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Riassunti del programma del prof. Pira, anno accademico 2020/21 Storia moderna, con questi appunti conseguita valutazione 30/30
Tipologia: Appunti
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La nascita dello Stato moderno Tra il XIV e il XV secolo il Medioevo può dirsi concluso ed è sostituito da quella che gli storici chiamano Età moderna. In questo periodo la “Peste nera” aveva distrutto la struttura economica del Medioevo che si basava sul feudalesimo, sulla nobiltà e sul possesso della terra. Adesso vediamo quali sono i cambiamenti che si verificano negli ultimi decenni del Medioevo dal punto di vista politico. In questo periodo entrambe le superpotenze medioevali, il Papato e l'Impero – potenze con pretese universalistiche, cioè che volevano comandare su tutto l'universo cristiano – persero gran parte del loro potere a scapito di una formazione politica nuova, le monarchie nazionali , che si diffuse in gran parte d'Europa e andò a formare il volto dell'Europa così come lo conosciamo noi oggi. Per Stato moderno , quindi, gli storici intendono una monarchia accentrata e forte, che fondava il suo potere sulla figura del re. Questo processo si compì grazie a due elementi: l'unificazione territoriale e la centralizzazione del potere , già anticipate in Sicilia da Federico II di Svevia. Come tutti i grandi processi storici, è giusto sottolineare che anche la formazione dello Stato moderno è un fenomeno plurisecolare , che comincia in questi anni e, dopo aver superato un gran numero di ostacoli (crisi dinastiche, rivolte della nobiltà, ribellioni dei contadini), si conclude dopo un paio di secoli. Come già detto, la formazione degli stati nazionali coincise con la contemporanea crisi del papato e dell'impero. Dopo Federico II di Svevia, gli imperatori non tentarono più di scendere in Italia ad imporre le loro leggi, sapendo già di essere sconfitti. Al papa andò addirittura peggio: quando il re di Francia, Filippo il Bello, decise di tassare i beni della Chiesa, il papa, Bonifacio VIII, scomunicò il sovrano il quale, per vendicarsi, con l'appoggio della nobiltà romana, scese in Italia, fece arrestare il papa e addirittura lo schiaffeggiò – episodio che in realtà non sappiamo se sia realmente accaduto. Alla morte di Bonifacio VIII, Filippo, nel 1309, si portò il papato in Francia ad Avignone, facendo in modo che i “papi francesi” ubbidissero alla sua volontà. Quando il papato ritornò a Roma ci fu un periodo di grandissimo caos: per alcuni decenni si ebbero due papi e una volta addirittura tre, screditando definitivamente la Chiesa di Roma. Unificazione territoriale Le prime due nazioni che unificarono il proprio territorio furono la Francia e l'Inghilterra, nazioni che in seguito diventeranno modelli politici differenti: la prima divenne il modello dello stato assoluto , l'altra il modello dello stato costituzionale. Nella prima era il re a fare le leggi; nella seconda erano le leggi a fare il re. Dopo aver ridotto il potere del papato e dell'impero, i sovrani si occuparono dell'unificazione territoriale. Ad esempio in Francia – nazione simbolo di questo processo – il re, che all'inizio controllava soltanto la zona intorno a Parigi, tramite delle vere e proprie guerre piano piano riuscì a conquistare quasi tutto il regno, così come lo conosciamo noi oggi, e a inglobare piccoli ducati e contee. Questo processo, però, subì una forte battuta d'arresto perché un pezzo del territorio francese era nelle mani del re d'Inghilterra che si oppose con ogni mezzo all'unificazione territoriale francese. Le guerre accelerarono questo processo di unificazione territoriale perché, essendo eventi eccezionali, al re servivano poteri eccezionali, che poi, conclusa la guerra, non venivano più ceduti. Questo è ciò che accadde ad esempio nella “Guerra dei cent'anni”, combattuta da Francia e Inghilterra dal 1337 al 1453. Questa guerra, infatti, più di tutte le altre, spinse involontariamente verso la formazione dello stato nazionale: nacque come una guerra feudale, medioevale, ma diventò una guerra nazionale, moderna. I feudatari più potenti del re di Francia erano i Plantageneti, che a loro volta erano anche re d'Inghilterra, perché discendevano dai normanni che avevano conquistato l'Inghilterra. Nonostante fosse un sovrano, il re di Francia chiedeva al re d'Inghilterra ubbidienza, in quanto suo vassallo. Il re d'Inghilterra non volle saperne di ubbidirgli, perché anche lui era un sovrano, e quindi un pari grado. Nel 1328 il re di Francia, Carlo IV, morì senza eredi. A quel punto, Edoardo III, re d'Inghilterra, reclamò il regno di Francia per sé, perché nipote, da parte di mamma, di Filippo il Bello. Anche i Valois chiedevano il regno per sé e quindi la guerra fu inevitabile: in gioco c'era la leadership sul continente. La Francia confiscò
