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"Teoria sociologica", Ritzer., Sintesi del corso di Sociologia

Il riassunto sostituisce completamente l'utilizzo del testo.

Tipologia: Sintesi del corso

2022/2023

In vendita dal 11/03/2023

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Scarica "Teoria sociologica", Ritzer. e più Sintesi del corso in PDF di Sociologia solo su Docsity!

George Ritzer – Teoria sociologica

Capitolo 1 – Introduzione alla teoria sociologica

Tutti quanti teorizziamo, praticamente di continuo, sul mondo sociale e su tante altre cose. Questo, in generale, implica che ciascuno di noi pensa alle problematiche sociali, e fa delle inferenze. Sulle basi di queste riflessioni, ad esempio virgola teorizzeremo sui nostri genitori. Queste teorie hanno a che vedere con diverse realtà sociali e relazioni social: Per esempio le personalità dei nostri genitori e come queste personalità influiscono sul modo in cui essi entrano in relazione l'uno con l'altro.

1.1 Creare la teoria sociologica

I teorici sociali elaborano e sviluppano teorie che riguardano le realtà sociali e le relazioni sociali, e naturalmente, ci sono importanti differenze tra il teorizzare quotidiano e quello dei teorici sociali:

  1. I teorici sociali teorizzano in modo più disciplinato e consapevole di quanto non facciano spontaneamente le persone nella loro vita di ogni giorno.
  2. I teorici sociali di solito propongono le loro teorie sulla base dei pensatori sociali che li hanno preceduti, a differenza dei pensatori di senso comune che operano per conto proprio.
  3. I teorici sociali si appoggiano spesso a dati sulle realtà sociali o sulle relazioni. Il pensatore di senso comune può avere a disposizione dei dati impropri.
  4. I teorici sociali cercano di pubblicare le proprie teorie così che esse possono essere analizzate criticamente ed utilizzate come basi per la ricerca empirica e sfruttate da altri teorici per la costruzione di nuove teorie. Il rigore del processo di revisione aiuta a tagliare le teorie deboli prima di essere pubblicate.
  5. I teorici sociali non pensano alle relazioni specifiche che coinvolgono ad esempio i propri genitori, o una nozione particolare. I teorici sociali generalmente pensano in modo più inclusivo ad una varietà di problematiche ampia a differenza del pensatore di senso comune che è incline a speculare su questioni specifiche e personali.

Le problematiche affrontate dai teorici sociali non sono esclusivamente di interesse accademico. Gli argomenti scelti sono spesso di grande interesse personale per i teorici stessi e sono spesso derivati da questioni di grande peso nelle proprie vite private. Le migliori teorie sociologiche nascono infatti da interessi profondamente personali. Tuttavia ci si chiede se le teorie possano essere distorte dagli interessi personali ho dai traumi che un teorico può aver vissuto nella sua infanzia. Questa eventualità è sempre possibile o probabile ed infatti i ricercatori devono saper mantenere sotto controllo queste possibili influenze. Bisogna ammettere però e le migliori teorie sociali derivano proprio dai sentimenti personali o dal concentrarsi sulle relazioni e sugli aspetti più bizzarri del mondo sociale: vedi la teoria di Marx, di Elias, di Simmel. Il punto è che non vi è sostanziale differenza tra le teorizzazioni del professionista e quelle dell'uomo comune. Sarà fondamentale l'esame del tempo.

Uno schizzo biografico. Alexis de Tocqueville (1805-1859)

Lo studioso francese Alexis de Tocqueville ha alcuni aspetti ironici. Il suo lavoro più rinominato eh sull'America. Era un aristocratico ma è famoso per i suoi studi sulla democrazia. Viene descritto come uno scienziato politico, ma ha dato profondi contributi alla sociologia e alla teoria sociale. Il suo lavoro più conosciuto è la democrazia in America del 1835, che riguarda il sistema politico americano in comparazione con quello francese. Nel secondo volume della stessa opera troveremo numerosi concetti sociologici qual è quello di cultura, classe sociale, individualismo, termine la cui paternità è da attribuirsi a Tocqueville. La quarta riguarda la sua opera sulla rivoluzione francese dove è molto critico verso democrazia e socialismo. Essendo egli stato in giovane età un aristocratico è curioso come possa criticare questi sistemi politici. Per lui gli aristocratici dovevano controbilanciare il potere del governo centrale. Tocqueville parlando di associazioni spontanee di semplici cittadini come organismi in grado di controbilanciare il potere e proteggere la libertà si avvicina molto alla odierna "società civile".

La teoria queer viene abitualmente presentata come una teoria che guarda al mondo sociale attraverso una lente particolare. Possiamo aspettarci che nel corso del ventunesimo secolo vadano moltiplicandosi queste teorie, che derivano da un punto di vista multiculturale.

Uno schizzo biografico. W.E.B. Du Bois (1868-1963)

A differenza di altri intellettuali e leader afroamericani dell'inizio XX secolo, Du Bois è nato libero nel nord degli Stati Uniti ed ha frequentato l'Università di Harvard ottenendo un dottorato. Riconosciuto nella sociologia per il suo contributo all'etnografia urbana con le sue opere. Egli era anche attivista e politico e viene ricordato anche come il maggiore oppositore di Booker T. Washington e delle sue concessioni al potere bianco. Fonda la NAACP e guida negli anni 20 il Rinascimento di Harlem ottenendo a livello mondiale riconoscimenti come leader del movimento panafricano. Negli anni 50 sfida la persecuzione maccartista dei comunisti entrando in contrasto con il governo statunitense e negli anni 60 si trasferisce in Ghana. Muore nel 1963, alla vigilia della marcia su Washington e dell'ascesa di Martin Luther King come leader del movimento nero. La sua preoccupazione per le conseguenze della discriminazione razziale continua ad influenzare accademici politici attivisti ed altri.

La teoria multiculturale ha preso molte forme diverse ed oltre alla teoria queer o a quella afrocentrica dei nativi americani o della mascolinità. Gli elementi che caratterizzano la teoria multiculturale sono: il rifiuto delle teorie universalistiche e tendono a sostenere chi detiene il potere; la volontà di essere inclusiva e parlare per i gruppi sociali privi di potere; il riferimento ai valori; critica al mondo intellettuale oltre a quello sociale; sfumatura critica; i teorici multiculturali riconoscono che il loro lavoro è definito entro contesti storici, sociali e culturali nei quali si trovano a vivere.

La teoria multiculturale viene tendenzialmente prodotta da teorici atipici.

