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Teoria sociologica (Ritzer), Sintesi del corso di Sociologia

Riassunti chiari e concisi del manuale di George Ritzer da utilizzare come materiale per il ripasso individuale o, se si preferisce, in sostituzione del manuale stesso. Tuttavia, i riassunti non contengono le numerose schede di approfondimento disseminate nel corso del testo originale, e dunque necessitano di un'integrazione con quest'ultimo in caso di preparazione approfondita della disciplina.

Tipologia: Sintesi del corso

2018/2019

In vendita dal 09/12/2022

Gabriele-Fedele
Gabriele-Fedele 🇮🇹

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TEORIA SOCIOLOGICA
1. Introduzione alla teoria sociologica
Creare la teoria sociologica
I teorici sociali elaborano e sviluppano teorie sulle realtà e sulle relazioni sociali. Ri-
spetto al teorizzare quotidiano, essi teorizzano in modo più ordinato e consapevole;
propongono le proprie teorizzazioni ispirandosi al lavoro dei pensatori sociali che li
hanno preceduti; si appoggiano a dati sulle realtà sociali o sulle relazioni di loro inte-
resse, raccolti personalmente o da altri; pubblicano le proprie teorie, affinché queste
possano essere analizzate criticamente, diffuse ad una platea più ampia, utilizzate
come basi per la ricerca empirica e sfruttate da altri teorici sociali per costruirne di
nuove; pensano ad un’ampia varietà di problematiche che oltrepassano questioni spe-
cifiche o personali. Tuttavia, gli argomenti studiati dai teorici sociali sono spesso di
grande interesse personale, tanto che le migliori teorie sociologiche nascono di solito
da esperienze personali, a patto però che queste ultime non influenzino e non distor-
cano tali teorie.
Definire la teoria sociologica
Le teorie sociologiche hanno, in primo luogo, la caratteristica di essere sopravvissute
al loro tempo e di aver conservato la loro validità anche in seguito. Inoltre, esse han-
no un ampio spettro di applicazioni e si occupano di problemi sociali centrali. Una
teoria sociologica può quindi essere definita come un insieme di idee interconnesse
tra loro che permette una conoscenza sistematica del mondo sociale, la spiegazione di
tale mondo e la predizione del suo futuro.
Creare la teoria sociologica: una prospettiva più realistica
Alcuni critici attaccano le caratteristiche più generali della teoria sociologica, argo-
mentando che le teorie migliori non sono necessariamente quelle che sopravvivono o
che diventano influenti, dato che ciascuna teoria sociologica è influenzata da
un’ampia varietà di fattori politici. In questo senso, è più probabile che venga ritenuto
importante il lavoro di chi ha studiato con rinomati maestri della teoria sociologica ri-
spetto a quello di chi non ha avuto mentori forti; le opere che riflettono un certo
orientamento politico rientreranno nel canone delle teorie sociologiche con maggiore
probabilità di quelle che riflettono un orientamento opposto; le teorie che producono
ipotesi chiare e testabili dal punto di vista empirico sono generalmente ritenute più
accettabili di teorie che offrono un punto di vista talmente ampio ed onnicomprensivo
da non essere testabili; le teorie prodotte dai membri dei gruppi di maggioranza entre-
ranno più facilmente a far parte del canone delle teorie sociologiche rispetto a quelle
create dalle minoranze. Appare quindi evidente che la teoria sociale non si è sempre
basata su criteri ideali. Tuttavia, negli ultimi decenni è andata crescendo la consape-
volezza della distanza esistente tra ciò che è ideale e ciò che è reale, col risultato di
conferire ad alcune teorie precedentemente ignorate lo statuto di teorie sociologiche.
La teoria sociologica contemporanea è dunque caratterizzata da una grande mesco-
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TEORIA SOCIOLOGICA

1. Introduzione alla teoria sociologica

Creare la teoria sociologica I teorici sociali elaborano e sviluppano teorie sulle realtà e sulle relazioni sociali. Ri- spetto al teorizzare quotidiano, essi teorizzano in modo più ordinato e consapevole; propongono le proprie teorizzazioni ispirandosi al lavoro dei pensatori sociali che li hanno preceduti; si appoggiano a dati sulle realtà sociali o sulle relazioni di loro inte- resse, raccolti personalmente o da altri; pubblicano le proprie teorie, affinché queste possano essere analizzate criticamente, diffuse ad una platea più ampia, utilizzate come basi per la ricerca empirica e sfruttate da altri teorici sociali per costruirne di nuove; pensano ad un’ampia varietà di problematiche che oltrepassano questioni spe- cifiche o personali. Tuttavia, gli argomenti studiati dai teorici sociali sono spesso di grande interesse personale, tanto che le migliori teorie sociologiche nascono di solito da esperienze personali, a patto però che queste ultime non influenzino e non distor- cano tali teorie. Definire la teoria sociologica Le teorie sociologiche hanno, in primo luogo, la caratteristica di essere sopravvissute al loro tempo e di aver conservato la loro validità anche in seguito. Inoltre, esse han- no un ampio spettro di applicazioni e si occupano di problemi sociali centrali. Una teoria sociologica può quindi essere definita come un insieme di idee interconnesse tra loro che permette una conoscenza sistematica del mondo sociale, la spiegazione di tale mondo e la predizione del suo futuro. Creare la teoria sociologica: una prospettiva più realistica Alcuni critici attaccano le caratteristiche più generali della teoria sociologica, argo- mentando che le teorie migliori non sono necessariamente quelle che sopravvivono o che diventano influenti, dato che ciascuna teoria sociologica è influenzata da un’ampia varietà di fattori politici. In questo senso, è più probabile che venga ritenuto importante il lavoro di chi ha studiato con rinomati maestri della teoria sociologica ri- spetto a quello di chi non ha avuto mentori forti; le opere che riflettono un certo orientamento politico rientreranno nel canone delle teorie sociologiche con maggiore probabilità di quelle che riflettono un orientamento opposto; le teorie che producono ipotesi chiare e testabili dal punto di vista empirico sono generalmente ritenute più accettabili di teorie che offrono un punto di vista talmente ampio ed onnicomprensivo da non essere testabili; le teorie prodotte dai membri dei gruppi di maggioranza entre- ranno più facilmente a far parte del canone delle teorie sociologiche rispetto a quelle create dalle minoranze. Appare quindi evidente che la teoria sociale non si è sempre basata su criteri ideali. Tuttavia, negli ultimi decenni è andata crescendo la consape- volezza della distanza esistente tra ciò che è ideale e ciò che è reale, col risultato di conferire ad alcune teorie precedentemente ignorate lo statuto di teorie sociologiche. La teoria sociologica contemporanea è dunque caratterizzata da una grande mesco-