le terre del re d'Inghilterra in Francia e l'Inghilterra, in risposta, vietò l'esportazione della lana inglese nelle Fiandre, mettendo fortemente in crisi i mercanti francesi. Alla lunga le sorti della guerra videro in netto vantaggio l'Inghilterra fino al punto che alla morte del re di Francia, Carlo VI, nel 1422, il re d'Inghilterra Enrico VI si autoproclamò re anche di Francia. Carlo VII di Valois – figlio del re Carlo VI – però, non si arrese; si ritirò nel sud della Francia e si autoproclamò solo e unico re dei francesi, facendo leva sul sentimento nazionale e sulla lotta contro gli inglesi. Ad un certo punto, una giovanissima contadina analfabeta, che diceva di aver avuto istruzioni direttamente da Dio, andò a parlare con Carlo VII e lo invitò a cacciare gli inglesi dal suolo della Francia. Lei stessa si mise alla testa di un esercito che, nel 1429, riprese Orleans; poco dopo Carlo VII riuscì a farsi incoronare re di Francia. Giovanna d'Arco fu catturata e mandata al rogo, ma i francesi piano piano riuscirono ugualmente a riprendere tutto il territorio perduto; agli inglesi rimase soltanto un porto in territorio francese. La Francia usciva dalla guerra unita, forte e vittoriosa; inoltre il re non era più considerato il difensore degli interessi dinastici o nobiliari, ma il rappresentante di tutto il popolo francese. Era ormai una grande potenza anche mercantile e commerciale. Nonostante la sconfitta, la guerra dei cento anni era riuscita a saldare anche il sentimento nazionale inglese, in funzione anti francese. La corte abbandonò il francese – fino ad allora lingua ufficiale – e usò l'inglese. Dopo la guerra dei cento anni, però, l'Inghilterra fu devastata da un'altra guerra, una guerra dinastica, tra i Lancaster e gli York; siccome entrambe le casate nobiliari avevano una rosa nello stemma, questa guerra fu chiamata “Delle due rose”. Alla fine, nel 1483, divenne re d'Inghilterra Enrico VII Tudor che era imparentato con entrambe le casate e riuscì ad unificare e a pacificare l'Inghilterra. Anche in questo caso – così come era avvenuto in Francia, la nazione ne era uscita compatta e unita. In Inghilterra, però, i poteri del sovrano avevano un limite invalicabile, riconosciuto da tutti, la Magna Charta, una vera e propria costituzione: ad esempio il re, senza il consenso del Parlamento, non poteva arrestare nessuno oppure non poteva mettere nuove tasse. Centralizzazione del potere La prima tappa per la centralizzazione del potere era quella di indebolire chi minacciava la propria autorità, come ad esempio il clero e la nobiltà. Secondo la nobiltà – tesi ripresa dalla storiografia ottocentesca – il Medioevo era considerato una sorta di età dell'oro, perché era il periodo della massima libertà e della minima uguaglianza. Secondo la loro tesi, essendo gli uomini diseguali per natura, se lasciati liberi di esprimersi, avrebbero prodotto grandi disparità e i migliori avrebbero avuto il sopravvento; ciò portava a considerare la nobiltà giuridicamente diversa – quasi geneticamente – dalle altre classi sociali. Con lo Stato moderno, invece, l'età dell'oro – che la tradizione illuminista invece chiamava anarchia feudale – era finita perché la monarchia centralizzata aveva ridotto le libertà e aveva accresciuto l'uguaglianza tra le classi sociali, facendo un'operazione contro natura. La più penalizzata, di conseguenza, sarebbe stata la nobiltà; invece, in una società che favoriva l'uguaglianza tra le classi la più privilegiata sarebbe stata la borghesia, che piano piano si era impossessata delle cariche pubbliche. In realtà la borghesia – laica, pacifista e lavoratrice (per la nobiltà lavorare era vergognoso) – dopo essersi arricchita e aver conquistato i principali ruoli dello stato, si era comportata in due modi: in Francia aveva approfittato della perenne necessità di denaro della corona, per le spese militari e della corte, e aveva acquistato le cariche pubbliche messe in vendita, come quelle di giudice nei Parlamenti provinciali. In questo modo aveva preferito non lavorare e vivere alla maniera della nobiltà, come aveva fatto la noblesse de robe, cioè nobiltà di toga. In Inghilterra, invece, la ricca borghesia aveva preferito non snaturarsi e aveva continuato a lavorare e ad arricchirsi. In questo caso era stata la nobiltà a copiare il modello borghese – e non il contrario – e si era messa a lavorare. Quindi nella centralizzazione del potere è importante questa alleanza involontaria tra la corona e la borghesia, alleate contro la nobiltà. Anche la centralizzazione del potere fu accelerata dalla guerra, perché, a causa dei conflitti, i re avevano
Colonialismo spagnolo Innanzi tutto bisogna dire che il colonialismo spagnolo era diverso da quello portoghese, perché era un colonialismo di popolamento (definito di tipo romano) e puntava non alla costruzione di porti fortificati per poter commerciare, ma alla conquista di nuove terre da coltivare. La Spagna entrò in competizione con il Portogallo soltanto a partire dal 1469, cioè quando le corone di Castiglia e di Aragona si unirono. All'inizio la spinta verso la colonizzazione fu timida, ma poi la grande occasione arrivò con Cristoforo Colombo che propose ai sovrani di Spagna di arrivare ad est navigando verso ovest. Sulla base dei calcoli dei matematici musulmani, la circonferenza della terra era di 24000 miglia, ma, siccome Colombo non era colto, non sapeva che le miglia musulmane erano lunghe 1,65 m, invece le miglia cristiane 1,35 m. Così, confondendo le miglia musulmane con quelle cristiane, Colombo credette che la circonferenza terrestre fosse di 33.000 km, invece di 40.000. Secondo questi calcoli l'oriente non era poi così lontano e questa tesi era confermata dalla Bibbia, secondo la quale il mare era solo la settima parte delle terre emerse. Colombo iniziò a navigare al servizio del Portogallo con l'idea di raggiungere l'est, navigando verso ovest; tra il 1478 e il 1484 cercò di farsi finanziare il progetto dal Portogallo, ma fu inutile perché le sue proposte arrivarono alla corte portoghese in un periodo di grande entusiasmo