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Tipologia: Tesi di laurea
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Anno Accademico 2018- INDICE Capitolo 1: Nuova concettualizzazione di ritardo mentale e importanza del costrutto del funzionamento adattivo 1.1 Il comportamento adattivo e la sua evoluzione nel tempo 1.2 Panoramica storica del comportamento adattivo Capitolo 2: Il comportamento adattivo e la sua misurazione 2.1 Gli standard psicometrici per le misurazioni del comportamento adattivo Capitolo 3: International Classification of Functioning, disability and healt (ICF) 3.1 International classification of disease (ICD) 3.2 International classification of impairment disabilities and handicap (ICIDH) 3.3 International classification of functioning, disability and health (ICF)
dovrebbero essere riferite all’età del soggetto in esame. Oltre a queste modifiche, la definizione del 1992 suggerisce che l’intelligenza pratica (autosufficienza nell’ordinario quotidiano) e sociale (capacità di discernere ed adeguarsi ai comportamenti sociali ed individuali in determinati ambiti e contesti) agiscano in contemporanea per sostenere lo sviluppo di abilità adattive e che le sue difficoltà nel ritardo mentale derivano da restrizioni sia nell’intelligenza pratica sia in quella sociale. 1.1 PANORAMICA STORICA DEL COMPORTAMENTO ADATTIVO Nella prima metà del ‘900, l’eccessiva fiducia nel QI e i pregiudizi relativi alla sua natura rafforzarono il concetto di incurabilità e la giustificazione di accudimento per individui affetti da ritardo mentale. Infatti il test di intelligenza veniva considerato come uno strumento per classificare gli individui secondo tre criteri: ritardo mentale lieve, moderato, grave e profondo, nonostante le scale di intelligenza Wechsler (Wechsler, 1981, 1991) considerassero l’intelligenza come multipla, mediante l’attribuzione di punteggi composti. Il secondo pregiudizio è costituito dal permanere, riguardo la classificazione dei soggetti, come individui affetti da ritardo mentale; questo valutando l’espressione della loro intelligenza in relazione all’età cronologica. Ciò si presenta come retaggio di un sovrabbondante credito dato al test del QI, che all’epoca, riteneva i soggetti gravi come incurabili e quindi giustificandone la permanenza in “istituti speciali”. La visione di insieme cambia nei primi anni ‘60 quando l’Associazione Americana per i deficit mentali include nel sistema di classificazione del ritardo mentale il comportamento adattivo; stimolando la rinascita dell’approccio comportamentale adattivo. Tale presa di coscienza rese necessario quindi l’ideazione di strumenti inerenti a tale tipo di comportamento e alle pratiche di valutazione dello stesso, fornendo quindi una base per stabilire i programmi e gli obiettivi formativi. Con l’avvenire degli anni ’70 si sviluppò un maggior coinvolgimento dell’interesse nazionale. Si passò dal fornire trattamenti per individui con ritardo mentale all’offrire servizi nel loro interesse, interrogandosi circa la tutela dei loro diritti. Le principali correnti di pensiero di questo periodo furono la normalizzazione e il suo corrispettivo in ambito educativo, ovvero l’inserimento nella scuola ordinaria. La valutazione ed il training del comportamento adattivo erano parte integrante di questi principi, secondo cui gli individui affetti da ritardo mentale devono avere le abilità di base e la consapevolezza richiesta per essere attivi in un ambiente meno restrittivo possibile. A questo scopo l’impegno da parte della ricerca si concentrò soprattutto nell’identificare le abilità richieste per un’integrazione efficace all’interno della comunità. Sempre a questo periodo risale l’attuazione della normalizzazione e dell’inserimento nella scuola ordinaria da parte della legislazione statale e federale. Poi nel 1975, la legge a favore di tutti i bambini portatori di handicap impose allo Stato di stabilire procedure non discriminatorie per la valutazione e l’inserimento di bambini con ritardo mentale. Questa legislazione rifletteva un
