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Teorie delle scienze sociali riassunto, Sintesi del corso di Teoria Sociale

Riassunto capitolo sulla globalizzazione del libro "Teorie delle scienze sociali"

Tipologia: Sintesi del corso

2020/2021

Caricato il 27/04/2021

bea_sosio
bea_sosio 🇮🇹

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CAPITOLO 16
La teoria della globalizzazione
La globalizzazione è un argomento che continua a ricevere una certa attenzione pubblica e
accademica. La presa in carico da parte degli studiosi è motivata da una parte dalla straordinaria
importanza che la globalizzazione riveste; dall’altra esiste una sorta di ossessione.
La globalizzazione è la diffusione su scala mondiale di pratiche, relazioni, coscienza e
organizzazione della vita sociale. Il grande impatto di tale fenomeno si vede in manifestazioni che
accompagnano conferenze mondiali come il G8.
La teoria della globalizzazione nacque come reazione a prospettive precedenti, come la teoria della
modernizzazione, caratterizzata da una visione distorta tipicamente occidentale. La tendenza
comune delle teorie della globalizzazione e di altre diverse da essa è quella di analizzare i processi
sia transnazionali sia quelli autonomi, indipendenti che riguardano una sola parte del mondo.
La globalizzazione può essere analizzata a livello culturale, economico, politico e istituzionale;
per ciascun tipo di analisi una differenza fondamentale è se si scorge l’omogeneità o
l’eterogeneità. La globalizzazione della cultura può essere vista sia come l’espressione trans
nazionale di pratiche comuni (omogeneità) o come un processo in cui molti temi culturali globali e
locali interagiscono fino a creare una sorta di pastiche o un miscuglio che porta una varietà di
produzioni culturali (eterogeneità). La tendenza all’omogeneità è associata all’imperialismo
culturale, cioè l’influenza che una particolare cultura esercita su tutte le altre. Roland Robertson si
oppone a questa idea, introducendo il concetto di glocalizzazione, vede il globale in interazione
con il locale.
I teorici tendono a sottolineare l’effetto di omogeneizzazione del mondo facendo coincidere con la
diffusione di neoliberismo, capitalismo e dell’economia di mercato. Joseph Stiglitz attaccò
duramente il Fondo Monetario Internazionale (FMI) sia per il ruolo di peggioramento delle crisi
economiche globali sia per come l’approccio fosse universale, non tenendo conto le differenze
nazionali. Il FMI ha operato a vantaggio delle nazioni ricche e a svantaggio di quelle povere. Nel
riconoscere la tendenza all’omogeneità, si deve riconoscere anche una certa eterogeneità, come la
mercificazione delle culture locali, sostenendo quindi che l’interazione del mercato globale con i
mercati locali porta alla creazione di mercati glocali . Anche gli orientamenti politico istituzionali
tendono a enfatizzare l’omogeneità o l’eterogeneità. Chi si sofferma sull’omogeneizzazione, si
concentrano sulla diffusione mondiale dei modelli Stato-nazione e una crescente
omogeneizzazione nelle istituzioni; questo però porta a una visione di indebolimento sia dello
Stato-nazione sia di strutture sociali locali.
16.1 I più importanti teorici della globalizzazione
Anthony Giddens e la globalizzazione del mondo che cambia
Giddens vede un forte legame tra globalizzazione e il rischio preconfezionato. Giddens sostiene
che, anche se il mondo cambia molto rapidamente ed è fuori dal nostro controllo, è possibile
limitare i problemi creati dal mondo ; lo studioso è speranzoso nella democrazia e nelle forme
transnazionali e nazionali come l’Unione Europea. Giddens sottolinea il ruolo dell’Occidente e in
particole di USA nella globalizzazione, anche se entrambi vengono fortemente influenzati; infatti,
la globalizzazione si sta decentralizzando poiché esistono nazioni come Cina o India che giocano
un ruolo sempre più centrale nel processo. La globalizzazione è sia un pericolo ma uno stimolo al
tempo stesso per le culture locali. Per Giddens si svolge anche uno scontro tra fondamentalismo
e cosmopolitismo. Il fondamentalismo si oppone al cosmopolitismo, ma di base è anch’esso un
prodotto della globalizzazione, il quale usa mass media (forze globali) per ottenere i suoi scopi. Il
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CAPITOLO 16

