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Riassunto del libro storia del miracolo italiano
Tipologia: Sintesi del corso
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Il testo analizza la natura dello Stato italiano che si consolida negli anni Cinquanta, mettendo in luce come esso sia fortemente legato sia alla propria storia e cultura precedenti sia alla classe politica del centrismo. Questo apparato statale, che si trova poi a gestire gli anni del boom economico e dell’ apertura a sinistra , conserva tratti fondamentali già presenti prima e durante il fascismo, confermando le osservazioni di Claudio Pavone sulla “continuità” dello Stato dal fascismo al post-fascismo. In sostanza, la rottura del 1943-45 non portò a un completo rinnovamento delle strutture, ma a una loro riconferma in larga parte. La cultura politica che permea lo Stato in questo periodo trova ulteriore coesione nel contesto della Guerra fredda , con una polarizzazione crescente e nuove articolazioni interne. Fonti documentarie statunitensi confermano la durezza dell’azione anticomunista, soprattutto all’inizio del decennio, durante la guerra di Corea. Emblematiche sono le parole di De Gasperi all’ambasciatore americano nel 1952, secondo cui i fascisti sarebbero stati disposti a combattere al fianco dell’Occidente in caso di guerra, mentre lo stesso non si poteva dire per i comunisti. Questo clima di tensione non si esaurisce rapidamente: il suo protrarsi è legato sia all’andamento altalenante della distensione internazionale, sia alla politica di settori del governo americano che, di fatto, contraddicono le dichiarazioni ufficiali, anche negli anni di Kennedy. Ne è prova un episodio del novembre 1961, quando all’ambasciata americana di Roma l’addetto militare Vernon Walters ipotizzò persino un intervento armato USA per impedire l’ingresso dei socialisti al governo. Nello stesso periodo, la struttura clandestina Stay Behind e l’organizzazione Gladio iniziano a diventare operative. Lo storico Carlo Pinzani sottolinea l’intreccio tra le pressioni americane e l’iniziativa autonoma dei governi italiani in chiave
anticomunista. Questa iniziativa interna, infatti, ebbe un peso rilevante nel radicare logiche, culture e pratiche destinate a consolidarsi nel tempo. All’interno dello Stato si sviluppa così un doppio registro di comportamento: da un lato, la normalità giuridica e il rispetto del diritto; dall’altro, la possibilità di escludere una parte della cittadinanza dalla piena fruizione di quei diritti, considerandola ostile e straniera alla nazione. Questo duplice meccanismo, studiato anche da Franco De Felice nel concetto di “doppio Stato” , assume in Italia un significato particolare perché la Guerra fredda non si innesta su istituzioni neutre, ma su apparati e culture già segnati dall’epoca fascista. Di conseguenza, la discriminazione verso gli oppositori politici – formalmente sancita negli anni ’20 e ’30 e poi mantenuta in forme più informali – viene rafforzata, creando fratture profonde nella vita politica e sociale del paese.
Il testo descrive, con ricchezza di esempi tratti dai documenti dell’Archivio centrale dello Stato, il clima politico e le misure adottate dal governo italiano nei primi anni Cinquanta, in particolare sotto il governo Scelba (1954-55), per contrastare e isolare il Partito Comunista Italiano. Il punto di partenza sono le discussioni nei Consigli dei ministri , sia nel momento di massima tensione della guerra di Corea (inizio anni ’50), sia dopo la sconfitta della “legge truffa” del 1953, che aveva segnato una crisi del centrismo. In questi incontri, il tema dell’azione contro i comunisti è centrale: si discute di provvedimenti di ampia portata, in particolare verso i funzionari pubblici che non garantiscano fedeltà alle istituzioni democratiche. La linea guida, espressa più volte da Scelba, parte dall’idea che il PCI agisca fuori dalla Costituzione e contro lo Stato democratico , con l’appoggio di una potenza straniera (l’URSS). Secondo questa impostazione, occorre “modificare la mentalità” che considera normale la sua attività, e trattarlo non come un soggetto
comunisti dagli incarichi pubblici e scolastici, prosciugamento delle fonti di reddito del PCI (incluse le cooperative), e azioni per indebolire la sua base economica e organizzativa. In sintesi, emerge un intreccio tra iniziativa autonoma del governo italiano e strategie anticomuniste statunitensi , volto a escludere il PCI e la sinistra da spazi politici, economici, culturali e istituzionali, consolidando una prassi discriminatoria che travalica la normale dialettica democratica e si avvicina a un vero e proprio “stato d’eccezione” permanente nei confronti di un avversario politico interno.