Scaricato da veronica perlini ([email protected])

Capitolo 2 – Teorie classiche I

I giganti della teoria sociale sono noti per la creazione di gran theories, teorie che rappresentano il tentativo ambizioso di riassumere lunghi periodi della storia sociale e/o ampie porzioni del mondo sociale in un unico quadro teorico di riferimento. Queste teorie, ai tempi degli autori, culminavano generalmente nella descrizione della società, la quale appariva piena di problemi pur essendo segnata dal progresso. I creatori di queste teorie volevano dar vita ad una società migliore e risolvere quindi tali problematiche.

2.1 Emile Durkheim: dalla solidarietà meccanica a quella organica

Emile Durkheim sviluppa la sua teoria sociale partendo dal lavoro di Auguste Comte, diventando in breve tempo una figura molto più significativa di questa nella storia del pensiero sociologico. Oggi molti studiosi continuano a considerare Durkheim il più importante teorico della storia della sociologia, infatti, ad oggi, molte strategie di teorizzazione sociologica hanno alla base il suo pensiero.

2.1.1 Due tipi di solidarietà

La grand theory durkheimiana riflette l'interesse dell'autore per la trasformazione storica da società meccaniche più primitive a società organiche più moderne. La differenza tra le due sta nella fonte della loro solidarietà, cioè di ciò che le rende coese. L'elemento cruciale e rappresentato dalla divisione del lavoro. Dove predomina la solidarietà meccanica, la società è tenuta insieme dal fatto che i suoi membri svolgono essenzialmente gli stessi compiti, quindi il collante sociale è rappresentato da una minima divisione del lavoro. Nella moderna solidarietà organica, all'interno della società la divisione del lavoro è sostanziale e specializzante. Durkheim ha immaginato l'esistenza di una progressiva trasformazione storica dalla solidarietà meccanica a quella organica, diversamente dall'idea di Comte sul mutamento, che si esprimeva in termini di cambiamento delle idee con cui le persone cercano di dare significato al mondo in cui vivono; Durkheim al contrario, affronta i mutamenti del mondo materiale, e in particolare di come viene diviso e svolto il lavoro.

2.1.2 Mutamenti nella densità dinamica

La trasforma della solidarietà è basata sull' aumento della densità dinamica di una società. Questa si definisce in base a due elementi: Il primo è dato dal numero dei componenti di una società, ma dire che la divisione del lavoro muta al solo mutare del numero di individui che ne fanno parte, non è sufficiente. È necessario un secondo fattore affinché la densità del Lavoro cresca e porte al cambiamento nella divisione del lavoro: Deve esserci un aumento nelle interazioni tra un numero sempre maggiore di membri della società. Vediamo che una società composta da più persone porta ad una maggiore competizione per il godimento di risorse quali terra e selvaggina. Se tutti sono in competizione tra loro si crea inevitabilmente conflitto. Ma una cresciuta divisione del lavoro, dove alcune persone sono responsabili di una risorsa ed altre di altre risorse, darà luogo a minori conflitti e maggiore armonia. Quindi una maggiore specializzazione nello svolgere compiti precisi porterà in ultima istanza ad un aumento di produttività. Una popolazione espansione che introduce la divisione del lavoro avrà di più di tutto, per tutti. Per l'autore i risultati della divisione del lavoro sono quelli legati alla pace e alla prosperità più elevata.

Uno schizzo biografico. Emile Durkheim (1858-1917)

Ai suoi tempi, Durkheim veniva considerato un liberale, oggi lo si descrive come conservatore. Il suo essere liberale è evidente dal ruolo attivo che assunse per difendere Dreyfus, capitano ebreo dell'esercito francese condannato alla corte marziale per alto tradimento sulla base di ragioni dettate dai sentimenti antisemiti ben radicati nella società francese dell'epoca. L'autore fu particolarmente colpito dal caso Dreyfus e dai suoi risvolti antisemiti. Questo caso sarebbe solo il sintomo di un disagio più profondo che l'autore descrive così: "Quando la società è sofferente ha il bisogno di individuare qualcuno a cui possano essere adottate le responsabilità di tale malattia e innaturali candidati per questo ruolo appaiono coloro che sono già discriminati dall'opinione pubblica.

Oggi molti sociologi si concentrano sui fatti sociali, utilizzando, tuttavia, una terminologia differente. Si focalizzano infatti sulle strutture sociali, fatti sociali materiali, e sulle istituzioni sociali, fatti sociali non materiali. Nel suo sforzo di distinguere la sociologia dalla psicologia e dalla filosofia, l'autore offerto una definizione troppo limitata del oggetto di studio della Sociologia ed infatti, attualmente, la sociologia studia un'ampia gamma di fenomeni che il nostro non avrebbe considerato come fatti sociali.

2.1.5 L’anomia

Da un certo punto di vista sembra che l'autore descrive e spieghi il mutamento storico come passaggio da un tipo di solidarietà ad un altro. I due tipi di solidarietà sembrano essere solamente differenti e nessuno dei due appare migliore o peggiore dell'altro. Sebbene la solidarietà meccanica non sia priva di limiti, l'autore appare particolarmente preoccupato dalle difficoltà associate alla solidarietà organica, caratteristica della società in cui vive, e dal individuare soluzioni per poterle superare. Tra tutti i problemi che ha comportato il passaggio alla solidarietà organica, l'anomia è quello che lo preoccupa maggiormente. Egli vede l'anomia come una patologia che può e deve essere curata. Durkheim è assimilabile ad un medico, e diagnostica le patologie sociali e dispensa le cure necessarie.

L'anomia può essere definita come il sentimento che prova l'individuo che non sa cosa ci si aspetti da lui. Sì rintraccia questa condizione nel declino della coscienza collettiva nella solidarietà organica. di conseguenza le persone non sanno come comportarsi per far fronte alle situazioni. Gli individui sono alla deriva nella società e sono privi di stabilità. Questo contrasta fortemente con la solidarietà meccanica, nella quale tutti sanno come comportarsi ea cosa credere, questi non soffrono di anomia.

Concetto chiave. Il suicidio anomico (e altri tipi di suicidio)

Il concetto di anomia svolge un ruolo centrale nel importante opera intitolata il suicidio. L'autore sostiene che è più probabile che una persona commette il suicidio se non sa che cosa gli altri si aspettano da lei. L'individuo è in questa circostanza poco regolato è libero di trasgredire. La folle ricerca dell'immediato si risolve probabilmente con un senso di frustrazione che porta ad un numero sempre crescente di individui a commettere un suicidio, precisamente un suicidio anomico. Il fattore principale dell’aumento dei suicidi anomici è rappresentato dagli sconvolgimenti sociali ed è interessante osservare che il suicidio anomico aumenta sia in tempi di sconvolgimenti positivi che in tempi di sconvolgimenti negativi. Il disagio che ne consegue porta un numero sempre più alto di individui a commettere il suicidio rispetto a quanto non succeda in tempi di stabilità. Il suicidio anomico è solo uno dei quattro tipi di suicidio studiati da Durkheim nella sua più ampia teoria su questo comportamento. Gli altri sono il suicidio egoistico, che avviene quando gli individui non sono bene integrati nella collettività. Il suicidio altruistico, che avviene quando gli individui sono troppo integrati nella collettività. Infine, il suicidio fatalistico avviene in situazioni di eccessiva regolamentazione (schiavitù e dittatura) quando gli individui sono troppo addolorati a causa della mancanza di libertà.