La teoria della globalizzazione La globalizzazione è un argomento che continua a ricevere una certa attenzione pubblica e accademica. La presa in carico da parte degli studiosi è motivata da una parte dalla straordinaria importanza che la globalizzazione riveste; dall’altra esiste una sorta di ossessione. La globalizzazione è la diffusione su scala mondiale di pratiche, relazioni, coscienza e organizzazione della vita sociale. Il grande impatto di tale fenomeno si vede in manifestazioni che accompagnano conferenze mondiali come il G. La teoria della globalizzazione nacque come reazione a prospettive precedenti, come la teoria della modernizzazione, caratterizzata da una visione distorta tipicamente occidentale. La tendenza comune delle teorie della globalizzazione e di altre diverse da essa è quella di analizzare i processi sia transnazionali sia quelli autonomi, indipendenti che riguardano una sola parte del mondo. La globalizzazione può essere analizzata a livello culturale, economico, politico e istituzionale ; per ciascun tipo di analisi una differenza fondamentale è se si scorge l’omogeneità o l’eterogeneità. La globalizzazione della cultura può essere vista sia come l’espressione trans nazionale di pratiche comuni (omogeneità) o come un processo in cui molti temi culturali globali e locali interagiscono fino a creare una sorta di pastiche o un miscuglio che porta una varietà di produzioni culturali (eterogeneità). La tendenza all’omogeneità è associata all’imperialismo culturale, cioè l’influenza che una particolare cultura esercita su tutte le altre. Roland Robertson si oppone a questa idea, introducendo il concetto di glocalizzazione , vede il globale in interazione con il locale. I teorici tendono a sottolineare l’effetto di omogeneizzazione del mondo facendo coincidere con la diffusione di neoliberismo, capitalismo e dell’economia di mercato. Joseph Stiglitz attaccò duramente il Fondo Monetario Internazionale ( FMI ) sia per il ruolo di peggioramento delle crisi economiche globali sia per come l’approccio fosse universale, non tenendo conto le differenze nazionali. Il FMI ha operato a vantaggio delle nazioni ricche e a svantaggio di quelle povere. Nel riconoscere la tendenza all’omogeneità, si deve riconoscere anche una certa eterogeneità, come la mercificazione delle culture locali, sostenendo quindi che l’interazione del mercato globale con i mercati locali porta alla creazione di mercati glocali. Anche gli orientamenti politico istituzionali tendono a enfatizzare l’omogeneità o l’eterogeneità. Chi si sofferma sull’omogeneizzazione, si concentrano sulla diffusione mondiale dei modelli Stato-nazione e una crescente omogeneizzazione nelle istituzioni; questo però porta a una visione di indebolimento sia dello Stato-nazione sia di strutture sociali locali.

16.1 I più importanti teorici della globalizzazione

Anthony Giddens e la globalizzazione del mondo che cambia Giddens vede un forte legame tra globalizzazione e il rischio preconfezionato. Giddens sostiene che, anche se il mondo cambia molto rapidamente ed è fuori dal nostro controllo, è possibile limitare i problemi creati dal mondo ; lo studioso è speranzoso nella democrazia e nelle forme transnazionali e nazionali come l’Unione Europea. Giddens sottolinea il ruolo dell’Occidente e in particole di USA nella globalizzazione, anche se entrambi vengono fortemente influenzati; infatti, la globalizzazione si sta decentralizzando poiché esistono nazioni come Cina o India che giocano un ruolo sempre più centrale nel processo. La globalizzazione è sia un pericolo ma uno stimolo al tempo stesso per le culture locali. Per Giddens si svolge anche uno scontro tra fondamentalismo e cosmopolitismo. Il fondamentalismo si oppone al cosmopolitismo, ma di base è anch’esso un prodotto della globalizzazione, il quale usa mass media (forze globali) per ottenere i suoi scopi. Il

fondamentalismo assume varie forme ma rimane comunque problematico perché si scontra con il cosmopolitismo ed è legato alla violenza. Ulrich Beck, la politica della globalizzazione e il cosmopolitismo Beck distingue tra globalismo e globalità. Il globalismo prevede il mondo dominato dall’economia e stiamo assistendo alla nascita dell’egemonia di un mercato globale di stampo capitalista e dell’ideologia neoliberale che lo sostiene. Questa prospettiva riguarda il pensiero monocausale e lineare: i diversi aspetti dei mutamenti globali si associano solamente alla dimensione economica, la quale si evolve in una crescente dipendenza dal mercato mondiale. Beck sottolinea questo aspetto perché è attento all’aspetto economico, in particolare al mercato mondiale capitalista, il quale presenta degli ostacoli al libero commercio. Beck critica sì il globalismo, ma vede dei meriti nell’idea di globalità perché nulla è più legato al locale; anzi, ciò che succede a livello locale può colpire il mondo intero e questo si chiama processo transnazionali. La transnazionalità esiste da tempo, ma la globalità è nuova per 3 motivi:

  1. Influenza sullo spazio geografico molto più estesa di quanto non sia mai avvenuto in precedenza
  2. Influenza nel tempo molto più stabile e continua
  3. Densità maggiore di vari suoi elementi, come relazioni e reti transnazionali Beck elenca altre caratteristiche della globalità:  Vita quotidiana e interazioni attraverso i confini nazionali sono profondamente coinvolte  Autopercezione di transnazionalità in sfere dei mass media, consumo e del turismo  La comunità, il lavoro e il capitale sono sempre più delocalizzati  Crescente consapevolezza dei pericoli ecologici globali e delle azioni da intraprendere per affrontarli  Crescente percezione delle diversità culturali che incontriamo nelle nostre vite  Le industrie della cultura globale sono diffuse a livelli mai prima conosciuti  C’è una crescita in termini di numero e di forza, degli accordi, degli attori e delle istituzioni transnazionali Beck perfeziona il suo pensiero sulla modernità, sostiene che la globalità e l’impossibilità di tornare indietro siano relazionate alla seconda modernità. La seconda modernità e globalità sono la denazionalizzazione, portando alla nascita organizzazioni transnazionali e di uno Stato transnazionale. Il pensiero sulla globalizzazione è collegato al cosmopolitismo, ovvero le persone non sono più radicate in un luogo determinato, ma sono situate in diverse città, territori, etnicità, gerarchie, nazioni, religioni e altro ancora nello stesso tempo. L’approccio passa da essere tradizionale, basato su un forte nazionalismo, a cosmopolita (arriva direttamente dalla globalizzazione). In Potere e contropotere nell’età globale (2002) sostiene che l’orientamento cosmopolita si debba ribaltare, essere in meta-gioco, dove frontiere, regole e distinzioni si continuano a negoziare Zygmunt Bauman e le conseguenze umane della globalizzazione Bauman vede la globalizzazione come una guerra degli spazi. La mobilità è il punto principale della guerra e i vincitori sono coloro che si muovono liberamente nel mondo e ne costruiscono significati; quando sono obbligati ad attraccare si isolano in spazi chiusi e protetti dalle forze dell’ordine, al riparo dai perdenti. I perdenti hanno poca mobilità, fissi in territori ormai privi di senso e significato; il resto del mondo, a differenza dell’élite, si sentirà imprigionato nel luogo di nascita, sentendosi umiliati dalla priva libertà di movimento rispetto all’élite. La guerra degli spazi, perciò è un conflitto squilibrato. I vincitori sono padroni del loro tempo, mentre i perdenti no. È però necessario distinguere coloro che hanno una certa mobilità, come i turisti; essi sono in movimento per loro volere. I vagabondi sono sulla strada perché non tollerano l’inospitabilità dell’ambiente di provenienza. Tra l’aspetto positivo (turisti) e quello negativo (vagabondi), si collocano coloro che non sono mai sicuri del

