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Storia Moderna completo, voto esame 30, Appunti di Storia Moderna

Riassunti del programma del prof. Pira, anno accademico 2020/21 Storia moderna, con questi appunti conseguita valutazione 30/30

Tipologia: Appunti

2020/2021

Caricato il 04/05/2022

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gabriele-guerrini-1 🇮🇹

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La nascita dello Stato moderno
Tra il XIV e il XV secolo il Medioevo può dirsi concluso ed è sostituito da quella che gli storici chiamano Età
moderna.
In questo periodo la “Peste nera” aveva distrutto la struttura economica del Medioevo che si basava sul
feudalesimo, sulla nobiltà e sul possesso della terra. Adesso vediamo quali sono i cambiamenti che si
verificano negli ultimi decenni del Medioevo dal punto di vista politico.
In questo periodo entrambe le superpotenze medioevali, il Papato e l'Impero – potenze con pretese
universalistiche, cioè che volevano comandare su tutto l'universo cristiano – persero gran parte del loro
potere a scapito di una formazione politica nuova, le monarchie nazionali, che si diffuse in gran parte
d'Europa e andò a formare il volto dell'Europa così come lo conosciamo noi oggi. Per Stato moderno,
quindi, gli storici intendono una monarchia accentrata e forte, che fondava il suo potere sulla figura del re.
Questo processo si compì grazie a due elementi: l'unificazione territoriale e la centralizzazione del potere,
già anticipate in Sicilia da Federico II di Svevia.
Come tutti i grandi processi storici, è giusto sottolineare che anche la formazione dello Stato moderno è un
fenomeno plurisecolare, che comincia in questi anni e, dopo aver superato un gran numero di ostacoli (crisi
dinastiche, rivolte della nobiltà, ribellioni dei contadini), si conclude dopo un paio di secoli.
Come già detto, la formazione degli stati nazionali coincise con la contemporanea crisi del papato e
dell'impero. Dopo Federico II di Svevia, gli imperatori non tentarono più di scendere in Italia ad imporre le
loro leggi, sapendo già di essere sconfitti. Al papa andò addirittura peggio: quando il re di Francia, Filippo il
Bello, decise di tassare i beni della Chiesa, il papa, Bonifacio VIII, scomunicò il sovrano il quale, per
vendicarsi, con l'appoggio della nobiltà romana, scese in Italia, fece arrestare il papa e addirittura lo
schiaffeggiò – episodio che in realtà non sappiamo se sia realmente accaduto.
Alla morte di Bonifacio VIII, Filippo, nel 1309, si portò il papato in Francia ad Avignone, facendo in modo che
i “papi francesi” ubbidissero alla sua volontà. Quando il papato ritornò a Roma ci fu un periodo di
grandissimo caos: per alcuni decenni si ebbero due papi e una volta addirittura tre, screditando
definitivamente la Chiesa di Roma.
Unificazione territoriale
Le prime due nazioni che unificarono il proprio territorio furono la Francia e l'Inghilterra, nazioni che in
seguito diventeranno modelli politici differenti: la prima divenne il modello dello stato assoluto, l'altra il
modello dello stato costituzionale. Nella prima era il re a fare le leggi; nella seconda erano le leggi a fare il
re.
Dopo aver ridotto il potere del papato e dell'impero, i sovrani si occuparono dell'unificazione territoriale.
Ad esempio in Francia – nazione simbolo di questo processo – il re, che all'inizio controllava soltanto la zona
intorno a Parigi, tramite delle vere e proprie guerre piano piano riuscì a conquistare quasi tutto il regno,
così come lo conosciamo noi oggi, e a inglobare piccoli ducati e contee. Questo processo, però, subì una
forte battuta d'arresto perché un pezzo del territorio francese era nelle mani del re d'Inghilterra che si
oppose con ogni mezzo all'unificazione territoriale francese.
Le guerre accelerarono questo processo di unificazione territoriale perché, essendo eventi eccezionali, al re
servivano poteri eccezionali, che poi, conclusa la guerra, non venivano più ceduti. Questo è ciò che accadde
ad esempio nella “Guerra dei cent'anni”, combattuta da Francia e Inghilterra dal 1337 al 1453.
Questa guerra, infatti, più di tutte le altre, spinse involontariamente verso la formazione dello stato
nazionale: nacque come una guerra feudale, medioevale, ma diventò una guerra nazionale, moderna.
I feudatari più potenti del re di Francia erano i Plantageneti, che a loro volta erano anche re d'Inghilterra,
perché discendevano dai normanni che avevano conquistato l'Inghilterra.
Nonostante fosse un sovrano, il re di Francia chiedeva al re d'Inghilterra ubbidienza, in quanto suo vassallo.
Il re d'Inghilterra non volle saperne di ubbidirgli, perché anche lui era un sovrano, e quindi un pari grado.
Nel 1328 il re di Francia, Carlo IV, morì senza eredi. A quel punto, Edoardo III, re d'Inghilterra, reclamò il
regno di Francia per sé, perché nipote, da parte di mamma, di Filippo il Bello. Anche i Valois chiedevano il
regno per sé e quindi la guerra fu inevitabile: in gioco c'era la leadership sul continente. La Francia confiscò
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La nascita dello Stato moderno Tra il XIV e il XV secolo il Medioevo può dirsi concluso ed è sostituito da quella che gli storici chiamano Età moderna. In questo periodo la “Peste nera” aveva distrutto la struttura economica del Medioevo che si basava sul feudalesimo, sulla nobiltà e sul possesso della terra. Adesso vediamo quali sono i cambiamenti che si verificano negli ultimi decenni del Medioevo dal punto di vista politico. In questo periodo entrambe le superpotenze medioevali, il Papato e l'Impero – potenze con pretese universalistiche, cioè che volevano comandare su tutto l'universo cristiano – persero gran parte del loro potere a scapito di una formazione politica nuova, le monarchie nazionali , che si diffuse in gran parte d'Europa e andò a formare il volto dell'Europa così come lo conosciamo noi oggi. Per Stato moderno , quindi, gli storici intendono una monarchia accentrata e forte, che fondava il suo potere sulla figura del re. Questo processo si compì grazie a due elementi: l'unificazione territoriale e la centralizzazione del potere , già anticipate in Sicilia da Federico II di Svevia. Come tutti i grandi processi storici, è giusto sottolineare che anche la formazione dello Stato moderno è un fenomeno plurisecolare , che comincia in questi anni e, dopo aver superato un gran numero di ostacoli (crisi dinastiche, rivolte della nobiltà, ribellioni dei contadini), si conclude dopo un paio di secoli. Come già detto, la formazione degli stati nazionali coincise con la contemporanea crisi del papato e dell'impero. Dopo Federico II di Svevia, gli imperatori non tentarono più di scendere in Italia ad imporre le loro leggi, sapendo già di essere sconfitti. Al papa andò addirittura peggio: quando il re di Francia, Filippo il Bello, decise di tassare i beni della Chiesa, il papa, Bonifacio VIII, scomunicò il sovrano il quale, per vendicarsi, con l'appoggio della nobiltà romana, scese in Italia, fece arrestare il papa e addirittura lo schiaffeggiò – episodio che in realtà non sappiamo se sia realmente accaduto. Alla morte di Bonifacio VIII, Filippo, nel 1309, si portò il papato in Francia ad Avignone, facendo in modo che i “papi francesi” ubbidissero alla sua volontà. Quando il papato ritornò a Roma ci fu un periodo di grandissimo caos: per alcuni decenni si ebbero due papi e una volta addirittura tre, screditando definitivamente la Chiesa di Roma. Unificazione territoriale Le prime due nazioni che unificarono il proprio territorio furono la Francia e l'Inghilterra, nazioni che in seguito diventeranno modelli politici differenti: la prima divenne il modello dello stato assoluto , l'altra il modello dello stato costituzionale. Nella prima era il re a fare le leggi; nella seconda erano le leggi a fare il re. Dopo aver ridotto il potere del papato e dell'impero, i sovrani si occuparono dell'unificazione territoriale. Ad esempio in Francia – nazione simbolo di questo processo – il re, che all'inizio controllava soltanto la zona intorno a Parigi, tramite delle vere e proprie guerre piano piano riuscì a conquistare quasi tutto il regno, così come lo conosciamo noi oggi, e a inglobare piccoli ducati e contee. Questo processo, però, subì una forte battuta d'arresto perché un pezzo del territorio francese era nelle mani del re d'Inghilterra che si oppose con ogni mezzo all'unificazione territoriale francese. Le guerre accelerarono questo processo di unificazione territoriale perché, essendo eventi eccezionali, al re servivano poteri eccezionali, che poi, conclusa la guerra, non venivano più ceduti. Questo è ciò che accadde ad esempio nella “Guerra dei cent'anni”, combattuta da Francia e Inghilterra dal 1337 al 1453. Questa guerra, infatti, più di tutte le altre, spinse involontariamente verso la formazione dello stato nazionale: nacque come una guerra feudale, medioevale, ma diventò una guerra nazionale, moderna. I feudatari più potenti del re di Francia erano i Plantageneti, che a loro volta erano anche re d'Inghilterra, perché discendevano dai normanni che avevano conquistato l'Inghilterra. Nonostante fosse un sovrano, il re di Francia chiedeva al re d'Inghilterra ubbidienza, in quanto suo vassallo. Il re d'Inghilterra non volle saperne di ubbidirgli, perché anche lui era un sovrano, e quindi un pari grado. Nel 1328 il re di Francia, Carlo IV, morì senza eredi. A quel punto, Edoardo III, re d'Inghilterra, reclamò il regno di Francia per sé, perché nipote, da parte di mamma, di Filippo il Bello. Anche i Valois chiedevano il regno per sé e quindi la guerra fu inevitabile: in gioco c'era la leadership sul continente. La Francia confiscò

