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La cosmologia platonica, concentrandosi sull'origine del mondo secondo platone e sul ruolo del demiurgo. Analizza come platone integra le teorie dei filosofi cosmologici precedenti, come parmenide ed eraclito, nella sua visione del mondo. Il testo evidenzia la ricerca di platone di una causa originaria e di una completezza nella comprensione della realtà, riflettendo sul dualismo ontologico e sulla natura imperfetta del mondo sensibile. Esamina inoltre la connessione tra la ricerca filosofica e il bisogno umano di comprendere le proprie origini e il proprio posto nell'universo, sottolineando l'importanza della curiosità e dell'apprendimento continuo nella filosofia.
Tipologia: Esercizi
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A proposito dell’esempio platonico sull’origine del mondo, fai riferimento alle tesi già studiate dei filosofi del periodo cosmologico della filosofia greca, evidenziando affinità e divergenze. Ti sei mai chiesto quale sia stata la causa dell’origine del mondo? Platone cercò di trovare il senso alla realtà da lui vissuta, conseguendo ad un processo definito “tappa-tappa”, ovvero il sistema di cui si fornisce la filosofia per rispondere alle sue stesse domande. Quest’ultima è un’arte aperta e contraddittoria, priva di riposte ma frutto di concetti che vanno a congiungersi durante il propagarsi della discussione, mediante il dialogo e l’ascolto. Durante il suo percorso Platone formulò dottrine le quali, nel corso degli anni, confluirono tra loro in maniera omogenea, senza evidenziare o far affiorare i diversi stadi della sua vita, privata e lavorativa, che influenzarono anche il suo pensiero; pare circa come se Platone avesse partorito un lavoro unico e non soggetto al maturare della sua esperienza filosofica. Un materiale compatto e coerente, trasversale e logico ma, per quanto si parlasse di tendere alla perfezione, imperfetto e incompleto; egli risentì dell’assenza di un filo conduttore, un’origine, una causa scatenante che legasse tutto il suo pensiero, che concludesse una lunga indagine. Dunque, individuò come iniziatore di tutto ciò che ci circonda un artigiano, demiurgo, il quale corrispondeva a un’intelligenza divina che, impossessatasi della materia prima del mondo, chiamata “ chòra ” e costituita principalmente da caos, la plasmò, modellandola a immagine e somiglianza delle idee. Il demiurgo agì proprio come un operaio, intagliando la materia prima come se fosse la corteccia di un albero o dell’argilla e avvalendosi dell’ausilio delle sue mani, la lavorò e la modificò, come per la costruzione di una statua. Questa sostanza lavorata si basava sull’idea del bene e della matematica, rifacendo sempre a quella coerenza che Platone ebbe in continuità durante tutto il suo operato e che ancora oggi riscontriamo all’interno dei suoi dialoghi, nella struttura delle sue dottrine; nonostante il mondo sensibile sia
una copia, essa segue degli schemi strutturali e vede come cause finali il raggiungimento del bene. Inoltre il mondo non è imperfetto in quanto copia ma a causa della resistenza e delle opposizioni che la massa originaria esercitò all’operato del demiurgo, rendendo il mondo un compromesso tra bene e male. Le origini di Platone ad oggi appaiono come irreali e fantastiche, ma nell’Atene del quinto secolo non furono tanto distanti dalle teorie dei filosofi cosmologici, i quali poco prima di lui si erano interrogati su chi fosse l’agente iniziatore, la causa del mondo. Platone, seppur tramite un intermediario fantastico, l’artigiano, fu più razionale, non solo nella ricerca ma soprattutto nell’individuare un “prologo” della sua dottrina nonostante fosse giunto “all’epilogo”. In particolar modo, la differenza sostanziale tra le due parti è la volontà alla base della ricerca: Platone si avvicinò inconsapevolmente al concetto di “arche”, lo scopo della sua speculazione non fu subordinato alla ricerca di un’origine. Egli invece ricercava la completezza, necessitava di una conclusione che partisse dall’inizio. Uniformandosi al suo stesso principio del dualismo ontologico, il quale si basa principalmente sui due filosofi Parmenide e Eraclito, Platone individuo una materia, una sostanza che nel sesto secolo entrambi i filosofi avevano già individuato. Eraclito e Parmenide si possono definire gli opposti tra i filosofi naturalistici. Il primo, enigmatico ed ermetico, ebbe una visione profonda e complessiva di un essere in continuo divenire, una sostanza che scorre, cambia continuamente e si concretizza nel perenne fluire del fuoco, il quale è il principio di tutte le cose. Il fuoco crea, si innalza maestosamente con fiamme dorate e scintillanti, per poi bruciare, distrugge e finisce in sè stesso; dunque tutto ha origine e fine nel fuoco, interpretato come fiamma generatrice di una realtà continua, un alternarsi eterno di produzione e distruzione. Il secondo, invece, individuò una forma dell’essere statica, immutabile, perfetta, finita, eterna, omogenea e ingenerata. l’essere è una condizione della materia statica che è sempre esistita e non avara fine. l’essere è e non può non essere, il non essere non è e non può essere.
Quesiti che ora e forze per sempre resteranno irrisolti ma alla base della nostra ricerca continua. E come la filosofia è un’arte aperta, così deve essere la nostra necessità di sapere, che ci porta a navigare ed esplorare continuamente il passato, per costruire il futuro.