Il paragrafo mette al centro un nodo cruciale: le decisioni politiche del dopoguerra non si esaurirono nella loro veste formale o nelle intenzioni dichiarate, ma produssero effetti concreti e duraturi sia sul funzionamento quotidiano dello Stato sia sulla formazione di un sentimento collettivo che l’autore chiama cultura del «non diritto». Anche quando le misure non venivano applicate “integralmente” — come osservato dallo stesso Scelba— il loro valore psicologico e propagandistico fu sufficiente a orientare comportamenti, pratiche amministrative e rapporti sociali in senso discriminatorio e repressivo. Due direzioni d’azione vengono evidenziate. La prima è quella amministrativa e istituzionale: circolari e comunicati governativi produssero immediati risvolti operativi negli uffici periferici dello Stato. Ne è esempio plastico la relazione del prefetto di Bologna ( febbraio 1955) richiamata dallo stesso Scelba: il prefetto descrive la rimozione dal personale di uffici statali di «elementi di dubbia tendenza politica», la sostituzione di impiegati degli uffici di collocamento ritenuti non affidabili, la segnalazione di insegnanti «infidi» al Provveditore agli studi, la sospensione di un sindaco per attività antireligiosa, il progressivo restringimento dell’uso delle piazze pubbliche e la revoca di licenze a circoli ricreativi passati sotto il controllo delle organizzazioni socialcomuniste. Queste misure mostrano come le indicazioni politiche, anche se non codificate in
norme nuove, produssero una vasta gamma di interventi amministrativi, ispettivi e punitivi. La seconda direzione è psicologico-culturale: la strategia comunicativa governativa non mirava soltanto a colpire avversari, ma soprattutto ad attivare e legittimare porzioni ampie della società. Il «messaggio» ufficiale contribuiva a creare un clima di sospetto e a normalizzare pratiche di esclusione: ciò che si definisce non con un processo legale ma con procedure amministrative e controlli riservati viene trasformato in qualcosa di “sospetto” o “pericoloso” per il paese, e questo atteggiamento si radica nei comportamenti di funzionari, dirigenti locali e opinione pubblica. Un altro filone importante è la persistenza e il ruolo del Casellario Politico Centrale (CPC). Nato in epoca precedente e significativamente potenziato durante il fascismo, il CPC non scomparve con la caduta del regime ma sopravvisse in forme meno ufficiali nella Repubblica. La testimonianza del capo della polizia Vincenzo Parisi segnala che, al 1961, il registro contava oltre 13. «vigilati», in larghissima parte classificati come estremisti di sinistra. I fascicoli non erano depositati centralmente in maniera trasparente, ma emergono qua e là negli archivi del Ministero dell’Interno e nelle pratiche amministrative: il meccanismo tipico partiva da un’informazione fiduciaria del questore, saliva al prefetto, poi al ministero dell’Interno e alla Pubblica Istruzione, per ricadere infine sul luogo di lavoro (provveditore, preside) con conseguenti ispezioni, trasferimenti o non conferme di incarichi. Il bersaglio privilegiato di questa sorveglianza fu il mondo della scuola: numerosi casi documentati —alcuni ripetuti negli anni— riguardano maestri e professori accusati di attività propagandistica o semplicemente schedati per le loro «tendenze». Le procedure investigative sono significative per la loro pervasività: questionari ai genitori, interrogazioni al parroco o ai carabinieri, raccolta di dichiarazioni scritte, controlli ripetuti. Anche quando dirigenti scolastici o ispettori difendevano pubblicamente l’integrità professionale dei colleghi, la «vigilanza riservata» continuava e