per le scoperte geografiche. Ma se Colombo fosse partito dalle Azzorre portoghesi, e non dalle Canarie spagnole, non sarebbe mai arrivato nel nuovo mondo, perché i venti perenni che soffiano dalle Azzorre lo avrebbero portato al polo sud. Colombo ripropose il progetto al Portogallo nel 1488, ma il ritorno trionfale di Diaz lo stroncò definitivamente. Nel frattempo, nel 1486, aveva presentato la proposta anche alla Spagna; in un primo momento ricevette una risposta negativa, ma in seguito, grazie all’intervento del confessore della regina Isabella, conosciuto in un convento dove si era ritirato, Colombo ottenne un nuovo incontro con la regina e questa volta riuscì a strappare un sì. Il Portogallo in Africa era molto più avanti e la Spagna non aveva la possibilità di contrastarlo, quindi tentò la carta della disperazione; in fondo, finanziando Colombo, non aveva nulla da perdere. Per questo motivo, sebbene non credesse fino in fondo nel progetto, lo approvò ugualmente. La corona spagnola diede a Colombo 90 uomini e soltanto 3 navi (La Niňa e la Pinta, due piccole imbarcazioni, e la Santa Maria, grande nave mercantile), requisite alla città di Palos per una vecchia multa che non aveva ancora pagato. Colombo partì da Palos il 3 agosto 1492 e arrivò nelle odierne Bahamas il 12 ottobre. In seguito giunse ad Haiti – chiamata Hispaniola – dove fondò la colonia Nadividad. Qui la nave ammiraglia colò a picco e lui decise di tornare, lasciando alcuni marinai, che poi trovò massacrati. Al ritorno in Europa arrivò nelle Azzorre e si imbatté nei portoghesi che, vedendolo arrivare, protestarono. Per neutralizzare le proteste portoghesi, gli spagnoli, fiduciosi che Colombo avesse veramente trovato la via delle Indie, chiesero l’avallo del papa Alessandro VI sulle terre scoperte. Il papa con una bolla papale, Inter coetera, modificò la raya e la fissò ad un centinaio di leghe dalle Azzorre, consegnando alla Spagna il possesso delle nuove terre nell'Atlantico; in seguito, nel 1494, le due nazioni firmarono il trattato di Tordesillas, con il quale si divisero il mondo. Dopo aver trovato l'accordo con il Portogallo, Colombo poté partire indisturbato; nel 1493, salpò dal porto di Cadice per il secondo viaggio, con una grande flotta (17 navi e 1200 uomini tra cui preti e agricoltori). Questa volta non si trattava di esplorare, ma di colonizzare e Colombo non si dimostrò uomo di governo. Ritornò in Spagna nel 1496 con poche buone notizie. I sovrani, nel 1498, affidarono a Colombo una terza spedizione; questa volta Colombo fu completamente sopraffatto dai coloni in rivolta e il suo successore lo rimandò in Spagna in catene. Nel 1502 fece un quarto viaggio e questa volta trovò l’oro in Honduras. Morì nel 1506, proprio mentre cominciò a sospettare che le terre scoperte fossero sconosciute agli europei. Nelle terre colonizzate gli spagnoli trasferirono la loro tradizionale forma di sfruttamento agricolo, l’encomienda: un villaggio o un gruppo di villaggi venivano consegnati ad un encomandero – una sorta di vero e proprio signore feudale – al quale sarebbe spettato il compito di proteggere gli abitanti, ottenendo in
garantire un equilibrio, alla fine ostacolò ancor di più la formazione di uno stato nazionale. In realtà la pace di Lodi non riuscì nemmeno a garantire la pace in Italia, perché le Signorie furono scosse da una lunga serie di rivolte interne – a Firenze, come a Napoli, vi furono delle congiure contro i Signori. L'unico che cercò in qualche modo di non far precipitare ancor di più la situazione fu Lorenzo de' Medici, detto il Magnifico, che resse Firenze dal 1469 al 1492, convinto che la pace fosse il mezzo migliore per proteggere gli affari degli stati italiani. In una di queste crisi tra gli stati – in questo caso tra Milano e Napoli – il nuovo signore di Milano, Ludovico il Moro, chiamò in suo aiuto il re di Francia, Carlo VIII di Valois che, insieme alla Spagna, aveva messo gli occhi sull'Italia. La Francia, però, non era uno staterello italiano, ma il più potente regno d'Europa e questa mossa inaugurò quello che gli storici definiscono “guerre d'Italia”. Nel 1494, infatti, Carlo VIII scese in Italia, portando con sé i cannoni di bronzi, armi mai viste prima nei territori italiani. Non dovette nemmeno usarli, visto che Milano – suo alleato – lo accolse festosamente, Firenze gli aprì le porte e lo lasciò passare indisturbato e addirittura il re di Napoli, Ferdinando d'Aragona, fuggì. In quattro mesi Carlo VIII passeggiò indisturbato per l'Italia, come se fosse un turista: aveva dimostrato che, dal punto di vista militare, l'Italia era debolissima. Quando gli stati italiani capirono il rischio che stavano correndo, si allearono in una lega antifrancese che fu appoggiata anche dalla Spagna; a quel punto Carlo VIII preferì tornarsene in Francia, ma ormai era troppo tardi. Anche se Carlo VIII non dovette sparare nemmeno una cannonata, l'Italia ne uscì distrutta: si era definitivamente capito che era una facile preda. Quando Carlo VIII rientrò in Francia, gli aragonesi tornarono a Napoli e a Firenze ci fu un'insurrezione popolare che proclamò la repubblica, guidata da Savonarola, fino al 1498. Il nuovo re di Francia, Luigi XII, qualche anno dopo tornò di nuovo in Italia e, dopo una serie di accordi preventivi con Venezia e con il papa, si prese Milano. Dopo Milano puntava al possesso del Regno di Napoli, ma la Spagna non lo permise. Scoppiò allora una lunga guerra tra le due potenze europee – chiamata “Guerra d'Italia” – che alla fine si spartirono il territorio italiano e, nel 1516, firmarono la pace di Noyon: la Spagna si prese Napoli e la Francia Milano. La pace avrebbe dovuto mettere fine alle guerre nel territorio italiano ma non fu così, perché le potenze straniere si riorganizzarono e poco dopo intervennero nuovamente: la preda era troppo ghiotta. La Francia, però, non era ancora soddisfatta e mise gli occhi su Venezia; in poco tempo organizzò una lega anti veneziana, che fu addirittura appoggiata dagli altri stati italiani che ancora non aveva capito il pericolo che stavano correndo. Venezia fu sconfitta pesantemente e rischiò la totale distruzione, evitata soltanto dalla reazione delle masse contadine. In ultima analisi, l'intervento delle potenze straniere aveva messo in luce la debolezza degli stati italiani che ancora non avevano compreso che stavano perdendo la leadership europea dei traffici commerciali e anche la propria indipendenza. L'Italia aveva perso una grande occasione e Machiavelli lo aveva capito prima di tutti gli altri. La follia di difendere quello che loro definivano le libertà e le autonomie, l'aveva consegnata nelle mani dello straniero. C'è da sottolineare infine che, accanto ad un'Italia devastata dalla guerra, c'era un'Italia meravigliosa: l'Umanesimo e la cultura italiana – Leonardo, Copernico, Brunelleschi, Donatello, Ariosto etc. etc. – stavano facendo il giro del mondo. Riforma e Controriforma Sin dal XIII secolo molti riformatori avevano richiamato l'attenzione sulla crisi morale in cui versava la chiesa di Roma, ma nessuno era riuscito, prima di Lutero, a spaccare in due la cristianità. I predicatori si richiamavano alla purezza della chiesa delle origini e alla povertà e accusavano violentemente alcuni mali che affliggevano la chiesa di Roma, come il concubinato (i preti e i vescovi convivevano con donne), la
simonia (la vendita delle cariche ecclesiastiche, grazie alla quale si poteva comprare il titolo di vescovo) e l’immoralità (alcuni preti si ubriacavano, avevano figli e non sapevano nemmeno leggere e scrivere). Sul finire del Quattrocento, come se non bastasse, si diffuse la pratica delle indulgenze, cioè la remissione dei peccati a pagamento. Più i fedeli pagavano e meno le anime dei loro cari stavano in Purgatorio; in qualche caso, se la somma pagata era ingente, le anime andavano dritte in Paradiso. In teoria la remissione dei peccati avveniva tramite l'espiazione, il pentimento e la preghiera, invece la Chiesa trovò una via più redditizia. Nel 1517 il papa Leone X proclamò un'indulgenza, grazie alla quale avrebbe potuto completare la basilica di San Pietro. Ad aumentare ancora di più lo sdegno da parte dei fedeli, la raccolta delle indulgenze fu data in appalto ad alcuni banchieri che tenevano per sé una parte delle offerte. Sfruttando anche questa indignazione popolare, il 31 ottobre del 1517 un monaco agostiniano, Martin Lutero, affisse alla porta della chiesa del castello di Wittenberg un documento che conteneva 95 tesi, nelle quali si attaccava la vendita delle indulgenze, si accusava di immoralità la Chiesa di Roma e soprattutto si metteva in discussione alcuni dogmi della chiesa cristiana. Secondo Lutero, le indulgenze erano inutili, perché soltanto Dio avrebbe potuto punire o salvare i fedeli; di conseguenza il papa non aveva alcun potere sulle anime del Purgatorio, figuriamoci poi a pagamento: solamente la preghiera e la fede avrebbe condotto le anime alla salvezza eterna. Oltre ad attaccare ferocemente le indulgenze, Lutero scardinò pezzo a pezzo le basi del Cristianesimo. Secondo lui: i sacramenti erano soltanto (battesimo, eucarestia); gli uomini erano corrotti dal peccato universale e quindi non potevano far nulla per meritarsi la salvezza. La salvezza eterna, secondo lui, si poteva ottenere non per mezzo delle opere buone, ma soltanto con la fede (giustificazione per fede); il culto dei santi e della madonna non aveva senso; i pastori, al posto dei preti, potevano sposarsi, perché il matrimonio non era più un sacramento; i sacerdoti non erano considerati degli intermediari fra Dio e i fedeli, perché i fedeli potevano avere un rapporto diretto con Dio e con i testi sacri; per questo motivo, la Bibbia doveva essere tradotti nelle lingue nazionali (sacerdozio universale); a capo della cristianità c'era soltanto Dio e non il papa. Chiaramente era in gioco la sopravvivenza stessa della chiesa di Roma. Per questo motivo, nel 1520, il pontefice scrisse un'enciclica, Exurge Domine, nella quale condannò ferocemente le idee di Lutero e tutti coloro i quali le avrebbero accolte. Inoltre concesse a Lutero due mesi di tempo per rinnegare le sue idee. In risposta il monaco tedesco bruciò in pubblicò l'enciclica papale e il papa, nel 1521, lo scomunicò e lo dichiarò eretico. Se fosse stato catturato, sarebbe stato mandato al rogo. L'imperatore Carlo V prese le difese del papa e, pochi mesi dopo, intimò a Lutero di comparire davanti alla Dieta di Worms, nella quale, però, Lutero si rifiutò di rinnegare le sue idee e Carlo V lo bandì da tutti i territori dell'impero. Nel frattempo le idee luterane si diffusero, soprattutto tra le fasce più basse della popolazione, alle quali si unirono anche intellettuali e soprattutto alcuni principi tedeschi. I contadini, arrabbiati per le pesanti tasse che arricchivano Roma e animati dalle idee di uguaglianza di Lutero, insorsero in vari punti della Germania contro la nobiltà. Le