2.2 Karl Marx: dal capitalismo al comunismo

La teoria di Karl Marx è forse la più importante tra le teorie dell’era classica, poiché le sue analisi ed i suoi rimedi per i mali della società derivano in modo logico e naturale dalle sue premesse di fondo. Nell'immaginario popolare, Marx, è ritratto come una sorta di squilibrato radicale le cui idee hanno portato molte nazioni, come l'ex Unione Sovietica, a consegnarsi a disastrosi regimi comunisti. Quasi tutti questi regimi sono falliti o stanno gradualmente trasformandosi in società capitalistiche. Il fallimento di queste società e gli abusi ad esse associati viene spesso imputato a Marx ed alle sue idee. Ma sebbene i leader di queste società invochino il nome di Marx e si definirono comunisti, il tipo di società da loro creato sarebbe stato preso a bersaglio dallo stesso Marx, per la sua disumanità. Ciò che queste società sono diventate ha ben poco in comune con quello che Marx avrebbe voluto che fosse una società comunista.

Uno schizzo biografico. Karl Marx (1818-1883)

Dopo essersi laureato all'Università di Berlino, Marx diventò corrispondente di un giornale liberal radicale. Nel giro di poco tempo il giornale viene fatto chiudere dal governo a causa delle sue posizioni politiche. I primi saggi seminali pubblicati in questo periodo iniziano a trattare già alcuni temi che avrebbero coinvolto Marx nel corso di tutta la sua vita. Erano liberamente cosparsi di principi democratici, umanesimo e idealismo giovanile.

Egli rifiutava l'astrattezza della filosofia ei sogni ingenui dei comunisti utopici, così come quelli degli attivisti. Nello schierarsi contro l'attivismo, gettava le basi del lavoro intellettuale che lo avrebbe impegnato per tutta la vita:" i tentativi pratici, avanzati dalle masse, possono ottenere in tutta risposta cannonate, non appena appaiono pericolosi. Ma le idee che hanno vinto il nostro intelletto e conquistato le nostre convinzioni, le idee la cui ragione affascina le nostre coscienze, sono catene che non possono essere spezzate senza infrangersi al contempo il cuore, sono demoni che possono essere sconfitti solo sottomettendosi”.

2.2.1 Potenziale umano

Alla base della teoria marxiana vi è un insieme di assunti riguardo al potenziale un individuo possiede nelle circostanze corrette storiche e sociali. Nelle società capitalistiche e precapitalistiche, i popoli non si sono minimamente avvicinati alla realizzazione del proprio potenziale umano. Nelle società precapitalistiche gli individui erano troppo impegnati a lottare tra di loro, per assicurarsi cibo e protezione. Sebbene il cibo e la protezione siano facilmente acquisiti dalle persone che vivono nella società capitalistica, la natura stessa di questo sistema, oppressivo e basato sullo sfruttamento, rende impossibile per le persone avvicinarsi alla realizzazione del proprio potenziale. Per Marx gli individui sono dotati di coscienza e della capacità di collegare la propria coscienza all'azione. Ma le persone non si limitano a pensare: Morirebbero se così fosse. Devono agire e spesso questa azione implica agire sulla natura per appropriarsi di ciò che è necessario alla sopravvivenza. Nel passato gli individui si sono appropriati di beni in una maniera così primitiva e inefficiente che non sono stati in grado di sviluppare le proprie capacità, specialmente per quanto riguarda l'abilità di pensare più in grande. Sotto il capitalismo le persone si sono concentrate sul possesso e sul guadagno piuttosto che sulle proprie potenzialità creative nell'atto di appropriazione delle risorse naturali. Ma il capitalismo era importante per Marx perché egli pensava che avesse dimostrato che le innovazioni tecnologiche e organizzative necessitano della creazione di una società comunista dove gli esseri umani sarebbero stati in grado di esprimersi nel pieno delle proprie capacità. Sotto il comunismo le persone sarebbero state liberate dal desiderio di possedere e sarebbero state piuttosto in grado di esprimere appieno il proprio potenziale diventando un ente naturale generico.

2.2.2 Alienazione

Il lavoro è quel processo positivo in cui le persone esprimono le proprie capacità creative nelle attività produttive, espandendole ulteriormente. Ma, il lavoro che la maggior parte delle persone svolgono nel capitalismo non permette loro di esprimere il proprio potenziale umano. Anziché esprimersi nel proprio lavoro gli individui si trovano ad essere alienati dallo stesso. Nel momento in cui gli individui raggiungono il proprio potenziale umano(comunismo) si assiste a una naturale interconnessione tra le persone e le Attività Produttive, i prodotti che producono, ecc. L'alienazione è la rottura di queste naturali interconnessioni. Anziché essere naturalmente legati a tutte queste cose, le persone diventano separate da esse. Sotto il capitalismo, così, gli individui subiscono le scelte dei padroni, i capitalisti, che decidono al posto dei lavoratori cosa essi debbano produrre. I capitalisti decidono cosa deve essere fatto e in che modo. Offrono ai lavoratori, detti proletari, una paga e se i lavoratori l'accettano devono svolgere le attività nel modo che è stato deciso dal capitalista. In cambio ricevono una paga che si suppone li ricompensi offrendo loro la soddisfazione e la gratificazione di cui hanno bisogno. Le attività produttive sono controllate e possedute dal capitalista, i lavoratori sono separati dal lavoro svolto e sono incapaci di esprimersi in esso. In secondo luogo, i capitalisti possiedono i beni prodotti. I lavoratori non scelgono cosa produrre e quando i prodotti sono completi, questi non gli appartengono. I prodotti appartengono ai capitalisti che possono utilizzarli o convincere altri ad utilizzarli nel modo che essi stabiliscono. Una volta ai lavoratori hanno ultimato il prodotto, e se ne vengono separati e non possono più interferire con il destino di quel bene. Per di più, è facile che i lavoratori perdano pressoché completamente il senso del loro contributo alla creazione del prodotto finale.

Scaricato da veronica perlini ([email protected])

Il capitalismo non potrà essere distrutto né l comunismo venie alla luce senza che prima di tutto i proletari passino all’azione. In termini marxiani, i proletari devono impegnarsi nella “prassi”, in azioni concrete. Non basta pensare ai mali del capitalismo, o sviluppare grandi teorie sulla sua ascesa o il suo declino: la gente deve scendere nelle strade e passare ai fatti. Questo non implica necessariamente il ricorso alla violenza, ma non si può neanche pretendere che il capitalismo collassi da solo.