Il testo descrive come, negli anni ’50, la Democrazia Cristiana sviluppò una vera e propria “cultura di governo” basata su un uso politico e clientelare delle risorse statali, con una gestione del consenso mirata, capillare e spesso di breve respiro. L’analisi parte da due casi emblematici:
risorse statali in modo frammentato e poco strategico, frenando progetti di sviluppo industriale più organici. Questa cultura amministrativa era accompagnata da un rafforzamento corporativo e da una politica di concessioni selettive ai ceti medi, descritta da Alessandro Pizzorno come “attrazione individualistica”: usare le disuguaglianze come incentivo a partecipare al sistema, garantendo benefici a gruppi specifici a scapito di altri. Nei Consigli dei ministri, le decisioni sul pubblico impiego mostrano la stessa logica: le regole servivano spesso solo come base per introdurre eccezioni mirate a categorie fedeli, come nel caso del dibattito sugli stipendi degli insegnanti o della “legge Pitzalis” del 1959 che aumentava le promozioni nei quadri direttivi oltre i limiti di organico. Infine, la gestione della previdenza sociale nelle campagne fu un altro strumento di potere: l’estensione della mutua e delle pensioni ai coltivatori diretti rafforzò enormemente la Confederazione Nazionale dei Coltivatori Diretti di Paolo Bonomi, alleata della DC. Viceversa, si negarono benefici analoghi a categorie percepite come ostili, come i mezzadri, per non favorire l’organizzazione politica della sinistra. In sintesi, la “cultura di governo” di quegli anni si basava su:
Il testo mette in luce come, tra la metà degli anni ’50 e l’inizio dei ’60, nel campo della giustizia italiana sopravvivano strutture, mentalità e
tener conto delle “differenti attitudini di ciascun sesso”. Persino il concorso per uditore giudiziario del 1958 resta precluso alle donne, con ricorsi respinti per cavilli formali. Emblematica anche la sentenza del 1961 che mantiene la punibilità dell’adulterio solo per la donna, in nome di una presunta maggiore gravità morale. Questa cultura si manifesta anche nei discorsi d’apertura degli anni giudiziari , dove si attacca la legge Merlin (1958) che abolisce le case di tolleranza, accusata di aver “portato la prostituzione in strada” e di corrompere i giovani. Magistrati e prefetti, come quello di Venezia, chiedono apertamente modifiche per ripristinare forme di regolamentazione o controllo più rigide. Altri temi ricorrenti sono la “delinquenza giovanile”, per cui si invocano misure repressive drastiche, e il cinema, accusato di diffondere valori morali devianti: si propone una crociata contro i film ritenuti “deteriori” e contro certa stampa, con richieste di censura più stretta. L’atteggiamento censorio emerge anche nelle critiche ufficiali a La dolce vita di Fellini, vista come minaccia all’ordine pubblico. In sintesi, questo quadro mostra come, nonostante i cambiamenti sociali del boom economico e i principi costituzionali, il sistema giudiziario e parte della cultura politica degli anni ’50-’60 restino ancorati a visioni autoritarie, sessiste e moraliste, lente a recepire le trasformazioni della società e spesso orientate più al mantenimento dell’ordine tradizionale che alla piena applicazione della democrazia costituzionale.