le terre del re d'Inghilterra in Francia e l'Inghilterra, in risposta, vietò l'esportazione della lana inglese nelle Fiandre, mettendo fortemente in crisi i mercanti francesi. Alla lunga le sorti della guerra videro in netto vantaggio l'Inghilterra fino al punto che alla morte del re di Francia, Carlo VI, nel 1422, il re d'Inghilterra Enrico VI si autoproclamò re anche di Francia. Carlo VII di Valois – figlio del re Carlo VI – però, non si arrese; si ritirò nel sud della Francia e si autoproclamò solo e unico re dei francesi, facendo leva sul sentimento nazionale e sulla lotta contro gli inglesi. Ad un certo punto, una giovanissima contadina analfabeta, che diceva di aver avuto istruzioni direttamente da Dio, andò a parlare con Carlo VII e lo invitò a cacciare gli inglesi dal suolo della Francia. Lei stessa si mise alla testa di un esercito che, nel 1429, riprese Orleans; poco dopo Carlo VII riuscì a farsi incoronare re di Francia. Giovanna d'Arco fu catturata e mandata al rogo, ma i francesi piano piano riuscirono ugualmente a riprendere tutto il territorio perduto; agli inglesi rimase soltanto un porto in territorio francese. La Francia usciva dalla guerra unita, forte e vittoriosa; inoltre il re non era più considerato il difensore degli interessi dinastici o nobiliari, ma il rappresentante di tutto il popolo francese. Era ormai una grande potenza anche mercantile e commerciale. Nonostante la sconfitta, la guerra dei cento anni era riuscita a saldare anche il sentimento nazionale inglese, in funzione anti francese. La corte abbandonò il francese – fino ad allora lingua ufficiale – e usò l'inglese. Dopo la guerra dei cento anni, però, l'Inghilterra fu devastata da un'altra guerra, una guerra dinastica, tra i Lancaster e gli York; siccome entrambe le casate nobiliari avevano una rosa nello stemma, questa guerra fu chiamata “Delle due rose”. Alla fine, nel 1483, divenne re d'Inghilterra Enrico VII Tudor che era imparentato con entrambe le casate e riuscì ad unificare e a pacificare l'Inghilterra. Anche in questo caso – così come era avvenuto in Francia, la nazione ne era uscita compatta e unita. In Inghilterra, però, i poteri del sovrano avevano un limite invalicabile, riconosciuto da tutti, la Magna Charta, una vera e propria costituzione: ad esempio il re, senza il consenso del Parlamento, non poteva arrestare nessuno oppure non poteva mettere nuove tasse. Centralizzazione del potere La prima tappa per la centralizzazione del potere era quella di indebolire chi minacciava la propria autorità, come ad esempio il clero e la nobiltà. Secondo la nobiltà – tesi ripresa dalla storiografia ottocentesca – il Medioevo era considerato una sorta di età dell'oro, perché era il periodo della massima libertà e della minima uguaglianza. Secondo la loro tesi, essendo gli uomini diseguali per natura, se lasciati liberi di esprimersi, avrebbero prodotto grandi disparità e i migliori avrebbero avuto il sopravvento; ciò portava a considerare la nobiltà giuridicamente diversa – quasi geneticamente – dalle altre classi sociali. Con lo Stato moderno, invece, l'età dell'oro – che la tradizione illuminista invece chiamava anarchia feudale – era finita perché la monarchia centralizzata aveva ridotto le libertà e aveva accresciuto l'uguaglianza tra le classi sociali, facendo un'operazione contro natura. La più penalizzata, di conseguenza, sarebbe stata la nobiltà; invece, in una società che favoriva l'uguaglianza tra le classi la più privilegiata sarebbe stata la borghesia, che piano piano si era impossessata delle cariche pubbliche. In realtà la borghesia – laica, pacifista e lavoratrice (per la nobiltà lavorare era vergognoso) – dopo essersi arricchita e aver conquistato i principali ruoli dello stato, si era comportata in due modi: in Francia aveva approfittato della perenne necessità di denaro della corona, per le spese militari e della corte, e aveva acquistato le cariche pubbliche messe in vendita, come quelle di giudice nei Parlamenti provinciali. In questo modo aveva preferito non lavorare e vivere alla maniera della nobiltà, come aveva fatto la noblesse de robe, cioè nobiltà di toga. In Inghilterra, invece, la ricca borghesia aveva preferito non snaturarsi e aveva continuato a lavorare e ad arricchirsi. In questo caso era stata la nobiltà a copiare il modello borghese – e non il contrario – e si era messa a lavorare. Quindi nella centralizzazione del potere è importante questa alleanza involontaria tra la corona e la borghesia, alleate contro la nobiltà. Anche la centralizzazione del potere fu accelerata dalla guerra, perché, a causa dei conflitti, i re avevano

  • innanzi tutto l'Europa aveva bisogno di oro, sia perché le monete d'oro circolavano sempre più spesso sia perché i mercanti europei, quando commerciavano con la Cina, avevano bisogno dell'oro, unica valuta accettata dai cinesi, visto che i prodotti europei erano considerati troppo grezzi. Tra il 1395 e il 1415 si verificò una grave crisi di metalli preziosi e l'Europa fu costretta a comprare l'oro dai mercanti musulmani.
  • Dopo la caduta di Costantinopoli, il commercio via terra divenne sempre più costoso. Questo spinse i mercanti occidentali a cercare di spezzare il monopolio commerciale musulmano, andando direttamente in oriente per acquistare spezie, tessuti, schiavi e prodotti pregiati.
  • i figli cadetti della nobiltà iberica, che erano senza terre, cominciavano a diventare un problema sociale, perché compivano delle pericolose scorrerie.
  • il cristianesimo militante, umiliato dalle sconfitte da parte dei turchi, cercava una rivincita, magari in terre lontane da evangelizzare. Servivano nuovi cattolici da evangelizzare, e da tassare, visto che le tasse dei luterani non andavano a finire più a Roma. Queste motivazioni – insieme a tante altre – spinsero l'Europa alla conquista dei mari. La prima potenza a muoversi fu il Portogallo. Colonialismo portoghese Innanzi tutto il Portogallo si affacciava sull’Atlantico e grazie alle correnti oceaniche era facile poter partire dai suoi porti. Inoltre, aveva un’ampia disponibilità di capitali che proveniva dai commerci con il ricco mondo musulmano. I viaggi di esplorazione da parte dei portoghesi presero avvio nella prima metà del XV secolo, grazie all’azione di Enrico detto il Navigatore – figlio secondogenito del re del Portogallo – e soprattutto alla diffusione delle innovazioni tecniche che i portoghesi avevano imparato dai musulmani, come la bussola. I portoghesi non puntavano al popolamento o allo sfruttamento delle terre, ma miravano alla creazione di porti in Africa ( colonialismo definito di tipo fenicio ), in modo da poter commerciare con paesi sempre più lontani. Il primo atto dell’impero portoghese fu la presa di Ceuta, nel 1415, grande centro commerciale musulmano. Nel 1440 furono catturati i primi schiavi e questo si dimostrò un grosso affare per i mercanti portoghesi. Dopo questi primi viaggi esplorativi, accadde un evento importante per le successive spedizioni: il 28 maggio 1453 i turchi conquistarono Costantinopoli. I turchi non impedirono il commercio ai mercanti cristiani, ma lo tassarono, facendo diventare il commercio tra oriente e occidente più costoso. Allora perché non approfittare dei progressi già fatti in Africa e tentare di oltrepassare il Capo di Buona Speranza – il punto più meridionale dell'Africa – e puntare direttamente verso l'India? Perché non comprare i prodotti direttamente dai mercanti indiani, più a basso costo? E così fu! Grazie alle informazioni tecniche ottenute nei primi viaggi, i portoghesi riuscirono ad allestire una spedizione che portò Bartolomeo Diaz, nel 1487, a doppiare il Capo di Buona Speranza. Siccome il Portogallo, dopo la presa di Costantinopoli, era stato l'unico regno ad accettare la proposta del papa per una crociata contro i turchi, nel 1456, fu ricompensato con una bolla papale con la quale aveva ottenuto, dal papa Callisto III, il dominio di tutte le terre scoperte nell'Atlantico e in Africa, fino in India. A tutte le altre nazioni era proibito scoprire nuove terre, pena la scomunica. In seguito anche la Spagna aveva chiesto di evangelizzare nuove terre e quindi il papa fu costretto a dividere il mondo in due sfere di influenze, tramite una raya, cioè un linea immaginaria: ad ovest della raya le terre spettavano alla Spagna, ad est al Portogallo. Dopo l'accordo tra Spagna e Portogallo, fu concesso a Vasco da Gama di partire. I portoghesi partirono da Lisbona l’8 luglio 1497, con una spedizione guidata appunto da Vasco da Gama che arrivò in India nel 1498. Gli europei in India, però, non trovarono gli indiani spaventati, ma mercanti musulmani molto indispettiti. Tra il 1519 e il 1522, infine, fu realizzata la prima circumnavigazione della terra, anche se l'ideatore di questa grande avventura, Ferdinando Magellano, non poté assistere alla fine del suo progetto; dopo aver costeggiato il Brasile, Magellano fu ucciso nelle Filippine, insieme a molti dei suoi uomini. È giusto dire, però, che l'avanzata portoghese nell'oceano indiano riuscì a sottrarre posizioni, ma non a mettere in crisi il monopolio musulmano del commercio mondiale; per questo si dovette attendere gli olandesi nel Seicento.