lanza di teorie eterogenee, alcune delle quali rispettano il modello ideale, mentre altre sono il prodotto di un processo più realistico. La teoria sociale multiculturale La teoria sociale multiculturale comprende al suo interno un insieme di recenti teorie che potrebbero presto divenire parte integrante del canone delle teorie sociologiche. La nascita della teoria sociale multiculturale è stata però anticipata dall’emergere del- la teoria sociologica femminista contemporanea; è infatti sulla scia delle rivendica- zioni femministe – le quali lamentavano che la teoria sociologica fosse stata sorda, fino a quel momento, alla voce delle donne – che si sono sviluppate le attuali forme della teoria sociale multiculturale (come ad esempio la teoria “ queer ” – comprenden- te l’insieme degli studi sull’omosessualità –, la teoria afrocentrica, la teoria dei nativi americani, le teorie della mascolinità). Nonostante le diverse forme che può assume- re, la teoria sociale multiculturale presenta delle caratteristiche generali, tra cui: il ri- fiuto delle teorie universalistiche che tendono a sostenere chi detiene il potere; la vo- lontà di essere inclusiva, offrendo una teoria che parli per molti gruppi sociali privi di potere; il riferimento ai valori, intesi come mezzo imprescindibile per cambiare la struttura sociale, la cultura e le prospettive degli individui; la messa in discussione del mondo sociale al pari di quello intellettuale, al fine di rendere entrambi più aperti e diversificati; il riconoscimento delle diverse influenze che i contesti storici, sociali e culturali esercitano sulla formazione delle teorie sociali. Distinguere la teoria sociologica classica da quella contemporanea La teoria sociologica classica ha avuto inizio nel primo Ottocento con i lavori di Au- guste Comte, il pensatore sociale francese che nel 1839 coniò il termine “sociologia”; gli anni tra il 1920 e il 1939 segnano invece il termine del periodo classico e gli albori delle teorie contemporanee.

2. Teorie classiche I

Emile Durkheim: dalla solidarietà meccanica alla solidarietà organica Emile Durkheim (1858-1917) ha sviluppato la sua teoria sociale prendendo le mosse dal lavoro di Comte e diventando in breve tempo una figura molto significativa nella storia del pensiero sociologico. Due tipi di solidarietà La teoria durkheimiana riflette l’interesse dell’autore per la trasformazione storica da società meccaniche più primitive a società organiche più moderne. Ciò che differen- zia questi due tipi di società è la fonte della loro solidarietà, ovvero di ciò che le ren - de coese: la divisione del lavoro. In effetti, laddove predomina la solidarietà meccani- ca, la società è tenuta insieme dal fatto che tutti i suoi membri svolgono essenzial- mente gli stessi compiti, e dunque la divisione del lavoro è minima; al contrario, nel caso della più moderna società organica interviene una sostanziale divisione del lavo- ro e i suoi membri sono chiamati a svolgere un numero crescente di attività specializ- zate, cosicché la solidarietà proviene dalle differenze.

Potenziale umano Per Marx, nelle società capitalistiche e pre-capitalistiche i popoli non hanno potuto realizzare il proprio potenziale umano. Nelle società pre-capitalistiche, infatti, gli in- dividui erano troppo impegnati a lottare tra di loro per assicurarsi cibo adeguato, un riparo e una protezione, e dunque non potevano sviluppare le loro capacità; le società capitalistiche, invece, sebbene permettano di acquisire facilmente il cibo, un riparo e protezione, sono in realtà basate su un sistema oppressivo e sfruttatore che rende im- possibile alla maggior parte delle persone la realizzazione del proprio potenziale. Ne consegue che soltanto in una società comunista gli uomini, liberati dal mero desiderio di possedere cose e grazie all’aiuto delle innovazioni tecnologiche e organizzative, sarebbero in grado di esprimersi nel pieno delle loro capacità, utilizzando ciascuno la propria coscienza per appropriarsi delle risorse naturali necessarie alla sopravvivenza. Alienazione Il lavoro deriva dalla necessità umana di appropriarsi delle risorse naturali per far fronte alle proprie esigenze; esso è dunque un processo positivo in cui le persone esprimono in attività produttive le proprie capacità creative. Tuttavia, anziché espri- mersi nel proprio lavoro, molti individui delle società capitalistiche si ritrovano ad es- sere alienati. In effetti, nel sistema capitalista, i lavoratori, anziché scegliere le proprie attività produttive, subiscono le scelte dei padroni, che decidono al posto dei lavora- tori cosa essi debbano produrre e in cambio offrono loro un salario; i lavoratori sono dunque separati in primo luogo dal lavoro svolto e sono incapaci di esprimersi in esso. In secondo luogo, mentre i capitalisti possiedono i beni prodotti, i lavoratori, una volta terminato il loro prodotto, devono separarsene; per di più, i lavoratori pos- sono perdere completamente il senso del loro contributo alla creazione del prodotto finale qualora siano costretti a lavorare in una catena di montaggio e ad eseguire un compito ben specifico. In terzo luogo, è molto probabile che i lavoratori siano separa- ti dai loro colleghi e costretti ad eseguire compiti ripetitivi in solitudine, o addirittura che il capitalista aizzi i lavoratori gli uni contro gli altri per vedere chi riesce a pro- durre di più con la paga più bassa. Infine, anziché esprimere il proprio potenziale umano nel proprio lavoro, gli individui vengono sempre più allontanati dalla loro umanità e ridotti ad animali o macchine inanimate; la coscienza viene infatti offusca- ta, e infine distrutta. Capitalismo I capitalisti riescono a sfruttare i proletari perché posseggono i mezzi di produzione; il capitalista, infatti, consente al proletario di accedere ai mezzi di produzione e, in cambio del suo tempo e delle sue abilità produttive, gli conferisce un misero reddito di sussistenza. Inoltre, questo tipo di sfruttamento è celato da una falsa coscienza, che può tuttavia essere smascherata dall’acquisizione di una coscienza di classe da parte del proletariato. La coscienza di classe è infatti un prerequisito per una rivoluzione, al quale si aggiungono le dinamiche interne del capitalismo: i capitalisti, infatti, sono destinati per loro stessa natura a diventare sempre più competitivi e sempre meno nu- merosi, a tal punto che quando la massa proletaria raggiungerà la coscienza di classe e deciderà di agire, i capitalisti – ridotti ormai ad un numero esiguo – verranno sem- plicemente messi da parte, forse senza neanche bisogno di ricorrere alla violenza.