Il passaggio prende avvio da un’osservazione di Anna Maria Ortese sulla singolare composizione dei comunisti napoletani degli anni Cinquanta: tra loro convivevano «spiriti profondamente liberali» con compagni incapaci di una «indipendenza laica», saldati a un’aspirazione allo «Stato Universale». Ortese risolve in parte la contraddizione definendo il comunismo napoletano di allora come un liberalismo d’emergenza : non una scelta teorica pura, ma la forma
politica più immediata e praticabile di opposizione a un potere locale fortemente illiberale (si pensi alla stagione di Achille Lauro). Quell’adesione testimoniava quindi più la funzione di opposizione che una piena compatibilità di valori, e per questo era internamente vulnerabile: ben inserita nella cultura organizzativa del partito, rischiava di venire progressivamente compressa e “stritolata” dall’ortodossia e dalle pratiche partitiche dominanti. Questa tensione tra ricchezza culturale e settarismo organizzativo è poi evocata dalla letteratura contemporanea (Rea, La Capria), che offre metafore efficaci: Rea si chiede quando «le lancette dell’orologio si fermarono», descrivendo una regressione lenta e intermittente che porta, a metà degli anni Cinquanta, a una sorta di «pietrificazione» della città. La Napoli del decennio appare così sia ferita che anestetizzata, immagine utile a comprendere come gli umori politici riflettano più ampie stagnazioni culturali. A livello politico il testo individua la metà del decennio come momento rivelatore e di svolta, segnato da due traumi concreti e simbolici: la cocente sconfitta della CGIL alle elezioni delle commissioni interne Fiat del 1955 e il complesso e drammatico 1956. Quest’ultimo anno contiene più scansioni: il XX Congresso del PCUS (febbraio) che apre alla critica dello stalinismo e alla coesistenza pacifica; la rivelazione pubblica del «rapporto segreto» di Chruščëv (giugno); e poi le insurrezioni in Polonia e in Ungheria, con esiti divergenti ma con lo stesso effetto di shock sul corpo del movimento comunista europeo e italiano. Il carattere paradossale del 1956 è che la violenza e lo scandalo furono immediati e profondi, ma la risposta organizzativa del PCI rimase relativamente contenuta: il trauma fu in larga parte rimosso nei comportamenti formali (iscrizioni, voti), mentre si manifestò più incisivamente a livello culturale e identitario. Proprio qui il testo richiama il nucleo più profondo della trasformazione: la crisi del mito sovietico svelò «sedimentazioni profonde di identità, grumi ideologici, illusioni e attese rivoluzionarie, smarrimento, delusione e rabbia». In altre parole, ciò che veniva messo in crisi non era solo una dottrina o una leadership, ma
intimidazione estrema, spesso con conseguenze tragiche per gli operai colpiti. Nel 1955, all’indomani delle elezioni interne alla FIAT, Pietro Nenni denuncia pubblicamente pratiche aziendali sistematiche di ricatto e sorveglianza: controlli all’ingresso e fuori dalla fabbrica, lettere minatorie, minacce di licenziamento legate al voto sindacale. Queste accuse trovano conferma in documenti che rivelano un sistema strutturato: “tribunali di fabbrica” per dare parvenza legale ai licenziamenti, reparti-confino, una rete capillare di informatori e un corpo di sorveglianza interna, con la collaborazione attiva di polizia, carabinieri e SID, spesso retribuiti con denaro o regali aziendali. Le schede informative raccolte tra il 1949 e il 1966 contengono dati non solo politici, ma anche dettagli intimi sulla vita privata dei dipendenti, segnalati talvolta con l’aiuto di parroci. Questo intreccio tra potere industriale e apparati statali non è esclusivo della FIAT: in altri centri industriali, come Sesto San Giovanni, la polizia chiedeva