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Sofocle - L'Edipo re, Guide, Progetti e Ricerche di Greco

Relazione personale sull'Edipo re di Sofocle

Tipologia: Guide, Progetti e Ricerche

2019/2020

Caricato il 29/07/2020

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Diamond_7 🇮🇹

4.2

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141 documenti

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Sofocle – Edipo re
Le vicende di questa tragedia possono essere definite come delle vere e proprie indagini nei
confronti dei loro antefatti nella storia di Edipo, profondamente tragica dall’inizio alla fine
della sua vita. Quest’ultima è tuttavia caratterizzata da una continua speranza da parte del
suddetto Edipo, che non si arrende allo svolgersi dei fatti drammatici finché non è
impossibile negarli.
Ancora una volta, ogni situazione è dettata dall’egida del fato, tutte le azioni, anche se si
cerca di allontanarvisi, in un modo o nell’altro confluiscono in un unico punto: Edipo è
destinato ad essere l’empio per eccellenza, l’esecutore dei due peccati ‘assoluti’, la cui
scelleratezza si protrarrà nelle concezioni di molteplici culture.
Stiamo parlando del parricidio e dell’incesto. Edipo sarà infatti destinato a uccidere il padre
inconsapevolmente e sposare la madre, dalla quale nasceranno quattro figli.
Con il susseguirsi delle vicende, Edipo sceglie di fuggire da Corinto, ciononostante si
imbatte nel padre e nei suoi servi, dei quali ne risparmia solo uno. Quando poi libera Tebe
dal flagello della Fenice, ne viene acclamato re e sposa la vedova del re morto.
È qui che inizia la vicenda. Inizialmente, con le parole del sacerdote [Ora questo paese vede
in te il salvatore – vv. 56-57] notiamo un interessante collegamento antropologico con
l’antichissima e tribale concezione di ‘Re Sacro’, analizzata dall’antropologo Frazer ne ‘il
ramo d’oro’. Fondamentalmente, era quasi un dogma la concezione per cui la fecondità
della terra fosse strettamente collegata all’integrità fisica e morale del sovrano di quella
determinata terra: qualora il re si ammalasse, non solo il raccolto diveniva tutt’altro che
fecondo, ma inoltre la peste si abbatteva sulla città ed è proprio ciò che accadde a Tebe
[l’infestissima peste, su Tebe incombe, e la tormenta, e dei Cadmèi vuote le case rende – vv.
31-33]. L’unico modo di respingere le sciagure era quello di uccidere il re o un suo sostituto,
definito capro espiatorio, che trasferiva interamente su di sé tutte le impurità: questa figura è
collegabile con Tiresia, che accusa Edipo della sua duplice colpa (dico che sei l’assassino
che cerchi – verso 368). Tra l’altro i messi stessi annunciano che la pestilenza avrà fine solo
quando verrà espulso dal paese l’assassino di Laio.
In moltissime scene noteremo una fortissima ironia tragica che Sofocle adopera quasi
costantemente per mezzo di un Edipo inconsapevole e a tratti ingenuo. Troviamo queste
caratteristiche nella scena in cui Edipo maledice profondamente l’uccisore di un uomo tanto
importante ch’era Laio, ma il culmine dell’ironia viene raggiunto quando Edipo stesso
pronuncia le seguenti parole: ‘Perché chi uccise Laio potrebbe ben pensare di colpire, con
una mano come questa, me’ (vv. 153-155) e ancora di più quando dice: ‘…Ebbene, io
combatterò per Laio questa battaglia, come se fosse mio padre’ (vv. 268-271). Edipo vive
fino ad allora in una costante bugia, crede infatti che suo padre, Polibo, sia semplicemente
morto di vecchiaia e sua madre si trovi lontana da lui, quindi afferma: ‘mio padre giace
morto a terra e io sono qui che non ho toccato spada contro di lui… Polibo si è portato,
morendo, tutti questi responsi, privi affatto di valore’. Finché possibile Edipo spera, anzi,
afferma con tutto il suo senno e la sua volontà di essere riuscito a scampare all’oracolo,
macchiando la sua figura di empietà.
Per quanto riguarda Giocasta, fermamente convinta della morte del suo reale figlio, non
manca mai di consolare il marito Edipo per le colpevolezze affibbiategli da Creonte e
Tiresia, e anzi, non manca mai di rispondere a ogni suo dubbio quando Edipo comincia a
svolgere delle indagini per assicurarsi della veridicità dei fatti, fermo restante che si affigga
a ogni barlume di speranza.
