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Riassunto completo del libro Storia dell'arte dell'India, Volume 2
Tipologia: Sintesi del corso
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Le ricche, varie e spesso addirittura spettacolari espressioni artistiche, sono in buona misura il risultato, diretto o indiretto, dell’iterazione con genti che calano per conquistare un “altrove”, e che portano idee concezioni, competenze diverse. Ma ora il discorso di fa più complesso perché a quell’altrove da cui provengono nuovi dominatori terranno sempre, in qualche modo, rivolto lo sguardo. Altri fattori che, rispetto alle grandi fasi antiche, modificano la prospettiva dalla quale osservare l’arte indiana sono da una parte la conservazione di quantità e tipologie sempre più ampie di opere, dall’altra, la possibilità di inquadrare queste opere in via via più preciso processo storico. Questa possibilità, se da una parte non può che crescere anch’essa con la vicinanza del tempo, dall’altra si alimenta con l’attitudine alla storiografia che le nuove genti portano con sé, e che non era caratteristica dell’India precedente. La prima svolta epocale è data dall’avvento dell’islam. A un centinaio di anni dalla morte di Maometto (570-632), le iniziali, grandi spinte espansive hanno già esteso il mondo musulmano dalla Spagna fino ai margini del subcontinente indiano. Tuttavia, il vero insediamento di dominatori islamici in India avviene compiutamente solo intorno al 1200, e per opera di invasori turco afgani. Il loro orientamento è sunnita. Dall’epoca della grande espansione fino alle conquiste indiane, ovunque le genti musulmane hanno sviluppato una grande arte in armonia con i dettami dell’islam. I nuovi sovrani dell’India, ossia i nuovi grandi committenti, possono dunque già fare un riferimento a un linguaggio artistico che si è formato fuori dal subcontinente. La seconda svolta, per così dire, che porta con la massima prepotenza nel subcontinente modelli elaborati in un altrove è data dal dominio coloniale britannico, nel quale l’India partecipa nel XVIII secolo. Esso si conclude nel 1947 con l’indipendenza e con la costituzione della REPUBBLICA DELL’INDIA, e, parallelamente con la nascita del PAKISTAN occidentale e orientale e del BANGLA DESH. Ma nonostante questi lunghi apporti dall’esterno i risultati artistici emergono come marcatamente e gloriosamente “Indiani”.
I contatti fra l’India e genti islamiche sono in realtà molto più antichi. Rapporti commerciali, conquiste territoriali arabo – musulmane avvengono nel Sind all’inizio dell’VIII secolo. Gli eventi che conducono al dominio islamico sull’India settentrionale si innescano, in sostanza in quello che è l’attuale Afghanistan, e i protagonisti sono genti centro-asiatiche di stirpe turca e di origine schiava. Con l’avvento della dinastia degli Abbasidi, dal 750 Bagdad è diventata capitale del califfato, ossia del potere centrale del mondo musulmano. Durante il IX secolo, gli Abbasidi di Bagdad inaugurano l’usanza di alimentare gli eserciti con l’acquisto di schiavi turchi, i cosiddetti MAMLUK, e la pratica si diffonde in tutto il grande impero. I turchi sono genti che si sono gradualmente islamizzate. Gli schiavi di etnia turca, addestrati in apposite caserme, dipendono direttamente e sono stipendiati dai loro comandanti, e vanno a formare una sorta di élite combattente. Il risultato sarà che i turchi determineranno per secoli gli assetti del mondo islamico dal Mediterraneo, all’India. La capacità di controllo del Califfato comincia infatti rapidamente a erodersi. Nelle aree orientali, durante il IX secolo si afferma la dinastia dei Semanidi, che sono sì musulmani, tuttavia anche eredi della grande cultura dell’antica Persia. Il loro dominio includeva parte del moderno Iran e lo storico Khorasan, Afganistan, Tajikistan, Turkmenistan e Uzbekistan. Dai militari turchi al servizio dei Samanidi ha origine la dinastia che dal 962 fa della propria capitale la città di Ghazni, in territorio oggi afgano, e il cui sovrano più glorioso è Mahmud, il quale regna dal 998 al 1030. Le incursioni di Mahmud di Ghazni nel subcontinente indiano, diciassette in tutto fra circa il 1000 e il 1026, I I templi più famosi dell’India settentrionale, grandi centri di ricchezza conoscono in questi anni una rovina a volte definitiva.
