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Riassunto di storia contemporanea
Tipologia: Sbobinature
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Il totalitarismo "Totalitarismo" descrive in forma astratta e generale i caratteri di una formazione politica la cui natura è desunta dall'osservazione di alcuni concreti regimi politici formatisi in Europa nel corso del XX secolo: il e il nazismo (qualche studioso aggiunge anche il fascismo). Aspetto fondante di un regime totalitario è il suo differenziarsi tanto dalle democrazie, quanto dai regimi autoritari. Nelle democrazie moderne il pluralismo dei partiti, delle organizzazioni e delle opinioni è uno dei più sacri fondamenti che regolano la vita pubblica. Nei regimi autoritari, invece, il potere si concentra nelle mani di un solo partito o di un unico leader. Viene però (in misura maggiore o minore), tollerata l'esistenza di altri gruppi politici, o di giornali e televisioni avverse al regime, o di Chiese dotate di una certa loro autonomia. il grado di controllo o di repressione delle varie opposizioni determina il livello di "autoritarismo" del regime. I totalitarismi si differenziano da entrambe queste tipologie, in un regime totalitario gli attori politici dominanti (leader e partito politico) si impongono come gli unici soggetti dotati di una sovranità legittima. il fenomeno dei totalitarismi contemporanei, però, non si limita a ciò. In un sistema totalitario il leader e il partito dominante vogliono plasmare la società, non solo imponendo il loro dominio sulla vita pubblica, ma inserendosi nel privato e nelle coscienze dei cittadini. In un tale contesto il termine "cittadini" sembrerebbe improprio, e potrebbe sembrare più adatto il termine "sudditi". Ma l'impiego del primo termine è giustificato dalla (peculiare) legittimazione esibita dai regimi totalitari: i leader e i porta voce, infatti, dichiarano sistematicamente che il regime esprime la "vera" volontà delle masse, esprimendo ambizioni apparentemente "democratiche". Secondo alcuni studiosi il nesso democrazia-totalitarismo rimanda a una specifica genealogia concettuale che risale al pensiero dei teorici della assoluta sovranità popolare (Rousseau). Altri hanno sottolineato che tale nesso rinvia a un dato fattuale rilevante: le stesse democrazie possono partorire totalitarismi attraverso il libero esercizio del suffragio elettorale. È ciò che accade in Germania, dove tra il 1932 e il 1933 il Partito nazionalsocialista si impone alle elezioni come il partito più votato, legittimando in tal modo l'aspirazione di Hitler al cancellierato. E' indubbio tuttavia che ogni regime totalitario vuole essere considerato anche come un fenomeno di rottura, addirittura come "rivoluzionario". Sia il comunismo che il nazismo, dichiarano incessantemente di voler cambiare la realtà per adeguarla alle immagini visionarie del futuro che animano il programma del partito l'enfasi sul carattere "rivoluzionario" è la manifestazione più sintetica che spinge capi, militanti degli Stati totalitari a impegnarsi in operazioni di "rigenerazione" sociale, culturale, economica e biologica. Talmente radicali da richiedere coercizione, forza, violenza fisica e psicologica. In tal modo con il totalitarismo i sogni utopici, siano di destra o di sinistra, si trasformano in veri e propri incubi di sangue e di dolore. Prime Formulazioni : La prima formulazione sembra debba essere rintracciata in alcuni scritti di antifascisti italiani, che tra il 1923 e il 1926, cercando di opporsi al fascismo, si sforzano di identificarne i caratteri fondamentali. Il primo fronte di critica è l'impianto anti pluralistico che il fascismo esibisce sin dai suoi primo primordi. La caratteristica più saliente del moto fascista rimarrà, per coloro che lo studieranno in futuro, lo spirito "totalitario". <<Come non di rado accade, un termine che nasce per denigrare un progetto politico viene fatto proprio da coloro ai quali l'attacco critico intendeva rivolgersi>>, Mussolini stesso usò questa frase per definire l'aggettivo «totalitario», scrivendo nel 1932. Per il fascista, tutto è nello Stato, e nulla di umano o spirituale esiste, e tanto meno ha valore, fuori dello Stato. In tal senso il fascismo è totalitario. Ai suoi primordi, dunque, questo termine è parte integrante del lessico politico militante, ed è impiegato allo stesso tempo dagli oppositori e dai protagonisti del movimento/regime fascista. Qualcosa di simile accade anche nei paesi di lingua tedesca, dove l'aggettivo «totale», riferito allo Stato, o al movimento politico che si fa Stato, viene usato sia da politici e intellettuali conservatori o filonazisti, sia da pubblicisti che cercano di opporsi all'onda politica della nuova destra che spazza la Germania e il centro dell'Europa negli anni Trenta. Negli stessi anni, infine, anche l'Unione Sovietica comincia ad essere descritta (specie da marxisti critici), come una realtà politica totalitaria. Questo paragone, che inizialmente a molti antifascisti di sinistra sembra una sorta di bestemmia, dal 1939 (stipula del patto Molotov-Ribbentrop) comincia ad avere una più ampia accoglienza. La partecipazione dell'Urss alla guerra antinazista, limita l'applicazione del concetto alla realtà sovietica. Ed è solo dopo la fine della guerra, con la caduta del nazismo e del fascismo, e
l'inizio della "guerra fredda" che il concetto di totalitarismo entra definitivamente nel dibattito pubblico occidentale. Tra la metà degli anni Quaranta e la metà degli anni Cinquanta, vengono pubblicate ricerche e analisi teoriche che danno al concetto rilevanza scientifica. I contributi più significativi sono offerti da studiosi di confessione ebraica fuggiti dalla Germania nazista o dalla Russia comunista, ed emigrati in Gran Bretagna o negli Stati Uniti. Le origini del totalitarismo : Del nutrito gruppo di intellettuali europei costretti a fuggire dalla Germania nazista per la loro confessione ebraica, ed emigrati negli Stati Uniti, fa parte anche Hannah Arendt. Il risultato delle sue riflessioni sulle moderne dittature del XX secolo è un manoscritto compiuto nel 1949 e pubblicato in forma di libro nel 1951, con titolo di " Le origini del totalitarismo" Libro che propone un paradigma teorico che intende descrivere gli aspetti comuni di formazioni storiche nuove, complesse e essenzialmente diverse l'una dall'altra: il nazismo e il comunismo (il fascismo italiano, invece, viene escluso dall'analisi, poiché Arendt lo considera una forma tradizionale di dittatura, che non ha niente a che fare con la morfologia totalitaria). Per Arendt non differiscono che in aspetti marginali la loro essenza è la medesima. L'analisi, dunque, si muove su un doppio piano analitico, storico e tipologico: da un lato rintraccia le origini del totalitarismo nella nascita di un moderno antisemitismo biologico, dall'altro, analizza la genesi e la struttura dei movimenti e dei regimi totalitari. La prima parte del lavoro (L'antisemitismo) ricostruisce la condizione degli ebrei in Europa, dall'emancipazione fino alla fine dell'Ottocento, con una particolare attenzione all'"affare Dreyfus", episodio dove emerge un nuovo tipo di razzismo antisemita, diverso dal tradizionale antigiudaismo che aveva attraversato l'Europa sin dal Medioevo. Il nuovo antisemitismo ha più di un punto di collegamento con le culture e le pratiche dell'imperialismo. L'imperialismo considera le terre extraeuropee come luoghi aperti alla dominazione economica e militare, trova nuove giustificazioni ideologiche nel razzismo biologico. Il rapporto tra dominatori europei e popolazioni locali è infatti giocato all'insegna dell'incontenibile senso di superiorità nutrito dagli europei. L'avventura imperialista finisce così per diventare una sorta di grande laboratorio nel quale si sperimentano culture e tecniche dello sterminio Lo stesso luogo archetipico del massacro razziale, il campo di concentramento, viene realizzato per la prima volta in Sud Africa dagli inglesi al tempo della loro guerra contro i boeri. Solo più tardi viene esportato in Europa, in forme differenti. La Arendt suggerisce che il totalitarismo