informazioni politiche e morali sui lavoratori per orientare la vigilanza. Tutto ciò si inserisce in un clima di “libertà congelata” degli anni ’50, in cui la discriminazione prevale sull’uguaglianza, come denunciato anche dalla Commissione parlamentare d’inchiesta del 1955, senza però ottenere eco sulla stampa. Sul piano economico, la prima metà del decennio è segnata ancora da crisi postbellica e da licenziamenti, soprattutto nei nuclei operai storici del dopoguerra, ma in parallelo si avviano i processi che porteranno al boom economico. Questo crea isolamento per la classe operaia organizzata e confusione interpretativa nella sinistra, che tende a mantenere una lettura catastrofista del capitalismo italiano. Secondo testimonianze come quella di Fabrizio Onofri, il PCI continua a negare la possibilità di sviluppo industriale, restando ancorato a schemi rigidi. Il 1956 segna un passaggio difficile, tra distensione internazionale e avvio della “grande trasformazione”. La base della sinistra è disorientata, le ideologie sembrano perdere presa, cresce
l’opportunismo. Nei centri industriali e urbani il PCI perde iscritti, anche nel Mezzogiorno: a Napoli si passa da 76.000 iscritti nel 1954 a 29.000 nel 1963, con cali significativi anche in Puglia. In alcune aree, come Milano, l’aumento di voti dovuto all’immigrazione si accompagna a un calo delle iscrizioni, aprendo una “forbice” tra elettorato e militanza. Questi mutamenti si riflettono anche nella composizione interna del partito: crollo della Federazione giovanile, ricambio generazionale discontinuo, e indebolimento dell’egemonia culturale che Togliatti considerava un pilastro della strategia comunista. Il trauma politico del 1956 amplifica tali fragilità, rendendo evidente che il radicamento operaio e la capacità di orientamento ideologico della sinistra stanno subendo una trasformazione profonda.
Negli anni ’50, il dibattito culturale italiano – e in particolare quello della sinistra – si sviluppò in un contesto segnato da visioni ideologiche rigide e da un generale ritardo nell’elaborare strumenti critici adeguati alla nuova realtà sociale ed economica. La cultura comunista, influenzata più dallo stalinismo che dal marxismo originario, concepiva il capitalismo come ormai incapace di produrre sviluppo; un atteggiamento che trovava un parallelo, in senso opposto ma simmetrico, nell’ostilità al moderno diffusa in ampi settori del cattolicesimo, compresa una parte delle correnti “eretiche” più sensibili al tema della povertà ma disorientate di fronte alla modernizzazione. Vi erano eccezioni, come alcune aree dell’economia cattolica legate a enti come IRI, SVIMEZ, Censis, e iniziative editoriali come “Il Mulino”, ma restavano minoritarie. Anche nel mondo laico e liberale, rappresentato da testate come “Il Mondo”, si registrava scarsa attenzione e talvolta fastidio verso i processi di modernizzazione, così come limitata era la penetrazione in Italia dei fermenti culturali internazionali. Pietro Scoppola osservò come la cultura, in tutte le aree ideologiche, tendesse a seguire i processi reali piuttosto che anticiparli, mentre l’ingresso dell’Italia nella società di massa fu percepito dagli intellettuali solo in ritardo.
“socialismo in Occidente” restò latente, con il riferimento all’URSS mantenuto più per necessità difensiva che per convinzione teorica. Il 1956 si configurò così non solo come un’occasione mancata di rinnovamento, ma come il segnale di una sconfitta culturale profonda: incapace di fare i conti con i propri ritardi e con la crisi del modello sovietico, la sinistra italiana perse la possibilità di elaborare un progetto socialista adeguato alle democrazie industriali avanzate, rinviando il confronto a tempi e contesti diversi.