L’avversione dell’islam, con il suo rigore monoteista e aniconico, dinnanzi al proliferare degli dèi indiani raffigurati nella pietra e nel metallo. Le pareti dei templi coperte di immagini antropomorfe degli dei suscitavano orrore e giustificavano eticamente la razzia ai devoti di Allah, nell’ottica di una guerra santa contro popoli infedeli. Destinata a durare 125 anni, la dinastia dei Ghaznavidi aveva il suo massimo centro artistico e intellettuale nella città di Lahore, nell’attuale Pakistan. Le autentiche e definitive conquiste di territorio indiano da parte di invasori musulmani avvengono però ad opera di una nuova casata, che soppianta i Ghaznavidi. Si tratta anche qui di comandanti turchi, schiavi di origine, che prendono il nome dall’impervia regione di Ghur, nell’Afganistan centrale. L’espansione è velocissima, di fatto responsabile della scomparsa degli ultimi centri monastici buddhisti in India. Aibak→ L’India settentrionale è sotto il suo dominio. Se la capitale di Aibak è ancora Lahor, il suo successore Iltutmish sposta la capitale del regno Ghuride a Delhi, allontanandosi dunque in via definitiva dalle terre d’origine del casato: ed ecco che il primo regno autenticamente indo-islamico è sorto. Alle quattro dinastie di sultani si succederanno sul trono di Delhi, per una durata totale di trecentoventi anni. Le dimensioni del territorio controllato dal Sultano subirono grandi variazioni, dilatandosi e contraendosi, vuoi sotto la minaccia, da nord, di razziatori centro – asiatici, vuoi per l’impossibilità di mantenere a lungo i frutti dell’agognata espansione verso meridione. L’estrema cuspide del subcontinente si manterrà, in ogni caso, relativamente immune dal dominio islamico. Diversa è la vicenda del Deccan, dove il retaggio delle conquiste del sultano si traduce in formazioni statali con regnanti musulmani. Il Sultanato di Delhi cadrà nel 1526 per opera di nuovi invasori musulmani provenienti dall’Asia centrale, con i quali è fondata la grande dinastia imperiale dei Mughal che, con i suoi massimi rappresentanti sarà la potenza dominante in India fino al 1707; il subcontinente comincia presto a scivolare in mani coloniali. Si tratta quindi di cinque secoli di sovranità islamica su gran parte di territorio indiano, popolato da hindu e, in misura minore da jaina. Di massima queste non pretendono conversioni forzate e si limitano semmai ad imporre il TESTATICO (un’imposta che dovevano pagare coloro che non erano musulmani), mentre resta una necessità costante dei nuovi dominatori l’interazione con gli strati più alti della società hindu e jaina, come aristocrazia, mercanti, banchieri. Tuttavia una parte della popolazione dell’India si converte. Ciò avviene soprattutto per gli appartenenti delle classi più basse, per i quali una religione egualitaria come l’islam rappresenta una grande opportunità di riscatto. Il punto di contatto religioso è rappresentato soprattutto dai mistici musulmani. Vita ascetica, tecniche di preghiera e meditazione, ricerca dell’unione con Dio mediante un’estasi amorosa, ruolo di guida spirituale: sono tutti fattori, questi che avvicinano i sufi ai sadhu, i rinuncianti dell’induismo. Quanto al versante propriamente hindu, durante i secoli del tardo Sultanato e dei primi Mughal emergono alcuni personaggi che si fanno portatori di messaggi decisivi nella religiosità dell’India settentrionale. Ciascuno secondo proprie vie, predicano la devozione ( bhakti ) per il dio Krishna, considerato forma di Vishnu e per il mistico Chaitanya. Soprattutto la figura di quest’ultimo, attraverso i teologi suoi discepoli, sarà fondamentale nel ridefinire il culto per questa divinità; l’eredità di Chaitanya si scinde in due grandi tradizioni, una che si radica in Bengala, l’altra a Mathura, il luogo della giovinezza mitica di Krishna e questo sito si arricchisce di templi e diventa un luogo di enorme importanza devozionale. Il brahmano Tulsi Das riscrive la storia di Rama, un’altra incarnazione di Vishnu, nel suo celeberrimo poema fondatore, per così dire della lingua hindi. La devozione di queste personalità è dunque per divinità ben lontana dalla visione dell’islam. Altri santi però, come Kabir e Guru Nanak con la loro fede in un unico Dio “senza attributi” ( nirguna ), una concezione che nell’induismo ha anch’essa origini di nobilissima antichità, nel concreto si pongono ciascuno a suo modo, in una zona di confine tra induismo e islam, o meglio aldilà di entrambi.