Comunismo Nell’ottica marxiana il comunismo è l’unico sistema sociale che permette all’essere umano di dispiegarsi in tutto il suo potenziale; in questo senso, esso è un anti-sistema, cioè un mondo in cui il sistema coincide con l’insieme delle relazioni sociali tra le persone che lo compongono. Per giungere al comunismo può tuttavia essere necessa- rio passare per una fase transitoria in cui persistono ancora le grandi strutture (come ad esempio la dittatura del proletariato). Max Weber: la razionalizzazione della società Max Weber (1864-1920) è stato il più importante e il più influente teorico della storia della sociologia insieme ad Emile Durkheim. Comportamento e azione Secondo una distinzione comune a tutte le sociologie della vita quotidiana, il compor- tamento comprende tutte le risposte automatiche di ciascun individuo di fronte agli innumerevoli stimoli cui egli è sottoposto, mentre l’azione è il risultato di un proces- so consapevole. Basandosi su questa distinzione, Weber ha rivisitato il concetto di comportamento, estendendolo anche a tutte quelle azioni che prevedono l’intervento del pensiero tra lo stimolo e la risposta. In questo modo, il compito della sociologia diviene quello di comprendere l’azione individuale non più per mezzo di una descri- zione oggettiva del contesto in cui si ritrovano a vivere gli individui bensì mediante il loro modo personale di definire tale contesto. Tipi di azione Quattro sono i tipi di azione elencati da Weber: l’azione affettiva, che è il risultato non razionale delle emozioni individuali; l’azione tradizionale, anch’essa non razio- nale e derivante dall’abitudine a compiere certi gesti in un determinato modo; l’azio- ne razionale rispetto al valore, consistente nella scelta dei mezzi migliori per ottenere uno scopo in perfetta coerenza con il proprio sistema di valori; l’azione razionale ri- spetto allo scopo, mediante la quale vengono perseguiti dei fini scelti per proprio con- to prendendo in considerazione la situazione di riferimento, al fine di scegliere i mez- zi più adatti a raggiungere lo scopo prefissato. Questi quattro tipi di azione sono in realtà idealtipi, dato che nessuna azione può essere interamente affettiva, tradizionale, orientata al valore o allo scopo, ma al contrario ogni azione deriva da una combina- zione di due o più di questi idealtipi. Tipi di razionalità La razionalità pratica è un tipo di razionalità universale che ciascuno mette in atto quotidianamente al fine di affrontare le difficoltà e trovare il miglior mezzo per rag- giungere i propri obbiettivi. La razionalità teorica riguarda invece lo sforzo di com- prendere razionalmente la realtà attraverso lo sviluppo di concetti sempre più astratti ed è anch’essa una facoltà umana universale. La razionalità sostanziale, al pari della razionalità pratica, riguarda direttamente l’azione; anch’essa è una facoltà umana uni- versale e fa sì che la scelta della propria azione si adatti ad un insieme di valori di ri- ferimento. Infine, la razionalità formale fa sì che la scelta del proprio corso di azione sia basata su un insieme di norme, regolamenti e leggi uguali per tutti; a differenza

col minare le fondamenta stesse dell’autorità carismatica, che non sarebbe più perce- pita come straordinaria dai suoi seguaci. Quindi, se coronata dal successo, la routiniz- zazione del carisma giunge a distruggere il carisma stesso e la struttura finisce per trasformarsi in un altro tipo di autorità. L’autorità legale-razionale, infine, è destinata a diffondersi sempre di più nel mondo occidentale e si fonda su una serie di norme codificate e regolamenti; essa, dunque, a differenza dell’autorità carismatica, cambia le opinioni delle persone partendo dalle condizioni a loro esterne e alterando le strut- ture in cui essi vivono. La struttura chiave dell’autorità legale-razionale è la moderna burocrazia, assimilata da Weber ad una gabbia d’acciaio che si espande a seguito del processo di razionalizzazione e da cui risulta impossibile fuggire.

