azioni sono “le norme” (ambiente metafisico) e le condizioni (ambiente empirico). L’azione ha la seguente fisionomia: i fini dell’azione che si specificano in norme e scopi (le norme sono ideali normativi aventi carattere di
b) l’etnometodologia che studia il modo in cui, mediante i processi cooperativi dell’interpretazione, vengono coordinate le azioni e contemporaneamente vengono modificate le norme e rinnovate le forme di vita sociale; c) l’ermeneutica filosofica che spiega l’interpretazione di un testo tramandato come ricerca del “con-testo” di tale testo. Il contesto consiste nel sapere comune dell’autore ed il suo pubblico ed è riserva culturale a cui l’autore ha attinto per costruire le interpretazioni del mondo. -La razionalità comunicativa = fa riferimento alla suddetta ermeneutica filosofica nel senso che l’interprete può comprendere il significato di un testo tramandato solo quando ha presenti le ragioni che l’autore del testo avrebbe potuto addurre alle sue affermazioni. Ciò illustra la rilevanza della razionalità nei confronti della tradizione culturale. La razionalità comunicativa possiede due elementi fondamentali: in primo luogo, il comunicare in forma di argomentazione, infatti, Habermas sostiene che l’argomentazione è costituita da a) un’espressione linguistica problematica per la quale viene sollevata una pretesa di validità b) la ragione con la quale tale pretesa viene stabilita; in secondo luogo, il comunicare come discorso sul mondo come uso di un’espressione linguistica riferita a uno dei tre tipi di mondo ossia il mondo dei fatti o oggettivo, il mondo delle norme o sociale, il mondo delle esperienze vissute o soggettivo.
2.2.3. La tipologia dell’agire comunicativo
La comunicazione, quale fenomeno linguistico e sociale, si perfeziona come agire comunicativo. Per Habermas l’agire non può però essere ridotto a semplice comunicazione ( interpretazione di un discorso). Egli individua tre tipi di agire: -l’agire teleologico ( una “via di mezzo” tra olismo e individualistico, strategico per fini solitari) = comportamento dell’attore, in linea di principio solitari, il quale persegue uno scopo mediante la scelta dei mezzi adeguati ( ad es. agire strategico). In questo tipo di agire, l’attore si riferisce al mondo oggettivo dei fatti; -l’agire regolato da norme ( più olistico)= il comportamento dell’attore è orientato in base ai valori comuni e ci si riferisce al mondo sociale delle norme; -l’agire drammaturgico (più individualistico)= il comportamento dell’attore è teso ad evocare la propria immagine rivelando la propria soggettività. Qui ci si rapporta al mondo soggettivo dell’esperienza vissuta ( cioè come ci si autopresenta all’esterno). I tre tipi di agire danno vita a comunicazioni del tipo unilaterale facendo riferimento a uno dei tre tipi di volta in volta cioè l’agire comunicativo è vista come risultante delle tre tipologie (l’agire drammaturgico, questo è per Habermas quello ideale, perfetto perché in esso l’individuo porta a sintesi le potenzialità comunicative mentre normalmente un individuo può usare una o due tipi di agire ma non tutti e tre!). Habermas propone un tipo di agire che comprende tutte e tre le funzioni del linguaggio, attualizzando il potenziale comunicativo che è insito nelle espressioni linguistiche a cui ricorrono gli attori nelle loro interazioni e che chiama AGIRE COMUNICATIVO perché rappresenta la forma più completa di comunicazione.
2.2.4. Il mondo vitale
Il concetto di mondo vitale è fondamentale per l’autore il quale lo definisce attraverso una parziale convergenza e una parziale divergenza, rispetto alla concezione del mondo vitale che è stata elaborata dalla fenomenologia sociale.
-Convergenze nella concezione del mondo vitale tra Habermas e la fenomenologia sociale = il mondo sociale consiste in una “riserva di sapere” o bagaglio di conoscenze (background culturale) che è utilizzato nelle interazioni sociali per attivare il processo comunicativo orientato all’intesa. Per Habermas il sapere si attualizza nella misura in cui esso è diretto a definire una
situazione dell’agire la quale si configura come insieme di coordinate spaziali, temporali e sociali. Il mondo vitale si può sintetizzare, in senso fenomenologico, così come segue: mondo vitale= riserva di sapere+situazione. Il mondo vitale costituisce l’elemento linguistico culturale che ha una diretta utilizzazione operativa per il fatto di venire applicato a situazioni concrete. -Divergenze nella concezione del mondo vitale tra Habermas e la fenomenologia sociale = per la fenomenologia sociale il rapporto tra la situazione ed il mondo vitale è prevalentemente “topografico” (il qui del mio corpo, l’ora del mio presente). Per Habermas tale rapporto è perfettamente linguistico, come “insieme di nessi semantici che sussistono tra una espressione comunicativa data, il contesto immediato ed il loro orizzonte di significato connotativo”.