Applicazioni contemporanee

Perché studiare Marx in un mondo post-comunista?

In seguito al crollo dell’Unione sovietica e al successivo smantellamento del sistema delle alleanze nel blocco dei paesi satellite, non è mancato chi ne ha derivato non solo la fine comunismo, ma anche delle teorie marxiane. Secondo alcuni la fine del comunismo destinerebbe Marx e le sue opere alla definitiva centinatura. Alla fine degli anni’90 non si faceva che parlare della fine della teoria marxiana. Eppure, la lettura di Marx e delle teorie neo-marxiste è sopravvissuta e continua anche nel ventunesimo secolo ad essere praticata, e c’è chi sostiene che oggi più che mai questa chiave di lettura della realtà sia utilissima. Il fatto è che Marx ha teorizzato ben poco sul comunismo. Piuttosto lo definiremo come teorico del capitalismo. Con la fine del comunismo sovietico il capitalismo è più libero di dispiegarsi nel mondo, più di quanto non abbia mai fatto. Dal 1917 al 1989 il comunismo ha impedito in diversi modi l’espansione del capitalismo. Marx non si è limitato a prevedere che il capitalismo sarebbe diventato un fenomeno globale, ma si è anche spinto oltre: oggi, ancor più che hai tempi di Marx, le imprese capitalistiche se vogliono sopravvivere devono continuamente espandersi, cercando mercati sempre nuovi. La previsione marxiana non si è avverata nel ventunesimo secolo solo a causa del conflitto globale tra capitalismo e marxismo, oltre alle due guerre mondiali. Nel corso dell’ultimo ventennio la proliferazione globale del sistema capitalistico prevista da Marx si è imposta in tutto il mondo. Questo implica che le dee di Marx riguardo all’analisi del capitalismo, e in particolare del capitalismo globale, oggi sono più rilevanti che mai. Infatti alcuni dei contributi più significativi nello studio della globalizzazione derivano da una prospettiva marxiana. Le idee di Marx non sono di certo sacrosante: molte di esse devono essere corrette, adattate o abbandonate dai teorici marxisti contemporanei, come in effetti succede. Tuttavia, molti di loro, assumono come punto di partenza teorico le idee di Marx sul capitalismo e le utilizzano come fondamenta per costruire nuove teorie e ottenere nuove intuizioni sul successo globale del capitalismo che ha seguito il fallimento del comunismo. La nostra risposta è: conviene studiare Marx in un mondo postcomunista perché le idee di Marx sono più rilevanti oggi di quanto non siano mai state in passato!

2.2.4 Comunismo

Marx non aveva dubbi che le dinamiche del capitalismo avrebbero condotto alla rivoluzione, ma ha dedicato poco tempo a descrivere le caratteristiche della società comunista che avrebbe preso il posto del capitalismo. Per Marx era prioritario comprendere le logiche e i meccanismi che muovono la società capitalistica, e comunicare tali intuizioni al proletariato, cosicché questo raggiunga la coscienza di classe. Marx era critico nei confronti di coloro che passavano il loro tempo a sognare future società utopistiche. Il suo obiettivo immediato era quello di rovesciare un sistema segnato dall’alienazione e dallo sfruttamento. Solo dopo la rivoluzione ci si sarebbe posti il problema di cosa fare una volta raggiunto questo obiettivo primario. Sono in molti a sostenere che sia stata proprio questa mancanza di pianificazione a gettare le basi per la futura “debacle” dell’Unione Sovietica e delle sue nazioni satellite. Marx aveva alcune idee precise a proposito del futuro sistema, ma per comprenderle dobbiamo ritornare al suo modo di intendere il potenziale umano. In un certo senso, il “comunismo” è il sistema sociale che, per la prima volta, permette all’essere umano di dispiegarsi in tutta la sua potenzialità. Per la verità il comunismo è un anti-sistema, un mondo in cui il sistema non è nient’altro che l’insieme delle relazioni sociali tra le persone che lo compongono. Marx ha previsto la possibilità di una “fase transitoria” in cui persistono “grandi strutture” (come la dittatura del proletariato), ma queste avrebbero dovuto aver avuto vita breve per essere sostituite dal “comunismo” vero e proprio. Quindi il comunismo è un sistema che permette alle persone di esprimere il potenziale inespresso del proprio pensiero, la creatività e la socialità connaturate all’essere umano, ma costantemente inibite distrutte dai precedenti sistemi sociali (feudalesimo e capitalismo). La società comunista avrebbe utilizzato e ampliato lee innovazioni tecnologiche ed organizzative del capitalismo, ma si sarebbe fatta da parte e avrebbe permesso a ogni essere umano di diventare ciò che ciascuno avrebbe sempre potuto “potenzialmente” essere.

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2.3 Max Weber: la razionalizzazione della società

Se Karl Marx è il pensatore più importante dal punto di vista della teoria sociale generale e anche per quanto riguarda lo sviluppo politico degli ultimi cento anni, il suo compatriota tedesco Max Weber è molto probabilmente (l’altra possibilità è Durkheim) il teorico più importante dalla prospettiva sociologica. Weber è un pensatore molto complesso ed ha dato un grande impulso al pensiero sociale, ma il suo contributo fondamentale è rappresentato dalla “teoria della crescente razionalizzazione della società occidentale”. Questa teoria si basa sui precedenti lavori di Weber sull’“azione”, ed in particolare sull’”azione razionale”.

2.3.1 Azione sociale

Per anni i sociologi si sono concentrati sulla teoria dell’azione sciale di Weber, piuttosto che su quella della razionalizzazione, che oggi è ritenuta il punto cardine del suo orientamento teorico. Questo è evidente nelle opere di Talcott Parsons, che negli anni ’30 introdusse il pubblico americano alla teoria sociologica europea in generale ed in particolare quella di Max Weber. Tuttavia, il suo modo di presentare queste teorie è stato soggetto a critica: una di queste è che per consolidare la propria “teoria dell’azione”, Parsons abbia accentuato di proposito la centralità della teoria weberiana dell’azione, così da avere basi più solide su cui applicare la propria prospettiva.

2.3.2 Comportamento e azione

L’interpretazione che Weber dà al concetto di “azione” si basa su una importante distinzione comune a tutte le sociologie della vita quotidiana e, cioè, a quella tra “comportamento e azione”. Entrambi si riferiscono a quanto la gente fa tutti i giorni, tuttavia, il “comportamento” avviene in modo automatico, senza quasi pensarci, mentre l’”azione”, è il risultato di un processo consapevole. Il comportamento è legato ad un approccio strettamente psicologico conosciuto come “comportamentismo” che ha rappresentato un caposaldo per lo sviluppo di molte teorie sociologiche della vita quotidiana. Il comportamentismo osserva le situazioni in cui ad uno stimolo segue una risposta in modo quasi automatico, meccanico, senza che il soggetto stia a pensarci su. Si definisce “comportamento” il gesto meccanico di allontanare la mano da una fiamma incandescente.