portava ad un’organizzazione, disciplina, addestramento e armi maggiore, prevalendo sugli altri attraverso la violenza organizzata. Il mondo, prima dello scoppio della Prima Guerra Mondiale, si avvicina ad essere un’unica civiltà, cioè quella Occidentale. La terza fase va al termine dell’espansione dell’Occidente e all’inizio della rivolta contro questa di esso. Dalla fine della Prima guerra mondiale fino al 1990 circa è stata caratterizzata da uno scontro tra idee politiche, religione e cultura e civiltà. Huntington vede un lento declino dell’Occidente, portando ad un indebolimento delle sue risorse; un esempio sono le forze armate statunitensi e le industrie della difesa, che renderanno accessibili armi a chiunque, nonostante prima lo fossero solo per gli Occidentali. Al declino dell’Occidente, vediamo una crescita da parte di società asiatiche, in particolare della Cina; infatti, Huntington prevede uno sviluppo delle economie asiatiche che supereranno quelle occidentali e questo porterà ad un crescente potere per tutto l’Oriente. Non è poi una realtà così lontana vedere la Repubblica Popolare Cinese diventare la più grande economia mondiale in futuro. Più difficile e controversa, secondo Huntington, è la rivitalizzazione dell’Islam; a differenza della Cina che esplode economicamente, l’Islam sta crescendo demograficamente e si sta mobilitando come popolazione. Questo secondo aspetto viene visto sia come tentativo di revival della religione sia come tentativo di venire a patti con la modernizzazione. Huntington prevede scontri brutali tra Occidente e società asiatiche, e soprattutto Islam. Il conflitto guerra fredda, capitalismo vs comunismo, è stato sostituito dalla divisione della società occidentale (perché si crede superiore, quindi arrogante), islamica (intollerante) e sinica (persuasiva). Il conflitto scoppierà a causa del modo in cui l’Occidente si crede l’unico portatore della cultura universale, nonostante il suo declino; l’Islam interpreta l’universalismo come imperialismo; l’Occidente vuole esportare la democrazia, che si vede sempre essere combattuta dalle altre civiltà, perché fa parte dell’idea universale. Infine, l’Occidente tenta di limitare l’immigrazione dei Paesi islamici, anche se alcune di queste civiltà hanno scelto di volerci vivere, trovando anche la propria strada; Huntington vede quindi una spaccatura all’interno sia dell’Europa sia degli Stati Uniti. Le sue controverse affermazioni hanno però portato a molte critiche, in particolare sulla civiltà islamica e sui musulmani. L’autore sostiene che musulmani e non, vivendo vicini, arrivino ad uno scontro, perché i musulmani sono propensi al conflitto e alla violenza; Huntington prende come riferimento la loro religione, che è sin da sempre una religione della spada, la quale glorifica il valore militare. La relazione tra Islam e altre civiltà è sempre stata di reciproco antagonismo; l’Occidente ha sempre posto come obiettivo del suo imperialismo l’Islam, questo perché quest’ultimo non ha mai avuto uno Stato di riferimento abbastanza forte da controllare la sua stessa civiltà. Huntington sembra preoccupato per il declino dell’Oriente e degli Stati Uniti, minacciati dalla compresenza di più culture e civiltà; se gli USA tramontano, significa che anche il resto dell’Occidente avrà lo stesso destino. Per far sì che ciò non accada, gli USA hanno due obiettivi:  Riaffermare la propria Identità di nazione esclusivamente occidentale  Riaffermare il proprio ruolo di leader nella civiltà occidentale a livello mondiale L’accettazione della civiltà occidentale, quindi la purezza culturale all’interno delle civiltà, e la rinuncia del multiculturalismo da parte di tutte le civiltà è il modo più sicuro per prevenire guerre. Convergenza culturale Si basa sull’idea che la globalizzazione porta a una crescente omologazione a livello mondiale. Gli studiosi di questo +paradigma si concentrano sul mutamento di culture, come risultato della globalizzazione, dato che le culture si stanno sempre più assomigliando, assimilando la direzione di gruppi e società dominanti nel mondo. Data questa prospettiva, si prendono in esame concetti

