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La vita e le opere di thomas more, un umanista e martire inglese del xv secolo, noto soprattutto per il suo capolavoro utopia. More fu educato in famiglia e presso l'università di oxford, diventando amico di erasmo da rotterdam e di altri umanisti. Fu impegnato nella causa del divorzio tra enrico viii e caterina d'aragona, e per questo fu imprigionato e condannato a morte. La sua opera utopia, scritta tra il 1510 e il 1515, è un dialogo in due libri che descrive una società ideale e critica le condizioni politiche e sociali dell'inghilterra del suo tempo. Il termine 'utopia' fu coniato da more stesso e significa 'l'ottimo luogo (non è) in alcun luogo'.
Tipologia: Guide, Progetti e Ricerche
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Thomas More Natalia Concetta Cavallaro, 1912312 Thomas More fu uno dei più grandi umanisti nonché uno degli uomini più colti del suo tempo, divenuto, per le sue scelte, emblema della libertà religiosa ed intellettuale di fronte alla prepotenza del potere costituito. L’autore nacque a Londra il 7 febbraio del 1478. Figlio dell’aristocrazia regia, fu educato da precettori privati in casa del cardinale John Morton, arcivescovo di Canterbury, e nel 1492 proseguì gli studi presso l’università di Oxford. Entrato nell’avvocatura, ben presto si fece apprezzare per l’acume, l’ingegno e la sua solida preparazione, arrivando così a ricoprire incarichi di prestigio. Dopo aver superato una crisi religiosa che lo aveva portato vicino all’ingresso in un ordine monastico, nel 1520 assunse l’importante incarico di tesoriere dello Scacchiere, divenendo influente nella corte di Enrico VIII. Fu amico dei principali umanisti dell’epoca, aderendo alla Repubblica delle lettere in modo riconosciuto e determinante; in particolare fu amico intimo di Erasmo da Rotterdam, che proprio nella sua casa scrisse l’ Encomium Moriae. Thomas More fu impegnato nella difficile causa circa il divorzio fra il re Enrico VIII e Caterina d’Aragona, in favore del nuovo matrimonio con Anna Bolena; lo scrittore respingeva quest’idea al punto che, dopo i solleciti continui e pressanti dello stesso re, fu costretto alla fine a dimettersi. In seguito, rifiutandosi di dichiarare illegale il matrimonio del re con Caterina d’Aragona e di validare giuridicamente gli atti di successione, fu imprigionato nella Torre di Londra e, inflessibile alla possibilità di ritrattare e riparare, preferì la condanna a morte per decapitazione avvenuta nel 1535. Respingendo la pretesa del monarca di erigersi a capo della chiesa d’Inghilterra e ribadendo la propria fedeltà alla gerarchia cattolica romana, si dimostrò consapevole di morire martire per la fede cattolica. Leone XIII lo beatificò nel 1886 e Pio XI nel quarto centenario della morte lo proclamò santo. Latinista di squisita eleganza formale e prosatore inglese robusto, More deve la sua fama soprattutto al suo capolavoro Utopia che scrisse tra il 1510 e il 1515 e pubblicò a Lovanio nel 1516. Altri scritti si possono raggruppare in opere di erudizione umanistica, quali la traduzione dal greco, in collaborazione con Erasmo, dei Dialoghi di Luciano e di Epigrammi Greci, Progymnasmata , tra il 1518 e il 1520 in collaborazione con William Lily, e la redazione di una Vita di Pico della Mirandola, nel 1510 circa; altri di meditazione religiosa, come il Dialogo del conforto nelle tribolazioni , scritto quando fu rinchiuso nella Torre. Utopia È un classico nella storia del pensiero politico moderno, nonché una spassionata rappresentazione critica dei mali del suo tempo e della condizione umana. Un dialogo in due libri pubblicato in latino aulico nel 1516, il cui titolo originale è Libellus vere aureus nec minus salutaris quam festivus de optimo reipublicae statu deque nova insula Utopia. Sin dalla pubblicazione, divenne notissimo non solo tra gli intellettuali umanisti ma anche tra gli anabattisti, che per i suoi contenuti politici lo inclusero tra i propri riferimenti dottrinari, e tra i luterani che, per le stesse ragioni, lo circondarono di ostilità. Per la stesura di questo romanzo, in cui è descritto il viaggio immaginario di Raffaele Itlodeo, Raphael Hythlodaeus nell’originale, in una fittizia isola-repubblica, abitata da una società ideale, Tommaso Moro si ispirò all’opera La Repubblica del filosofo greco Platone, anch’essa scritta in forma dialogica. In Utopia , come nell’opera sopracitata, si ha il progetto di una nazione ideale e vengono trattati argomenti come la filosofia, la politica, il collettivismo, l’economia, l’etica e, più specificatamente, l’etica medica. La sua Utopia riprende Platone nel descrivere un mondo alternativo al reale, per meglio far risaltare alla coscienza del lettore i mali del presente e spingerlo