insurrezioni più gravi si ebbero tra il 1524 e il 1525 e furono guidate da Thomas Muntzer, un predicatore che interpretava le tesi luterane in maniera radicale. La situazione sfociò presto in una sorta di guerra sociale; Lutero non appoggiò la rivolta contadina e anzi spinse i principi a mettere in atto una feroce repressione. Se Lutero avesse appoggiato i contadini, si sarebbe inimicato i principi e, senza l'appoggio della nobiltà tedesca, il papa lo avrebbe catturato e ucciso immediatamente. Tanti altri predicatori, in precedenza, avevano attaccato frontalmente la chiesa di Roma, ma nessuno era riuscito a dividere in due la cristianità; questo risultato era stato raggiunto proprio perché Lutero aveva ricevuto l'appoggio politico della nobiltà tedesca. Federico il Savio, infatti, mentre Lutero tornava in Germania, lo rapì e lo nascose segretamente nel suo castello, prima che lo avesse catturato il papa; durante
stilò un indice di libri proibiti (chi li avesse letti, venduti o posseduti, rischiava di essere incarcerato) e fondò il Tribunale dell'Inquisizione, che si macchiò dei crimini più atroci della storia dell'umanità. In un secolo e mezzo si stima che siano state mandate al rogo quasi mezzo milione di persone. Vi furono prese anche delle decisioni per una maggiore disciplina dei preti, i quali, ad esempio, erano obbligati a studiare molto di più, a rispettare rigorosamente il celibato, a non avere più di una carica ecclesiastica e a risiedere dove avevano l'ufficio religioso. Il Cinquecento e la Spagna di Carlo V Verso la fine del XV secolo, l'Europa finalmente comincia a riprendersi dalla crisi provocata dalla “Peste nera”. All'incirca dal 1480 fino alla fine del XVI secolo, infatti, in Europa si assiste ad una forte ripresa demografica, economica e produttiva: questo periodo da molti storici è stato chiamato “ Lungo Cinquecento”. In questi anni si mette in moto lo stesso meccanismo che avevamo già visto a partire dall'anno Mille: aumenta la popolazione, si mettono a coltura nuove terre, aumenta la produzione e si rimettono in moto i commerci. Rispetto alla crescita dell'anno Mille, però, c'è una novità: per la prima volta il commercio si espande a livello globale e gli scambi commerciali tra oriente e occidente raggiungono livelli mai visti prima. Secondo alcuni storici, grazie a questi scambi mondiali, si formano le prime forme di capitalismo: i mercanti si arricchiscono, investono la loro ricchezza e conquistano nuove rotte commerciali. Nonostante la società sia ancora prevalentemente agricola, l'accumulazione del capitale, per la prima volta nella storia dell'umanità, avviene senza l'agricoltura e questo arricchimento dell'Europa si verifica a scapito delle altre zone della terra. Tra la fine del Cinquecento e gli inizi del Seicento, inoltre, avvenne un processo che cambiò l'economia mondiale. Nell'età antica e in tutto il Medioevo il centro dell'Europa era il Mediterraneo; invece, piano piano, dopo le scoperte geografiche, il centro dell'Europa si spostò al nord, nell'Atlantico. Ne beneficiarono le nazioni settentrionali dell'Europa, come l'Olanda e l'Inghilterra, a scapito delle nazioni mediterranee, come gli stati italiani e la Spagna. I porti più importanti divennero quelli di Lisbona, Amsterdam e Londra – tutti nell'Atlantico – e le città italiane persero interesse. L'aumento della popolazione, però, ebbe anche conseguenze negative: visto che la popolazione cresceva più in fretta delle risorse alimentari, i prezzi aumentarono velocemente. Questa inflazione (aumento dei prezzi) colpì maggiormente i beni di prima necessità, come il grano, e quindi le classi più povere furono quelle più danneggiate. Questo impoverimento delle fasce più basse delle popolazione, alla lunga, preparò il terreno alla futura crisi economica che avverrà nel Seicento: i ricchi diventarono più ricchi e i poveri più poveri. Anche se l'Europa era in forte ascesa, però, la prima potenza mediterranea rimaneva ancora l'impero ottomano, che, con Solimano detto il Magnifico, riuscì a penetrare nel cuore dell'Europa. Dal punto di vista politico il Cinquecento fu un secolo pieno di guerre. Le due grandi potenze, Francia e Spagna, nel 1516 avevano trovato un accordo sancito dalla pace di Noyon, con la quale si erano spartite l'Italia: alla Francia toccò il milanese, alla Spagna il napoletano. Nel 1519, però, la situazione si ritrovò di nuovo nel caos, perché morì l'imperatore Massimiliano I. I pretendenti alla corona imperiale – che vi ricordò non era ereditaria ma elettiva – erano tre: il re di Spagna, il re di Francia e il principe di Sassonia. Il primo, Carlo d'Asburgo, era diventato re di Spagna nel 1516, in quanto nipote materno di Ferdinando d'Aragona e Isabella di Castiglia (la madre, Giovanna detta la pazza, non era in grado di diventare regina). Da parte di nonno paterno era nipote dell'imperatore Massimiliano e aveva ereditato i possedimenti degli Asburgo. Il secondo pretendente era Francesco I, acerrimo nemico degli spagnoli e re di Francia, il più potente regno d'Europa. Avrebbe voluto il trono imperiale soltanto per non farlo avere a Carlo V. Francesco era appoggiato dal papa e dai soldi dei Medici. Il terzo pretendente, l'elettore di Sassonia, era il più debole di tutti, ma era l'unico tedesco e quindi era visto
