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La rioccupazione del Giappone dopo la seconda guerra mondiale, il ruolo del Tribunale Militare di Tokyo e la nuova Costituzione. Viene inoltre trattata la ricostruzione economica e la crescita industriale, nonché le crisi e le sfide internazionali che il Giappone ha affrontato negli ultimi decenni. una panoramica dettagliata della storia economica e politica del Giappone dal 1945 al 2000.
Tipologia: Sintesi del corso
Caricato il 11/11/2021
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L’occupazione del Giappone si protrasse dal settembre 1945 all’aprile 1952. I Paesi occupati durante la Guerra del Pacifico ritornarono sotto la dominazione coloniale o restituiti alla Repubblica di Cina, mentre la Corea fu occupata dall’URSS e USA rispettivamente a Nord e Sud del 38° parallelo. Il Piano per l’occupazione del territorio metropolitano giapponese era stato elaborato da una commissione istituita già nel 1942 e fu messo in pratica quando l’Impero accettò la resa e il Presidente Truman nominò capo del Congresso supremo delle potenze alleate (SCAP) il generale MacArthur, affidandogli l’obiettivo di democratizzare e smilitarizzare il Giappone. I vincitori istituirono la Commissione per l’Estremo Oriente, con l’incarico di elaborare la strategia di intervento nel territorio occupato. Con l’occupazione:
anni del successo, che fu dovuto alla priorità assegnata alla crescita economica dai governi di quegli anni e alla scarsissima sindacalizzazione del proletariato: infatti, nonostante i diritti sindacali fossero stati riconosciuti, il 1° febbraio 1947 lo SCAP vietò lo sciopero dei dipendenti pubblici, dando un forte segnale repressivo alle organizzazioni sindacali e agli oppositori delle scelte politiche del governo. Un ulteriore intervento fu la “purga rossa” attuata nel 1950, quando diverse migliaia di comunisti giapponesi furono licenziati dagli uffici pubblici e privati. Fondamentali furono l’intervento dello Stato e il ruolo svolto dai burocrati nella creazione di vari “programmi” economici, di durata più o meno quinquennale, volti a favorire in ogni modo la ripresa e sviluppati sulla base di una politica economica fondata su tre principi:
Lo scoppio della bolla speculativa all’inizio degli anni Novanta interruppe il lungo periodo di sviluppo economico durante il quale il Giappone si era sviluppato sino a diventare la seconda potenza economica mondiale. Il decennio 1990-2000 viene oggi ricordato come “decennio perduto”, ma, visto il perdurare della crisi anche nei primi anni Duemila, spesso esso viene ridenominato “ventennio perduto”. La crisi poté dirsi superata solo nel 2006, ma appena due anni dopo la crisi finanziaria mondiale colpì in maniera pesante il Sol Levante, comportando una contrazione delle esportazioni e della domanda interna e un aumento del tasso di disoccupazione. Il governo guidato dal liberaldemocratico Aso Taro non si rivelò in grado di reggere alla prova, e nell’agosto del 2009 si tennero elezioni anticipate che segnarono la nascita del governo del socialdemocratico Hatoyama Yukio, che si impose con proposte riguardanti sussidi, riduzione della burocrazia e della sua influenza e stimoli ai consumi interni. Le promesse elettorali rimasero comunque tali e la sua popolarità crollò: fu sostituito da Kan Naoto, che dovette affrontare la terribile prova del terremoto/maremoto di Sendai e del disastro nucleare di Fukushima, a sua volta sostituito da Noda Yoshihiko. Entrambi ebbero scarso successo, e le elezioni anticipate del 2012 consentirono la rielezione di Abe Shinzo, già premier fra il 2006 e il 2007, con un ambizioso programma conosciuto come “abenomics”, volto a favorire una politica monetaria espansiva, la riduzione dei tassi di interesse, la svalutazione dello Yen e una serie di riforme, con risultati che si vedranno nel lungo periodo ma che sembrano essere quantomeno contraddittori. Le trasformazioni sociali hanno generato un diffuso disagio sociale in tutte le classi sociali del paese. L’aumento della disoccupazione, la precarietà del lavoro, il divario generazionale e le differenze retributive fra coloro che hanno contratti a tempo determinato o indeterminato rendono il Giappone un paese in cui esiste un forte senso di insicurezza e vulnerabilità, con un conseguente alto tasso di suicidi. Problematico è anche l’andamento demografico del Sol Levante, in cui gli ultrasessantacinquenni costituiscono ormai il 40% della popolazione, con una natalità fra le più basse del mondo, ponendo il governo di fronte a una forza lavoro in continua riduzione e ad un aumento delle spese destinate alla sanità e al sistema pensionistico. A causa della crisi e della catastrofe dell’11 marzo 2011, il Giappone è profondamente cambiato. Si è diffuso un forte sentimento di insicurezza e vulnerabilità, la classe media è stata fortemente colpita, la popolazione si è scoperta sempre più anziana e sempre più insoddisfatta dalla classe politica nazionale, all’inadeguatezza della quale ha risposto con l’astensionismo. Una misura presa per ridurre questa piaga è stata quella di abbassare l’età necessaria a votare da 20 a 18 anni mediante la nuova legge elettorale varata nel 2015, che, si spera, possa portare i giovani a interessarsi sempre di più alla politica, complice anche l’attivismo studentesco e sindacalista nato post 11 marzo. Per quanto riguarda le relazioni internazionali dell’Impero, esse sono fortemente legate all’alleanza strategica con gli Stati Uniti. Aso Taro fu il primo leader straniero ad essere ricevuto da Barack Obama nel 2009, primo segno di quella politica del “pivot to Asia” che ha caratterizzato ambo i suoi mandati, ottenendo rassicurazioni sulla collaborazione nippo-americana: essa è stata parzialmente messa in discussione dal suo successore, Hatoyama, sostenitore di una politica estera maggiormente distaccata dal controllo di Washington e più concentrata sul controllare le minacce della zona, in particolar modo quella cinese e quella nordcoreana. In campagna elettorale, Hatoyama si era anche fatto portatore della richiesta di trasferire le installazioni militari statunitensi fuori dall’isola di Okinawa, suscitando la piccata reazione dell’amministrazione Obama, e della volontà di ritirare la partecipazione giapponese al braccio marittimo di Enduring Freedom. Questo secondo punto venne rispettato, ma l’ammissione dell’impossibilità di attuare il
primo punto lo costrinse alle dimissioni, anche se la questione delle basi dell’isola riemerge periodicamente. Delicatissima è la questione della Corea del Nord, ritornata a essere un focolaio di tensione a partire dai test missilistici del 2009 e dalla salita al potere di Kim Jon Un nel 2013. Tensioni crescenti si stanno sviluppando anche con la Cina popolare, soprattutto per quanto riguarda le isole Senkaku, facenti parte del Giappone ma considerate come parte della Cina da Pechino. Fondamentale è, sulla questione, il supporto degli Stati Uniti, che continuano a ritenere il Giappone come il principale bastione occidentale nell’area dell’Asia e che sperano in un progressivo riavvicinamento del Sol Levante con Seul, con cui le relazioni diplomatiche sono sempre tese a causa dell’irrisolta questione delle “comfort women” e del mancato riconoscimento giapponese di buona parte dei crimini di guerra perpetrati dalle truppe giapponesi nel corso della Seconda Guerra Mondiale.