Colonialismo spagnolo Innanzi tutto bisogna dire che il colonialismo spagnolo era diverso da quello portoghese, perché era un colonialismo di popolamento (definito di tipo romano) e puntava non alla costruzione di porti fortificati per poter commerciare, ma alla conquista di nuove terre da coltivare. La Spagna entrò in competizione con il Portogallo soltanto a partire dal 1469, cioè quando le corone di Castiglia e di Aragona si unirono. All'inizio la spinta verso la colonizzazione fu timida, ma poi la grande occasione arrivò con Cristoforo Colombo che propose ai sovrani di Spagna di arrivare ad est navigando verso ovest. Sulla base dei calcoli dei matematici musulmani, la circonferenza della terra era di 24000 miglia, ma, siccome Colombo non era colto, non sapeva che le miglia musulmane erano lunghe 1,65 m, invece le miglia cristiane 1,35 m. Così, confondendo le miglia musulmane con quelle cristiane, Colombo credette che la circonferenza terrestre fosse di 33.000 km, invece di 40.000. Secondo questi calcoli l'oriente non era poi così lontano e questa tesi era confermata dalla Bibbia, secondo la quale il mare era solo la settima parte delle terre emerse. Colombo iniziò a navigare al servizio del Portogallo con l'idea di raggiungere l'est, navigando verso ovest; tra il 1478 e il 1484 cercò di farsi finanziare il progetto dal Portogallo, ma fu inutile perché le sue proposte arrivarono alla corte portoghese in un periodo di grande entusiasmo per le scoperte geografiche. Ma se Colombo fosse partito dalle Azzorre portoghesi, e non dalle Canarie spagnole, non sarebbe mai arrivato nel nuovo mondo, perché i venti perenni che soffiano dalle Azzorre lo avrebbero portato al polo sud. Colombo ripropose il progetto al Portogallo nel 1488, ma il ritorno trionfale di Diaz lo stroncò definitivamente. Nel frattempo, nel 1486, aveva presentato la proposta anche alla Spagna; in un primo momento ricevette una risposta negativa, ma in seguito, grazie all’intervento del confessore della regina Isabella, conosciuto in un convento dove si era ritirato, Colombo ottenne un nuovo incontro con la regina e questa volta riuscì a strappare un sì. Il Portogallo in Africa era molto più avanti e la Spagna non aveva la possibilità di contrastarlo, quindi tentò la carta della disperazione; in fondo, finanziando Colombo, non aveva nulla da perdere. Per questo motivo, sebbene non credesse fino in fondo nel progetto, lo approvò ugualmente. La corona spagnola diede a Colombo 90 uomini e soltanto 3 navi (La Niňa e la Pinta, due piccole imbarcazioni, e la Santa Maria, grande nave mercantile), requisite alla città di Palos per una vecchia multa che non aveva ancora pagato. Colombo partì da Palos il 3 agosto 1492 e arrivò nelle odierne Bahamas il 12 ottobre. In seguito giunse ad Haiti – chiamata Hispaniola – dove fondò la colonia Nadividad. Qui la nave ammiraglia colò a picco e lui decise di tornare, lasciando alcuni marinai, che poi trovò massacrati. Al ritorno in Europa arrivò nelle Azzorre e si imbatté nei portoghesi che, vedendolo arrivare, protestarono. Per neutralizzare le proteste portoghesi, gli spagnoli, fiduciosi che Colombo avesse veramente trovato la via delle Indie, chiesero l’avallo del papa Alessandro VI sulle terre scoperte. Il papa con una bolla papale, Inter coetera, modificò la raya e la fissò ad un centinaio di leghe dalle Azzorre, consegnando alla Spagna il possesso delle nuove terre nell'Atlantico; in seguito, nel 1494, le due nazioni firmarono il trattato di Tordesillas, con il quale si divisero il mondo. Dopo aver trovato l'accordo con il Portogallo, Colombo poté partire indisturbato; nel 1493, salpò dal porto di Cadice per il secondo viaggio, con una grande flotta (17 navi e 1200 uomini tra cui preti e agricoltori). Questa volta non si trattava di esplorare, ma di colonizzare e Colombo non si dimostrò uomo di governo. Ritornò in Spagna nel 1496 con poche buone notizie. I sovrani, nel 1498, affidarono a Colombo una terza spedizione; questa volta Colombo fu completamente sopraffatto dai coloni in rivolta e il suo successore lo rimandò in Spagna in catene. Nel 1502 fece un quarto viaggio e questa volta trovò l’oro in Honduras. Morì nel 1506, proprio mentre cominciò a sospettare che le terre scoperte fossero sconosciute agli europei. Nelle terre colonizzate gli spagnoli trasferirono la loro tradizionale forma di sfruttamento agricolo, l’encomienda: un villaggio o un gruppo di villaggi venivano consegnati ad un encomandero – una sorta di vero e proprio signore feudale – al quale sarebbe spettato il compito di proteggere gli abitanti, ottenendo in

garantire un equilibrio, alla fine ostacolò ancor di più la formazione di uno stato nazionale. In realtà la pace di Lodi non riuscì nemmeno a garantire la pace in Italia, perché le Signorie furono scosse da una lunga serie di rivolte interne – a Firenze, come a Napoli, vi furono delle congiure contro i Signori. L'unico che cercò in qualche modo di non far precipitare ancor di più la situazione fu Lorenzo de' Medici, detto il Magnifico, che resse Firenze dal 1469 al 1492, convinto che la pace fosse il mezzo migliore per proteggere gli affari degli stati italiani. In una di queste crisi tra gli stati – in questo caso tra Milano e Napoli – il nuovo signore di Milano, Ludovico il Moro, chiamò in suo aiuto il re di Francia, Carlo VIII di Valois che, insieme alla Spagna, aveva messo gli occhi sull'Italia. La Francia, però, non era uno staterello italiano, ma il più potente regno d'Europa e questa mossa inaugurò quello che gli storici definiscono “guerre d'Italia”. Nel 1494, infatti, Carlo VIII scese in Italia, portando con sé i cannoni di bronzi, armi mai viste prima nei territori italiani. Non dovette nemmeno usarli, visto che Milano – suo alleato – lo accolse festosamente, Firenze gli aprì le porte e lo lasciò passare indisturbato e addirittura il re di Napoli, Ferdinando d'Aragona, fuggì. In quattro mesi Carlo VIII passeggiò indisturbato per l'Italia, come se fosse un turista: aveva dimostrato che, dal punto di vista militare, l'Italia era debolissima. Quando gli stati italiani capirono il rischio che stavano correndo, si allearono in una lega antifrancese che fu appoggiata anche dalla Spagna; a quel punto Carlo VIII preferì tornarsene in Francia, ma ormai era troppo tardi. Anche se Carlo VIII non dovette sparare nemmeno una cannonata, l'Italia ne uscì distrutta: si era definitivamente capito che era una facile preda. Quando Carlo VIII rientrò in Francia, gli aragonesi tornarono a Napoli e a Firenze ci fu un'insurrezione popolare che proclamò la repubblica, guidata da Savonarola, fino al 1498. Il nuovo re di Francia, Luigi XII, qualche anno dopo tornò di nuovo in Italia e, dopo una serie di accordi preventivi con Venezia e con il papa, si prese Milano. Dopo Milano puntava al possesso del Regno di Napoli, ma la Spagna non lo permise. Scoppiò allora una lunga guerra tra le due potenze europee – chiamata “Guerra d'Italia” – che alla fine si spartirono il territorio italiano e, nel 1516, firmarono la pace di Noyon: la Spagna si prese Napoli e la Francia Milano. La pace avrebbe dovuto mettere fine alle guerre nel territorio italiano ma non fu così, perché le potenze straniere si riorganizzarono e poco dopo intervennero nuovamente: la preda era troppo ghiotta. La Francia, però, non era ancora soddisfatta e mise gli occhi su Venezia; in poco tempo organizzò una lega anti veneziana, che fu addirittura appoggiata dagli altri stati italiani che ancora non aveva capito il pericolo che stavano correndo. Venezia fu sconfitta pesantemente e rischiò la totale distruzione, evitata soltanto dalla reazione delle masse contadine. In ultima analisi, l'intervento delle potenze straniere aveva messo in luce la debolezza degli stati italiani che ancora non avevano compreso che stavano perdendo la leadership europea dei traffici commerciali e anche la propria indipendenza. L'Italia aveva perso una grande occasione e Machiavelli lo aveva capito prima di tutti gli altri. La follia di difendere quello che loro definivano le libertà e le autonomie, l'aveva consegnata nelle mani dello straniero. C'è da sottolineare infine che, accanto ad un'Italia devastata dalla guerra, c'era un'Italia meravigliosa: l'Umanesimo e la cultura italiana – Leonardo, Copernico, Brunelleschi, Donatello, Ariosto etc. etc. – stavano facendo il giro del mondo. Riforma e Controriforma Sin dal XIII secolo molti riformatori avevano richiamato l'attenzione sulla crisi morale in cui versava la chiesa di Roma, ma nessuno era riuscito, prima di Lutero, a spaccare in due la cristianità. I predicatori si richiamavano alla purezza della chiesa delle origini e alla povertà e accusavano violentemente alcuni mali che affliggevano la chiesa di Roma, come il concubinato (i preti e i vescovi convivevano con donne), la