come imperialismo culturale, capitalismo globale, cultura mondiale, occidentalizzazione, americanizzazione, McDonaldizzazione e, in questi ultimi 3 concetti, è dove la globalizzazione si realizza. Ora andremo ad analizzare le due versioni di questo argomento, associate al lavoro di Ritzer. McDonaldizzazione Si basa sulle idee di Max Weber riguardo la razionalizzazione dell’Occidente, ma adotta un modello diverso. Ritzer si concentra sui ristoranti fast-food, mentre Weber sulla burocrazia; la McDonaldizzazione presenta nella sua tesi la razionalizzazione sia delle società sia del mondo, cosa che Weber non avrebbe mai potuto fare. La McDonaldizzazione è importante nel contesto della globalizzazione e contribuisce ad un’omogeneizzazione culturale; i principi del fast-food si moltiplicano in numerosi settori della società americana e del mondo. Questo processo presenta 5 dimensioni: l’efficienza, calcolabilità, prevedibilità, controllo attraverso la sostituzione delle persone con la tecnologia e l’irrazionalità della razionalità.  Efficienza: una società McDonaldizzata lavora sull’efficienza, mezzi migliori possibili per raggiungere il proprio fine. I fast-food lavorano soprattutto con l’efficienza. Ad esempio, per fare arrivare al cliente il pasto desiderato, c’è un lavoro di squadra, una sorta di catena di montaggio, che permette di far arrivare un pasto finale efficiente. Il drive-through è efficiente sia per i clienti nel ricevere i pasti, sia per il personale nel lavorare; l’efficienza di una parte garantisce che l’altra si comporti in maniera simile.  Calcolabilità: alcuni momenti del lavoro dei dipendenti dei fast-food vengono cronometrarti, portando ad un’influenza negativa sulla qualità del lavoro. Questo rende insoddisfatto del proprio operato il lavoratore, alienandolo e a un tasso di ricambio. Allo stesso modo, i clienti vogliono aspettare meno tempo possibile e il drive through soddisfa le loro aspettative; ma se i clienti vogliono mangiare nel ristorante, le sedie sono progettate in modo da mandarli via dopo 20 minuti. L’enfasi sulla velocità è negativa, poiché per portare al cliente un cibo di alta qualità al cliente, richiede una certa attesa  Prevedibilità: è prevista nella McDonaldizzazione, dato che prodotti, ambienti comportamento dei soggetti è pressoché simile da un luogo a un altro; i clienti hanno delle aspettative nei dipendenti e viceversa. Ad esempio, i dipendenti si aspettano che i clienti sappiano già cosa ordinare, che passino poco tempo in quel luogo e si devono ringraziare i clienti all’uscita del ristorante. Si mette in scena un rituale prevedibile, coinvolgendo pietanze altrettanto prevedibili che variano di poco da un luogo a un altro. Controllo per mezzo della tecnologia I sistemi McDonaldizzati sono caratterizzati da un grande controllo, prevalentemente dovuto alla tecnologia. Gli strumenti tecnologici dominano indipendenti, ma con il tempo finiranno per prendere il loro posto. Anche i clienti sono controllati sia dai dipendenti, che sono vincolati da queste tecnologie, sia più direttamente dalle tecnologie stesse. Infatti le friggitrice automatica rendono impossibile per un cliente richiedere patatine più cotte o abbrustolite. Irrazionalità della razionalità Tanto i dipendenti quanto i clienti soffrono di irrazionalità della razionalità, che pare accompagnare inevitabilmente la McDonaldizzazione. Sebbene vi siano molte irrazionalità, quella più estrema è la disumanizzazione. I dipendenti sono costretti a svolgere lavori disumanizzati e i clienti sono costretti a mangiare in ambienti e circostanze disumanizzanti. McDonaldizzazione, espansionismo e globalizzazione

comprendere anche gli Stati nazione. Essi sono mondi immaginari. Si possono classificare in: -etnorami: gruppi e individui dinamici, in continuo movimento(turisti, profughi, lavoratori stranieri). Si includono sia gli spostamenti effettivi, sia le fantasie, sia all’idea del movimento. -tecnorami: configurazioni globali, sempre più fluide, di tecnologia meccanica e informatica più o meno sofisticata; sono costituiti dall’ampio spettro di documenti che ora si muovono quasi del tutto liberamente e rapidamente intorno al globo. -finanziorami: processi attraverso cui enormi somme di denaro con estrema velocità si spostano tra nazioni e in tutto il mondo -mediorami: comprendono sia la capacità elettronica di produrre e trasmettere informazioni nel mondo, sia l’immagine del mondo che questi stessi media creano e diffondono. -ideorami: paesaggi mediatici, costituiti da un insieme di immagini politiche che si producono negli stati in linea con la loro ideologia, o a quelle contro ideologie prodotte da movimenti che cercano di soppiantare chi detiene il potere. Tre cose vanno notate rispetto ai panorami di Appadurai. Primo: si possono considerare dei processi globali parzialmente o del tutto indipendenti dagli Stati nazione. Secondo: i flussi globali si svolgono soprattutto mediante le disgiunture: la libertà di movimento in alcuni paesaggi può variare il rapporto alle chiusure di altri. Terzo: i vari territori sono coinvolti in diverso modo dai cinque panorami e dalle disgiunture, e questo comporta un aumento delle differenze tra le culture che li caratterizzano.