3. Teorie classiche II

Georg Simmel: la crescente tragedia della cultura Georg Simmel (1858-1918) ha incentrato buona parte del suo pensiero su quel feno- meno che egli stesso definiva “la tragedia della cultura”. Associazione Nella sua teoria della vita quotidiana, Simmel descrive tutti i comportamenti e gli epi- sodi quotidiani come delle forme di associazione o interazione che servono a costrui- re legami tra gli individui; a tal fine, esse vengono continuamente create, elaborate, abbandonate e sostituite da altre forme di associazione. Perseguendo questa linea di pensiero, Simmel ritiene che la sociologia debba studiare la società attraverso la som- ma delle interazioni individuali che la compongono. Forme e tipi Per Simmel esistono un’infinità di forme di interazione e di tipi di attori che interagi- scono. Ora, per far fronte a questo caos, gli individui riducono il loro mondo sociale a un numero limitato di forme di interazione e di tipi di attori che essi stessi sviluppano automaticamente. Consapevolezza Simmel ritiene che gli individui si impegnino nell’azione seguendo un processo con- sapevole: nelle loro interazioni, infatti, ciascun partecipante è portatore di diverse motivazioni, obbiettivi e interessi che si compongono in un processo creativo. Inoltre, gli individui sono in grado di confrontarsi mentalmente tra di loro, ponendosi al di fuori delle proprie azioni e valutandole dall’esterno; ma la mente umana ha anche la capacità di reificare gli stimoli e le strutture esterne, dotandoli di un’esistenza separa- ta e creando così i vincoli che limitano gli individui. Ampiezza del gruppo Sociologicamente, si riscontra una differenza cruciale tra i gruppi formati da due o tre persone, tra le diadi e le triadi: in una diade, infatti, non emerge alcuna struttura di gruppo indipendente, perché essa consiste di due soli individui, né alcuna possibilità di separazione, poiché non esiste alcuna minaccia collettiva per il singolo membro del gruppo; in una triade è invece possibile che emerga una struttura di gruppo indipen-

dente, oltre alla creazione di un sistema di autorità e di stratificazione. La trasforma- zione da una diade a una triade è dunque essenziale per lo sviluppo di strutture sociali che possono separarsi dai singoli individui ed esercitare così sugli stessi una forma di coercizione. La distanza e lo straniero Lo straniero corrisponde a un tipo sociale che non è né troppo vicino né troppo lonta- no: se si avvicinasse troppo, egli diventerebbe un membro del gruppo; se invece fosse troppo lontano, cesserebbe di avere un qualsiasi contatto col gruppo stesso. Per que- sta peculiare forma di distanza/vicinanza, lo straniero è anche colui che esprime spes- so i giudizi più oggettivi nella sua interazione con i membri del gruppo, data la sua mancanza di coinvolgimento emotivo; inoltre, data la sua estraneità, i membri del gruppo possono sentirsi più a proprio agio nel fargli le loro confidenze di quanto non sarebbero con i partecipanti alla loro stessa cerchia sociale. Distanza e valore Per Simmel il valore delle cose dipende dalla loro distanza: ciò che è troppo vicino o lontano non ha un grande valore; è invece ciò che si sa di poter ottenere ma a prezzo di uno sforzo considerevole ad essere ritenuto prezioso. Cultura oggettiva e soggettiva La tragedia della cultura si basa sulla distinzione tra cultura soggettiva (o individuale) e cultura oggettiva (o collettiva): la cultura oggettiva comprende tutto ciò che viene prodotto da una società, mentre la cultura individuale si riferisce alle capacità di un individuo di produrre, assorbire e controllare gli elementi della cultura oggettiva. Ora, la tragedia della cultura scaturisce dal fatto che la cultura oggettiva cresce esponen- zialmente nel tempo, dando luogo a componenti che ogni giorno diventano sempre più numerose, interconnesse e difficili da comprendere, mentre la cultura soggettiva cresce solo marginalmente, ammesso che cresca. La divisione del lavoro Un fattore determinante nella tragedia della cultura risiede nella crescita della divisio- ne del lavoro. Un’accresciuta specializzazione porta infatti a una maggiore abilità di produrre componenti del mondo oggettivo sempre più complessi e sofisticati, col ri- sultato di migliorare le condizioni generali di vita quotidiana e permettere a ciascuno infinite possibilità di scelta, ma, al tempo stesso, l’individuo altamente specializzato perde il senso della cultura nella sua totalità e l’abilità nel controllarla. Thorstein Veblen: il progressivo controllo dell’impresa sull’industria Nel corso della sua carriera, Thorstein Veblen (1857-1929) si è principalmente occu- pato del rapporto conflittuale tra l’azienda e l’industria. L’impresa Mentre i primi leader di un’impresa accumulavano capitali, contribuendo in modo di- retto alla produzione, i moderni capitani d’impresa sono pressoché occupati a gestire problemi di natura finanziaria e non guadagnano più un reddito in senso proprio, per- ché la finanza non dà un contributo diretto all’impresa; inoltre, la routinizzazione del-

Simboli significativi e linguaggio Sono significativi quei simboli che sono stati esplicitamente designati per produrre un certo tipo di reazione e che riescono a stimolare negli individui una risposta simile. Il linguaggio è dunque un simbolo significativo, poiché stimola la stessa risposta sia in chi parla sia in chi ascolta. Inoltre, esso rende possibile la capacità degli individui di pensare, ovvero di impegnarsi in processi mentali. Tuttavia, Mead ritiene che i pro- cessi sociali precedano i processi mentali, dato che, per esistere, questi ultimi necessi- tano dei simboli significativi e del linguaggio. Il Sé Un concetto cruciale nel pensiero di Mead è quello del Sé, ovvero l’abilità di conside- rare se stessi come oggetti. Tale abilità è legata alla mente in un rapporto dialettico, poiché nessuna delle due può esistere senza l’altra. Fondamento del Sé è dunque la ri- flessività, ovvero la capacità di mettere se stessi al posto degli altri, allo scopo di esa- minarsi, ponendosi dal punto di vista di uno specifico individuo o dell’intero gruppo sociale. Mead ritiene che il Sé emerga in due fasi cruciali dell’infanzia: la prima è la fase del gioco spontaneo, durante la quale il bambino gioca interpretando altri da sé, pur la- sciandoli separati e distinti tra loro; la seconda fase è invece quella del gioco organiz- zato, ed è in essa che il bambino comincia davvero a sviluppare il suo Sé, assumendo il ruolo di tutti i personaggi coinvolti nel gioco. Come conseguenza di questa accre- sciuta capacità di interpretare più ruoli contemporaneamente, i bambini cominciano ad essere in grado di funzionare come un gruppo organizzato, essendo meglio in gra- do di capire cosa ci si aspetta da loro e cosa dovrebbero fare all’interno del gruppo. Un sé completo è dunque possibile soltanto quando il bambino smette di assumere i ruoli di altri singolarmente per assumere il ruolo dell’altro generalizzato, ossia l’atteggiamento dell’intera comunità. Nonostante gli attori sociali siano chiamati a conformarsi alle regole dei loro gruppi di appartenenza, Mead chiarisce che ogni Sé è assolutamente unico. Io e me La compresenza di conformismo e individualismo nel Sé si manifesta nella distinzio- ne che Mead traccia tra le due fasi del Sé: l’Io e il me. L’Io è la risposta immediata del Sé verso gli altri, l’aspetto più imprevedibile e inaspettato del Sé, la principale fonte di novità nel mondo sociale, la sede dei valori, la realizzazione del Sé. Il me è invece rappresentato dalla percezione e dall’adozione dell’altro generalizzato, ragion per cui gli individui sono molto consapevoli del loro me. Ora, mentre nelle società primitive prevaleva il me, nelle società moderne è l’Io a rivestire un ruolo ben più si- gnificativo.