simonia (la vendita delle cariche ecclesiastiche, grazie alla quale si poteva comprare il titolo di vescovo) e l’immoralità (alcuni preti si ubriacavano, avevano figli e non sapevano nemmeno leggere e scrivere). Sul finire del Quattrocento, come se non bastasse, si diffuse la pratica delle indulgenze, cioè la remissione dei peccati a pagamento. Più i fedeli pagavano e meno le anime dei loro cari stavano in Purgatorio; in qualche caso, se la somma pagata era ingente, le anime andavano dritte in Paradiso. In teoria la remissione dei peccati avveniva tramite l'espiazione, il pentimento e la preghiera, invece la Chiesa trovò una via più redditizia. Nel 1517 il papa Leone X proclamò un'indulgenza, grazie alla quale avrebbe potuto completare la basilica di San Pietro. Ad aumentare ancora di più lo sdegno da parte dei fedeli, la raccolta delle indulgenze fu data in appalto ad alcuni banchieri che tenevano per sé una parte delle offerte. Sfruttando anche questa indignazione popolare, il 31 ottobre del 1517 un monaco agostiniano, Martin Lutero, affisse alla porta della chiesa del castello di Wittenberg un documento che conteneva 95 tesi, nelle quali si attaccava la vendita delle indulgenze, si accusava di immoralità la Chiesa di Roma e soprattutto si metteva in discussione alcuni dogmi della chiesa cristiana. Secondo Lutero, le indulgenze erano inutili, perché soltanto Dio avrebbe potuto punire o salvare i fedeli; di conseguenza il papa non aveva alcun potere sulle anime del Purgatorio, figuriamoci poi a pagamento: solamente la preghiera e la fede avrebbe condotto le anime alla salvezza eterna. Oltre ad attaccare ferocemente le indulgenze, Lutero scardinò pezzo a pezzo le basi del Cristianesimo. Secondo lui:  i sacramenti erano soltanto (battesimo, eucarestia);  gli uomini erano corrotti dal peccato universale e quindi non potevano far nulla per meritarsi la salvezza. La salvezza eterna, secondo lui, si poteva ottenere non per mezzo delle opere buone, ma soltanto con la fede (giustificazione per fede);  il culto dei santi e della madonna non aveva senso;  i pastori, al posto dei preti, potevano sposarsi, perché il matrimonio non era più un sacramento;  i sacerdoti non erano considerati degli intermediari fra Dio e i fedeli, perché i fedeli potevano avere un rapporto diretto con Dio e con i testi sacri; per questo motivo, la Bibbia doveva essere tradotti nelle lingue nazionali (sacerdozio universale);  a capo della cristianità c'era soltanto Dio e non il papa. Chiaramente era in gioco la sopravvivenza stessa della chiesa di Roma. Per questo motivo, nel 1520, il pontefice scrisse un'enciclica, Exurge Domine, nella quale condannò ferocemente le idee di Lutero e tutti coloro i quali le avrebbero accolte. Inoltre concesse a Lutero due mesi di tempo per rinnegare le sue idee. In risposta il monaco tedesco bruciò in pubblicò l'enciclica papale e il papa, nel 1521, lo scomunicò e lo dichiarò eretico. Se fosse stato catturato, sarebbe stato mandato al rogo. L'imperatore Carlo V prese le difese del papa e, pochi mesi dopo, intimò a Lutero di comparire davanti alla Dieta di Worms, nella quale, però, Lutero si rifiutò di rinnegare le sue idee e Carlo V lo bandì da tutti i territori dell'impero. Nel frattempo le idee luterane si diffusero, soprattutto tra le fasce più basse della popolazione, alle quali si unirono anche intellettuali e soprattutto alcuni principi tedeschi. I contadini, arrabbiati per le pesanti tasse che arricchivano Roma e animati dalle idee di uguaglianza di Lutero, insorsero in vari punti della Germania contro la nobiltà. Le insurrezioni più gravi si ebbero tra il 1524 e il 1525 e furono guidate da Thomas Muntzer, un predicatore che interpretava le tesi luterane in maniera radicale. La situazione sfociò presto in una sorta di guerra sociale; Lutero non appoggiò la rivolta contadina e anzi spinse i principi a mettere in atto una feroce repressione. Se Lutero avesse appoggiato i contadini, si sarebbe inimicato i principi e, senza l'appoggio della nobiltà tedesca, il papa lo avrebbe catturato e ucciso immediatamente. Tanti altri predicatori, in precedenza, avevano attaccato frontalmente la chiesa di Roma, ma nessuno era riuscito a dividere in due la cristianità; questo risultato era stato raggiunto proprio perché Lutero aveva ricevuto l'appoggio politico della nobiltà tedesca. Federico il Savio, infatti, mentre Lutero tornava in Germania, lo rapì e lo nascose segretamente nel suo castello, prima che lo avesse catturato il papa; durante

stilò un indice di libri proibiti (chi li avesse letti, venduti o posseduti, rischiava di essere incarcerato) e fondò il Tribunale dell'Inquisizione, che si macchiò dei crimini più atroci della storia dell'umanità. In un secolo e mezzo si stima che siano state mandate al rogo quasi mezzo milione di persone. Vi furono prese anche delle decisioni per una maggiore disciplina dei preti, i quali, ad esempio, erano obbligati a studiare molto di più, a rispettare rigorosamente il celibato, a non avere più di una carica ecclesiastica e a risiedere dove avevano l'ufficio religioso. Il Cinquecento e la Spagna di Carlo V Verso la fine del XV secolo, l'Europa finalmente comincia a riprendersi dalla crisi provocata dalla “Peste nera”. All'incirca dal 1480 fino alla fine del XVI secolo, infatti, in Europa si assiste ad una forte ripresa demografica, economica e produttiva: questo periodo da molti storici è stato chiamato “ Lungo Cinquecento”. In questi anni si mette in moto lo stesso meccanismo che avevamo già visto a partire dall'anno Mille: aumenta la popolazione, si mettono a coltura nuove terre, aumenta la produzione e si rimettono in moto i commerci. Rispetto alla crescita dell'anno Mille, però, c'è una novità: per la prima volta il commercio si espande a livello globale e gli scambi commerciali tra oriente e occidente raggiungono livelli mai visti prima. Secondo alcuni storici, grazie a questi scambi mondiali, si formano le prime forme di capitalismo: i mercanti si arricchiscono, investono la loro ricchezza e conquistano nuove rotte commerciali. Nonostante la società sia ancora prevalentemente agricola, l'accumulazione del capitale, per la prima volta nella storia dell'umanità, avviene senza l'agricoltura e questo arricchimento dell'Europa si verifica a scapito delle altre zone della terra. Tra la fine del Cinquecento e gli inizi del Seicento, inoltre, avvenne un processo che cambiò l'economia mondiale. Nell'età antica e in tutto il Medioevo il centro dell'Europa era il Mediterraneo; invece, piano piano, dopo le scoperte geografiche, il centro dell'Europa si spostò al nord, nell'Atlantico. Ne beneficiarono le nazioni settentrionali dell'Europa, come l'Olanda e l'Inghilterra, a scapito delle nazioni mediterranee, come gli stati italiani e la Spagna. I porti più importanti divennero quelli di Lisbona, Amsterdam e Londra – tutti nell'Atlantico – e le città italiane persero interesse. L'aumento della popolazione, però, ebbe anche conseguenze negative: visto che la popolazione cresceva più in fretta delle risorse alimentari, i prezzi aumentarono velocemente. Questa inflazione (aumento dei prezzi) colpì maggiormente i beni di prima necessità, come il grano, e quindi le classi più povere furono quelle più danneggiate. Questo impoverimento delle fasce più basse delle popolazione, alla lunga, preparò il terreno alla futura crisi economica che avverrà nel Seicento: i ricchi diventarono più ricchi e i poveri più poveri. Anche se l'Europa era in forte ascesa, però, la prima potenza mediterranea rimaneva ancora l'impero ottomano, che, con Solimano detto il Magnifico, riuscì a penetrare nel cuore dell'Europa. Dal punto di vista politico il Cinquecento fu un secolo pieno di guerre. Le due grandi potenze, Francia e Spagna, nel 1516 avevano trovato un accordo sancito dalla pace di Noyon, con la quale si erano spartite l'Italia: alla Francia toccò il milanese, alla Spagna il napoletano. Nel 1519, però, la situazione si ritrovò di nuovo nel caos, perché morì l'imperatore Massimiliano I. I pretendenti alla corona imperiale – che vi ricordò non era ereditaria ma elettiva – erano tre: il re di Spagna, il re di Francia e il principe di Sassonia. Il primo, Carlo d'Asburgo, era diventato re di Spagna nel 1516, in quanto nipote materno di Ferdinando d'Aragona e Isabella di Castiglia (la madre, Giovanna detta la pazza, non era in grado di diventare regina). Da parte di nonno paterno era nipote dell'imperatore Massimiliano e aveva ereditato i possedimenti degli Asburgo. Il secondo pretendente era Francesco I, acerrimo nemico degli spagnoli e re di Francia, il più potente regno d'Europa. Avrebbe voluto il trono imperiale soltanto per non farlo avere a Carlo V. Francesco era appoggiato dal papa e dai soldi dei Medici. Il terzo pretendente, l'elettore di Sassonia, era il più debole di tutti, ma era l'unico tedesco e quindi era visto