Il 1958 segna un punto di svolta politica, economica e culturale, ma vissuto all’epoca in modo contraddittorio. La stampa rifletteva il cambiamento: il quotidiano «Il Giorno», vicino a posizioni innovative e in quel momento ancora non riconosciuto come legato all’ENI di Mattei, si distingueva per un tono indipendente e critico, sostenendo campagne come quella dell’«Espresso» contro la speculazione edilizia a Roma. Sul piano internazionale, il clima era segnato dalla corsa allo spazio, con lo Sputnik sovietico, e da spinte alla distensione, ostacolate però da tensioni in Medio Oriente dovute agli interventi anglo-americani. In Italia, dopo le elezioni del 1958, il governo Fanfani mostrava tendenze autoritarie, con il ministro dell’Interno Tambroni che limitava le manifestazioni pubbliche, specie su temi internazionali, e ribadiva la pericolosità del PCI. Settori anticomunisti auspicavano persino misure restrittive più dure. All’estero, la crisi della Quarta Repubblica francese e il ritorno di De Gaulle alimentavano timori di derive autoritarie anche in Italia, segnalando la crisi del centrismo. Sul piano economico, il 1958, oggi considerato l’inizio del boom, appariva allora segnato da incertezze. L’entrata in vigore del Mercato Comune Europeo sollevava preoccupazioni, con Togliatti che denunciava in Parlamento un aggravamento della crisi, licenziamenti e scioperi diffusi. Anche il governo, attraverso indagini e rapporti prefettizi, mostrava pessimismo, rilevando criticità in aree come
Emilia, Brescia e Napoli. Le relazioni ufficiali, pur cogliendo difficoltà reali, non colsero i segnali di trasformazione in corso. A inizio 1959, il ministro Segni parlava ancora di congiuntura sfavorevole e proponeva come soluzione lavori pubblici, senza prevedere che nel giro di pochi mesi sarebbe esplosa l’euforia del miracolo economico. Il 1958 si presenta così come un incipit rivelatore, dove vecchie previsioni e quadri mentali si scontrano con mutamenti rapidi e inattesi, producendo un vero “cortocircuito” tra percezione e realtà, comune a tutto il Paese pur con profonde differenze territoriali.
Il brano mostra come il 1958 fu un anno di cesura per la Chiesa italiana, segnato dalla condanna del vescovo di Prato e dalla morte di Pio XII, eventi che rivelarono tensioni profonde tra autorità ecclesiastica, Stato e società comunicativa e avviarono il terreno per il pontificato di Giovanni XXIII. All’inizio si accentuano conflitti pubblici e sotterranei. L’attacco di Roger Peyrefitte scatena interventi di polizia, campagne di stampa e la reazione ufficiale dell’«Osservatore romano». In provincia episodi minori, come il parroco di Pistoia che rifiuta la messa per la presenza della giunta comunale di sinistra, mostrano regole canoniche applicate rigidamente e l’impatto su rapporti amministrativi locali. Il caso centrale è quello di mons. Fiordelli, vescovo di Prato. Avendo fatto leggere in chiesa una lettera che accusava due coniugi di essere «concubini», i coniugi lo denunciano per diffamazione. Fiordelli rifiuta il giudizio civile invocando la potestà spirituale. Condannato in primo grado a una multa poi annullata in appello, egli interpreta la sentenza come persecuzione e si pone come simbolo di una Chiesa che rivendica autonomia morale e giurisdizionale. La reazione mediatica e vaticana è forte: stampa cattolica, Radio Vaticana e atti simbolici (lutti, campane a morto) denunciano l’«oltraggio».