Cupole sono innalzate sugli spazi coperti, e uno o più minareti ( minar ), da dove il sacerdote ( muezzin) chiama alla devozione completano lo schema. Questi elementi costituiscono la struttura di base anche delle moschee indiane. Rispetto all’India, la Mecca si trova a occidente, ed è quindi su questo lato della moschea che è costruita la sala di preghiera. La primissima fase edificatrice vede in vari siti il reimpiego per il culto islamico di edifici hindu, che sono di norma orientati secondo i punti cardinali in senso proprio; ma nelle moschee costruite ex novo si osserva la tendenza a ruotare le sale di preghiera di qualche grado, in modo da potersi disporre verso la Mecca. Queste sale occupano diverse nicchie – mihrab in numero rigorosamente dispari e più prominente e decorata quella centrale, e sono divise in navate da arcate o colonnati; a questa organizzazione interna corrisponde la disposizione e la gerarchia degli archi di ingresso della facciata. Dispari sono sempre anche i gradini del pulpito, per le abluzioni, momento fondamentale del culto islamico, una vasca si trova tipicamente nel cortile. Alcuni elementi di origine persiana diventano prominenti con i Mughal. Aggiunge solennità alle facciate già di diverse moschee pre-Mughal l’ iwan , una sorta di atrio a volta, questo è incorniciato da un muro rettangolare, e il portale ad arco così riquadrato è chiamato pishtaq. Quanto ai minareti, funzionali-cioè destinati al richiamo del sacerdote- o al contrario solo decorativi, distaccati oppure parte dell’edificio proprio della moschea. Essi hanno a lungo in India diffusione limitata, diventando autenticamente ricorrenti solo in ambito Mughal D’abitudine nelle città si trova una moschea maggiore comunemente detta Jama o Jami Masjid, “Moschea del venerdì dove i fedeli si radunano per le preghiere di quello che è il giorno dedicato della settimana islamica. L’intenzione di Aibak fu appunto di dotare subito i territori conquistati di uno di questi indispensabili luoghi di culto. Se dal punto di vista architettonico tempio e moschea stanno in aperto contrasto, ciò non dipende certo, d’altro canto, solo da ragioni tecniche e formali: alla base resta naturalmente il fatto che molto diverso è il concetto del divino che sottendono. Gli spazi della moschea sono – di principio-concepiti per un culto comunitario; il tempio hindu parla invece di un rapporto- di principio – individuale con la divinità. Agli antipodi del mistero che il tempio hindu cela nelle sue stanze buie e involute, la struttura e gli spazi della moschea appaiono emblema di luminosità, di chiarezza e di razionalità. Un punto fondamentale è, come ovvio, l’aniconismo: contrariamente a quanto avviene tra gli hindu, Dio non ha mai forma per i musulmani. Il tempio riflette un mondo proliferante, emanatorio, organico, e un percorso che prevede diverse vie, a volte tortuose, per accostarsi al divino; la moschea annuncia l’unicità di Dio, del suo messaggio e la sola vera strada. La complessità, le tendenze alla variazione continua, l’esuberanza di immagini e di decorazioni simboliche dell’architettura indigena dell’India, e la simmetria meticolosa, gli spazi, la linearità, l’impressione di semplicità e facilità di comprensione offerte dall’architettura indo-islamica. Il concetto che serpeggia in quest’ultima è quello di qarina , un termine arabo che esprime la necessità di simmetria, di rispecchiamenti e controparti armoniose. D’altronde, ciò non significa affatto, come già accennava, che l’architettura indo-islamica non risentirà dell’impronta locale, tutt’altro; e questo avverrà in particolare con i Mughal, nelle loro meravigliose sintesi di India, Persia, e di personalità individuali. Fra gli elementi architettonici caratteristicamente “hindu” che diventano un ingrediente vistoso dei monumenti islamici dell’India si annoverano soprattutto le chhattri , piccoli chioschi colonnati che abbelliscono la sommità delle costruzioni, il chhajjia , uno sporto di gronda molto aggettante e che crea un’ombra profonda intorno agli edifici, e i jarokha , i balconcini ornamentali che sporgono dalle pareti. Si tenga comunque presente, il termine hindu non deve essere inteso come una connotazione di ordine confessionale. Spesso il termine “hindu” è usato nella storia dell’arte di questi secoli, per indicare semplicemente l’apporto che viene dalle tradizioni originarie dell’India.