di buon occhio dagli altri elettori, che non gradivano un sovrano straniero, come Carlo o Francesco. Alla fine i principi elettori, però, si fecero comprare da Carlo V, che, dopo aver fatto dei “doni” costosi – grazie al denaro dei banchieri Fugger – fu eletto imperatore. In questo modo la Francia fu accerchiata dalla Spagna e dall'impero, entrambi nelle mani di Carlo V. In più l'imperatore possedeva anche vastissimi territori nel sud America, che portavano nelle casse della corona una grandissima quantità di oro e di argento. L'impero di Carlo V rappresentò l'ultimo tentativo di ricostruzione imperiale – universale e cristiana – ma fallì perché ormai era anacronistico, cioè fuori tempo. Gli stati nazionali erano diventati troppo forti e non potevano essere più piegati dall'impero. Dopo l'elezione di Carlo V, lo scontro tra la Francia da un lato e la Spagna-impero dall'altro si riaccese di nuovo e ancora una volta ebbe come campo di battaglia una preda molto appetibile, ma molto debole: l'Italia. Queste guerre furono chiamate dagli storici “guerre d'Italia” e furono combattute nel territorio italiano quasi ininterrottamente dal 1521 al 1559. Nel conflitto intervennero anche gli stati italiani, il papa, i principi luterani, l'Inghilterra e addirittura anche i turchi ottomani, in una guerra quasi mondiale. Gli spagnoli volevano sottrarre Milano ai francesi perché, se avessero posseduto anche il milanese – attraverso il porto di Genova – avrebbero potuto unire le due parti del regno, la Spagna e l'impero. La Francia fu sconfitta pesantemente nella guerra di Pavia e addirittura il re francese, Francesco I, fu fatto prigioniero. Il re, in cambio della sua libertà, dovette cedere Milano e la Borgogna. Il papa, che in un primo momento era alleato dell'imperatore Carlo V, cambiò idea perché fu spaventato dalla facilità della vittoria spagnola. Di conseguenza il pontefice, che da sempre aveva difeso l'equilibrio in Europa, per bloccare la Spagna, organizzò la specialità della casa, una coalizione internazionale, che fu chiamata la Lega di Cognac. Dopo che lo aveva difeso nella lotta contro la riforma luterana, l'imperatore Carlo V in realtà si aspettava più riconoscenza da parte del papa e per questo motivo, deluso e amareggiato nei confronti del pontefice, nel 1527 lo punì, facendo invadere Roma dai Lanzichenecchi, cioè le truppe mercenarie al soldo dell'imperatore. Questo evento catastrofico passò alla storia come “Il sacco di Roma”. Francia e Spagna firmarono la pace, ma poco tempo dopo litigarono di nuovo, per via dell'avanzata dei luterani e della minaccia ottomana. La Francia, con una grande mossa a sorpresa, si alleò con gli ottomani, di religione musulmana, e questa fu una svolta epocale. Nel frattempo l'impero era messo a ferro e fuoco e Carlo V dovette fronteggiare una serie di insurrezioni, provocate dalla diffusione delle idee luterane: la rivolta dei cavalieri, quella dei contadini e dei principi luterani che avevano formato un esercito comune (La Lega di Smalcalda); inoltre, come se non bastasse, nel Mediterraneo era ripresa l'offensiva turca: Solimano, detto il Magnifico, nel 1521 si impadronì di Belgrado, l'anno successivo di Rodi e nel 1526 di gran parte dell'Ungheria, puntando verso Vienna. Con Solimano, Istanbul arrivò quasi a contare mezzo milioni di abitanti, più del triplo di Londra, ed era la città più ricca, più popolosa e più cosmopolita d'Europa. La Francia, pur di bloccare l'avanzata di Carlo V, dopo essersi alleato con i turchi, si alleò pure con i principi luterani. Nel 1554 Carlo V, nonostante fosse in difficoltà, segnò un grande colpo diplomatico: fece sposare suo figlio Filippo – che poi diventerà re di Spagna – con Maria I Tudor, regina d'Inghilterra, in quegli anni impegnata nel riportare il cattolicesimo in Inghilterra I nemici di Carlo V erano troppi: i principi luterani, la Francia, l'impero ottomano, i pirati e l'imperatore capì che non ce l'avrebbe mai fatta. Nel 1555, infatti, siglò la pacificazione di Augusta tra i luterani (la lega di Smalcalda) e i cattolici che stabiliva il principio del “Cuius regio eius religio”, cioè i principi erano liberi di seguire quale religione volessero, ma il popolo era obbligato a seguire la religione scelta dal loro principe. Carlo V avrebbe voluto riportare in auge l'idea di un unico impero e una sola religione, ma alla fine, incalzato sia dal punto di vista religioso sia dal punto di vista politico, comprese che il suo sogno ormai era anacronistico. Per questo motivo – anche perché nel frattempo aveva esaurito i finanziamenti – dopo aver siglato la pacificazione di Augusta, compì un gesto che fece scalpore: nel 1556 abdicò, si ritirò in un

maniera considerevole e la Spagna si indebitò a tal punto che Filippo II fu costretto per ben tre volte a dichiarare il fallimento. Con l'aumento dei prezzi – di cui abbiamo già parlato nella lezione precedente – l'aumento della popolazione e la diminuzione dell'oro americano, la situazione spagnola precipitò e nella seconda metà del Seicento la corona di Spagna entrò in una crisi dalla quale non uscì più. Tutto il commercio passava dal porto di Siviglia ed era sottoposto ad un rigido monopolio regio. Le colonie erano costrette a commerciare soltanto con la Spagna, ma c'era una gigantesca attività di contrabbando, pari all'attività legale, portata avanti soprattutto dalla pirateria internazionale. C'era una pirateria cristiana, con base a Livorno, ma c'era anche una pirateria musulmana – più pericolosa – con sede ad Algeri. Questi pirati musulmani alle volte venivano assunti dal potente Solimano, proprio per danneggiare i traffici commerciali spagnoli.