ad agire. È una critica alle condizioni politiche, ma soprattutto sociali che si verificavano nell’Inghilterra alla fine del Medioevo e del nascente Rinascimento. Il termine “utopia” è un neologismo coniato dallo stesso More che presenta un’ambiguità di fondo: “utopia”, infatti, può essere intesa come la latinizzazione sia di Εὐτοπεία (eutopeia) , frase composta dal prefisso greco ευ – che significa positività, bontà, e τóπος (tópos) , che significa luogo, seguito dal suffisso -εία (quindi ottimo luogo ), che di Οὐτοπεία , (outopeia) considerando la U iniziale come la contrazione del greco οὐ (non), cioè non-luogo , luogo inesistente o immaginario. Il significato del neologismo di More sembra essere quindi la congiunzione delle due accezioni, ovvero “ l’ottimo luogo (non è) in alcun luogo ”, che è divenuto anche il significato moderno della parola utopia. Il nome “utopia” è infatti entrato nel linguaggio comune a designare i progetti di riforma radicale destituiti di ogni possibilità di attuazione pratica immediata. “Utopia” esprime quindi il sogno rinascimentale di una società pacifica dove è la cultura a dominare e a regolare la vita degli uomini. L’autore dedicò l’opera a Peter Gilles, umanista olandese amico di Erasmo, che nel dialogo compare come un giovane in visita della città di Anversa, nella quale More si era recato per affari personali dopo essere stato inviato dal re d’Inghilterra a Bruges, nelle Fiandre, in missione diplomatica. Fu proprio Gilles a presentargli il forestiero Raffaele Itlodeo, il “raccontatore di bugie”, un marinaio portoghese che dalle sue peregrinazioni in mezzo mondo aveva ricavato esperienze molteplici e straordinarie, la principale delle quali era un lungo soggiorno nell’isola di Utopia, scoperta durante uno dei viaggi di Amerigo Vespucci. «I mostri» osserva More, «non fanno più notizia. Sembra che non vi sia luogo della terra che non sia popolato di spaventose creature, votate a terrorizzare gli esseri umani o a divorarli, mentre non è affatto facile trovare comunità socialmente evolute». L’opera è divisa in due libri. La prima parte si concentra sulla critica alle strutture politico-sociali dell’Inghilterra del XV secolo, mettendo in luce anche i mali economici che sono originati dalla proprietà privata e dall’ineguaglianza che vige all’interno della società. More dà forma alla sua visione dell’ottima Repubblica, ponendola in stridente contrasto con la situazione sociale e politica che caratterizzava la sua madrepatria. A rendere celebre la prima parte del libro è soprattutto il tema delle misure giudiziarie contro i ladri: l’autore critica la pena di morte che viene imposta per furto, perché immorale e inefficace. More dà la colpa al governo, che lascia crescere i ragazzi in condizioni misere tali da essere fatalmente destinati ad una vita criminale. Il sistema politico punisce, perciò, i ladri che loro stessi hanno creato. Un'altra causa è quella della disuguaglianza scaturita dalla proprietà privata: nessuna equalità di beni è possibile senza l’abolizione di quest’ultima. Il filosofo mostra inoltre come le enclosures, ossia le recinzioni, e la concentrazione proprietaria della terra impoveriscono i molti a vantaggio dei pochi, gettando in rovina grandi masse. Da questa situazione ne consegue il vagabondaggio e una situazione di povertà con facile sbocco nella malvivenza. Vi è anche un’accusa contro la rapacità dei nobili, ricchi e alto clero, che oziando e scialacquando beni, depredano le classi lavoratrici di contadini e artigiani. La seconda parte contiene un progetto di riforma di una nuova società perfecta fondata sulla giustizia e sulla bontà umana, ottenibile solo con l’eliminazione delle classi sociali e della proprietà privata. More propone una società di tipo essenzialmente agricolo, caratterizzata da antimonetarismo e dall’abolizione della terra privata. Qui, per mezzo di Raffaele, l’autore parla dettagliatamente dell’isola di Utopia, illustrandone l’aspetto geografico e urbanistico, le istituzioni, la storia, le leggi, la vita sociale dei cittadini e le occupazioni principali, la guerra, la religione, gli usi e le tradizioni. L’isola, prima chiamata Abraxa, fu conquistata da Utopo, che con un’opera titanica tagliò l’istmo che la congiungeva con il continente e che le diede il nome di Utopia. La capitale è Amauroto, ossia “evanescente, città nascosta”, la città più estesa che si trova, dal punto di vista geografico, esattamente al centro dell’isola, e governata da Ademo, dal greco il “senza
Louis Bouyer, Tommaso Moro. Umanista e Martire , Jaca Book, 1994. Thomas More, Utopia , a cura di Luigi Fiore, Laterza, 2007. SITOGRAFIA https://www.liberliber.it/online/autori/autori-m/thomas-more-alias-tommaso-moro/utopia/ (ultima consultazione il 04/01/21) https://www.treccani.it/enciclopedia/santo-tommaso-moro/ (ultima consultazione il 06/01/21)