Le altre principali tipologie di edifici religiosi islamici in India sono le scuole coraniche ( madrasa ) e, più importanti dal punto di vista artistico, i mausolei, ovvero le tombe monumentali. Queste, a loro volta, costituiscono una categoria architettonica del tutto nuova per l’India, dove l’usanza, lo ricordiamo è di cremare i morti disperdendo le ceneri, mentre i musulmani praticano l’inumazione (seppellire in una fossa). I mausolei prevedono una sala centrale nella quale è collocata la sepoltura, sovrastata da un cenotafio (monumento sepolcrale in onore del defunto che però non ne contiene le spoglie) di pietra a forma di sarcofago; la pianta dell’edificio è a pianta quadrata oppure, in una serie di esempi, a forma ottagonale, e la copertura a cupola. Gli imperatori Mughal costruiranno per i membri della propria dinastia mausolei di immensa ambizione e di grandiosa complessità, a questa categoria appartiene, com’è noto, il monumento dell’arte indo-islamica più straordinario,e uno dei monumenti più straordinari del mondo intero, il Taj Mahal di Agra. Puntare in direzione di un culto dei loro destinatari, coinvolti in questo processo sono d’altronde i santuari ( dargah) costruiti intorno alle sepolture dei santi sufi , che comprendono volentieri edifici accessori (moschea, sala per i pellegrini e così via) e che costituiscono fino a oggi meta di pellegrinaggio.
Sono di origine turca, l’impero comincia nel 1484 con Babur. I grandi imperatori che succedono a Babur sono passati alla storia con i nomi di Humayun, Akbar, Jangir, Shah Jahan e infine Aurangzeb, dopo il quale la dinastia si avvia a un’inesorabile declino, le loro massime capitali, lo ricordiamo, furono Delhi e Agra, nonché Lahore nell’attuale Pakistan. I monumenti e in generale l’arte patrocinata dai grandi Mughal, sono il culmine favoloso di una sinergia. A larghi tratti, l’Islam del potere e l’induismo prevalente dei sudditi, le tradizioni centro-asiatiche ereditate dalla dinastia, artistico indigene ,l’adozione dei modelli elaborati dalla raffinata cultura persiana. Per la loro meravigliosa grandiosità e la relativa vicinanza nel tempo, i più importanti monumenti Mughal sono ben conservati. Dalla conquista islamica in poi e segnatamente con i Mughal, la storia dell’India, lo si è già accennato diventa via via più conosciuta nel dettaglio, per vari motivi ovviamente per la maggior vicinanza cronologica, ma anche per l’attitudine ormai invalsa a registrare con precisione la “storia ”intesa come serie di eventi e biografia. Si noti che a questo punto cominciano a essere conosciuti anche diversi nomi di artisti. A ciò si aggiunge la presenza sempre più massiccia, e quindi la testimonianza, degli europei: è l’epoca dei grandi imperatori Mughal quella che vede affacciarsi sul suolo indiano portoghesi, olandesi, francesi e inglesi, in una prima fase a scopo essenzialmente di commercio. Nel considerare l’impero Mughal occorre tener conto , ancora una volta nella storia del subcontinente indiano, che i suoi territori settentrionali, con i vari scenari di contesa, si estendono ben oltre i confini odierni dell’India, verso il Pakistan, dove appunto Lahore resta una grande capitale, e in Afganistan e in Asia centrale, insomma verso le terre d’origine della dinastia. Akbar giunge a dominare sostanzialmente tutta l’India settentrionale e parte di quella centrale. Durante il regno del quale l’arte Mughal sarà percorsa da una poderosa ondata di “influssi” indigeni nella pittura, come nell’architettura, dove emerge l’apporto di artigiani di varie regioni indiane. A loro volta i principi hindu dell’India nord - occidentale, i cosiddetti Rajput, i “Figli di re” che Akbar rende parte dell’impero Mughal. Cercano di rendere le proprie corti sfarzose a imitazione di quelle imperiali, assorbendone in parte i modi. In particolare a loro e alla comunità jaina, si deve, com’è ovvio, anche la continuazione, nell’India settentrionale, dell’architettura templare e della scultura sacra, in grande gloria artistica dell’India nei secoli precedenti all’ avvento islamico. In generale, per l’appunto, l’arte Mughal è prepotentemente determinata dalle personalità individuali degli imperatori di Akbar, grandioso patrono di architettura e autentico creatore di quel capitolo artistico spettacolare formato dalla miniatura e dall’arte del libro Mughal; di Jahangir per l’evoluzione della miniatura, e di Shah Jahan imperatore architetto.