4. Grand theories contemporanee I

Struttural-funzionalismo Lo struttural-funzionalismo si concentra sulle strutture sociali di larga scala e sul loro significato funzionale (ovvero sulle loro conseguenze) per altre strutture. Sebbene lo

struttural-funzionalismo assuma diverse forme, il funzionalismo sociale costituisce l’approccio dominante tra gli struttural-funzionalisti; esso si occupa soprattutto dell’interazione tra le diverse strutture e istituzioni sociali e dei vincoli che esse im- pongono agli attori sociali. La teoria funzionale della stratificazione e i suoi critici La teoria funzionale della stratificazione, formulata da Kingsley Davis e Wilbert Moore nel 1945, afferma che la stratificazione sociale costituisce un meccanismo uni- versale e necessario ma non pianificabile. La teoria. Il cuore della teoria di Davis e Moore riguarda il modo in cui la società mo- tiva e colloca gli individui in posizioni adeguate all’interno del sistema di stratifica- zione. L’adeguata collocazione degli individui all’interno della società ha infatti lo scopo di garantire un soddisfacente riscontro tra le loro abilità individuali e i requisiti richiesti dalla loro posizione, a patto però di tener conto di tre importanti fattori: alcu- ne occupazioni sono più piacevoli di altre; alcune occupazioni sono più importanti per la sopravvivenza della società di altre; occupazioni diverse richiedono talenti e abilità diversi. Ne consegue che la società deve da un parte assegnare alle posizioni più importanti le maggiori ricompense (un grande prestigio, un salario adeguato, tem- po libero sufficienza…), dato che esse sono considerate le meno piacevoli da occu- pare; d’altra parte, essa deve assicurarsi che chi occuperà queste posizioni lavori dili- gentemente per ottenere le ricompense pattuite. Critiche. Una prima osservazione fa notare come l’approccio struttural-funzionalista non faccia altro che giustificare e perpetuare i privilegi di coloro che si trovano già in una posizione di potere, di prestigio o di ricchezza. Altri critici tendono invece a mo- strare come la teoria funzionalista assuma, in maniera quasi semplicistica, che la stra- tificazione sociale debba necessariamente continuare a esistere nel futuro soltanto perché è esistita in passato e continua ad esistere nel presente. Inoltre, sembra diffici- le sostenere l’idea che esistano posizioni funzionali che variano a seconda della loro importanza per la società. D’altronde, a molti individui, che pur avrebbero le necessa- rie abilità e competenze, viene sistematicamente impedito di intraprendere il percorso formativo che li porterebbe a raggiungere posizioni di prestigio. Infine, si potrebbe sostenere che, per convincere gli individui più meritevoli ad occupare posizioni di alto livello, non sia necessario offrirgli potere, prestigio e ricchezza, bensì far leva sulla soddisfazione personale e sull’opportunità di essere utili agli altri. Lo struttural-funzionalismo di Talcott Parsons AGIL. Talcott Parsons (1902-1979) ritiene che quattro siano le funzioni imperative, cioè caratteristiche di tutti i sistemi e indispensabili per la loro stessa esistenza: l’adattamento, il perseguimento dei fini, l’integrazione e la latenza. Questi quattro imperativi funzionali sono conosciuti nel loro insieme sotto il nome di “schema AGIL”. In termini di adattamento, un sistema deve conformarsi all’ambiente che lo circonda e adattare quest’ultimo ai propri bisogni; nello specifico, esso deve poter af- frontare i pericoli e le contingenze derivanti dalla situazione esterna. Il perseguimento dei fini riguarda invece il bisogno di un sistema di definire e raggiungere i suoi scopi primari, rielaborandoli costantemente alla luce del momento presente. Attraverso l’integrazione, un sistema cerca di regolare le interrelazioni delle parti che lo com-