Possiamo definire il personaggio di Giocasta come estremamente vivo, in quanto è sempre
tesa in un’ostinata difesa di Edipo contro Edipo e disprezza gli oracoli per via della sua
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Sofocle – Edipo re Le vicende di questa tragedia possono essere definite come delle vere e proprie indagini nei confronti dei loro antefatti nella storia di Edipo, profondamente tragica dall’inizio alla fine della sua vita. Quest’ultima è tuttavia caratterizzata da una continua speranza da parte del suddetto Edipo, che non si arrende allo svolgersi dei fatti drammatici finché non è impossibile negarli. Ancora una volta, ogni situazione è dettata dall’egida del fato, tutte le azioni, anche se si cerca di allontanarvisi, in un modo o nell’altro confluiscono in un unico punto: Edipo è destinato ad essere l’empio per eccellenza, l’esecutore dei due peccati ‘assoluti’, la cui scelleratezza si protrarrà nelle concezioni di molteplici culture. Stiamo parlando del parricidio e dell’incesto. Edipo sarà infatti destinato a uccidere il padre inconsapevolmente e sposare la madre, dalla quale nasceranno quattro figli. Con il susseguirsi delle vicende, Edipo sceglie di fuggire da Corinto, ciononostante si imbatte nel padre e nei suoi servi, dei quali ne risparmia solo uno. Quando poi libera Tebe dal flagello della Fenice, ne viene acclamato re e sposa la vedova del re morto. È qui che inizia la vicenda. Inizialmente, con le parole del sacerdote [Ora questo paese vede in te il salvatore – vv. 56-57] notiamo un interessante collegamento antropologico con l’antichissima e tribale concezione di ‘Re Sacro’, analizzata dall’antropologo Frazer ne ‘il ramo d’oro’. Fondamentalmente, era quasi un dogma la concezione per cui la fecondità della terra fosse strettamente collegata all’integrità fisica e morale del sovrano di quella determinata terra: qualora il re si ammalasse, non solo il raccolto diveniva tutt’altro che fecondo, ma inoltre la peste si abbatteva sulla città ed è proprio ciò che accadde a Tebe [l’infestissima peste, su Tebe incombe, e la tormenta, e dei Cadmèi vuote le case rende – vv. 31-33]. L’unico modo di respingere le sciagure era quello di uccidere il re o un suo sostituto, definito capro espiatorio, che trasferiva interamente su di sé tutte le impurità: questa figura è collegabile con Tiresia, che accusa Edipo della sua duplice colpa (dico che sei l’assassino che cerchi – verso 368). Tra l’altro i messi stessi annunciano che la pestilenza avrà fine solo quando verrà espulso dal paese l’assassino di Laio. In moltissime scene noteremo una fortissima ironia tragica che Sofocle adopera quasi costantemente per mezzo di un Edipo inconsapevole e a tratti ingenuo. Troviamo queste caratteristiche nella scena in cui Edipo maledice profondamente l’uccisore di un uomo tanto importante ch’era Laio, ma il culmine dell’ironia viene raggiunto quando Edipo stesso pronuncia le seguenti parole: ‘Perché chi uccise Laio potrebbe ben pensare di colpire, con una mano come questa, me’ (vv. 153-155) e ancora di più quando dice: ‘…Ebbene, io combatterò per Laio questa battaglia, come se fosse mio padre’ (vv. 268-271). Edipo vive fino ad allora in una costante bugia, crede infatti che suo padre, Polibo, sia semplicemente morto di vecchiaia e sua madre si trovi lontana da lui, quindi afferma: ‘mio padre giace morto a terra e io sono qui che non ho toccato spada contro di lui… Polibo si è portato, morendo, tutti questi responsi, privi affatto di valore’. Finché possibile Edipo spera, anzi, afferma con tutto il suo senno e la sua volontà di essere riuscito a scampare all’oracolo, macchiando la sua figura di empietà. Per quanto riguarda Giocasta, fermamente convinta della morte del suo reale figlio, non manca mai di consolare il marito Edipo per le colpevolezze affibbiategli da Creonte e Tiresia, e anzi, non manca mai di rispondere a ogni suo dubbio quando Edipo comincia a svolgere delle indagini per assicurarsi della veridicità dei fatti, fermo restante che si affigga a ogni barlume di speranza. Possiamo definire il personaggio di Giocasta come estremamente vivo, in quanto è sempre tesa in un’ostinata difesa di Edipo contro Edipo e disprezza gli oracoli per via della sua