  1. Politica religiosa Filippo II era profondamente convinto che Dio lo avesse fatto diventare re per proteggere il cattolicesimo dai suoi nemici e per questo motivo si comportò con estrema durezza con tutti coloro i quali si allontanavano dall'ortodossia cattolica, perseguitandoli con ogni mezzo e servendosi anche del potere della terribile Inquisizione. La durezza nei confronti dei nemici del cattolicesimo, gli fece perdere anche parte dell'appoggio di chi in un primo momento stava con la Spagna. In maniera forte e ossessiva, perseguitò i conversos. ( ebrei convertiti al cattolicesimo), i moriscos, (musulmani convertiti al cattolicesimo), i luterani e persino i cattolici non perfettamente aderenti alle dottrine di Roma, perché considerati nemici della nazione spagnola. Come se non bastasse, tutte le nazioni che appoggiavano questi “senza Dio”, erano nemici della Spagna, come ad esempio, l'Olanda, l'Inghilterra e la Francia.
  2. Politica Estera Dal punto di vista della politica estera i suoi obiettivi erano: a) sconfiggere la minaccia dei turchi ottomani nel Mediterraneo; b) contrastare l'autonomia dei Paesi Bassi; c) far rientrare l'Inghilterra nella sfera d'influenza spagnola; d) limitare la potenza francese. a) Dopo la morte di Solimano detto il Magnifico, nel 1566, i cristiani cercarono di recuperare posizioni nel Mediterraneo, ma non ci riuscirono. I turchi, anzi, nel 1570, dopo aver conquistato Malta, riuscirono a strappare pure Cipro, possedimento veneziano. Per riprendere Cipro, ovviamente il papa propose l'ennesima Lega santa che univa la Spagna, Genova e Venezia. La Francia non accettò di farne parte, perché era alleata dei turchi. Lo scontro avvenne nel 1571 e fu una battaglia famosissima; i cristiani batterono per la prima volta dopo alcuni secoli i turchi a Lepanto, in Grecia, e fu una vittoria che fece scalpore. Dopo lo sbandamento iniziale, però, l'impero ottomano si riprese velocemente e riuscì a bloccare ancora per qualche tempo l'avanzata cristiana. b) Negli stessi anni dello scontro con i turchi ottomani, Filippo II dovette fronteggiare una violentissima ribellione dei Paesi Bassi che protestavano sia contro la pesante tassazione imposta dagli spagnoli – per finanziare le numerose guerre – sia contro l'imposizione del cattolicesimo in un paese calvinista. I Paesi Bassi erano una zona molto ricca dal punto di vista commerciale e manifatturiero, ma erano tassati esageratamente dagli spagnoli. Erano 17 province che in precedenza godevano di una buona autonomia politica ed erano molto diverse tra loro: alcune erano cattoliche, alcune calviniste, alcune agricole, alcune commerciali. Quando Filippo II vide che nei suoi possedimenti si stava diffondendo il calvinismo, intervenne in maniera feroce, annullando qualunque forma di autonomia politica e applicando in maniera ferrea ciò che era stato deciso dal Concilio di Trento. La rivolta dei Paesi Bassi contro la Spagna – chiamata rivolta dei pezzenti – scoppiò nel 1566, proprio in risposta all'intervento spagnolo. Le fasce più basse della popolazione attaccarono chiese e conventi, simbolo del cattolicesimo, ma la repressione fu durissima e durò fino al 1573. A causa dell'inspiegabile durezza della repressione, anche la nobiltà cattolica dei Paesi Bassi abbandonò Filippo II e appoggiò la casata nobiliare degli Orange – dapprima cattolici ma divenuti protestanti – capace di riunire intorno a loro

tutta la protesta. Anche grazie all'aiuto dei pirati e della regina d'Inghilterra Elisabetta, Guglielmo I d'Orange sconfisse gli spagnoli e riuscì a farsi nominare dai ribelli governatore delle Province del nord – l'Olanda – che nel 1579 presero il nome di Repubblica delle Sette province unite, indipendente dalla Spagna e guidata dagli Orange. Gli spagnoli, in un primo momento, riuscirono a salvare gli stati del sud – all'incirca l'attuale Belgio – che rimasero nelle loro mani. c) Aiutando gli olandesi, la regina Elisabetta I divenne ufficialmente una nemica della Spagna. In realtà i rapporti tra Elisabetta e Filippo non erano mai stati buoni. Filippo II nel 1554, quando ancora non era re, aveva sposato Maria Tudor, regina d'Inghilterra, impegnata a riportare il cattolicesimo in Inghilterra. Nel 1558, però, purtroppo per Filippo, Maria morì senza lasciare eredi e quindi lui non poté più fregiarsi del titolo di re consorte d'Inghilterra. Quando Elisabetta salì al trono, nel 1558, Filippo non si oppose alla sua elezione. Nonostante Filippo II fosse il paladino del cattolicesimo e nonostante Elisabetta non fosse stata mai riconosciuta come sovrano legittimo dai cattolici – perché figlia di un matrimonio illegale, come quello di Enrico VIII e Anna Bolena – Filippo II non protestò, perché l'altra pretendente al trono era Maria Stuart che dal 1559 era moglie del re di Francia. Anche in questo caso, le motivazioni religiose furono lasciate in secondo piano: Filippo non avrebbe mai potuto consegnare l'Inghilterra al suo acerrimo nemico francese e quindi, suo malgrado, fu costretto ad accettare la nomina di Elisabetta a regina d'Inghilterra. A quel punto chiese ad Elisabetta di sposarlo, ma lei non accettò, per tutelare l'indipendenza del regno d'Inghilterra. Quando il re di Francia morì, però, la posizione Filippo II cambiò e si schierò subito con Maria Stuart, cercando in tutti i modi di metterla sul trono d'Inghilterra. Lo scontro tra Spagna e Inghilterra, sebbene camuffato da motivazioni religiose e dinastiche, era prettamente economico: l'Inghilterra aveva il dichiarato intento di diventare una grande potenza navale e voleva togliere alla Spagna il monopolio del commercio con il nuovo mondo. La goccia che fece traboccare il vaso fu l'uccisione di Maria Stuart nel 1587, la quale fu accusata di complottare contro la corona. Filippo II, a quel punto, fece allestire una flotta di 145 navi, più del triplo di quelle che avrebbe potuto schierare l'Inghilterra, e per questo fu chiamata “Invincibile Armata”. Lo scontro avvenne nel 1588 nel canale della Manica e si concluse con un disastro per la flotta spagnola: le navi, colpite da una violenta tempesta, furono in buona parte affondate prima ancora di combattere. I galeoni spagnoli erano grandi e difficili da attraccare; le navi inglesi, invece, erano più piccole e più agili e corsero più velocemente al riparo. d) Contemporaneamente alla rivolta dei Paesi Bassi e allo scontro con l'Inghilterra, si verificarono le guerre di religione in Francia e anche in questo caso, usando la religione, Filippo II cercò di indebolire il suo più acerrimo nemico. Dopo il rifiuto di Elisabetta, Filippo II si sposò con Elisabetta di Valois, figlia di Enrico II, re di Francia. Alla morte del re Enrico III, nel grande scontro per la successione, chiamato “Guerra dei Tre Enrichi”, si inserì anche Filippo II che appoggiò il fronte cattolico e cercò di mettere sul trono sua figlia, nata dal matrimonio con Elisabetta di Valois. La Guerra dei Tre Enrichi si concluse con la salita al trono di Enrico IV di Borbone e anche in questo caso Filippo II fu sconfitto. L'ultima cosa che possiamo sottolineare è che, nel 1578, quando il giovane re del Portogallo morì in battaglia, Filippo II – zio del re defunto – riuscì ad ereditare il regno del Portogallo, unificando i due imperi coloniali, in un unico immenso regno. L'Inghilterra di Elisabetta I Enrico VIII nel 1509 sposò Caterina d'Aragona, zia di Carlo V. Da queste nozze nacque Maria Tudor, ma non l'erede maschio tanto sperato. Anche per questo motivo, ma non solo – in realtà l'alleanza politica con la Spagna cominciava a sembrargli troppo stretta – Enrico VIII chiese al papa di poter divorziare da Caterina, ma il papa non acconsentì. Il re non si arrese: nel 1532 ripudiò Caterina d'Aragona e l'anno successivo sposò

un personaggio leggendario, Francis Drake, che con i suoi uomini circumnavigò il globo terrestre e riuscì a tenere a scacco l'intera flotta spagnola.