Weber non era interessato a questo tipo di comportamento: la sua attenzione era rivolta a quelle azioni che prevedono l’intervento del pensiero tra lo stimolo e la risposta. Weber ha definito la sociologia come lo “studio dell’azione”, in termini dei suoi significati. Ciò che importa sono i processi che gli individui compiono consapevolmente: per comprendere l’azione individuale non serve tanto una descrizione oggettiva del contesto in cui si trovano, quanto la comprensione di come il soggetto definisce la situazione. L’interpretazione soggettiva conta di più della spiegazione oggettiva.

A livello teorico Weber era interessato allee azioni di un singolo individuo, e ancor di più, all’azione di due o più individui: Weber si riferiva alle “collettività” (ad esempio ai calvinisti o ai capitalisti) suggerendo che dovessero essere studiate soltanto come risultato dell’azione di due o più individui. Solo gli individui possono agire, quindi la sociologia deve focalizzarsi sugli attori, non sulle collettività. I sociologi parlano di collettività solo per motivi di convenienza, ma una collettività altro non è, per Weber, che un “insieme di attori e delle loro azioni”.

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2.3.4 Tipi di razionalità

Le due teorie di Weber sembrano combaciare per diversi aspetti:  La “razionalità pratica” è il tipo di razionalità che tutti mettiamo in atto quotidianamente per andare da una parte all’altra. Data la realtà delle circostanze, cerchiamo di affrontare le difficoltà e trovare il miglior mezzo per raggiungere il nostro obiettivo. La “razionalità pratica” viene utilizzata da tutti, in tutte le epoche storiche e a tutte le latitudini.  La “razionalità teorica” riguarda lo sforzo di dare conto cognitivamente della realtà, attraverso lo sviluppo di concetti sempre più astratti. Qui lo scopo è di ottenere una comprensione razionale del mondo piuttosto che agire razionalmente all’interno dello stesso. Al pari della razionalità pratica, anche la “razionalità teorica o cognitiva” è stata applicata ovunque nel mondo e in qualsiasi epoca.  La “razionalità sostanziale”, come la “pratica”, riguarda direttamente l’azione. Qui la scelta del corso d’azione più adeguato è dettata dall’insieme di valori di riferimento piuttosto che dall’esperienza quotidiana e dal pensiero pratico. Come i due precedenti tipi di razionalità, anche la razionalità “sostanziale” è trasversale attraverso il tempo e le civiltà.  La forma di razionalità più importante per Weber è la “razionalità formale” in cui la scelta del corso d’azione migliore è basata su un insieme norme, regolamenti e leggi uguali per tutti. Caso esemplare è quello della “burocrazia” moderna, in cui le regole dell’organizzazione dettano quale sia il modo di agire più razionale. A differenza degli altri tipi, la “razionalità formale” è sorta solo nel mondo occidentale con l’avvento dell’industrializzazione.

Ciò che realmente interessava Weber è la “razionalità formale” e le ragioni per cui questa sorge solamente in occidente nell’epoca moderna e non in altri tempi o in qualsiasi altra parte del mondo. Si interrogava quindi su quali fossero i fattori che hanno accelerato lo sviluppo della “razionalizzazione” (formale) in occidente prevenendo invece che questa vedesse la luce in altre parti del mondo. Le maggiori barriere e forze propulsive sarebbero da individuarsi, secondo Weber, nella ”religione”.

2.3.5 L’etica protestante e lo spirito del capitalismo

In occidente, il protestantesimo ha giocato un ruolo fondamentale nell’ascesa della “razionalizzazione”. In questo caso, Weber era interessato principalmente alla “razionalizzazione del sistema economico”, e il sistema economico più “razionale” è il capitalismo. Ritiene il capitalismo razionale per svariati fattori, ma soprattutto per l’enfasi che pone questo sistema sulla “quantificazione” di ogni cosa, ben esemplificata dallo sviluppo in tempi moderni della “contabilità”. Weber era particolarmente affascinato da come il “protestantesimo”, ed in particolare il “calvinismo”, potesse servire da volano per la nascita e lo sviluppo del capitalismo. D’altra parte, altre religioni presenti in altre aree della terra (confucianesimo in Cina e induismo in India) hanno posto un freno al processo di razionalizzazione in generale ed al capitalismo in particolare.

Weber era interessato all’”etica protestante” tipica del calvinismo (predestinazione - successo negli affari- risparmiare e reinvestire per la salvezza – dovere etico – destino predeterminato). Tutte le credenze sul successo economico presenti tra i calvinisti e altre sette si sono combinate nell’etica protestante, cui Weber collega lo sviluppo di un altro insieme di idee: lo “spirito del capitalismo”. È proprio questo sistema di idee ad aver favorito la nascita e lo sviluppo del sistema economico capitalistico. La ricerca del successo economico nel caso occidentale derivava così da una massima etica che enfatizzava il successo economico come specchio del destino dell’uomo, non dall’avidità, rendendo la ricerca del profitto un vero e proprio stile di vita, spirituale e moralmente lecito, che caratterizza i predestinati alla salvezza eterna. Lo spirito del capitalismo si compone di diversi elementi tra i quali quello su cui ci focalizzeremo sarà la “ricerca razionale e sistematica del profitto”. Altre idee associate a questo spirito sono la frugalità, la puntualità l’onestà, il guadagno fine a sé stesso come scopo legittimo dell’esistenza umana. Soprattutto, è dovere di ogni individuo accrescere incessantemente la propria ricchezza economica. Lo spirito del capitalismo è affrancato dalla sfera dell’ambizione personale per diventare un “imperativo etico generale”.

Vi è una chiara affinità tra etica protestante e lo spirito del capitalismo: la prima ha contribuito l’ascesa del secondo. La prova di questo viene rintracciata da Weber nell’esame di diverse nazioni europee in cui coesistono più religioni. Scopre che i leader del sistema economico di queste nazioni erano in gran parte protestanti. Il protestantesimo agisce nella scelta della professione (Beruf) mentre le altre religioni non hanno creato sistemi di valori tali da invogliare i propri fedeli a svolgere occupazioni tipiche del sistema capitalistico. Il cattolicesimo ad esempio non potrebbe mai dare origine al capitalismo, anzi, ha impedito con i suoi precetti lo sviluppo di questo sistema economico, così come hanno fatto il confucianesimo e il buddismo nelle società orientali.

Concetto chiave. Verstehen

Verstehen è un verbo tedesco che significa “comprendere”, e può essere usato come sostantivo per indicare la “comprensione”. Dal punto di vista della teoria dell’azione indica il tentativo di comprendere i processi mentali dell’attore che agisce, le motivazioni e i significati che attribuisce all’azione che compie, nonché i fattori che conducono all’azione (o interazione) oggetto di studio. Per Weber il Verstehen non riguarda esclusivamente l’intuizione, ma rappresenta un metodo sistematico per studiare i pensieri e le azioni. Infatti, un ricercatore in grado di utilizzarlo gode di un vantaggio competitivo rispetto a coloro che si ritengono scienziati duri e puri secondo il metodo positivista. Il vantaggio risiede nel fatto che siccome i soggetti di studio sono esseri umani come noi, lo scienziato sociale può ottenere una maggiore comprensione di cosa succede nelle loro menti e quindi di perché facciano quello che fanno, a differenza di un fisico che non può comprendere le particelle subatomiche che studia, queste possono essere osservate solo dall’esterno, mentre il pensiero e l’azione possono essere osservati dall’interno, introspettivamente. Come si collega questa metodologia, capacità di comprendere gli attori e le loro azioni, alla più ampia teoria weberiana della relazione, per esempio, tra calvinismo e spirito del capitalismo? Può essere argomentato che Weber stesse tentando di comprendere cosa succedeva nelle menti dei singoli calvinisti che li portava ad a intraprendere quei tipi di azioni che preparavano il terreno per l’ascesa del capitalismo. Da un altro punto di vista si può osservare come Weber utilizzava il Verstehen come metodo per mettersi al posto dei singoli calvinisti e comprendere il contesto culturale in cui vivevano e che li portava a comportarsi secondo schemi capitalistici. Qui la prospettiva del ricercatore è verso l’esterno, a esaminare il contesto culturale, piuttosto che verso l’interno, a esaminare i processi mentali dei calvinisti. Da un’altra prospettiva è possibile avanzare l’idea che il Verstehen si occupi della relazione tra processi mentali individuali e il più ampio contesto culturale. Di fatto, tutti e tre questi approcci godono di ampio sostegno. Tuttavia, una valida interpretazione è che il Verstehen è un metodo per analizzare l’azione a partire dalla prospettiva dei processi mentali individuali.

2.3.6 Confucianesimo, induismo e capitalismo

La Cina, al pari dell’occidente, aveva i prerequisiti necessari allo sviluppo del sistema economico capitalista, a partire da una tradizione che legittima una intensa acquisizione di beni a uso personale fino ad arrivare alla legittimità di una competizione senza risparmio di colpi. Ci sono una serie di ragioni che possono spiegare perché il capitalismo non si sia immediatamente sviluppato in Cina, ma la prima tra tutte è data dalle caratteristiche proprie del confucianesimo. Il confucianesimo prescrive, come precondizione per ottenere un buon incarico pubblico e acquisire uno status, un buon livello di alfabetizzazione. Era indispensabile possedere una cultura elevata per essere iscritto tra i notabili, oltre ad astuzia e furbizia. Di contro, i confuciani svalutavano qualsiasi tipo di lavoro manuale, che veniva delegato ai subordinati e sebbene i notabili attribuissero importanza alla ricchezza, ritenevano sconveniente impegnarsi ad acquisirla. I confuciani erano disinteressati alle pratiche economiche. L’impegno in un’impresa per trarre profitto era moralmente dubbio e sconveniente per un confuciano. Inoltre, essi non erano inclini al cambiamento, ivi incluso il cambiamento economico: il loro obiettivo era quello di mantenere lo “status quo”. Inoltre, non veniva percepita alcuna tensione tra la religione dei confuciani e il mondo in cui vivevano, per cui non era necessario intraprendere alcuna azione per risolvere tale conflitto. Si tratta di una situazione completamente diversa da quella in cui vivevano i calvinisti, per cui la tensione tra idea di predestinazione e il desiderio di conoscere il proprio destino veniva almeno parzialmente risolta dal convincimento che il successo negli affari potesse rappresentare un segno della salvezza eterna.

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Attraverso il corso della storia i leader carismatici hanno rovesciato le strutture di autorità tradizionali o addirittura, quelle legali-razionali. L’autorità carismatica non è razionale e di conseguenza si adatta malamente al compito di amministrare le richieste che una società avanza giorno per giorno. Questo è subito chiaro ai seguaci del leader carismatico i quali, subito dopo aver preso il potere essi cominciano ad avanzare richieste per consentire al regime di rispondere adeguatamente ai compiti amministrativi. Questo processo viene definito “routinizzazione del carisma”, in altre parole, i seguaci del leader cercano di sfruttare le capacità del regime per renderlo in grado di gestire anche i compiti più mondani, alla luce del fatto che prima o poi il capo carismatico lascerà la scena. Se non si muovessero in questo modo, anche loro rischierebbero di perdere il potere con la morte del capo. Attraverso questa routinizzazione sperano di trasferire il carisma a un discepolo o all’’organizzazione amministrativa. Tuttavia, l’ipotetico nuovo assetto dell’autorità, capace di funzionare anche su scala quotidiana e senza il leader, potrebbe minare le fondamenta stesse dell’autorità. Quindi, se coronata con successo, la routinizzazione del carisma finisce col distruggere il carisma stesso e la struttura si trasformerà in tradizionale o legale-razionale.

La forza più rivoluzionaria nella storia è, per Weber, la razionalizzazione e l’avvento dell’autorità “legale- razionale”. La legittimazione dei leader nell’autorità legale-razionale deriva dal fatto che esistono una serie di norme codificate e regolamenti, e i leader mantengono le loro posizioni in virtù di queste stesse regole. Il carisma cambia le opinioni delle persone agendo dall’interno, la razionalizzazione cambia gli individui partendo dalle condizioni a loro esterne, alterando le strutture in cui essi vivono. E la struttura chiave associata con l’autorità legale-razionale è la moderna “burocrazia”. Non solo essa rappresenta il cuore dell’autorità legale-razionale, ma è il “modello del processo di razionalizzazione occidentale”. La burocrazia è vista da Weber come una struttura razionale molto potente, che esercita un grande controllo su tutti coloro che lavoro al suo interno o che si avvantaggiano dei suoi servizi. Ma è anche una sorta di gabbia che altera il modo in cui le persone pensano e agiscono. Più in generale Weber riteneva che la razionalizzazione stessa avesse le caratteristiche di una “gabbia”. I vantaggi della razionalizzazione e dell’autorità legale- razionale sono indubbi, ma Weber era altrettanto consapevole dei problemi a esse associati. La fama di Weber è infatti legata alla celebre metafora della “razionalizzazione come gabbia d’acciaio”, una struttura potente, simile ad una prigione dalla quale è impossibile fuggire. Questa è la chiave di lettura con cui Weber intrepretava la razionalizzazione nelle società occidentali. Apprezzava i benefici da un lato, disprezzava il crescente controllo che questa esercitava sulle persone, dall’altro. Egli temeva che a mano a mano che nuovi settori della società venivano razionalizzati, gli individui avrebbero trovato sempre più difficoltà nel trovare rifugio in settori non razionali della vita, finendo col ritrovarsi imprigionati nella “gabbia d’acciaio della razionalizzazione”. Questa gabbia non solo imprigiona gli individui, ma è sempre più resistente agli attacchi esterni: è in grado di impedire l’accesso al leader carismatico e al suo seguito. Ne segue che nel mondo moderno, l’autorità carismatica, cosi come l’autorità tradizionale, diventa sempre più inadeguata a rispondere ai bisogni di una società moderna ed è improbabile che riesca ad ottenere il potere. L’autorità legale-razionale, la razionalizzazione e la gabbia d’acciaio della razionalità alla fine trionfano.

Capitolo 3 – Teorie classiche II

3.1 Georg Simmel: la crescente tragedia della cultura

George Simmel (1858-1918) è un altro importante teorico sociale tedesco. La sua riflessione ruota attorno alla “tragedia della cultura”. Tuttavia bisogna prima analizzare alcuni concetti fondamentali.

3.1.1 Associazione

La fama di Simmel è spesso associata alla sua teoria della vita quotidiana. Egli era attratto da tutti quei comportamenti quotidiani che potrebbero apparire banali o privi di senso, come ad esempio due individui che cenano insieme. Queste forme di “associazione”, o interazione, servono a costruire legami tra gli individui e vengono continuamente create, elaborate, e sostituite da altre forme di associazioni. Questi sono gli atomi della vita sociale e come tali andrebbero studiate al microscopio. Questa teoria è per certi versi differente dalle riflessioni di Simmel sulla tragedia della cultura. Simmel, come Weber, definisce la sociologia come lo studio della vita quotidiana: la sociologia deve studiare la società che altro non è che la somma delle interazioni individuali che la compongono.

3.1.2 Forme e tipi

Simmel ha proposto una distinzione tra “forme” di interazione e “tipi” di attori che interagiscono. Nel mondo reale gli individui devono confrontarsi con una vasta gamma di interazioni e di attori che interagiscono tra e con loro, e questo genera spesso confusione. Per poter fronteggiare questo caos, gli individui riducono il mondo sociale a un numero limitato di forme di interazione e tipi di attori, così da poter essere in grado di comprenderle meglio. La stessa cosa avviene quando abbiamo a che vedere con un gran numero di individui con cui potenzialmente potremmo interagire. Per gestire meglio la nostra relazione con loro, li riduciamo ad un numero limitato di “tipi” di attori. Per Simmel, abbiamo a disposizione un insieme di tipi di riferimento, per cui la nostra decisione iniziale sarà quella di assegnare “questo individuo” ad uno di “questi tipi”. In seguito si può scoprire che il giudizio iniziale era del tutto sbagliato e che ha inserito quella persona nella categoria sbagliata. Ciononostante, in un mondo in cui continuamente incontriamo individui, non possiamo fare almeno di utilizzare questi tipi come prime approssimazioni per decidere se iniziare o evitare un’interazione. anche il sociologo, come gli individui, può sviluppare automaticamente forme e tipi.

Uno schizzo biografico. Georg Simmel (1858-1918)

Simmel era un uomo ai margini, uno straniero nel mondo accademico tedesco. Oggi è ritenuto uno dei grandi maestri della teoria, ma nel corso della sua vita ha occupato solo ruoli secondari nelle università. Eppure, ha prodotto un imponente corpus di scritti e opere sociologiche, che gli intellettuali dell’epoca tenevano in alta considerazione. Perché era così marginale? Per due ragioni in particolare. Non amava scrivere seguendo i canoni stilistici accademici: i suoi saggi venivano spesso pubblicati su giornali e riviste. Simmel si trovava più a suo agio con questo tipo di prodotto che non nella compilazione di grossi volumi enciclopedici, ma i dirigenti delle università tedesche dell’epoca non sapevano cosa farsene di questi lavori. L’altra ragione era che egli fosse ebreo e, lavorando nel contesto accademico tedesco, brulicante di pregiudizi antisemiti, si guadagnò la fama di essere ebreo nell’apparenza, nel modo di comportarsi e nel modo di pensare. Data questa opinione e l’antisemitismo dei tempi, non stupisce che Simmel abbia trovato impossibile posizionarsi in una posizione accademica regolare.

3.1.3 Consapevolezza

La riflessione sul concetto di associazione è collegata alla concezione di che cosa sia la “consapevolezza”, nozione da cui quella di associazione prende le mosse. Simmel operava in base all’assunto che gli individui agiscono seguendo un processo consapevole. Simmel riteneva anche che gli individui si confrontassero

rende possibile la creazione di nuovi ruoli sociali che erano impossibili in una diade. Così può emergere un sistema di autorità e stratificazione, un sistema che non può esistere in una diade. La trasformazione da una diade a una triade è essenziale per lo sviluppo di strutture sociali che possono diventare separate dai singoli individui e quindi esercitare sugli stessi una forma di coercizione. In altre parole, la tragedia della cultura diventa possibile per lo meno quando si è sviluppata una triade.

3.1.5 La distanza e lo straniero

Sempre seguendo questo filone di “geometria sociale”, Simmel si è interessato allo studio della distanza. Per esempio il tipo sociale dello “straniero”, è definito attraverso il concetto di distanza: lo straniero è colui che non è né troppo vicino né troppo lontano. Per essere stranieri è necessaria quindi una combinazione di vicinanza e di distanza. La peculiare forma di distanza-vicinanza che esiste tra lo straniero e il gruppo porta a forme di interazione insolite tra i due. Per esempio, lo straniero può essere più oggettivo nella sua interazione con i membri del gruppo: la sua mancanza di coinvolgimento emotivo gli consente di poter esprimere un giudizio spassionato sulle relazioni con i singoli individui; d’altro canto, proprio perché è straniero, quindi estraneo, i membri del gruppo possono paradossalmente sentirsi a proprio agio nel fargli le loro confidenze più di quanto non sarebbero con gli altri partecipanti. Lo straniero non è solo un tipo sociale, ma il suo “essere straniero” può essere inteso come forma di interazione. Per esempio, la misura in cui un individuo è straniero, ovvero quella particolare combinazione di vicinanza e distanza, entra persino nelle nostre relazioni più intime.