necessità di salvezza che poi trabocca in cinismo [Ma il connubio materno tu non temerlo. Molti dei mortali con la madre si giacquero nei sogni. Ma chi non dà valore a queste cose prende la vita nel modo migliore – vv. ]. Questo è uno spunto di risonanza nella vita dello spirito umano e questo concetto verrà poi spiegato per mezzo del ‘complesso edipico’, eretto a cardine del freudismo. Lo psicanalista Sigmund Freud ha infatti posto in esame lo studio di questo eccezionale collegamento tra i peccati commessi da Edipo e la nostra vita quotidiana: vi è una modernità costante in questo concetto. Secondo Freud, il suo destino ci commuove soltanto perché sarebbe potuto diventare anche il nostro, perché prima della nostra nascita l’oracolo ha decretato la medesima maledizione di noi per lui. È da palesare il fatto che da piccoli, non avendo ovviamente ancora nessuna coscienza dell’eticità dogmatica, tendiamo a sviluppare un amore morboso nei confronti della madre e un altrettanto ossessivo sentimento di gelosia nei confronti del padre. Col tempo però, come ci dice Freud, noi riusciamo a vincolarci da questi sentimenti e tutt’al più li ricordiamo con simpatia, mentre Edipo non è fortunato come noi. Davanti alla persona in cui si è adempiuto quel desiderio primordiale dell’infanzia indietreggiano inorriditi, con tutta la forza della rimozione che questi desideri hanno subito allora nel nostro intimo. Ciò non basta: Sofocle ha intenzione di costringerci a prendere coscienza di questi impulsi, che anche se repressi, sono pur sempre presenti, e lo fa con questo monito che tocca noi stessi e il nostro orgoglio, sempre a detta di Freud. ‘…mirate lui che sapeva gli enimmi famosi, il più grande tra gli uomini, Edipo, a cui nessuno nel tempo felice si volse senza un invido sguardo… verso che gorghi d’orrore e di dolore discenda…’. I critici moderni hanno tuttavia trovato altamente discutibile quest’analisi freudiana e nonostante sia molto plausibile, hanno affermato che Edipo non possiede in realtà il complesso di Edipo perché non uccide il padre per un eccessivo odio e non sposa la madre per un’attrazione incestuosa; ancora, altri critici attribuiscono all’incesto nella tragedia un significato addirittura esclusivamente simbolico. Per quanto riguarda l’eticità delle vicende, possiamo dire che quella in cui sono immersi Edipo e i suoi familiari appartiene interamente alla “civiltà di colpa”, alla quale appartengono caratteri ben più progrediti rispetto a quella “di vergogna”. Gli “eroi” di questa tragedia sono ben lontani dalla sfrontatezza di quelli omerici, i quali non vengono minimamente toccati da alcun senso di rimorso, altamente presente invece nella vicenda di Edipo. Strettamente collegata a queste concezioni per cui il rimorso è strettamente dato dalla propria persona, vi è l’ereditarietà della colpa, che Edipo ricorda alle figlie Ismene e Antigone, mentre stanno piangendo e sono ancora troppo piccole per capire: “di queste offese sarete bersaglio. E chi vi sposerà? Nessuno, figlie. Cioè, la vostra sorte non sarà che un arido intristire senza sorte”. I peccati commessi dai genitori ricadono sui figli e sull’intera stirpe: È importante denotare la responsabilità che Edipo si assume a prescindere dal fatto che non fosse consapevole di essere destinato a commettere dei peccati così cospicui, anche tentando di sfuggire a una tale condanna. Un altro punto cardine che ci definisce un’altra differenza con la civiltà della vergogna, è sicuramente il fatto che vi è un distacco con la cultura del γένος a diretto favore dell’individualità del singolo. La figura di Edipo è di fatto condannata a non veder mai la luce, ma a vagare per sempre in futili speranze, finte certezze e infine nel buio più totale, alla fine infieritosi di sua spontanea volontà. Ecco perché la cecità di Edipo è in realtà costante nel dramma: “tu hai gli occhi ma non vedi quanto è grande la tua disgrazia (Tiresia, vv. 414, 415)” Il coro negli ultimi versi intona che “nessun mortale, se si guarda all’ultimo giorno, è dato reputare mai felice, prima che senza sofferenza varchi quel supremo limite (vv. 1532-