  1. Progresso economico. Prima del regno di Elisabetta I, l'Inghilterra era ancora un paese sottosviluppato, che esportava materie prime; nel corso del Cinquecento, invece, cominciò a diventare una nazione “industriale” e ad esportare prodotti finiti, a danno dell'industria tessile italiana. Durante il regno di Elisabetta I, infatti, l'Inghilterra cominciò a diventare una grande potenza e a ridurre le distanze con la Francia e con la Spagna. Sebbene fosse ancora una nazione rurale che basava la sua ricchezza sulla lana, la popolazione aumentò, furono confiscate le terre alla Chiesa e furono cedute ad una classe di piccoli proprietari terrieri, il commercio si intensificò e fu incoraggiata l'esplorazione delle terre del nord America.
  2. Scontro con la Scozia Il primo problema che Elisabetta dovette affrontare fu Maria Stuart – regina di Scozia – che rimase vedova del re di Francia. Perché la morte del re di Francia era un problema per Elisabetta? Perché fino a quando Maria Stuart era moglie del re di Francia, non ebbe mai l'appoggio della Spagna, ma quando il re di Francia morì le cose cambiarono e Filippo II e la famiglia francese dei Guisa cercarono in tutti i modi – anche con congiure di palazzo e attentati – di far diventare Maria Stuart regina, per riportare il cattolicesimo in Inghilterra. Il progetto però fallì anche perché Maria cercò di ristabilire il cattolicesimo in Scozia – che però era un paese calvinista – e la Scozia si ribellò e la cacciò; nel 1567 Maria fuggì, abdicò a favore del figlio Giacomo I Stuart e andò in Inghilterra, dove Elisabetta la accolse a braccia aperte e la fece rinchiudere in una sorta di prigione dorata. Pessima idea: se fosse andata in Spagna le sarebbe andata meglio. Infatti, nel 1587, dopo l'ennesima congiura, Elisabetta la fece giustiziare.
  3. Scontro con la Spagna Filippo II , sconfitto in Olanda, messo sotto scacco dai pirati e scoperto mentre complottava con Maria Stuart, si arrabbiò e si decise di attaccare l'Inghilterra per distruggere il più potente alleato dei protestanti. Lo scontro tra Spagna e Inghilterra, sebbene camuffato da motivazioni religiose e dinastiche, era prettamente economico: l'Inghilterra aveva il dichiarato intento di diventare una grande potenza navale mettendo in pericolo i traffici commerciali spagnoli. Filippo II a quel punto fece allestire una flotta di 145 navi – più del triplo di quella che avrebbe potuto schierare l'Inghilterra – e per questo fu chiamata “Invincibile Armata”. Lo scontro avvenne nel 1588 nel canale della Manica e si concluse con un disastro per la flotta spagnola, colpita da una violenta tempesta e affondata prima ancora di combattere. Inoltre i galeoni spagnoli erano grandi e difficili da far attraccare in Inghilterra; le navi inglesi, invece, erano più piccole e più agili. La flotta inglese era capeggiata dal grande pirata Francis Drake, il primo inglese ad aver compiuto il giro del mondo. In ultima analisi possiamo dire che il regno di Elisabetta I fu molto importante: soprattutto nella seconda parte del regno, l'Inghilterra ebbe un grandissimo sviluppo economico, la popolazione aumentò da 3 a 4 milioni di abitanti, l'agricoltura riuscì a sfamare tutti, senza aumenti dei prezzi, le industrie erano in piena espansione, Londra aveva una popolazione di 150.000 abitanti e diventò una grandissima piazza commerciale con un porto in enorme espansione, si diffuse la borsa e i cantieri navali. Alla morte di Elisabetta sul trono andò Giacomo I Stuart, re di Scozia e figlio di Maria Stuart, ma protestante, e quindi rispettò l'ordinamento religioso inglese. Siccome Giacomo era figlio di Maria, paladina del cattolicesimo, i cattolici inglesi riversarono in lui molte speranze che però ben presto rimasero deluse. Per questo motivo organizzarono una congiura – chiamata “delle polveri” – nella quale cercarono di far saltare per aria, con la polvere da sparo appunto, la Camera dei Lord, con i parlamentari e il re dentro, nel giorno della prima seduta del nuovo Parlamento. Lo scontro tra la Spagna cattolica e l'Inghilterra protestante si riversò anche in Francia, paese diviso a metà.

Le Guerre di religione in Francia. Le “Guerre di religione in Francia” furono combattute dal 1562 al 1598 tra cattolici e calvinisti per il controllo del regno. Questo scontro si intrecciò con altri episodi che in quegli anni misero a ferro e fuoco l'intera Europa. Innanzi tutto c'era lo scontro tra la Spagna e l'Olanda: la prima – che voleva l'indipendenza

  • era appoggiata dai calvinisti, da Elisabetta I regina d'Inghilterra, dai principi luterani tedeschi e dai pirati; la Spagna – che difendeva la propria leadership sul continente – invece, era appoggiata da tutte le forze cattoliche d'Europa. Inoltre, sempre in quegli anni, si assistette allo scontro tra Elisabetta I e Filippo II re di Spagna: gli schieramenti in campo erano sempre gli stessi. Insomma... tutti coloro i quali volevano sfuggire dalle grinfie della Spagna e volevano contrastare la sua leadership sul continente si allontanarono dal cattolicesimo e si avvicinarono, per motivi politici più che religiosi, al protestantesimo. Infatti, più che guerre di religioni, erano guerre che servivano, attraverso la religione, a rafforzare la propria posizione politica. A rendere ancor più complicata la situazione europea, a un certo punto ci fu la diffusione della dottrina calvinista anche in Francia. Il calvinismo partiva dalla teoria di Lutero ma se ne distaccava sia dal punto dogmatico sia – soprattutto – per un'applicazione religiosa molto più ferrea e integralista. Con la diffusione delle dottrine di Giovanni Calvino, la Francia rischiò di essere spezzata in due, anche perché il calvinismo non si diffuse soltanto nelle fasce più basse della popolazione, ma anche tra le file dell'alta nobiltà; questo rappresentava un pericolo maggiore, perché la grande nobiltà francese, diventata calvinista, puntava direttamente al controllo del regno. I cattolici, però, e soprattutto la Spagna, non avrebbero mai permesso che la Francia fosse diventata un regno calvinista. Sia i cattolici che i calvinisti – che in Francia furono chiamati, in maniera dispregiativa, ugonotti – credevano che la propria religione fosse l'unica vera e per questo motivo erano fortemente intolleranti nei confronti degli altri. La situazione si complicò quando sia l'una sia l'altra fazione furono appoggiate da due delle famiglie più importanti di Francia, creando di fatto due “partiti” in lotta tra di loro: i Guisa per i cattolici e i Borbone per i calvinisti. Per questo motivo in Francia scoppiò una vera e propria guerra civile, alimentata anche dall'interferenza delle altre potenze: la Spagna e il papa appoggiarono i Guisa, imparentati con gli Stuart – Maria Stuart, regina di Scozia, pretendente al trono d'Inghilterra e vedova del re di Francia, era la figlia di una Guisa –; l'Inghilterra e i principi luterani tedeschi appoggiarono i Borbone. Da qui si capisce quanto fosse complesso l'intreccio politico e dinastico che rendeva la situazione esplosiva. La famiglia dei Guisa, quindi, si servì della religione cattolica e dell'appoggio della Spagna per realizzare il suo grandioso progetto politico: controllare contemporaneamente la corona di Scozia, d'Inghilterra e di Francia. Le guerre di religioni si combatterono in modo feroce e sanguinoso, come già detto, dal 1562 al 1598, anche perché la grande nobiltà, approfittando di una monarchia debole e degli scontri religiosi, avrebbe voluto contrastare l'assolutismo e soprattutto avrebbe voluto recuperare parte del potere che aveva perso negli ultimi decenni, durante la formazione dello stato moderno. Tutto cominciò nel 1559, quando Enrico II di Valois, re di Francia, morì cadendo da cavallo, mentre stava festeggiando la pace di Cateau-Cambresis. Vi ricordate? Era la pace che sanciva la fine della guerra tra Francia e Spagna che durava da quasi mezzo secolo. A lui successe suo figlio, un ragazzino di 15 anni – abbastanza malaticcio – Francesco II, che sposò Maria Stuart, futura regina di Scozia. Francesco II, però, morì l'anno successivo a 16 anni e a lui successe suo fratello, un bambino di 10 anni, Carlo IX, e la reggenza andò alla madre Caterina de' Medici. La madre tentò in tutti i modi di calmare le due fazioni in lotta, cattolici e ugonotti, ma non ci riuscì. Anche Carlo IX morì giovane a 24 anni. Quando c'era una monarchia debole, le famiglie nobiliari tendevano a prendere potere e quindi la situazione precipitò in fretta, soprattutto – come già detto – per colpa dell'intervento delle potenze straniere, le quali, vedendo la Francia in grossa difficoltà, avrebbero voluto controllare il regno: gli ugonotti erano appoggiati dall'Olanda e dall'Inghilterra e i cattolici chiaramente dalla Spagna. Nel 1562 Caterina de' Medici concesse una parziale libertà di culto agli ugonotti, ma i cattolici, capeggiati dai Guisa, contrari a questa concessione, insorsero, massacrando molti ugonotti. Dopo qualche tempo Caterina de' Medici riuscì a fatica a far raggiungere un accordo tra le due parti e, nel 1570, fu firmato il trattato di Saint-Germain, per sancire questa pace. La

non investì tutta Europa, ma fu una crisi della vecchia Europa mediterranea – come ad esempio la Spagna