Con gli imperatori Mughal, al concetto stesso di capitale vengono quindi vistosamente a intrecciarsi certi aspetti per così dire nomadici. Il territorio sottoposto è immenso, e per controllarlo è decisivo non risiedere permanentemente in un luogo, ma piuttosto disporre di varie capitali o comunque centri di appoggio. IL viaggio è profondamente integrato nella mentalità islamica che, almeno una volta nella vita ,fa di quello alla Mecca un ambito dovere. Per spostamenti, spedizioni belliche o di controllo, pellegrinaggi, gli imperatori vivono molto del loro tempo in maestosi accampamenti, autentiche città che traslocano con loro. Il padiglione reale…sia collocato in un piacevole spazio aperto. Sulla destra si trovano le tende del figlio maggiore del re e dei nobili e suoi attendenti; Sulla sinistra ci sono quelle del secondogenito e dei suoi attendenti. Nella seconda linea sono disposte le tende degli altri principi reali, se sono presenti e dei loro attendenti. Hanno i loro quartieri a destra e a sinistra nella seconda linea, vicino al padiglione del re. Dietro di questi viene il resto delle truppe in tende poste più vicino intorno ai loro ufficiali. Un bazar separato è organizzato per il re, per ciascuno dei principi e dei nobili; questi bazar sono chiamati urdu In questi accampamenti è stata identificata la matrice dei grandi forti Mughal, magnifici a Delhi e ad Agra, con la loro planimetria di padiglioni ,traslazioni nella pietra delle tende. Alla base della pianificazione architettonica Mughal si trovano moduli quadrangolari , e anche questa modularità, che rappresenta una declinazione dell’ordine e della simmetria intrinseci all’architettura islamica, può essere intensa, come un riflesso della razionalità dell’accampamento. Un altro fattore di primaria importanza di cui tener conto per comprendere l’architettura del periodo, è costituito dall’esigenza dettata dal clima. Un ombrosa protezione può essere ottenuta con muri spessi e piccole aperture, il che, in termini molto generali , sembra la scelta prediletta dell’architettura di matrice hindu; oppure il refrigerio può essere cercato dalla brezza di padiglioni aperti, dagli hammam, i bagni, e da giardini dotati di vasche, canali e fontane, e questa è la ben decisa impostazione Mughal. Appena arrivato ad Agra, Babur si dedica a creare un giardino, accompagnato da un grande pozzo e da strutture per i bagni, secondo i modelli dei suoi luoghi di origine e dei suoi antenati ,e altri giardini sono realizzati da personaggi della corte. Giardini e opere idrauliche vanno, naturalmente, sempre di pari passo e si nota l’accento posto sul desiderio di geometrica armonia. È questo l’inizio della grande arte Mughal del giardino. L’idea che la governa è quella del giardino come immagine del Paradiso ,e, in verità, l’evocazione di questo paradiso appare un fondamentale filo conduttore dell’architettura Mughal, una delle più consistenti chiavi di lettura. Che il Paradiso sia concepito come un giardino è un fatto notoriamente diffuso , a maggior ragione per una religione che ha origine nel deserto, anche il Paradiso promesso ai fedeli musulmani è visto come un giardino ricco di acqua, piante, fiori, che fanno da sfondo a ogni altro piacere. Nei giardini persiani, le tradizioni più antiche del giardino si intrecciano con queste concezioni islamiche, e i Mughal portano e diffondono il modello in India. Il prototipo persiano ,la cui pianta divisa in quattro parti da un incrocio centrale, appunto “ giardino quadruplice”, in persiano char bagh ; questo è il modo in cui Babur chiama il suo primo giardino ad Agra,è lo schema di base del giardino Mughal. Di forma quadrata, esso prevede due canali principali d’acqua che si incrociano al centro , i quali riproducono i quattro fiumi del Paradiso; all’incrocio dei canali si colloca una vasca, mentre i quattro riquadri così creati possono essere divisi a loro volta in riquadri minori. Di nuovo, sottolineiamo quanto si tratti di un’impostazione strettamente geometrica ,formale, ordinata, come la proclama e apprezza Babur. Ricca varietà di piante, cespugli e fiori, tutt’intorno, una cinta quadrangolare di muri, come vuole d’altronde la lunga tradizione dei “paradisi”, garantiva la riservatezza e la protezione del vento.