2.2.5. La disgiunzione tra sistema e mondo vitale
Alla dicotomia riproduzione simbolica-riproduzione materiale, riferita al divenire della società, corrisponde la dicotomia mondo vitale-sistema. I meccanismi sistematici definiti da Habermas “mezzi di comunicazione” coordinano il comportamento dei consociati assumendolo come insieme aggregato di azioni appropriandosi delle conseguenze non volute di tali azioni e organizzando queste conseguenze in connessioni di comportamenti che sono funzionali all’integrazione della società e alla stabilizzazione della sua riproduzione materiale. Habermas sostiene che in epoca moderna si riscontra una razionalizzazione del mondo vitale sotto tre profili, l’ultimo dei quali concerne la disgiunzione di mondo vitale e sistema: 1) l’ampliamento delle possibilità di esercitare le ragioni che fondano le argomentazioni nei processi di agire comunicativi; 2) la differenziazione tra i riferimenti al mondo oggettivo dei fatti,al mondo sociale delle norme,al mondo soggettivo delle esperienze soggettive 3) la formazione di ambiti di socialità libera da norme etiche nella quale le interazioni sociali sono guidate da norme tecniche proprie dei sistemi,quali ad esempio i meccanismi di mercato. Questo profilo del mondo vitale è la fonte di differenziazione che contrappone una integrazione sociale ad una integrazione sistemica. Habermas spiega il divenire dell’azione sociale non soltanto con la “teoria dell’evoluzione sociale” ma anche secondo la “teoria della reificazione” (alienazione) di derivazione marxista. Secondo questa teoria, nel mondo capitalistico, gli uomini sono valutati in base al loro “valore di scambio” e i prodotti del lavoro sono considerati con una autonomia propria facendo apparire chi li produce meri oggetti cioè cose. Sempre secondo Habermas le condizioni sistemiche compenetrano nel mondo vitale strumentalizzando le sue strutture.
2.2.6. La prospettiva di mediazione tra sistema e mondo vitale
Habermas elabora la sua teoria sulla società con un approccio marxista, in particolare considerando l’apporto del filosofo Gyorgy Lukàcs ed interpreta la dinamica della società come un processo di reificazione (alienazione) con una ipertrofia della componente sistemica rispetto a quella comunicativa propria del mondo vitale, con disaffezione nei confronti del valore dell’argomentazione razionale. In conclusione Habermas, pur collocandosi ad un livello prevalentemente normativo cerca una mediazione tra la struttura sociale e l’azione sociale. La posizione di Habermas può essere sinteticamente resa chiara con una tesi, una antitesi e una sintesi. La tesi riguarda la situazione linguistico-comunicativa “ideale”, fondata sull’agire comunicativo; l’antitesi riguarda la situazione “ linguistico-comunicativa” reale nella quale il mondo vitale è colonizzato da un sistema ipertrofico; la sintesi comprende la situazione linguistico-comunicativa “possibile”, corrispondente ad una razionalizzazione del mondo vitale e del sistema nel quadro di una evoluzione sociale “libera da dominio”.
2.3. La soluzione della dualità della struttura: Giddens
Anthony Giddens, sociologo del King’s College di Cambridge, tramite la teoria della strutturazione tende a far conciliare i due elementi di azione e struttura. Introduce il concetto di
L’azione ripetuta quotidianamente, la routinizzazione è un tema chiave nella teoria di Giddens e
spiega il motivo per cui buona parte del nostro agire si fonda sull’uso di elementi standardizzati.Il
sociologo afferma però che ogni soggetto possiede una capacità trasformativa della propria azione
di intervenire nello svolgimento delle azioni per modificarne il corso. La possibilità di
cambiamento insita in ogni riproduzione sociale (routine) comporta che non si possa mettere sullo
stesso piano una teoria della routine e una teoria della stabilità della società. Infatti, sebbene molte
delle nostre azioni siano imperniate sulla base di modelli e azioni consolidate, siffatta costruzione
concettuale è sostenuta per creare una teoria che riconosce:
-decentramento del soggetto ( non è il solo artefice della propria azione!)
-soggettività e centralità dell’attore.
2.3.2. La strutturazione
Giddens definisce il concetto di struttura come un insieme organizzato di regole e risorse, impiegate
continuamente in contesti spazio-temporali nella riproduzione dei sistemi sociali
-le regole permettono di orientarsi nelle situazioni in cui può essere applicata e da cui deriva la
genesi di una forma di attività
-le risorse sono costituite da vantaggi o capacità che gli agenti mettono in gioco al fine di
influenzare la natura o il risultato di un processo di interazione.Tali risorse sono strumenti di potere
poiché la possibilità di un agente di intervenire nel corso degli eventi dipende dalle risorse in suo
possesso.
NB. Appunti del prof: Nella visione di Giddens si rileva che l’individuo può essere lineare o può ripristinare la centralità della sua azione ( con la razionalità, la conoscenza discorsiva e la coscienza pratica), non c’è il privilegio di un elemento sull’altro. Circa le regole è necessaria una digressione: queste, spesso,
sono da rispettare anche se non le si conosce perché le regole non devono trovare limitazioni provenienti dal soggetto. Del resto ogni sistema sociale è tale, anche per definizione, se implica “un insieme di regole che più persone condividono in un dato momento storico” oppure il sistema è “ogni insieme di persone che condividono una stessa mission”.Infatti, quando si passa da un sistema sociale all’altro, ci si comporta in base alle regole del sistema in questione usando dei codici ( chiavi di decodifica) in relazione al contesto spazio-temporale. Per quanto le regole possano sopprimere la liberà individuale, senza regole non riusciremmo a produrre attività proprio perché le regole sono punti di riferimento valoriali imprescindibili. In questo discorso, c’è comunque la centralità dell’attore che, conoscendo le regole, può non rispettarle oppure può usare capacità (risorse intellettive dell’individuo) e vantaggi (possesso di situazioni/posizioni) per capovolgere le regole stesse, cambiando il sistema sociale. Si deduce, quindi, che il sistema sociale non è
mai un dato permanente ma modificabile dagli individui.
Dalle concezioni di Giddenssi profila una DUALITA’ della struttura cioè le sue proprietà
strutturali (regole, risorse) costituiscono:
° il mezzo tramite il quale la vita sociale è prodotta e riprodotta nel corso di attività ripetitive
prevalenti
° il risultato , prodotto e riprodotto, dall’agire degli esseri umani.
Con tale configurazione l’individuo agisce in modo consapevole ma, allo stesso tempo, concorre
proprio col suo agire a riprodurre la struttura.La dualità della struttura ci permette di capire la
continuità riscontrabile nella riproduzione sociale attraverso tempo e spazio. Tale dualità presuppone il controllo riflessivo degli individui durante l’attività sociale quotidiana ma evidenzia che la capacità di controllo è limitata da sconosciute condizioni dell’azione e impreviste conseguenze che possono verificarsi.
2.3.3. Cenni del dibattito sulla teoria della strutturazione
Il contributo di Giddens presenta due caratteri salienti: la teoria dell’agire viene connessa a una visione antropologica in cui l’uomo appare come un agente connesso; la struttura sociale è concepita come luogo di riproduzione di pratiche istituzionali. Tramite queste modalità, gli elementi astratti costitutivi della struttura prendono forma nelle attività quotidiane cioè le regole, semantiche e normative. La teoria di Giddens consentirebbe di considerare gli agenti e la struttura non come due entità distinte ma come una dualità per cogliere sia limiti sia opportunità che
permettono all’essere umano di modellare la propria vita.
2.3.4. Luci ed ombre della proposta di Giddens
Il dibattito sulla teoria di Giddens mette in luce quanto sia difficile superare il dualismo azione/
struttura che peraltro contrappone olismo ed individualismo. Lo sforzo di Giddens è stato la fonte di
apprezzamenti e di critiche. Nonostante i suoi sforzi rimangono ancora senza soluzione alcuni
quesiti. La scelta del sociologo di Cambridge di lavorare ad un livello teorico molto generale rischia
di trasformare i suoi studi in una sorta di credo che non lascia nessuno spazio alla verifica. Inoltre
emergerebbe la primazia dell’azione sulla struttura, per essere il soggetto sempre in grado di
orientare il corso della propria azione e enfatizzerebbe il carattere ripetitivo dell’agire umano.
Infine, l’autore non sarebbe riuscito ad indicare “quanto” gli attori possono essere davvero
trasformativi.
CAPITOLO TERZO “AZIONE E STRUTTURA”
3.1. Un quadro di riferimento
Gli olisti hanno teorizzato i fenomeni sociali a partire dalla struttura, gli individualisti a partire dall’attore. Gli olisti sono indotti a trascurare il peso della libertà individuale e a sopravvalutare l’incidenza dei condizionamenti strutturali. Gli individualisti sottovalutano la rilevanza del dato strutturale enfatizzando la libertà di scelta dei soggetti. Per opposte ragioni olisti ed individualisti non arrivano a riconoscere che azione e struttura sono entrambi essenziali (coessenzialità di azione e struttura). Tale affermazione trova riscontro nei dati che seguono. a) I FENOMENI SOCIALI SONO UN PRODOTTO UMANO = L’uomo è un animale biologicamente instabile che tende a sopperire alla sua debolezza nei confronti dell’ambiente creando strutture che lo difendono dal mondo esterno cioè creando le strutture sociali con le quali esprimere ordine ed organizzazione. I prodotti sociali dell’attività umana hanno carattere sui generis, relativamente autonomo rispetto al loro contesto organico ambientale (Gehlen 1985- Berger e Luckman 1969). b) I FENOMENI SOCIALI SONO UNA REALTA’ OGGETTIVA = I fenomeni sociali sono sempre creati dall’uomo anche se non appaiono direttamente identificabili come prodotto umano ma come qualcosa a sé stante, dotato di esistenza autonoma oggettiva ( emblematico è il caso della scansione del tempo che sembra un fatto naturale ma di fatto è una creazione sociale). All’oggettivazione si perviene tramite una molteplicità di processi che hanno modalità e configurazioni diverse, dalla costruzione dei fatti sociali (Durkheim) alla tipizzazione di Schutz: per tipizzazione Schutz intende la costruzione da parte dei soggetti di modelli specifici dei motivi e dei fini e persino degli atteggiamenti dei diversi attori sociali, di cui il comportamento concreto