è una morfologia socio/politica dotata di una sua profondità storica che valica l'epoca della crisi compresa tra la prima guerra mondiale e il crollo economico dei primi anni Trenta, proiettandosi indietro verso l'Ottocento tedesco ed europeo. Ella elabora inoltre una prima tipologia analitica del fenomeno, fondata su elementi strutturali desunti sia dall'esperienza del nazismo sia da quella del comunismo staliniano ( terza parte del libro). Tanto per il nazismo quanto per il comunismo è fondamentale la capacità di mobilitare masse di individui duramente provate da congiunture economiche, sociali e politiche tremendamente difficili. La mobilitazione fa ricorso sia alla seduzione del mito sia alla durezza dell'azione violenta, utilizzata per eliminare gli oppositori e imporsi come l'unico soggetto politico legittimo. In sé e per sé le ideologie dei due movimenti totalitari non hanno nulla di originale; l'ideologia comunista si fonda sull'idea della lotta di classe, sin dalla metà del XIX secolo stella polare del movimento socialista europeo; l'ideologia nazista si fonda sull'idea della competizione tra le razze, anch'essa già elaborata dal nuovo razzismo biologico formatosi nel tardo XIX secolo. I due movimenti politici costruiranno poi dei sistemi ideologici che porteranno a estreme conseguenze. le tre fondamentali componenti totalitarie insite in ogni ideologia: a ) offrono spiegazioni integrali del passato, del presente e del futuro delle rispettive società, se non addirittura, dell'intera umanità b ) tendono a diventare indipendenti dalla realtà dei fatti e dall'esperienza concreta, cercando di piegarla ai propri principi. c ) sono guidate da una ferrea logica deduttiva, inglobano o negano la realtà a seconda che essa corrisponda o meno alla visione ideologica dominante; quando si palesano differenze tra la visione ideologica e la realtà, i movimenti e i regimi totalitari reagiscono supponendo l'esistenza di complotti che devono essere smascherati e puniti.
suoi nemici più accaniti; per salvare la propria pelle essi offrivano volontariamente delle informazioni e si affrettavano a presentare delle denunce per avvalorare le prove indiziarie contro di lui che erano inconsistenti; questo ovviamente era l'unico modo per dimostrare la propria fidatezza. Essi cercavano altresì di dimostrare che la loro relazione o amicizia con l'accusato era soltanto un pretesto per tenerlo d'occhio ed eventualmente smascherarlo come sabotatore, spia straniera o fascista. Fu con l'impiego radicale di questi metodi polizieschi che il regime staliniano riuscì a instaurare una società atomizzata quale "non si era mai vista prima", e a creare intorno a ciascun individuo un'imponente solitudine. L'apoteosi del sistema, infine, viene realizzata nella costruzione del sistema dei campi di concentramento: spazi in cui tutto è possibile per il potere totalitario; in cui ogni tradizione giuridica propria di uno Stato civile può venire legittimamente sospesa; spazi in cui le masse che vi so- no adunate non sono più composte da persone ma da esseri anonimi, più vicini al grado zero dell'animalità che a qualunque altra cosa; individui che possono essere soppressi senza difficoltà; morti di cui si possono cancellare le tracce e la memoria. Perché in effetti il totalitarismo è uno dei più avanzati e sconvolgenti prodotti della modernità. Genealogie del totalitarismo (Popper, Horkheimer, Adorno, Talmon) Nel libro di Hannah Arendt prospettiva genealogica (ricostruzione dei precedenti culturali e sociopolitici) e prospettiva tipologica (definizione delle componenti funzionali del regime) si combinano in una sintesi. Negli stessi anni in cui Arendt lavora al suo libro, altri studi affrontano la questione dei regimi totalitari del XX secolo, usando tuttavia solo l'uno o l'altro dei metodi sperimentati in "Le origini del totalitarismo", Due interpretazioni principali si confrontano: l'una attribuisce la nascita del pensiero totalitario a modelli di filosofia politica (in particolare nel contesto del romanticismo filosofico tedesco o francese) l'altra colloca invece in aspetti diversi del pensiero illuminista, le origini dei paradigmi concettuali che alimentano le esperienze totalitarie contemporanee. Nel 1945 il filosofo Karl Popper dà alle stampe uno studio in due volumi, intitolato" La società aperta e i suoi nemici". L'arco cronologico scelto da Popper è vastissimo, il primo volume della sua opera (Platone totalitario) si concentra sulla teoria politica elaborata da Platone, mentre il secondo volume (Hegel e Marx falsi profeti) ha per l'appunto Hegel e Marx come principali oggetti di analisi. Popper considera le elaborazioni teoriche di questi pensatori come "dispositivi concettuali" che offrono risorse per l'edificazione delle dittature del XX secolo. Nel loro pensiero egli trova soprattutto due elementi concettualmente "tossici": "l'utopismo", ovvero l'identificazione di una società ideale alla quale la realtà effettiva dovrebbe uniformarsi; e lo "storicismo", ovvero l'idea di uno svolgimento necessario della storia delle società, secondo assi determinati da principi immanenti (il ruolo dello Stato o la lotta delle classi, o altri ancora). [ ] Nei suoi studi Arendt esamina il ruolo dei principi della lotta di classe per il comunismo e della lotta delle razze per il nazismo, trattandoli essenzialmente nello stesso modo con cui Popper esamina lo "storicismo". La combinazione di questi dispositivi apre la strada a un pensiero totalitario che anima le esperienze dittatoriali del XX secolo. A esse Popper contrappone la "società aperta", ovvero la moderna democrazia liberale, fondata sul pluralismo e sul confronto delle idee, sulla centralità della rappresentanza, sulla prevalenza degli organi legislativi su quelli esecutivi. Alle origini del modello di "società aperta" Popper vede l'elaborazione politica illuminista, tradita poi dalle sperimentazioni concettuali del romanticismo filosofico tedesco. Molto diversa è l'interpretazione offerta da Max Horkheimer e Theodor W. Adorno, che nel 1944 ultimano un'analisi delle origini della società contemporanea, pubblicata nel 1947 col titolo di "Dialettica dell'illuminismo". L'oggetto della riflessione di Horkheimer e Adorno non è solo il totalitarismo o il nazismo, quanto la decadenza della contemporanea società occidentale nel suo complesso. In che cosa consiste questa tendenza alla regressione? Nel paradosso per cui il progresso tecnico ed economico, si è accompagnato a una terribile involuzione politico- culturale, connotata da una limitazione progressiva della autonomia critica e perfino della libertà politica dei singoli individui. Mentre gli individui sono circondati da una miriade di merci che possono essere libera- mente consumate, la stessa cultura che viene loro offerta assume l'aspetto di una merce (specie nelle manifestazioni della cultura di massa, e in particolare nei film e nelle trasmissioni radiofoniche), le loro strutture cognitive sono indebolite, vittima dell'incantesimo del benessere e del consumo. Alle origini di questo processo i due autori collocano il pensiero illuminista ( quella che per loro è l'essenza) ovvero una
sorta di ipertrofia della razionalità umana in base alla quale si accarezza l'idea di poter dominare pienamente le forze della natura, liberandosi così dagli incantesimi della fede e del mito, e aprendo all'umanità la strada per un inarrestabile progresso. Ma il raggiungimento di quell'obiettivo ha dei terribili costi: il principale è il dominio dell'uomo. Tale dinamica trova molteplici espressioni. Da un lato si traduce nelle modalità della produzione industriale, nello sfruttamento dei produttori, nella mercificazione dell'arte e della cultura, che favorisce un impoverimento intellettuale delle masse. Dall'altro lato sollecita anche l'identificazione di capri espiatori collettivi, gli ebrei, la cui oppressione deve dare alle masse l'illusione di esser dalla parte giusta del processo. La Dialettica dell'illuminismo non si cura di seguire genealogie intellettuali e ideologiche filologicamente accertate. Viceversa, un puntiglioso impianto filologico guida il libro pubblicato nel 1952 dallo storico israeliano Jacob L. Talmon, intitolato "Le origini della democrazia totalitaria", anche Talmon ritiene che le radici del male totalitario debbano essere investigate a partire dalla filosofia illuminista. Tuttavia, la sua attenzione è orientata piuttosto all'esito comunista, che non all'esito fascista, del pensiero illuminista. Inoltre il suo riferimento all'Illuminismo non è generico e allusivo, ma si sostanzia di un'approfondita riflessione su un autore in particolare, Jean-Jacques Rousseau. Se, come Rousseau spiega nel Contratto sociale (1762) una sola è la "volontà generale" dalla quale devono nascere gli organismi istituzionali, più libera e giusta delle monarchie o delle tirannie del passato, in questa nuova società non possono essere ammesse divergenze, o contrasti di maggioranze e minoranze. Chi pensa diversamente dalla maggioranza che esprime l'unica «volontà generale» non pensa soltanto un'idea diversa: pensa un'idea «sbagliata» in quanto non conforme alla volontà dei più. Percorsi concettuali come questi fondano, sin dal XVIII secolo, l'idea di una possibile società politica non pluralistica, appoggiata a un "monismo della maggioranza". È da questa impostazione rousseauviana, prosegue Talmon, che traggono ispirazione concreta i giacobini nel loro tentativo di instaurare un sistema politico virtuoso ricorrendo alla coercizione e al terrore. È dalla dottrina rousseauviana che trae ispirazione Babeuf, che dà un impulso fondamentale all'utopia di una società al tempo stesso egualitaria e radicalmente illiberale. Questo studio è un tentativo di dimostrare che accanto alla demo- crazia di tipo liberale, nel diciottesimo secolo sorse quella che noi definiremo democrazia di tipo totalitario. Queste due correnti sono esistite una a fianco all'altra fino dal diciottesimo secolo. La differenza essenziale tra le due correnti di pensiero democratico (liberale e messianico-totalitaria) non consiste, nell'affermazione del valore della libertà da una parte e nella sua negazione dall'altra, consiste piuttosto nelle loro diverse posizioni rispetto alla politica. L'orientamento liberale sostiene che la politica procede per tentativi ed errori, riconosce anche una varietà di livelli nelle capacità individuali e collettive, che sono completamente al di fuori della sfera politica. Il pensiero democratico totalitario, dall'altra parte, si basa sull'asserzione di una sola e assoluta verità politica. Esso può essere definito "messianismo politico" in quanto postula un insieme di cose preordinato, armonioso e perfetto, verso il quale gli uomini sono irresistibilmente spinti e al quale devono necessariamente giungere, e riconoscere infine un solo piano di esistenza, la politica. Il totalitarismo come modello (Friedrich, Brzeziński) Tutt'altro metodo è quello seguito da un politologo di Harvard, Carl Joachim Friedrich, e dal suo più giovane collaboratore, Brzeziński, nel volume "Totalitarian Dictatorship and Autocracy" (1956): i due studiosi non hanno alcun interesse per un approccio genealogico, piuttosto prediligono una prospettiva sistemica, influenzata dal funzionalismo, vogliono costruire una definizione "modulare" dei sistemi politici totalitari di destra o di sinistra, di cui individuano singole componenti costitutive, indissociabili le une dalle altre, tuttavia, in ciascun regime totalitario le diverse componenti così identificate possono avere un peso maggiore o minore. Gli elementi fondamentali della tipologia costruita da Friedrich e Brzeziński sono: a) un sistema ideologico articolato in un corpus di dottrine che si ritiene affrontino tutti gli aspetti fondamentali dell'esistenza; presupposto necessario per l'ideologia totalitaria è la prefigura- zione di una società nuova e perfettamente coerente con i principi ideali che animano il regime ( società senza classi e pura di razza) b) un partito unico, guidato da un solo capo, e articolato in una ristretta area di militanti fedeli e convinti. La struttura interna del partito è strettamente gerarchica.
regimi ungherese, romeno, slovacco, croato, olandese e norvegese. Ma quali di questi regimi possono essere considerati "totalitari"?. Le risposte sono state varie. Nel 1965 Alberto Aquarone ha dedicato un libro dal titolo "L'organizzazione dello stato totalitario" Il titolo potrebbe far pensare che Aquarone voglia collocare il fascismo italiano tra i totalitarismi. In realtà vuole solo suggerire la tendenza storica che connota le trasformazioni istituzionali realizzate dal fascismo-regime, ed egli considera del tutto fallimentare il tentativo fascista di costruire un regime totalitario: vi si oppone l'istituzione monarchica, che funziona da costante contraltare al regime fascista; vi si oppone, la Chiesa cattolica, vi si oppone il cattivo funzionamento di un partito che non riesce a darsi organizzazioni efficienti, né a realizzare la fascistizzazione della società italiana. che. Enzo Collotti in "Fascismo, fascismi" (1989) ha ritenuto di non poter collocare il fascismo italiano all'interno della categoria del totalitarismo; anzi ha avanzato una proposta interpretativa opposta, basata sull'individuazione di una serie di caratteristiche comuni ai diversi autoritarismi di destra (nazismo compreso) che si formano in Europa tra gli anni Venti e gli anni Trenta del XX secolo, come il rifiuto del meccanismo democratico parlamentare, gerarchizzazione della società e dello Stato, l'inclinazione imperialista e la massificazione militare della società civile. Queste somiglianze tra i vari regimi lo hanno indotto al rifiuto della categoria "totalitarismo" che include anche il comunismo sovietico, preferendo quella di "fascismo" o “fascismi", termini che racchiudono in un'unica costellazione fenomeni che vanno dal fascismo italiano e dal nazismo tedesco "all'austrofascismo", al franchismo, al salazarismo, ai regimi collaborazionisti in Olanda, Francia, Norvegia, Slovacchia, Croazia, fino ai casi della Romania e dell'Ungheria. Per Collotti non si tratta, di negare le diversità tra questi regimi, secondo lui, le affinità tra i regimi di destra sono tali da indurre a considerarli come un fenomeno politico omogeneo e distinto da altre esperienze, come le democrazie o il comunismo. Diversa la posizione di Renzo De Felice che già in "Le interpretazioni del fascismo"(1969) mostra interesse per la categoria forgiata dalla Arendt e da Friederich e Brzeziński, considerandola applicabile al caso del fascismo italiano. Alla metà degli anni Trenta egli vede in atto un processo di «progressiva totalitarizzazione» del regime fascista che, nonostante non sia mai stato portato a termine, ne caratterizza a fondo l'esperienza, per almeno due aspetti: 1>la centralità della figura del capo, che, a suo dire, nel fascismo è ancora più accentuata che nel nazismo e nello stalinismo. 2> il dominio della politica sull'economia, soprattutto dopo il 1929...elemento che avvicina molto il fascismo ai due totalitarismi "canonici". Ciò non deve, tuttavia, far dimenticare le differenze strutturali tra il fascismo e gli altri totalitarismi, tra le quali anche il diverso uso politico della violenza: al regime fascista per essere veramente totalitario non solo mancava il ricorso sistematico al terrore di massa e, quindi, al sistema concentrazionario, ma esso non mirò mai o non riuscì a realizzare compiutamente nessuno degli aspetti caratterizzanti un regime totalitario ve- ro e proprio. non mirò mai né ad una compiuta transizione dallo Stato di diritto allo Stato di polizia, né tanto meno a realizzare il controllo totalitario del partito sullo Stato. Emilio Gentile invece non ha dubbi nell'inserire anche il fascismo italiano all'universo dei totalitarismi. In "La via italiana al totalitarismo. Il partito e lo Stato nel regime fascista" libro del 1995, egli sostiene che il fascismo fu un esperimento politico nuovo generato dai conflitti della moderna società di massa. Due caratteristiche fondanti gli appartengono: 1) il fascismo è stato il primo movimento a creare una religione politica, portando il pensiero mitico al potere. 2) è stato il primo partito milizia che ha conquistato il potere in una democrazia liberale europea, con il dichiarato proposito di distruggerla, e pone l'affermazione del primato della politica su ogni altro aspetto della vita individuale e collettiva, attraverso la risoluzione del privato nel pubblico, per organizzare in modo totalitario la società, subordinandola al controllo di un partito unico, e integrandola nello Stato. Tuttavia il fascismo italiano ha le sue peculiarità, la prima delle quali è il contrasto interno sulla natura del regime: non tutto il movimento fascista ha inteso costruire un regime totalitario ( fu forte la tensione interna tra il fascismo autoritario e il fascismo totalitario). Nondimeno Gentile ritiene che la spinta totalitaria sia quella dominante, e ne segue il percorso, più evidente nella seconda metà degli anni Trenta: con la creazione della Gioventù italiana del littorio (fondata il 27 ottobre 1937, dalle ceneri dei Fasci giovanili di combattimento (18-21 anni), con lo scopo di accrescere la preparazione spirituale, sportiva e militare dei ragazzi italiani fondata sui principi dell'ideologia del regime. In essa confluì anche l'Opera nazionale balilla, creata per i giovani di ambo i sessi dai 6 ai 18 anni, e tutte le
organizzazioni che ad essa facevano capo, rispondendo direttamente alla segreteria nazionale del PNF). Il fascismo è stato la via italiana al totalitarismo perché Nella costruzione del regime fascista, fu attiva e operante la volontà di trasformare fondamentalmente l'ordine esistente in funzione di un'ideologia, anche se il processo di trasformazione segui vie, ritmi e tempi diversi da quelli di altri esperimenti totalitari. Tornando ancora sulla questione in un saggio del 2002, Gentile scrive: "lo penso che eliminare il totalitarismo dalla definizione del fascismo sarebbe come eliminare il razzismo e l'antisemitismo dalla definizione del nazionalsocialismo o il marxismo e il comunismo dalla definizione del bolscevismo". Il fascismo è stato storicamente l'unico dei regimi a partito unico del XX secolo che si è autodefinito come Stato totalitario riferendosi con ciò alla sua concezione della politica e al suo regime di tipo nuovo, fondato sulla concentrazione del potere nelle mani del partito e del suo duce, e sulla organizzazione capillare delle masse, con il proposito di fascistizzare la società attraverso il controllo del partito su tutti gli aspetti della vita individuale e collettiva, al fine di creare una nuova razza di conquistatori e di dominatori. Quanto alle obiezioni di chi, come Alberto Aquarone o Domenico Fisichella ha visto nella Chiesa cattolica o nella presenza della monarchia dei baluardi che limitano le pretese totalitarie del regime, Gentile replica "La storia dell'esperimento fascista è una storia di continue tensioni, resistenze e conflitti. Certamente, l'esperimento totalitario incontrò nel corso della sua attuazione numerosi ostacoli nella società, nell'apparato del vecchio Stato, nella Chiesa; ma le ricerche più recenti, dimostrano che alla vigilia della seconda guerra mondiale lo Stato fascista era certamente molto più totalitario di quanto non lo fosse alla fine degli anni Venti". Nessuna opposizione minacciava seriamente, all'interno del paese, la stabilità e il funzionamento del laboratorio totalitario. Se si accetta la proposta analitica di Gentile, resta tuttavia aperta la questione della posizione del fascismo nel quadro più generale dei totalitarismi coevi. Da questo punto di vista, sia l'analisi della Arendt sia le considerazioni di De Felice possono rivelarsi tutt'oggi interessanti. La Arendt esclude il fascismo italiano dalla tipologia costruita nel suo "Le origini del totalitarismo" una scelta che Gentile ritiene essere dettata dalla pura e semplice mancanza di conoscenze sul regime mussoliniano. Tuttavia c'è un elemento che dovrebbe essere meglio considerato: per la Arendt uno degli aspetti cruciali del funzionamento dei sistemi totalitari nazista e comunista è l'uso permanente della violenza e del terrore come strumento essenziale per un compiuto disciplinamento di massa. Non sembra si possa dire, come osservano sia la Arendt che De Felice, che appartenga al fascismo il ricorso permanente e sistematico al terrore violento come strumento di governo (almeno non nella stessa misura e con la stessa inesorabilità amministrativa che sono proprie di nazismo e comunismo). Questa considerazione non vuole suggerire che il fascismo italiano sia stato più "buono" del nazismo tedesco o del comunismo sovietico, ma aiuta a conservare il senso delle peculiarità storiche dei diversi sistemi politici che possono essere descritti attraverso la categoria di totalitarismo.