Questo impianto di base è giocato ,o modificato, in diverse maniere e circostanze , una variante importante ,che raccoglie le originarie ispirazioni centro-asiatiche e per così dire di montagna, sono i giardini a diversi livelli. Un’altra tipologia era preferita lungo la riva dei fiumi ,come ad Agra; qui padiglioni erano costruiti lungo la sponda, a formare un lussuoso scenario vuoi nella vista dei fiumi ,vuoi come sfondo. La massima declinazione della tipologia del Paradiso e dei suoi giardini si realizza nei grandi mausolei, collocati al centro di una grande char bagh, come i monumenti funebri di Hammayun e di Akbar, o in fondo al giardino stesso e lungo il fiume, come il Taj Mahal. Nella concezione del Paradiso islamico ricorre il numero “otto” ; esso infatti è concepito a 8 ( a volte 7) livelli, e il corano parla delle sue 8 porte. Il numero otto ricorre nella forma ottagonale che si diffonde nei mausolei durante il Sultanato, e che architettonicamente ha la sua matrice addirittura nel primo edificio islamico, la Cupola della Roccia di Gerusalemme. Il legame tra architettura e paradisi, si fa esplicito, in una planimetria chiamata appunto “otto paradisi”, hasht eligiosa di vista concettuale , la tipologia nei mausolei. Lo schema hasht bihisht consiste in una sala a volta centrale circondata da otto altri ambienti, cioè i paradisi, di cui quattro ciascuno in centro di un lato, e gli altri quattro agli angoli. La pianta è continuata nell’elevazione con gli iwan, con nicchie sovrapposte sugli elementi d’angolo, e nella solennità a tutto campo della sala centrale. Il mausoleo di Humayun a Delhi (IMMAGINE PAG 31) e in seguito il Taj Mahal (IMMAGINE PAG 107) derivano le loro forme da una moltiplicazione radiale di questo schema. A una declinazione paradisiaca non si sottrae nel mondo Mughal nemmeno l’architettura palaziale.
Con il nome Rajput che significa “Figli di Re”, “Principi”, si indicano collettivamente le stirpi principesche hindu che, all’epoca della calata dei turco-afgani, regnano nell’India settentrionale. Da questo momento, le vicende dei regni Rajput si intrecciano con quella dei sovrani islamici del Sultanato di Delhi e poi dei Mughal , in particolare, i Rajput continuano a regnare nell’India nord-occidentale, nel territorio che grosso modo coincide con lo stato indiano del Rajasthan, appunto il “Paese dei Re”, e che in epoca coloniale è in genere chiamato Rajputana. Essi governano come capi feudali, in rapporti di reciproca lealtà con signorotti locali che tipicamente appartengono al loro stesso clan. È Akbar che come già si diceva, riesce a controllare questi sovrani, con politiche di alleanze matrimoniali, e il conferimento di incarichi, ma anche con spietate azioni di guerra contro chi non accetta la supremazia Mughal. Segue poi la pax Mughal , in cui ai re del Rajasthan è permesso di mantenere i loro territori, purchè restino fedeli alleati all’impero. Quando però, nel XVIII secolo, il potere dei Mughal si contrae drammaticamente, questi bellicosi sovrani riconquistano l’autonomia, e molte di queste dinastie sopravviveranno anche durante il periodo coloniale , finchè anche i loro domini non confluiranno nell’India indipendente.
