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TRADUZIONE DE RERUM NATURA, Esercizi di Latino

traduzione testi principali tratti dal de rerum natura di Lucrezio

Tipologia: Esercizi

2021/2022

Caricato il 26/12/2023

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ELOGIO A EPICURO (I, 62-79)
La vita umana giaceva sulla terra alla vista di tutti
turpemente schiacciata dall'opprimente religione,
che mostrava il capo dalle regioni celesti,
con orribile faccia incombendo dall'alto sui mortali.
Un uomo greco per la prima volta osò levare contro di lei
gli occhi mortali, e per primo resistere contro di lei.
Né le favole intorno agli dèi, né i fulmini, né il cielo
col minaccioso rimbombo lo trattennero: anzi più gli accesero
il fiero valore dell'animo, sì che volle, per primo,
infrangere gli stretti serrami delle porte della natura.
Così il vivido vigore dell'animo prevalse,
ed egli s'inoltrò lontano, di là dalle fiammeggianti mura del mondo,
e il tutto immenso percorse con la mente e col cuore.
Di là, vittorioso, riporta a noi che cosa possa nascere,
che cosa non possa, infine in qual modo ciascuna cosa
abbia un potere finito e un termine, profondamente confitto.
Quindi la religione è a sua volta sottomessa e calpestata,
mentre noi la vittoria uguaglia al cielo.
LA DIFFICOLTA’ DEL COMPITO DI LUCREZIO (I, 136-148)
Né alla mia mente sfugge che è difficile illustrare
in versi latini le oscure scoperte dei Greci,
tanto più che di molte cose bisogna trattare con parole nuove,
per la povertà della lingua e la novità degli argomenti;
ma il tuo valore tuttavia e lo sperato piacere
della soave amicizia mi persuadono a sostenere qualsiasi fatica
e m'inducono a vegliare durante le notti serene,
cercando con quali detti e con quale canto alfine
io possa accendere innanzi alla tua mente una chiara luce,
per cui tu riesca a scrutare a fondo le cose occulte.
Questo terrore dell'animo, dunque, e queste tenebre
non li devono dissolvere i raggi del sole, né i lucidi dardi
del giorno, ma l'aspetto e l'intima legge della natura
LA PESTE DI ATENE (VI, 1138-1286)
Questo genere di malattie un tempo e una vampata mortifera nei territori di Cecrope rese funeste le
campagne
e spopolò le vie, svuotò di abitanti la città.
Infatti venendo da lontano nata dai territori dell'Egitto
dopo aver percorso molto spazio e campi ondeggianti,
si abbatté infine su tutto il popolo di Pandione.
Da quel momento a mucchi si arrendevano al morbo e alla morte. All'inizio avevano la testa accesa dal
bollore
ed entrambi gli occhi rosseggianti di luce soffusa.
Anche la gola scura all'interno sudava
sangue e la via della voce si chiudeva bloccata da ulcere e la lingua, interprete della mente, emanava
sangue
debilitata dai mali, lenta nel movimento, ruvida al tatto. Poi, quando attraverso la gola aveva riempito il
petto e addirittura nel cuore mesto la violenza del male era confluita ai malati, allora poi tutte le difese
della vita cedevano.
Il respiro emetteva fuori dalla bocca un odore schifoso,
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ELOGIO A EPICURO (I, 62-79)

La vita umana giaceva sulla terra alla vista di tutti turpemente schiacciata dall'opprimente religione, che mostrava il capo dalle regioni celesti, con orribile faccia incombendo dall'alto sui mortali. Un uomo greco per la prima volta osò levare contro di lei gli occhi mortali, e per primo resistere contro di lei. Né le favole intorno agli dèi, né i fulmini, né il cielo col minaccioso rimbombo lo trattennero: anzi più gli accesero il fiero valore dell'animo, sì che volle, per primo, infrangere gli stretti serrami delle porte della natura. Così il vivido vigore dell'animo prevalse, ed egli s'inoltrò lontano, di là dalle fiammeggianti mura del mondo, e il tutto immenso percorse con la mente e col cuore. Di là, vittorioso, riporta a noi che cosa possa nascere, che cosa non possa, infine in qual modo ciascuna cosa abbia un potere finito e un termine, profondamente confitto. Quindi la religione è a sua volta sottomessa e calpestata, mentre noi la vittoria uguaglia al cielo. LA DIFFICOLTA’ DEL COMPITO DI LUCREZIO (I, 136-148) Né alla mia mente sfugge che è difficile illustrare in versi latini le oscure scoperte dei Greci, tanto più che di molte cose bisogna trattare con parole nuove, per la povertà della lingua e la novità degli argomenti; ma il tuo valore tuttavia e lo sperato piacere della soave amicizia mi persuadono a sostenere qualsiasi fatica e m'inducono a vegliare durante le notti serene, cercando con quali detti e con quale canto alfine io possa accendere innanzi alla tua mente una chiara luce, per cui tu riesca a scrutare a fondo le cose occulte. Questo terrore dell'animo, dunque, e queste tenebre non li devono dissolvere i raggi del sole, né i lucidi dardi del giorno, ma l'aspetto e l'intima legge della natura LA PESTE DI ATENE (VI, 1138-1286) Questo genere di malattie un tempo e una vampata mortifera nei territori di Cecrope rese funeste le campagne e spopolò le vie, svuotò di abitanti la città. Infatti venendo da lontano nata dai territori dell'Egitto dopo aver percorso molto spazio e campi ondeggianti, si abbatté infine su tutto il popolo di Pandione. Da quel momento a mucchi si arrendevano al morbo e alla morte. All'inizio avevano la testa accesa dal bollore ed entrambi gli occhi rosseggianti di luce soffusa. Anche la gola scura all'interno sudava sangue e la via della voce si chiudeva bloccata da ulcere e la lingua, interprete della mente, emanava sangue debilitata dai mali, lenta nel movimento, ruvida al tatto. Poi, quando attraverso la gola aveva riempito il petto e addirittura nel cuore mesto la violenza del male era confluita ai malati, allora poi tutte le difese della vita cedevano. Il respiro emetteva fuori dalla bocca un odore schifoso,