adattamento all’ambiente. Il sottosistema politico svolge la funzione di perseguimen- to dei fini prefiggendosi obbiettivi di ordine sociale e mobilitando attori e risorse al fine di conseguirli. Il sottosistema fiduciario (individuabile per esempio nelle scuole o nella famiglia) si occupa del mantenimento del modello e della funzione di latenza trasmettendo la cultura agli attori sociali e assicurandosi che questa venga interioriz- zata. Infine, la funzione di integrazione è svolta dalla comunità societaria (come ad esempio la legge), la quale coordina le diverse componenti di una società. Sistema culturale. Per Parsons la cultura rappresenta la forza più potente in grado di tenere legati i diversi elementi del mondo sociale attraverso un sistema ordinato di simboli; essa, infatti, media l’interazione tra gli attori e il sistema sociale e integra il sistema di personalità con il sistema sociale. Inoltre, la cultura ha la peculiare prero- gativa di diventare una componente di altri sistemi, al fine di controllarli; in questo senso, Parsons è dunque un determinista culturale. Sistema di personalità. Il sistema di personalità è controllato sia dal sistema culturale che dal sistema sociale. Ora, la personalità consiste in un sistema organizzato di orientamento e di motivazione all’azione di un individuo; la componente base della personalità è dunque la disposizione ai bisogni – impulsi modellati dal contesto socia- le. Esistono tre tipi fondamentali di disposizione ai bisogni: il primo tipo stimola gli attori a cercare amore o approvazione nelle loro relazioni sociali; il secondo tipo in- clude i valori interiorizzati che portano gli attori a osservare diversi standard cultura- li; infine, le aspettative di ruolo spingono gli attori a dare e ottenere risposte appro- priate. Organismo comportamentale. L’organismo comportamentale rappresenta una fonte di energia per gli altri sistemi. Sebbene sia basato sulla costituzione genetica, la sua or- ganizzazione è soggetta ai processi di condizionamento e di apprendimento che carat- terizzano la vita di ciascun individuo. Lo struttural-funzionalismo di Robert Merton Un modello struttural-funzionalista. La critica di Robert Merton (1910-2003) ad alcu- ni aspetti dello struttural-funzionalismo prende le mosse dai postulati fondamentali dell’analisi funzionale. Il primo di questi postulati sostiene l’unità funzionale della società, da cui consegue che le credenze sociali e culturali standardizzate siano fun- zionali per la società nel suo insieme così come per gli individui che la compongono; tuttavia, Merton osserva che sebbene questa condizione possa verificarsi nelle società più piccole e primitive, nelle società moderne possono esistere anche delle strutture che non sono necessariamente funzionali per la società nel suo insieme o per i suoi membri. Il secondo postulato, relativo al funzionalismo universale, afferma invece che tutte le forme sociali e culturali standardizzate hanno funzioni positive; al contra- rio, Merton sostiene che non tutte le strutture, le usanze, le idee e le credenze hanno funzioni positive. Il terzo postulato, quello dell’indispensabilità, sostiene infine che tutti gli aspetti standardizzati della società rappresentano componenti indispensabili di tutto l’insieme operativo; per Merton, invece, esistono diverse alternative struttura- li e funzionali all’interno della società. Contrapponendosi a questi tre postulati, Mer- ton analizza dunque la società a partire dai gruppi, dalle organizzazioni, dalle società e dalle culture come se fossero unità d’analisi standardizzate, ovvero secondo schemi

relativamente invariabili; in questo senso, egli può essere definito un funzionalista so- ciale. In altre parole, Merton rimprovera ai primi struttural-funzionalisti di essersi concentrati interamente sulle funzioni che una struttura o un’istituzione sociale svol- ge per un’altra, confondendo così le motivazioni soggettive degli individui con le funzioni delle strutture e delle istituzioni. Nello specifico, Merton definisce le istitu- zioni come le conseguenze osservabili che consentono ad un sistema di adattarsi e adeguarsi. Ora, nonostante le strutture e le istituzioni possano contribuire al manteni- mento di altre parti del sistema sociale, esse possono altresì avere conseguenze nega- tive o addirittura un effetto contrario rispetto alla capacità di adattamento di altre par- ti; quest’ultimo caso prende il nome di disfunzione, mentre il concetto di non funzio- ne corrisponde alle conseguenze che non appaiono rilevanti per il sistema preso in considerazione. Il concetto di equilibrio netto serve invece a valutare, in base ai di- versi livelli di analisi funzionale (società nel suo insieme, gruppi, istituzioni…), se in un sistema sociale le conseguenze positive – manifeste o latenti che siano – riescono a bilanciare quelle negative, ivi comprese le conseguenze non previste. Teoria del conflitto La teoria del conflitto è nata come reazione allo strutturalismo e, al contempo, come rielaborazione del pensiero neomarxiano e dell’opera di Simmel sul conflitto sociale. Negli anni Cinquanta e Sessanta, la teoria del conflitto ha costituito un’alternativa allo struttural-funzionalismo, salvo poi essere stata superata da una varietà di teorie neomarxiane. L’opera di Ralf Dahrendorf Anche i teorici del conflitto studiano le strutture e le istituzioni sociali, giungendo pe- rò spesso a conclusioni opposte rispetto a quelle dei funzionalisti. È per questa ragio- ne che il teorico del conflitto Ralf Dahrendorf (1929-2009) giustappone i principi del- la teoria del conflitto a quelli della teoria funzionalista: mentre per i funzionalisti la società è statica o, al più, alla ricerca di nuovi equilibri, per i teorici del conflitto ogni società è costantemente soggetta a processi di cambiamento; laddove i funzionalisti sottolineano l’ordine della società, i teorici del conflitto osservano il dissenso e il conflitto che contraddistinguono le componenti del sistema sociale; infine, mentre il funzionalismo tende a descrivere la società come se fosse tenuta insieme da norme, valori e da un comune senso di moralità, i teorici del conflitto ritengono che qualsiasi tipo di ordinamento sociale deriva dalla coercizione esercitata da coloro che si trova- no ai vertici. Conformemente a queste distinzioni, Dahrendorf ritiene che ogni teoria sociale debba in realtà essere divisa in due componenti: teoria del conflitto e teoria del consenso. Autorità Per Dahrendorf, diverse posizioni all’interno della società godono di una diversa do- tazione di autorità; quest’ultima non risiede quindi negli individui, ma nelle posizioni che essi vanno a occupare. Pertanto, è inevitabile che talvolta si vengano a creare dei conflitti tra gli interessi delle posizioni sovraordinate, che possiedono autorità, e gli interessi delle posizioni subordinate (anche dette associazioni imperativamente coor- dinate), che sono invece ad essa soggette. Inoltre, poiché l’autorità è legittima, posso-

concepito come gerarchico, in cui ogni livello adempie ad una funzione distinta e par- ticolare. Differenziazione centro-periferia. La differenziazione centro-periferia rappresenta una strategia intermedia tra la differenziazione segmentaria, basata su differenze acci- dentali di ordine ambientale, e quella attraverso la stratificazione, basata invece su differenze gerarchiche. Differenziazione funzionale dei sistemi. La differenziazione funzionale dei sistemi è la forma di differenziazione più complessa, nonché quella dominante nella società moderna. In questo caso, ogni funzione interna al sistema è ascrivibile ad un’unità particolare. La differenziazione funzionale è dunque più flessibile della differenzia- zione attraverso stratificazione, eppure, se un’unità fallisce nell’adempiere il proprio compito, l’intero sistema rischia di collassare. Codice. Un codice è un modo di distinguere gli elementi di un sistema dagli elementi che non gli appartengono; in questo senso, esso è il linguaggio base di un sistema funzionale, utile per limitare il numero di comunicazioni possibili. Per Luhmann, nes- sun sistema utilizza né comprende i codici di un altro sistema.