tentativo di risoluzione delle controversie riguardanti l’appropriatezza dei test di intelligenza e il loro utilizzo per l’inserimento scolastico in classi differenziali. L’emanazione di questa legge suscitò a livello nazionale il bisogno di sviluppare strumenti di valutazione e procedure di impiego di test che garantissero prove non discriminatorie. Argomento centrale per una valutazione non discriminatoria fu l’utilizzo di procedure che evitassero un’assegnazione sproporzionata di bambini appartenenti a minoranze etniche a classi di insegnamento differenziale. Da questo punto di vista, la valutazione del comportamento adattivo ha facilitato l’equità di progetti di inserimento, identificando lo sviluppo sociale dei bambini al di fuori dell’ambiente scolastico. Le valutazioni del comportamento adattivo iniziarono ad essere considerate come parte dell’approccio diagnostico per salvaguardare bambini EMR (Educable Mentally Retarded- individui affetti da ritardo mentale potenzialmente educabili) da classificazioni erronee. Per questa ragione, il comportamento adattivo è stato coinvolto nella controversia legale e pedagogica inerente ai test di valutazione del QI e al loro utilizzo nell’inserimento differenziale nelle scuole pubbliche. Al volgere degli anni 70, le controversie sul QI, sul comportamento adattivo e sulla classificazione scolastica si mossero dalle aule di giustizia alla ricerca. Gli anni 80 videro il diffondersi della ricerca; nella letteratura professionale misure di comportamento adattivo vennero impiegate per la loro descrizione dei soggetti ( Hawkins & Cooper, 1990). Si moltiplicarono gli strumenti di valutazione del comportamento adattivo, i quali continuarono ad essere un mezzo effettivo per sviluppare programmi educativi che consentissero agli individui di vivere in ambienti meno restrittivi e per ideare programmi di transizione verso ambienti più normali ( Silverman, Silver, Sersen, Lubin & Scwartz, 1986). L’utilizzo di scale di comportamento scolastico si rivelò problematico principalmente perché le abilità insegnate o valutate in ambienti a educazione speciale frequentemente finivano per non essere rapportate come tali in ambienti ordinari.
classificazione clinica diagnostica; infatti, questo tipo di programmazione dovrebbe sempre essere integrata dall’osservazione diretta e da altri metodi di valutazione. Tra gli strumenti che valutano il comportamento adattivo troviamo il TEACCH TTAP e le scale VINELAND. 2.1 GLI STANDARD PSICOMETRICI PER LE MISURAZIONI DEL COMPORTAMENTO ADATTIVO Una scala del comportamento adattivo può essere utilizzata in modo razionale e informato solo se l’utilizzatore del test conosce le caratteristiche tecniche del test stesso (Associazione psicologica americana, 1985). Le caratteristiche tecniche dovrebbero includere, per lo meno i coefficenti di attendibilità e validità per ciascuna delle aree d’abilità. ATTENDIBILITA’ L’attendibilità si riferisce al grado di accordo tra misurazioni indipendenti dello stesso costrutto. Può essere definita anche come il grado di correlazione tra misurazioni avvenute in tempi diversi dello stesso costrutto. Un test è attendibile qualora, in un test distribuito ripetutamente, si ottenga lo stesso risultato o la stessa graduatoria. Esistono vari generi di attendibilità:
La validità di uno strumento si basa sulla determinazione di che tipo di conclusione si può trarre dai risultati del test. Esistono 2 approcci (la validità del test e la validità di criterio e predittiva) che valutano cosa venga misurato dal test e cosa i risultati dei test consentano di concluedere riguardo ad altri comportamenti.