  • ancora legata a modelli cavallereschi e feudali. Invece, le nazioni più “borghesi” che si affacciavano nell'Atlantico, come l'Inghilterra e l'Olanda, nel corso del Seicento vissero una fase di grandissima ascesa economica. Il mondo, dopo le scoperte geografiche, era ormai cambiato: quando il centro dell'Europa era il Mediterraneo, le nazioni che si affacciavano nel Mediterraneo erano ricche, come ad esempio la Sicilia di Federico II; quando invece il centro dell'Europa si spostò nell'Atlantico – in seguito alle scoperte geografiche – l'Europa mediterranea entrò in una crisi dalla quale non si riprese più. Questa differenza tra nord e sud d'Europa influenzò anche la crescita della popolazione: nell'Europa mediterranea la popolazione diminuì, in Olanda e Inghilterra, invece, la popolazione aumentò. Nel Seicento, in buona parte d'Europa, si verificò ciò che abbiamo già visto nella crisi del Trecento: i cattivi raccolti portarono le carestie; a causa delle carestie i prezzi aumentarono; i contadini che non riuscirono a comprare da mangiare si riversarono in città in cerca di lavoretti, elemosina e furtarelli; siccome in città erano troppi e siccome non si lavavano, scoppiò la peste. Come se non bastasse ci furono anche molte guerre che portarono con sé saccheggi e distruzioni. Infine i re, a completare l'opera, aumentarono tantissimo le tasse per pagare le loro guerre e la corte e le masse contadine insorsero violentemente. Ci furono anche insurrezioni per l'indipendenza, come quella del Portogallo – ci riuscì – e della Catalogna – non ci riuscì – e di Napoli, capeggiata da Masaniello. Nel Seicento la Spagna era la prima potenza europea, ma la nobiltà non voleva saperne di lavorare e la borghesia, appena metteva qualche soldo da parte, comprava il titolo e viveva da nobile, cioè non lavorando. Quando in una nazione molti non lavorano, il destino è segnato: vivevano soltanto dell'oro e dell'argento che proveniva dalle colonie, ma alla lunga la struttura produttiva della Spagna si ridusse all'osso e si indebitarono. Quando l'oro e l'argento americano diminuirono, la Spagna non riuscì a pagare l'enorme mole di debiti che aveva. Per superare la crisi, aumentò le tasse e il controllo sulle periferie che insorsero. Anche l'Italia entrò in crisi per tanti motivi. Quali furono le cause?
    1. Una grande epidemia di peste – quella raccontata da Manzoni – che provocò alcune migliaia di morti;
  1. parecchie insurrezioni popolari, la più famosa delle quali fu quella di Napoli del 1647;
  2. la crisi del mar Mediterraneo – causa più importante delle prime due; prima della scoperta dell'America, infatti, tutte le merci transitavano dal Mediterraneo, dopo, invece, le merci passavano dall'oceano Atlantico, facendo diventare il mar Mediterraneo “periferico”;
    1. l'elevata pressione fiscale degli spagnoli, attraverso la quale si finanziavano le loro tante guerre;
  3. la debolezza dell'Italia dal punto di vista militare che non permise di difendere le proprie rotte commerciali dall'assalto delle grandi monarchie nazionali che, invece, le controllavano con i cannoni;
    1. una forte crisi economica dovuta al fatto che le lussuose manifatture italiane subirono la forte concorrenza sia delle merci inglesi – nuove, meno raffinate e soprattutto più economiche – sia dell'impero ottomano che ormai era il padrone delle rotte commerciali tra oriente e occidente. I prodotti manifatturieri italiani erano ancora i migliori d'Europa ma costavano tanto ed erano fuori moda. Costavano tanto perché il costo della manodopera in Italia era molto alto ed erano fuori moda perché le corporazioni cittadine non cambiavano mai i metodi di lavorazione. La crisi economica colpì soprattutto le regioni meridionali dell'Italia e da qui cominciò la frattura tra nord e sud che continua ancora ora. La crisi del Seicento investì anche l'impero ottomano che fu alle prese con tendenze autonomistiche e con la crisi economica tipica di tutto il Mediterraneo. I traffici commerciali si spostarono nell'Atlantico e all'impero ottomano rimanevano soltanto le vie carovaniere, molto più lente e più costose. La crisi del Seicento, invece, non investì le potenze settentrionali, come l'Olanda, che proprio in questo periodo si arricchì notevolmente. Approfittò della crisi dell'impero coloniale spagnolo e portoghese e tolse loro tante rotte commerciali. L'Olanda fondò due Compagnie commerciali, una delle Indie occidentali e una delle Indie orientali, a cui lo Stato aveva consesso il monopolio del commercio. Dal punto di vista politico,

nel Seicento si verificò un rafforzamento del potere monarchico che, per superare la crisi, tolse poteri alla nobiltà. Questo processo fu chiamato “Assolutismo” e fu caratterizzato da un potere monarchico forte e “ab solutum” - cioè sciolto – da qualunque vincolo, ad eccezione di quello di Dio ovviamente. L'assolutismo “nacque” in Francia, grazie all'azione politica di Luigi XIII e del suo ministro Richelieu, ma si diffuse anche in Spagna, in Inghilterra e in Austria. Con l'assolutismo si portò a compimento quel processo di rafforzamento dei re, cominciato con la formazione degli stati nazionali. In Olanda, invece, si diffuse un modello completamente diverso, antiassolutista, visto che l'Olanda era una repubblica. La situazione già precaria, nel Seicento fu aggravata dalla “Guerra dei Trent'anni”, combattuta tra il 1618 e il 1648. Come è spesso accaduto, le motivazioni politico-economiche furono camuffate da motivazioni religiose. La guerra dei Trent'anni è una guerra importante perché si concluse con la pace di Westfalia, nel 1648, che cambiò le sorti dell'Europa. Nel 1648, infatti, la Spagna perse definitivamente la leadership sul continente – e non la conquisterà mai più – e fu sostituita della Francia, che rimase la prima potenza al mondo fino a metà del Settecento, quando fu scalzata dall'Inghilterra, ma questo lo moderno in seguito. La guerra dei Trent'anni nacque come l'ultima guerra di religione interna all'impero – una parte voleva il cattolicesimo, un'altra il luteranesimo – ma alla fine divenne un guerra totale che investì tutta Europa. Gli schieramenti in campo erano due: i cattolici della Lega Santa (formata dagli Asburgo, dalla Spagna e dai principi cattolici) e i protestanti dell'unione Evangelica (formata dai principi protestanti, dall'Inghilterra, dalla Danimarca, dalla Svezia e dall'Olanda). L'Unione evangelica però fu aiutata anche dalla Francia la quale, pur essendo cattolica – e qua si capisce quanto le motivazioni religiose non c'entrino – era nemica della Spagna. La guerra fu combattuta in Germania e in parte in Italia: queste due zone furono in preda a devastazioni, saccheggi, carestie. La Boemia e l'Ungheria furono conquistate dagli Asburgo i quali vollero subito “cattolicizzare” e “tedeschizzare” queste terre; sia la Boemia che l'Ungheria, però, non erano cattoliche. Per queste motivo ci furono molte proteste; nel 1618, la folla inferocita entrò nel palazzo del governo e buttò dalla finestra i rappresentanti dell'imperatore (defenestrazione di Praga). L'imperatore reagì e cominciò la guerra. La situazione peggiorò ancor di più nel 1619, quando fu eletto imperatore Ferdinando II, cattolico intransigente, che si era messo in testa di togliere del tutto il protestantesimo dai suoi domini. Inoltre aveva il progetto di far diventare l'impero ereditario e non più elettivo. Nelle prime fasi della Guerra dei Trent'anni ebbe la meglio il fronte cattolico e la Spagna avviò una controffensiva su grande scala. A quel punto, a sostegno dei protestanti, intervenne dapprima la Danimarca, fallendo, e poi la Svezia. La Svezia riuscì a battere ripetutamente le truppe imperiali, ma il re di Svezia perse la vita in battaglia e al trono salì una bambina. Tutto questo disorientò l'esercito e la Svezia fu battuta da un esercito spagnolo. A questo punto, quanto la vittoria delle forze cattoliche sembrava vicina, la Francia intervenne nel conflitto e la situazione cambiò velocemente. La Francia aveva già aiutato la Boemia, la Danimarca e la Svezia, ma ora decise di entrare in guerra in prima persona contro la Spagna. La Spagna era impegnata su più fronti – contemporaneamente era alle prese con la rivolta in Olanda e con delle insurrezioni interne, come quelle in Catalogna e in Portogallo – e non resistette. L'Austria, senza l'aiuto della Spagna, uscì dalla guerra e nel 1648 firmò la pace di Westfalia con la quale lo scenario europeo cambiò completamente. Francia e Spagna continuarono ancora per un po' la guerra, ma poi la Spagna, esausta, fu sconfitta e nel 1659 firmò la definitiva pace dei Pirenei. Conseguenze della pace di Westfalia:

  1. la Francia divenne la prima potenza europea fino a metà del Settecento, quando fu scalzata dall'Inghilterra;
  2. la religione calvinista fu riconosciuta, ma rimase in piedi il cuius regio eius religio, secondo il quale il principe era libero di scegliere qualunque religione volesse, ma i sudditi erano obbligati a scegliere la religione del suo principe;
  3. l'Inghilterra si interessò sempre più delle vicende europee;
  4. l'Europa fu devastata e saccheggiata come mai era accaduto prima, anche perché le armi erano diventate sempre più distruttive; la popolazione in alcune zone addirittura si dimezzò;