5. Grand theories contemporanee II

La teoria neomarxiana La teoria critica e l’emergere dell’industria e della cultura La scuola conosciuta con il nome di “teoria critica” venne fondata nel 1923 presso l’Istituto di Ricerca Sociale di Francoforte, in Germania. Tuttavia, negli anni Trenta, in conseguenza all’ascesa del regime nazista al potere, l’Istituto venne sciolto e i suoi ricercatori, prevalentemente di origine ebraica, furono costretti alla fuga. Molti di essi trovarono rifugio dapprima a Parigi e poi negli Stati Uniti, dove continuarono a lavo- rare fino a quando, al termine della Seconda Guerra mondiale, poterono gradualmente fare ritorno in Germania. Secondo i teorici appartenenti alla scuola critica, il capitalismo ha subito un radicale cambiamento tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, poiché l’aspetto più impor- tante della società è gradualmente passato dalla sfera economica a quella culturale. Di conseguenza, i membri della scuola critica hanno puntato il loro sguardo critico non tanto sull’economia (alla quale si era già dedicato Marx) quanto sulla cultura; se in- fatti quest’ultima era per Marx una semplice sovrastruttura basata sulla struttura eco- nomica, i teorici critici ritenevano invece che essa avesse ormai raggiunto una signifi- cativa autonomia dal capitalismo. Cultura. I teorici critici erano particolarmente sensibili rispetto all’ascesa della cultura di massa per tre motivi: innanzitutto perché l’azione della cultura, estesa per tutta la giornata e per tutta la vita di un individuo, è ben più pervasiva di quella del lavoro; in secondo luogo perché il suo impatto è molto più insidioso, dal momento che essa sca- va gradualmente nella coscienza degli individui e altera il loro modo di pensare, sen- tire e agire; infine perché la cultura, al contrario del lavoro, esercita un controllo invi- sibile, il cui fine principale consiste nel privare le masse del loro spirito rivoluziona- rio per renderle consumatrici, ovvero parte attiva del sistema capitalistico.

La tecnologia moderna. Nella sua critica all’industria culturale, la scuola critica ha at- taccato implicitamente anche la moderna tecnologia. Secondo i teorici critici, infatti, se la tecnologia è in mano ai capitalisti, essa tiene sotto controllo gli individui anziché essere controllata da loro; d’altronde, è in questo modo che si è prodotta quella che Herbert Marcuse chiamava la “società a una dimensione”. Inoltre, la progressiva ra- zionalizzazione della società che ha fatto seguito allo sviluppo tecnologico ha pro- gressivamente condotto al pensiero tecnocratico; di fatto, gli individui sono sempre più tesi all’efficienza e alla ricerca dei mezzi più adatti al perseguimento dei propri fini, e non riflettono né sui mezzi che impiegano né sugli scopi che vogliono effetti- vamente raggiungere. Pessimismo nei confronti del futuro. Anziché prefigurare il rovesciamento del siste- ma capitalistico da parte del proletariato (come avevano invece fatto Marx e buona parte dei marxisti), i teorici critici immaginavano una progressiva espansione della razionalizzazione. L’analisi spaziale neo-marxiana Lo sviluppo dell’interesse neo-marxiano per l’analisi dello spazio è originariamente scaturito dall’opera di Michel Foucault; egli ha infatti evidenziato come molte teorie (e in particolare quella di ispirazione marxiana) abbiano enfatizzato il ruolo del tem- po rispetto a quello dello spazio. Henri Lefebvre sullo spazio. È stato Henri Lefebvre ad aprire la strada per l’incorpo- ramento della dimensione spaziale all’interno della teoria neo-marxiana. Egli, infatti, riteneva che la teoria marxiana – alla quale avrebbe fatto seguito la rivoluzione – do- vesse spostare la sua attenzione dall’attività produttiva per concentrarsi sul modo in cui il sistema capitalistico si riproduce nello spazio. La sua analisi parte quindi dall’osservazione della pratica spaziale, ossia di quelle azioni che continuamente pro- ducono e riproducono lo spazio: essa soggiace al controllo delle rappresentazioni del- lo spazio, imposte dalle élite sociali, anziché modellarsi sugli spazi rappresentativi, che invece riflettono l’esperienza quotidiana degli individui, soprattutto delle classi inferiori. Ma Lefebvre dà anche una seconda chiave di lettura dello spazio, orientata in termini più materiali: sugli spazi assoluti, o naturali, vengono eretti gli spazi stori- ci, i quali, poiché non sono ancora stati colonizzati, si contrappongono agli spazi astratti, che invece riguardano lo spazio concepito da un urbanista o da un architetto. Tuttavia, l’utilizzazione dello spazio astratto come strumento di potere porterà prima o poi alla rivoluzione, cui farà seguito la concezione di un nuovo tipo di spazio, lo spazio differenziale: in esso verranno salvaguardate le differenze e la libertà dal con- trollo delle élite, e la naturale unità che esiste nel mondo verrà ricostituita. David Harvey sullo spazio. David Harvey ha rintracciato due considerazioni di natura spaziale nel Manifesto del Partito Comunista , scritto nel 1968 da Karl Marx e Frie- drich Engels: da un lato, i due autori affermavano che la necessità di creare sempre maggiori profitti obbligasse le imprese capitalistiche a cercare sempre nuove aree e a sfruttare più intensamente quelle già occupate; dall’altro, essi osservavano come il capitalismo tendesse a concentrarsi sempre di più nelle città, portando i proletari a trasferirsi a loro volta nei centri urbani. Tuttavia queste osservazioni di tipo geografi- co passavano spesso in secondo piano, ragion per cui Harvey auspicava che venisse