Nel 1958, alla vigilia delle elezioni delle commissioni interne alla Fiat, un opuscolo anonimo avverte che candidarsi con la Fiom equivale a esporsi al licenziamento. La Cisl denuncia l’azienda e minaccia di non partecipare alle elezioni se le pressioni padronali non cessano. A Torino ciò provoca una spaccatura interna: la corrente di Edoardo Arrighi, cresciuta proprio grazie alle ingerenze aziendali, si separa e fonda un sindacato apertamente filo-padronale. Alle elezioni, questo ottiene il 25% tra gli operai, la Fiom-Cgil recupera il primato relativo (32% tra gli operai) e la Cisl crolla al 13% (dal 50% dell’anno prima). Vicende simili emergono alla Om-Fiat di Brescia, dove la Cgil, pesantemente penalizzata da discriminazioni e premi anti-sciopero, era precipitata dal 65% dei voti nel 1954 al 28% nel 1956. Nel 1958, però, la Fim-Cisl rompe con la componente filopadronale, subisce una sconfitta interna dei moderati e indice uno sciopero con la Fiom, anche a costo di perdere temporaneamente il premio aziendale. L’adesione è minima, ma segna l’avvio di un mutamento che si concretizza nel 1959, quando la Cisl adotta metodi di lotta fino ad allora tipici della Cgil. A Brescia e Torino questo cambio di linea sorprende il padronato, abituato a un sindacato bianco più moderato. Questi segnali annunciano un processo lungo e non lineare, destinato a erodere l’equilibrio degli anni ’50, segnati dall’arretramento della Cgil (simbolico il tracollo del 1955 alla Fiat) e dalla divisione sindacale rafforzata da accordi separati e discriminazioni. Già nel 1958, relazioni interne indicano un recupero della Cgil a scapito della Cisl. A Milano la flessione del sindacato di classe è meno traumatica, specie nelle fabbriche minori dove mantiene egemonia, mentre nelle imprese legate alla Fiat o colpite da minacce come quelle dell’ambasciatrice americana Clare Boothe Luce si registrano cedimenti. Nuovi segnali provengono anche da aziende fino a quel momento impermeabili alla Cgil, come l’Anic di Ravenna o le officine Fiat di Modena, dove l’aumento del personale porta anche a un aumento dei consensi alla Cgil. I cambiamenti sono favoriti dall’ingresso di
giovani lavoratori, spesso provenienti dalle campagne, che non hanno vissuto la scissione del 1948 e la fase più dura della guerra fredda, e dall’emergere, nel mondo cattolico, di una sensibilità nuova verso la realtà industriale urbana. Anche settori più anziani del sindacalismo bianco recuperano disponibilità al conflitto, spinti dalle forti disuguaglianze economiche accumulate: tra il 1948 e il 1955 la produzione industriale è cresciuta del 95%, i salari reali solo del 6%, mentre utili e valore degli impianti sono aumentati molto di più. Le Acli milanesi, con la rivista Incontro , criticano gli accordi separati e invocano unità d’azione sindacale, con un’attività così intensa da essere segnalata dal prefetto come tentativo di guidare l’intera classe lavoratrice. Tuttavia, il processo di rinnovamento è ancora incerto: nelle testimonianze dei militanti Cisl emerge confusione interna e crescente contraddizione tra ideali interclassisti e realtà della fabbrica. Cambia il linguaggio, si accentua il conflitto, e si rifiuta la netta divisione simbolica tra “bianchi” e “rossi” nelle manifestazioni. In sintesi, tra il 1958 e l’inizio degli anni ’60 si intrecciano fermenti nuovi, protagonismo operaio, aperture nel sindacato cattolico e una graduale erosione della divisione sindacale rigida degli anni ’50, ponendo le basi per una stagione di lotte più unitarie e radicali.
Il testo descrive, con una sequenza di episodi e dati, la complessità e le contraddizioni delle condizioni sociali ed economiche dell’Italia di fine anni ’50, specialmente nel settore agricolo e nel Mezzogiorno. Da un lato, in alcune aree come il Polesine e il Ferrarese, le lotte contadine richiamano dinamiche di inizio secolo, con scioperi accompagnati da incendi e danneggiamenti e la repressione sostenuta dall’intervento di lavoratori esterni protetti dalla polizia. Dall’altro, nella valle del Po, il lavoro stagionale in risaia registra per la prima volta una carenza di manodopera locale: le donne, che un tempo affollavano la “monda”, preferiscono occupazioni meno faticose e più salubri, spesso svolte a domicilio. L’emergenza porta a tentativi, inizialmente fallimentari, di importare manodopera