Nel 1980 Wood e la sua equipe realizzarono l’international classification of impairment disabilities and handicap. A manual of classification relating to the consequences of diseas (ICIDH). L’ICIDH non coglie la causa della patologia, ma l’importanza e l’influenza che il contesto ambientale esercita sullo stato di salute delle popolazioni. Il testo è innovativo nella sua strutturazione in quanto non parte più dal concetto di malattia inteso come menomazione, ma dal concetto di salute, descritto come benessere fisico, mentale, relazionale e sociale, che riguarda l’individuo, la sua globalità e l’interazione con l’ambiente. L’ICIDH è caratterizzato da 3 componenti fondamentali, attraverso le quali vengono analizzate e valutate le conseguenze delle malattie: ·Impairment (menomazione): rappresenta qualsiasi perdita o anomalia di una struttura o di una funzione, sul piano anatomico, fisiologico e psicologico. La menomazione è caratterizzata dall’esistenza od occorrenza di anomalia, difetto o perdita (che può essere temporanea o permanente) di un arto, organo o tessuto od altra struttura del corpo, o di un difetto di un sistema, funzione o meccanismo del corpo, compreso il sistema delle funzioni mentali. La menomazione rappresenta la deviazione dalla norma sul piano biomedico dell’individuo e rappresenta la esteriorizzazione di una condizione patologica. Come menomazioni intendiamo:
difetti nelle abituali attività, prestazioni e comportamenti che possono essere temporanei o permanenti, reversibili od irreversibili, progressivi o regressivi. Le disabilità possono insorgere come diretta conseguenza di menomazioni o come risposte dell’individuo, particolarmente di tipo psicologico, ad una menomazione fisica, sensoriale o di altra natura. La disabilità riguarda le capacità, intese come attività e comportamenti compositi, che sono generalmente accettate come componenti essenziali della vita quotidiana. La disabilità rappresenta l’oggettivazione di una menomazione e come tale riflette disturbi a livello della persona. Come disabilità intendiamo:
fare», quanto piuttosto descrivere nel modo più dettagliato possibile le funzioni, le abilità e le capacità che comunque caratterizzano qualsiasi persona. Queste abilità e capacità di estendono anche alla partecipazione alla vita sociale, e in modo particolare alla scuola e al lavoro. Il contesto sociale e fisico costituisce un elemento fondamentale di valutazione e influenza in modo diretto il funzionamento della persona. In modo netto l’ICF afferma il principio che nessuna valutazione del funzionamento umano è valida se non viene specificato in quale contesto viene effettuata. Ed inoltre l’ICF è innovativo poiché in esso la disabilità non è in alcun modo una caratteristica della persona, quanto piuttosto il risultato dell’interazione tra una certa condizione di salute e un ambiente sfavorevole. Aspetti innovativi della classificazione ICF A differenza delle precedenti classificazioni (ICD e ICIDH), dove veniva dato ampio spazio alla descrizione delle malattie dell’individuo, ricorrendo a termini quali malattia, menomazione ed handicap (usati prevalentemente in accezione negativa, con riferimento a situazioni di deficit) nell’ultima classificazione l’OMS fa riferimento a termini che analizzano la salute dell’individuo in chiave positiva (funzionamento e salute). L’ICF vuole fornire un’ampia analisi dello stato di salute degli individui ponendo la correlazione fra salute e ambiente, arrivando alla definizione di disabilità, intesa come una condizione di salute in un ambiente sfavorevole. L’analisi delle varie dimensioni esistenziali dell’individuo porta a evidenziare non solo come le persone convivono con la loro patologia, ma anche cosa è possibile fare per migliorare la qualità della loro vita. Il concetto di disabilità introduce ulteriori elementi che evidenziano la valenza innovativa della classificazione:
esempio, una persona ha difficoltà in ambito lavorativo, ha poca importanza se la causa del suo disagio è di natura fisica, psichica o sensoriale. Ciò che importa è intervenire sul contesto sociale costruendo reti di servizi significativi che riducano la disabilità. Il processo disabilitante è visto come un'interazione/relazione complessa fra la condizione di salute ed i fattori contestuali (cioè fattori ambientali e personali) con un'interazione dinamica fra questi fattori che possono modificarsi reciprocamente. Lo scopo è dare una visione globale della persona e non della malattia puntando sullo sviluppo delle sue abilità e su un contesto ambientale favorente. L’approccio non è più orientato all’erogazione di prestazioni ma al raggiungimento della massima autonomia possibile. Scopi dell’ICF L’ICF, adottando approcci di tipo universale e multidisciplinare, può essere utilizzata in discipline e settori diversi. I suoi scopi principali sono:
alla qualità della vita di relazione e di fatto misurarsi in modo puntale con le aspettative, le attese e le preferenze della persona. c) il ruolo del contesto Nessuna valutazione del funzionamento è corretta se non specifica il contesto ambientale della persona. È completamente diverso valutare il funzionamento della persona a casa o in un reparto di riabilitazione, in un ambiente adattato piuttosto che in un ambiente gravato da barriere fisiche o relazionali alla partecipazione. Il funzionamento e il suo lato speculare, la disabilità, non sono caratteristiche della persona, ma sono il risultato dell’interazione tra persona e ambiente. La lezione fondamentale dell’ICF pone quindi un preciso imperativo scientifico e metodologico di valutare tenendo conto dell’ambiente. In termini molto concreti, quando per esempio ci si chiede se una persona è in grado di usare il bagno in modo autonomo, dobbiamo certo guardare alle funzioni del suo corpo, ma anche chiederci in relazione a quale «bagno» esprimiamo il nostro giudizio. Se ci chiediamo se una persona è in grado di prepararsi un pasto, non possiamo non guardare alla cucina e ai servizi domestici di cui la persona, nella sua casa, può usufruire. Il valore rivoluzionario di questa prospettiva è forse più facile da capire se si tiene conto che solo pochi strumenti di misura della disabilità affrontano in modo chiaro il problema. Succede così che molte persone vengono dichiarate «disabili» ma forse in un ambiente diverso non lo sarebbero. Un’architettura diversa o un ausilio meglio prescritto potrebbero cambiare lo scenario. Guardare all’ambiente in questa chiave ha anche il valore di suggerire scenari di funzionamento possibile: come sarebbe la vita della persona se qualcosa nel suo ambiente, prima che nel suo corpo, fosse diverso? Le dimensioni che strutturano la classificazione: funzioni e strutture corporee, attività e partecipazione, ambiente. Utilizzare correttamente ICF o, in altri termini, valutare il funzionamento vuol dire descrivere per una persona tutte le componenti costitutive della classificazione: funzioni e strutture corporee, attività e partecipazione, ambiente. Senza questo rispetto dell’integralità delle componenti si perde la possibilità di cogliere la natura relazionale, interattiva del funzionamento. L’esclusione anche di una sola componente dell’ICF non è quindi una semplificazione ma un totale fraintendimento dei contenuti della classificazione. Questo non significa che una valutazione con ICF comporti la compilazione di tutte le singole voci (item) che costituiscono la classificazione e che sono oltre
· American Psychological Association (1985), Standards for educational and psychological testing, Washington, DC: American Psychological Association. · Grossman H.J. (Ed.) (1973), Manual on terminology and classification in mental retardation. Washington, DC: American Association on Mental Deficiency.
· Grossman H. (Ed.) (1977), Classification in mental retardation. Washington, DC: American Association on Mental Deficiency. · Grossman H.J. (Ed.) (1983), Manual on terminology and classification in mental retardation. Washington, DC: American Association on Mental Deficiency. · Hawkins G.D. & Cooper D. H. (1990), Adaptive behavior measures in mental retardation research: Subject description in AJMD/AJMR articles. American Journal of Mental Retardation, 94, 654-660. · Luckasson R., Coulter D.L., Polloway E.A., Reiss S., Schalock R.L., Snell M.E., Spitalnik D.M., Stark J.A. (1992), Mental retardation: Definition, classification, and systems of supports (9th^ ed.). Washington, DC: American Association on Mental Retardation. · Mesibov G., Thomas J., Chapman M., Schopler E. TTAP TEACCH transition assessment profile, Seconda edizione. Adattamento italiano a cura di Raffaella Faggioli, Tiziana Sordi e Marilena Zacchini. Giunti O.S. · Schalock Robert (2002). Il comportamento adattivo e la sua misurazione. Implicazioni nel campo del ritardo mentale. Vannini Editrice. · Silverman W. P., Silver E. J., Sersen E. A., Lubin R. A. & Schwartz A. A. (1986), Factors related to adaptive behavior changes among a mentally retarded, physically disabled person. American Journal of Mental Deficiency, 90, 651-658. · Sparrow Sara, Balla David, Cicchetti Dominic. Vineland adaptive behaviore scales, intervista-forma completa. Adattamento italiano a cura di Giulia Balboni e Luigi Pedrabissi. Giunti O.S. · Spreat S., Roszkowski M. & Isett R. (1983), Adaptive behavior. In Breuning S., Matson J. & Barrett R. (Eds.), Advances in mental retardation and developmental disabilities ( Vol. 1). Greenwich, CT: JAI Press. · Wechsler D. (1981), Manual for the Wechsler adult intelligence scale-revised. New York: Psychological Corporation. · Wechsler D. (1991), WISC-III manual. San Antonio, TX: Psychological Corporation. · World health organization Geneva 1980, International classification of impairments and handicap. A manual of classification relating to the consequences of disease · World health organization Geneva 2001, Classificazione internazionale del funzionamento, della disabilità e della salute. Erikson