nel modo in cui puzzano, maleodoranti, i cadaveri abbandonati. E subito le capacità della mente intera e tutto il corpo languivano ormai sul limitare stesso di morte. E ai mali intollerabili un'ansiosa angoscia era assiduamente compagna e un lamento misto a gemito. E spesso un singulto frequente durante la notte e il giorno costringendo ininterrottamente a contrarre nervi e membra li abbatteva, già prima stremati, affaticandoli. Né ad alcuno avresti potuto vedere di eccessivo ardore ribollire sulla superficie del corpo la zona superficiale, ma piuttosto offrire alle mani una sensazione tiepida e nello stesso tempo rosseggiare di ulcere quasi marchiate a fuoco tutto il corpo, come accade quando si diffonde il fuoco sacro per le membra. La parte più interna delle persone poi scottava fino alle ossa, scottava nello stomaco come fiamma dentro fornaci. Tanto che nulla di lieve e leggero avresti potuto ad alcuno per le membra rivolgere in utilità, ma sempre vento e cose fredde. In parte nei fiumi gelidi, infuocate per il male, affidavano le membra gettando il corpo nudo nelle onde. Molti precipitando su acque di pozzo dall'alto caddero arrivandoci addirittura con la bocca spalancata: l'arida sete implacabilmente, sommergendo i corpi, rendeva uguale molta pioggia a piccole gocce. Né c'era pausa alcuna del male: stremati giacevano i corpi. Bisbigliava la medicina con tacito timore, visto che tante volte spalancati volgevano i lumi degli occhi ardenti per i mali privi di sonno. E inoltre molti segni di morte allora si manifestavano, stato d'animo turbato nel pianto e nella paura, sopracciglio triste, espressione delirante e stravolta, orecchie poi eccitate e piene di suoni, respiro frequente o profondo e sorto raramente, e scintillante liquido di sudore attraverso il madido collo, tenui sputi minuti, intrisi di colore del croco e salati, a stento emessi attraverso la gola da una rauca tosse. Nelle mani poi i nervi si tendevano e tremavamo gli arti e dai piedi a diffondersi un po' alla volta il freddo non ritardava. Inoltre fino al tempo supremo poi compresse le narici, l'estremità della punta del naso tenue, gli occhi incavati, tempia scavate, pelle fredda e dura, nel viso stravolto il muso, la fronte tesa era tumefatta. E non molto dopo gli arti giacevano nella rigida morte. E quasi sempre nell'ottava candida luce del sole o anche nella nona fiaccola rendevano la vita. E se qualcuno tra loro, come accade, aveva evitato le esequie di morte, per ulcere schifose e nera proluvie di ventre più tardi tuttavia questo lo attendeva putrefazione e morte, o anche spesso con dolore di testa molto sangue corrotto se ne andava a piene narici: qui tutte le forze e il corpo della persona defluivano. Inoltre chi lo spiacevole proluvio di sangue schifoso aveva superato, tuttavia a costui il morbo nei nervi e negli arti se ne andava e nelle stesse parti genitali del corpo. E in parte gravemente temendo il limitare di morte vivevano privati col ferro della parte virile, e alcuni senza mani e piedi rimanevano tuttavia in vita, e parte perdevano la vista: fino a tal punto in costoro era penetrato doloroso il timore della morte. Ed alcuni anche li colse oblìo delle cose tutte, tanto che neppure potevano riconoscere se stessi. E poiché a terra giacevano insepolti molti corpi su corpi, tuttavia il genere dei volatili e delle fiere

di cadaveri rimanevano tutti i templi dei celesti, luoghi che i custodi avevano riempito di ospiti. Né più la religione degli dei né i numi molto erano infatti tenuti in considerazione: il dolore presente era troppo. Né rimaneva nella città quel rito della sepoltura con cui questo popolo prima sempre aveva avuto l'abitudine di essere inumato; completamente turbato infatti trepidava, e ciascuno inumava mesto il proprio congiunto (dopo averlo) composto in base al momento. E molte azioni orrende indusse l'urgenza e la miseria. E infatti i propri consanguinei sui roghi altrui già innalzati collocavano con grande schiamazzo e ci mettevano sotto le fiaccole, spesso con molto sangue rissando piuttosto che i corpi fossero abbandonati.