Concetto chiave. Spazio

La teoria dello “spazio” è meno conosciuta rispetto a quella sua distanza ma bisogna considerare in particolare la definizione dei confini dello spazio. La loro importanza viene rivelata quando questi stessi confini appaiono indefiniti. Confini indefiniti si osservano quando i gruppi non si limitano ai loro confini politici, come ad esempio una massa di persone che si trova in un grande spazio. Trovarsi all’aperto in questo modo rende il gruppo soggetto all’impulsività e suscettibile alla manipolazione. Uno spazio è “indistinto” quando lo stesso spazio risulta non definito a un gruppo, che per qualche ragione viene a trovarsi in uno spazio buio. Alcune delle intuizioni più interessanti sullo spazio riguarda il punto di vista di Simmel su il “ponte” e sulla “porta”. Per esempio, mentre il ponte porta sempre ad un’unione, la porta può portare sia alla connessione, quando è aperta, sia alla separazione, quando è chiusa. Simmel ne deduce che la porta abbia un significato più ricco e vitale del ponte. La direzione non ha alcuna differenza per i ponti mentre c’è una grande differenza nell’entrare o nell’uscire da una porta.

3.1.6 Distanza e valore

Una delle intuizioni più interessanti di Simmel sulla distanza si rifà alla nozione di valore e in particolare con lo sviluppo di una “teoria del valore” alternativa a quella di Marx. Simmel sosteneva che il “valore” delle cose fosse una funzione della loro distanza da noi: quello che è a portata di mano non ha un grande valore, analogamente le cose troppo distanti da noi, o troppo difficili da ottenere non hanno un grande valore. A conti fatti, ciò che riteniamo veramente prezioso è quello che sappiamo di poter ottenere, ma a prezzo di uno sforzo considerevole.

3.1.7 Cultura oggettiva e soggettiva

La “tragedia della cultura” si basa sulla distinzione tra cultura soggettiva (individuale) e cultura oggettiva (collettiva). La cultura oggettiva comprende tutto ciò che viene prodotto da una società; la cultura individuale si riferisce alle capacità di un individuo di produrre, assorbire e controllare gli elementi della cultura oggettiva. La tragedia della cultura deriva dal fatto che nel tempo la cultura oggettiva cresce esponenzialmente mentre la cultura soggettiva e l’abilità del singolo di produrre cultura oggettiva crescono solo marginalmente: storicamente, la capacità individuale di essere creativi è cresciuta di poco. Eppure la somma totale di tutto ciò che gli individui hanno prodotto è una quantità esorbitante.

Innanzitutto, la cultura oggettiva cresce in termini di grandezza assoluta, come nel caso della scienza. In secondo luogo, cresce il numero dei componenti della cultura oggettiva: ad esempio, molti anni fa internet non esisteva, ma oggi questo è una parte importante della cultura oggettiva. Infine, i diversi elementi della cultura oggettiva diventano sempre più numerosi, e al tempo stesso sempre più interconnessi e potenti, seguendo un processo che va al di là della comprensione persino di coloro che li hanno creati. La tragedia della cultura è data dal fatto che le nostre scarne risorse individuali non riescono a tenere il passo con i nostri stessi prodotti culturali: siamo dannati a capire sempre meno il mondo che abbiamo creato e siamo destinati sempre più a essere controllati da quel mondo (internet).

3.1.8 La divisione del lavoro

Un fattore determinante nella tragedia della cultura è la crescita della divisione del lavoro. Una accresciuta specializzazione porta infatti a una maggiore abilità di produrre componenti del mondo oggettivo sempre più complessi, ma, al tempo stesso, l’individuo altamente specializzato perde il senso della cultura nel suo totale e l’abilità di controllarla. Mano a mano che la cultura oggettiva cresce, quella individuale si atrofizza. Non mancano aspetti positivi in questo processo: la specializzazione ha portato a innumerevoli sviluppi che hanno migliorato le condizioni della nostra vita quotidiana. Ma il costo di tutto questo è rappresentato dal fatto che l’individuo si sente insignificante rispetto alla cultura oggettiva con cui deve venire a patti ogni giorno che passa. In questo confronto, l’individuo è destinato a perdere, e quel che è peggio, è che non c’è fine a questo processo.

3.2 Thorstein Veblen: il progressivo controllo dell’impresa sull’industria

L’americano, Thorstein Veblen nel corso della sua carriera si è principalmente occupato del rapporto conflittuale tra l’azienda e l’industria, infatti, per quanto dal nostro punto di vista questi due termini possono apparire quasi come sinonimi, Veblen individua un forte contrasto, e per la precisione, un vero e proprio conflitto interno tra i due concetti: mentre lo sviluppo dell’industria porta a una produzione sempre maggiore, gli interessi dell’impresa spingono a limitare la produzione per mantenere alti i prezzi ed i profitti.

Concetto chiave. Il consumo vistoso e il tempo libero

Ciò che distingue Veblen dagli altri teorici classici è che non solo ha sviluppato una importante “teoria della produzione”, ma ha creato anche una innovativa “teoria del consumo”. All’alba del ventesimo secolo Veblen sosteneva che la motivazione reale che ci spinge a consumar una varietà di beni non è la sopravvivenza, ma la creazione di fondamenta che reggono le distinzioni, che attivano l’invidia, tra gruppi di persone. Il possedere beni rari porta ad un innalzamento dello status di chi li possiede: la classe agiata si dedica ad un “consumo vistoso”. Il consumo vistoso in ultima istanza riguarda tutti quelli che si trovano all’interno del sistema di stratificazione: nello scegliere quali beni consumare, le persone delle altre classi sociali finiscono con l’emulare il comportamento della classe agiata, che si trova al vertice della gerarchia della stratificazione. Veblen distingue inoltre tra “consumo vistoso” e “tempo libero”, che in quanto uso non produttivo del tempo rappresenta un primo modo per creare distinzioni tra le persone: le persone sprecano in modo vistoso il proprio tempo in attività non produttive per poter così accrescere il proprio prestigio sociale, come ad esempio acquistare beni costosi. Nel mondo moderno è più probabile che le élite si dedichino al consumo vistoso che non al tempo libero perché il primo è più visibile, e la visibilità è cruciale al fine di aumentare il proprio prestigio e suscitare l’invidia da parte degli altri.

3.2.1 L’impresa

Veblen ha tracciato un resoconto dettagliato del cambiamento storico intercorso nella natura dell’impresa e dei suoi capitani. I primi leader erano tendenzialmente imprenditori con una formazione da ingegneri, commercianti, che spesso avevano accumulato capitali contribuendo in modo diretto alla produzione (industria). Oggi invece i capitani d’impresa sono pressoché occupati a gestire problemi di natura finanziaria e dal punto di vista di Veblen, non guadagnano più il proprio reddito, perché la finanza non dà un contributo diretto all’impresa. Un’ulteriore sviluppo riguarda poi la “routinizzazione” delle questioni finanziarie e, di conseguenza, la cessione della gestione di questo tipo di operazioni a grandi organizzazioni

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