di buon occhio dagli altri elettori, che non gradivano un sovrano straniero, come Carlo o Francesco. Alla fine i principi elettori, però, si fecero comprare da Carlo V, che, dopo aver fatto dei “doni” costosi – grazie al denaro dei banchieri Fugger – fu eletto imperatore. In questo modo la Francia fu accerchiata dalla Spagna e dall'impero, entrambi nelle mani di Carlo V. In più l'imperatore possedeva anche vastissimi territori nel sud America, che portavano nelle casse della corona una grandissima quantità di oro e di argento. L'impero di Carlo V rappresentò l'ultimo tentativo di ricostruzione imperiale – universale e cristiana – ma fallì perché ormai era anacronistico, cioè fuori tempo. Gli stati nazionali erano diventati troppo forti e non potevano essere più piegati dall'impero. Dopo l'elezione di Carlo V, lo scontro tra la Francia da un lato e la Spagna-impero dall'altro si riaccese di nuovo e ancora una volta ebbe come campo di battaglia una preda molto appetibile, ma molto debole: l'Italia. Queste guerre furono chiamate dagli storici “guerre d'Italia” e furono combattute nel territorio italiano quasi ininterrottamente dal 1521 al 1559. Nel conflitto intervennero anche gli stati italiani, il papa, i principi luterani, l'Inghilterra e addirittura anche i turchi ottomani, in una guerra quasi mondiale. Gli spagnoli volevano sottrarre Milano ai francesi perché, se avessero posseduto anche il milanese – attraverso il porto di Genova – avrebbero potuto unire le due parti del regno, la Spagna e l'impero. La Francia fu sconfitta pesantemente nella guerra di Pavia e addirittura il re francese, Francesco I, fu fatto prigioniero. Il re, in cambio della sua libertà, dovette cedere Milano e la Borgogna. Il papa, che in un primo momento era alleato dell'imperatore Carlo V, cambiò idea perché fu spaventato dalla facilità della vittoria spagnola. Di conseguenza il pontefice, che da sempre aveva difeso l'equilibrio in Europa, per bloccare la Spagna, organizzò la specialità della casa, una coalizione internazionale, che fu chiamata la Lega di Cognac. Dopo che lo aveva difeso nella lotta contro la riforma luterana, l'imperatore Carlo V in realtà si aspettava più riconoscenza da parte del papa e per questo motivo, deluso e amareggiato nei confronti del pontefice, nel 1527 lo punì, facendo invadere Roma dai Lanzichenecchi, cioè le truppe mercenarie al soldo dell'imperatore. Questo evento catastrofico passò alla storia come “Il sacco di Roma”. Francia e Spagna firmarono la pace, ma poco tempo dopo litigarono di nuovo, per via dell'avanzata dei luterani e della minaccia ottomana. La Francia, con una grande mossa a sorpresa, si alleò con gli ottomani, di religione musulmana, e questa fu una svolta epocale. Nel frattempo l'impero era messo a ferro e fuoco e Carlo V dovette fronteggiare una serie di insurrezioni, provocate dalla diffusione delle idee luterane: la rivolta dei cavalieri, quella dei contadini e dei principi luterani che avevano formato un esercito comune (La Lega di Smalcalda); inoltre, come se non bastasse, nel Mediterraneo era ripresa l'offensiva turca: Solimano, detto il Magnifico, nel 1521 si impadronì di Belgrado, l'anno successivo di Rodi e nel 1526 di gran parte dell'Ungheria, puntando verso Vienna. Con Solimano, Istanbul arrivò quasi a contare mezzo milioni di abitanti, più del triplo di Londra, ed era la città più ricca, più popolosa e più cosmopolita d'Europa. La Francia, pur di bloccare l'avanzata di Carlo V, dopo essersi alleato con i turchi, si alleò pure con i principi luterani. Nel 1554 Carlo V, nonostante fosse in difficoltà, segnò un grande colpo diplomatico: fece sposare suo figlio Filippo – che poi diventerà re di Spagna – con Maria I Tudor, regina d'Inghilterra, in quegli anni impegnata nel riportare il cattolicesimo in Inghilterra I nemici di Carlo V erano troppi: i principi luterani, la Francia, l'impero ottomano, i pirati e l'imperatore capì che non ce l'avrebbe mai fatta. Nel 1555, infatti, siglò la pacificazione di Augusta tra i luterani (la lega di Smalcalda) e i cattolici che stabiliva il principio del “Cuius regio eius religio”, cioè i principi erano liberi di seguire quale religione volessero, ma il popolo era obbligato a seguire la religione scelta dal loro principe. Carlo V avrebbe voluto riportare in auge l'idea di un unico impero e una sola religione, ma alla fine, incalzato sia dal punto di vista religioso sia dal punto di vista politico, comprese che il suo sogno ormai era anacronistico. Per questo motivo – anche perché nel frattempo aveva esaurito i finanziamenti – dopo aver siglato la pacificazione di Augusta, compì un gesto che fece scalpore: nel 1556 abdicò, si ritirò in un
maniera considerevole e la Spagna si indebitò a tal punto che Filippo II fu costretto per ben tre volte a dichiarare il fallimento. Con l'aumento dei prezzi – di cui abbiamo già parlato nella lezione precedente – l'aumento della popolazione e la diminuzione dell'oro americano, la situazione spagnola precipitò e nella seconda metà del Seicento la corona di Spagna entrò in una crisi dalla quale non uscì più. Tutto il commercio passava dal porto di Siviglia ed era sottoposto ad un rigido monopolio regio. Le colonie erano costrette a commerciare soltanto con la Spagna, ma c'era una gigantesca attività di contrabbando, pari all'attività legale, portata avanti soprattutto dalla pirateria internazionale. C'era una pirateria cristiana, con base a Livorno, ma c'era anche una pirateria musulmana – più pericolosa – con sede ad Algeri. Questi pirati musulmani alle volte venivano assunti dal potente Solimano, proprio per danneggiare i traffici commerciali spagnoli.