La colonizzazione del mondo vitale Jürgen Habermas (1929) è un teorico neo-marxiano. Pur avendo offerto importanti contributi alla teoria critica, nel tempo è passato a fondere alcuni elementi della teoria marxiana con molti altri spunti teorici, producendo un insieme di idee e di contrubiti molto originale; uno di questi è rappresentato dalla grand thoery sulla colonizzazione del mondo vitale. Mondo vitale, sistema e colonizzazione Il mondo vitale è un concetto utilizzato da Alfred Schutz per riferirsi al mondo della vita quotidiana. Ora, mentre Schutz era innanzitutto interessato alle relazioni inter- soggettive all’interno del mondo vitale, Habermas nutre un’attenzione particolare nei confronti della comunicazione interpersonale. Idealmente, questa comunicazione do- vrebbe essere libera e aperta, senza alcun tipo di vincolo o restrizione; in altre parole, essa deve far ricorso a metodi razionali, così che il consenso venga raggiunto non ap- pena sia addotta la migliore argomentazione, rendendo così possibile la reciproca comprensione. Il sistema è ben radicato nel mondo vitale, ma arriva a sviluppare delle strutture sue proprie (come la famiglia, il sistema legale, lo Stato e l’economia). Mano a mano che queste strutture si sviluppano, diventano sempre più distinte e separate dal mondo vi- tale, andando incontro ad un processo di progressiva razionalizzazione, mediante il quale cresce la loro capacità di controllare il mondo vitale. Tra le altre cose, questo processo di colonizzazione fa sì che il sistema si imponga sulla comunicazione nel mondo vitale, limitando la capacità degli attori di discutere in modo approfondito per poter così raggiungere il consenso. Razionalizzazione del sistema e mondo vitale Il sistema e la razionalizzazione che lo caratterizza hanno quindi sempre più ascen- dente sul mondo vitale e sulla sua distintiva forma di razionalizzazione. La soluzione a questo problema risiede, secondo Habermas, in una razionalizzazione che investa, ciascuno secondo le proprie modalità, sia il mondo vitale sia il sistema; è infatti ne- cessario che il sistema cresca insieme alle sue strutture, differenziandosi sempre di più, mentre nel mondo vitale deve essere resa possibile una comunicazione libera che permetta alle argomentazioni migliori di emergere vittoriose. Soltanto la piena realiz- zazione di entrambi permetterebbe quindi al mondo vitale e al sistema di ritornare ad essere uniti, di modo che ciascuno torni ad essere di sostegno all’altro, anziché dan- neggiarlo. Un sistema più razionale può infatti contribuire a individuare l’argomenta- zione più razionale nel mondo vitale, e tale argomentazione dovrebbe a sua volta es- sere utilizzata per individuare nuove strategie per razionalizzare ulteriormente il siste- ma. L’autotreno della modernità Pur essendo un modernista, Anthony Giddens (1938) ha una prospettiva sul mondo moderno sostanzialmente diversa da quella che era stata adottata dai teorici classici della modernità.

L’autotreno Giddens paragona la modernità ad un autotreno, una forza potente che avanza ineso- rabilmente, calpestando qualsiasi cosa si trova sul suo passaggio. Questa metafora serve a indicare che la modernità ha senz’altro portato numerosi vantaggi, ma anche altrettanti pericoli e difficoltà. Spazio e tempo L’abilità di controllare le diverse componenti dell’autotreno moderno è complicata dal fatto che esse tendono ad allontanarsi sempre di più dall’uomo nello spazio e nel tempo, attraverso un processo di distanziazione. A causa di questi cambiamenti nel tempo e nello spazio, coloro che vivono nel mondo moderno sono costretti a svilup- pare un sentimento di fiducia sia nel sistema sia nelle persone che lo controllano e lo fanno funzionare. Riflessività Tuttavia, gli uomini moderni non si accontentano di lasciare semplicemente che siano gli esperti a prendersi cura delle cose. Gli individui sono infatti riflessivi e provano un costante senso di disagio rispetto alle questioni di forte impatto sociale e alle im- plicazioni che esse possono avere per la loro vita. Inoltre, tanto più gli uomini conti- nuano ad esaminare e riformare le loro stesse attività, tanto più cresce questo senso di disagio. Insicurezza e rischio Tutti gli uomini devono oggi far fronte a una grande insicurezza di vita. Per questo motivo, ognuno segue una serie di routine quotidiane, che tuttavia non riescono a di- minuire la consapevolezza del rischio. Quattro sono, per Giddens, i motivi alla base del rischio: gli errori di progettazione degli esperti; gli sbagli di gestione dei semplici individui che operano all’interno della società; l’imprevedibilità di alcune azioni e cambiamenti; l’inarrestabilità del progresso scientifico.

6. Teorie contemporanee della vita quotidiana

Interazionismo simbolico L’oggetto d’indagine dell’interazionismo simbolico consiste nella vita di tutti i giorni. Più precisamente, la sua attenzione è concentrata sull’interazione e sui simboli che ad essa sono legati. Come le altre teorie sociali, anche l’interazionismo si basa su alcuni assunti e principi fondamentali: gli individui agiscono nei confronti delle cose sulla base dei significati che essi attribuiscono loro; questi significati derivano dall’intera- zione con le altre persone; gli individui non si limitano a interiorizzare i significati che apprendono attraverso l’interazione sociale, ma sono anche in grado di modificar- li attraverso un processo interpretativo; gli individui, a differenza degli altri animali, hanno una capacità unica di utilizzare i simboli e fare affidamento sulla loro forza; le persone diventano umane attraverso l’interazione sociale, in special odo quella che si sviluppa nei primi anni di vita; gli individui sono dotati di coscienza, quindi sono in grado di riflettere su se stessi e possono modellare le proprie azioni e le proprie inte- razioni sulla base di questa riflessione; quando gli individui agiscono, lo fanno nel