La più remota tradizione letteraria indiana, che è essenzialmente religiosa , non ama la parola scritta. Il grande corpus dei testi vedici è tramandato nei secoli oralmente, da maestro a discepolo: i Veda sono infatti “suoni” eterni, uditi dai veggenti in un epoca fuori del tempo e da loro rivelati agli uomini ,e perciò il suono, cioè la voce, sembra a lungo l’unica via ammessa per trasmettere l’efficacia e la potenza. Le eresie del brahmanesimo , cioè il buddhismo e il jainismo, si fondano però sull’insegnamento di maestri che hanno vissuto fra gli uomini, e la necessità di proteggere un messaggio mettendolo per iscritto si crea innanzitutto in questi ambiti, dove la suddivisione in correnti, che contrasta con la compattezza della tradizione vedica, appare minacciosa per la continuità della tradizione e la sua auspicata correttezza.
La pittura di questi manoscritti è fluida ed elegantissima uno stile molto diverso, lineare e nervoso, è quello che presto appare documentato invece nell’India nord-occidentale, dove fiorisce la miniatura che impreziosisce testi della religione jaina. Alcuni manoscritti dei secoli del Sultanato di Delhi, testi della tradizione hindu, o più in generale sanscrita sono illustrati in uno stile essenziale e brillante, dai colori saturi e vivaci, che è chiaramente tuto indiano e immune da qualsiasi influsso della tradizione islamico-persiana. Altre opere, invece, riflettono precisamente la conoscenza del libro persiano, nell’insieme come i colori più modulati, le linee curve delle figure, una costruzione spaziale, maggiormente articolata. Su questi prodromi si innesta il grandioso capitolo della miniatura Mughal di Akbar che fonda un poderoso laboratorio di arte del libro. Akbar affida la direzione dei pittori a maestri persiani, ma gli artisti sono in larga misura indiani, ed ecco crearsi una prodigiosa sintesi stilistica in India e in Persia. A questa si sommano influssi provenienti dall’Europa ,in quest’epoca che vede i primi contatti importanti tra i due mondi. Nella miniatura Mughal l’approccio storico e cronachistico, insieme con l’incontro con l’arte europea, fa ora emergere la categoria del ritratto con intenti naturalistici e psicologici; anche la natura stessa - piante, animali- diventa presto oggetto di interesse documentario. Accanto a quella delle miniature , occorre anche ricordare la magnificenza delle calligrafie e dell’illuminazione. D’altro canto , grazie all’apporto Mughal, e complice il generale amore islamico per l’oggetto-libro, il patrocinio di libri illustrati diventa un vanto anche dei nobili, e dei personaggi di spicco. In questa ultima produzione confluiscono pittori addestrati nel laboratorio di corte , ma di bravura minore ,e perciò meno richiesti. Una diaspora importante avviene senz’altro già con Jahangir il cui laboratorio tuttavia ospita artisti scelti e in quantità minore rispetto quelli impiegati da Akbar per le sue numerose opere illustrate di grande estensione. Il calo dell’interesse imperiale per la pittura appare drastico con Aurangzeb, nemico delle arti ; sebbene nel VIII secolo si assisterà a un breve periodo di nuovo patrocinio con l’imperatore Mahammad Shah. L’influsso della pittura imperiale entra in varia misura anche nei regni Rajput i cui sovrani entrati in contatto con la corte imperiale ne hanno apprese le mode. A parte queste dinamiche, fra i due mondi, quello Mughal e quello Rajput resta comunque un discrimine forte, che ancora una volta riflette la diversità delle attitudini islamiche e hindu. La miniatura Mughal è di base storica, naturalistica e oggettiva, di queste qualità la miniatura Rajput assorbe Solo alcuni aspetti: per esempio adottando certe inquadrature più ampie, e articolate, nonché assimilando la categoria del ritratto. Tuttavia, l’accento è posto in buona misura non sulla contingenza dei tratti somatici, ma piuttosto sull’essenza del personaggio raffigurato, secondo l’impostazione che connota tutta la tradizione artistica indiana delle epoche precedenti, e le loro miniature esprimono sentimenti devozionali ed estetici condivisi dalla comunità, insomma momenti fuori del tempo. Com’è avvenuto a tutta la produzione indiana di libri, disfatte per volontà o per accidente le rilegature, i preziosi volumi illustrati ,opere letterarie o album, si sono spesso conservati soltanto in forma lacunosa; sopravvissute in vari nuclei e condizioni ai saccheggi e alle distruzioni della storia , oggetti di commercio e di collezionismo, le loro miniature si sono disseminate nei musei o nelle collezioni private del mondo.