tutta la protesta. Anche grazie all'aiuto dei pirati e della regina d'Inghilterra Elisabetta, Guglielmo I d'Orange sconfisse gli spagnoli e riuscì a farsi nominare dai ribelli governatore delle Province del nord – l'Olanda – che nel 1579 presero il nome di Repubblica delle Sette province unite, indipendente dalla Spagna e guidata dagli Orange. Gli spagnoli, in un primo momento, riuscirono a salvare gli stati del sud – all'incirca l'attuale Belgio – che rimasero nelle loro mani. c) Aiutando gli olandesi, la regina Elisabetta I divenne ufficialmente una nemica della Spagna. In realtà i rapporti tra Elisabetta e Filippo non erano mai stati buoni. Filippo II nel 1554, quando ancora non era re, aveva sposato Maria Tudor, regina d'Inghilterra, impegnata a riportare il cattolicesimo in Inghilterra. Nel 1558, però, purtroppo per Filippo, Maria morì senza lasciare eredi e quindi lui non poté più fregiarsi del titolo di re consorte d'Inghilterra. Quando Elisabetta salì al trono, nel 1558, Filippo non si oppose alla sua elezione. Nonostante Filippo II fosse il paladino del cattolicesimo e nonostante Elisabetta non fosse stata mai riconosciuta come sovrano legittimo dai cattolici – perché figlia di un matrimonio illegale, come quello di Enrico VIII e Anna Bolena – Filippo II non protestò, perché l'altra pretendente al trono era Maria Stuart che dal 1559 era moglie del re di Francia. Anche in questo caso, le motivazioni religiose furono lasciate in secondo piano: Filippo non avrebbe mai potuto consegnare l'Inghilterra al suo acerrimo nemico francese e quindi, suo malgrado, fu costretto ad accettare la nomina di Elisabetta a regina d'Inghilterra. A quel punto chiese ad Elisabetta di sposarlo, ma lei non accettò, per tutelare l'indipendenza del regno d'Inghilterra. Quando il re di Francia morì, però, la posizione Filippo II cambiò e si schierò subito con Maria Stuart, cercando in tutti i modi di metterla sul trono d'Inghilterra. Lo scontro tra Spagna e Inghilterra, sebbene camuffato da motivazioni religiose e dinastiche, era prettamente economico: l'Inghilterra aveva il dichiarato intento di diventare una grande potenza navale e voleva togliere alla Spagna il monopolio del commercio con il nuovo mondo. La goccia che fece traboccare il vaso fu l'uccisione di Maria Stuart nel 1587, la quale fu accusata di complottare contro la corona. Filippo II, a quel punto, fece allestire una flotta di 145 navi, più del triplo di quelle che avrebbe potuto schierare l'Inghilterra, e per questo fu chiamata “Invincibile Armata”. Lo scontro avvenne nel 1588 nel canale della Manica e si concluse con un disastro per la flotta spagnola: le navi, colpite da una violenta tempesta, furono in buona parte affondate prima ancora di combattere. I galeoni spagnoli erano grandi e difficili da attraccare; le navi inglesi, invece, erano più piccole e più agili e corsero più velocemente al riparo. d) Contemporaneamente alla rivolta dei Paesi Bassi e allo scontro con l'Inghilterra, si verificarono le guerre di religione in Francia e anche in questo caso, usando la religione, Filippo II cercò di indebolire il suo più acerrimo nemico. Dopo il rifiuto di Elisabetta, Filippo II si sposò con Elisabetta di Valois, figlia di Enrico II, re di Francia. Alla morte del re Enrico III, nel grande scontro per la successione, chiamato “Guerra dei Tre Enrichi”, si inserì anche Filippo II che appoggiò il fronte cattolico e cercò di mettere sul trono sua figlia, nata dal matrimonio con Elisabetta di Valois. La Guerra dei Tre Enrichi si concluse con la salita al trono di Enrico IV di Borbone e anche in questo caso Filippo II fu sconfitto. L'ultima cosa che possiamo sottolineare è che, nel 1578, quando il giovane re del Portogallo morì in battaglia, Filippo II – zio del re defunto – riuscì ad ereditare il regno del Portogallo, unificando i due imperi coloniali, in un unico immenso regno. L'Inghilterra di Elisabetta I Enrico VIII nel 1509 sposò Caterina d'Aragona, zia di Carlo V. Da queste nozze nacque Maria Tudor, ma non l'erede maschio tanto sperato. Anche per questo motivo, ma non solo – in realtà l'alleanza politica con la Spagna cominciava a sembrargli troppo stretta – Enrico VIII chiese al papa di poter divorziare da Caterina, ma il papa non acconsentì. Il re non si arrese: nel 1532 ripudiò Caterina d'Aragona e l'anno successivo sposò
un personaggio leggendario, Francis Drake, che con i suoi uomini circumnavigò il globo terrestre e riuscì a tenere a scacco l'intera flotta spagnola.
Le Guerre di religione in Francia. Le “Guerre di religione in Francia” furono combattute dal 1562 al 1598 tra cattolici e calvinisti per il controllo del regno. Questo scontro si intrecciò con altri episodi che in quegli anni misero a ferro e fuoco l'intera Europa. Innanzi tutto c'era lo scontro tra la Spagna e l'Olanda: la prima – che voleva l'indipendenza
non investì tutta Europa, ma fu una crisi della vecchia Europa mediterranea – come ad esempio la Spagna
nel Seicento si verificò un rafforzamento del potere monarchico che, per superare la crisi, tolse poteri alla nobiltà. Questo processo fu chiamato “Assolutismo” e fu caratterizzato da un potere monarchico forte e “ab solutum” - cioè sciolto – da qualunque vincolo, ad eccezione di quello di Dio ovviamente. L'assolutismo “nacque” in Francia, grazie all'azione politica di Luigi XIII e del suo ministro Richelieu, ma si diffuse anche in Spagna, in Inghilterra e in Austria. Con l'assolutismo si portò a compimento quel processo di rafforzamento dei re, cominciato con la formazione degli stati nazionali. In Olanda, invece, si diffuse un modello completamente diverso, antiassolutista, visto che l'Olanda era una repubblica. La situazione già precaria, nel Seicento fu aggravata dalla “Guerra dei Trent'anni”, combattuta tra il 1618 e il 1648. Come è spesso accaduto, le motivazioni politico-economiche furono camuffate da motivazioni religiose. La guerra dei Trent'anni è una guerra importante perché si concluse con la pace di Westfalia, nel 1648, che cambiò le sorti dell'Europa. Nel 1648, infatti, la Spagna perse definitivamente la leadership sul continente – e non la conquisterà mai più – e fu sostituita della Francia, che rimase la prima potenza al mondo fino a metà del Settecento, quando fu scalzata dall'Inghilterra, ma questo lo moderno in seguito. La guerra dei Trent'anni nacque come l'ultima guerra di religione interna all'impero – una parte voleva il cattolicesimo, un'altra il luteranesimo – ma alla fine divenne un guerra totale che investì tutta Europa. Gli schieramenti in campo erano due: i cattolici della Lega Santa (formata dagli Asburgo, dalla Spagna e dai principi cattolici) e i protestanti dell'unione Evangelica (formata dai principi protestanti, dall'Inghilterra, dalla Danimarca, dalla Svezia e dall'Olanda). L'Unione evangelica però fu aiutata anche dalla Francia la quale, pur essendo cattolica – e qua si capisce quanto le motivazioni religiose non c'entrino – era nemica della Spagna. La guerra fu combattuta in Germania e in parte in Italia: queste due zone furono in preda a devastazioni, saccheggi, carestie. La Boemia e l'Ungheria furono conquistate dagli Asburgo i quali vollero subito “cattolicizzare” e “tedeschizzare” queste terre; sia la Boemia che l'Ungheria, però, non erano cattoliche. Per queste motivo ci furono molte proteste; nel 1618, la folla inferocita entrò nel palazzo del governo e buttò dalla finestra i rappresentanti dell'imperatore (defenestrazione di Praga). L'imperatore reagì e cominciò la guerra. La situazione peggiorò ancor di più nel 1619, quando fu eletto imperatore Ferdinando II, cattolico intransigente, che si era messo in testa di togliere del tutto il protestantesimo dai suoi domini. Inoltre aveva il progetto di far diventare l'impero ereditario e non più elettivo. Nelle prime fasi della Guerra dei Trent'anni ebbe la meglio il fronte cattolico e la Spagna avviò una controffensiva su grande scala. A quel punto, a sostegno dei protestanti, intervenne dapprima la Danimarca, fallendo, e poi la Svezia. La Svezia riuscì a battere ripetutamente le truppe imperiali, ma il re di Svezia perse la vita in battaglia e al trono salì una bambina. Tutto questo disorientò l'esercito e la Svezia fu battuta da un esercito spagnolo. A questo punto, quanto la vittoria delle forze cattoliche sembrava vicina, la Francia intervenne nel conflitto e la situazione cambiò velocemente. La Francia aveva già aiutato la Boemia, la Danimarca e la Svezia, ma ora decise di entrare in guerra in prima persona contro la Spagna. La Spagna era impegnata su più fronti – contemporaneamente era alle prese con la rivolta in Olanda e con delle insurrezioni interne, come quelle in Catalogna e in Portogallo – e non resistette. L'Austria, senza l'aiuto della Spagna, uscì dalla guerra e nel 1648 firmò la pace di Westfalia con la quale lo scenario europeo cambiò completamente. Francia e Spagna continuarono ancora per un po' la guerra, ma poi la Spagna, esausta, fu sconfitta e nel 1659 firmò la definitiva pace dei Pirenei. Conseguenze della pace di Westfalia: