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Umanesimo e rinascimento, Appunti di Italiano

lezione sull'umanesimo e rinascimento

Tipologia: Appunti

2022/2023

Caricato il 10/11/2025

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Il modello di Agostino
Non all'insegnamento di Aristotele e di san Tommaso guarda Petrarca, ma semmai a quello più
inquieto di sant'Agostino, che aveva proclamato che «la verità abita nell'interiorità dell'uomo». Tra
Dante e Petrarca corre solo lo spazio di una generazione, ma le due esperienze intellettuali sono
divise da una distanza incolmabile. Dante, come si è visto, poneva alla base della sua visione del
mondo proprio la filosofia scolastico-aristotelica e da essa essenzialmente traeva quell'incrollabile
fede in un ordine perfetto che racchiudesse tutte le manifestazioni della realtà. In Petrarca la fede
dantesca è venuta meno, e con essa anche la certezza di poter dominare la realtà con rigorosi
schemi concettuali.
Perciò egli rinuncia ad affrontare il mondo esterno nella sua concretezza e nella molteplicità dei
suoi aspetti e si rinchiude esclusivamente nella contemplazione del proprio io, nell'analisi delle
proprie inquietudini e delle proprie contraddizioni interiori.
Il Secretum
Questo continuo esame di coscienza si traduce in primo luogo nelle opere di meditazione religiosa e
morale. La più importante è il Secretum (il titolo completo è De secreto conflictu curarum mearum,
"Il segreto conflitto dei miei affanni"), concepito probabilmente nel 1342-43, all'epoca in cui aveva
toccato il culmine la erisi religiosa del poeta, ma ripreso e rimaneggiato successivamente, forse nel
1353.
L'opera, divisa in tre libri, è strutturata come un dialogo tra Francesco stesso e Agostino, il santo e
filosofo che Petrarca considerava la sua autentica guida spirituale.
Il dialogo si svolge in tre giorni alla presenza di una donna bellissima, figurazione allegorica della
Verità, che non prende mai la parola (l'impostazione allegorica denunzia chiaramente il permanere
in Petrarca di schemi della cultura medievale).
Agostino rappresenta l'istanza superiore della coscienza, che fruga nell'animo di Francesco, smonta
le sue giustificazioni, per portare alla luce la verità, spesso sgradevole; Francesco rappresenta la
fragilità del peccatore, disposto a imparare ma anche riluttante a staccarsi dalle lusinghe mondane
e dai beni che gli sono più cari.
Nel primo libro Agostino rimprovera a Francesco la debolezza della volontà, che gli impedisce di
tradurre in atto le sue velleitarie aspirazioni ad una vita più pura. Nel secondo libro passa in
rassegna i sette peccati capitali e si sofferma su quello che più gravemente affligge Francesco,
l'accidia, una sorta di inerzia morale, di languida debolezza del volere, che annulla ogni possibilità
di scelta e di azione e getta l'animo in una tristezza perenne = il sapere di dover fare una cosa ma
non avere la forza e la volontà di farla.
Ma due sono le colpe più gravi, esaminate nel terzo libro: il desiderio di gloria terrena, che
distoglie il pensiero dalle cose eterne, e l'amore per Laura. Per Francesco si tratta di inclinazioni
innocenti, mentre per Agostino sono le più basse passioni. In particolare Francesco si inganna nel
ritenere che l'amore per Laura sia stato spirituale e fonte di virtù; al contrario, dimostra Agostino,
da esso ha avuto inizio la sua degradazione morale.
Il dialogo è tutto pervaso da un ansioso bisogno di raggiungere, mediante il lucido esame di
coscienza, la pace interiore, ma quando si conclude tutte le contraddizioni del poeta restano aperte:
Francesco non giunge ad un saldo proposito di cambiar vita; anche se vorrebbe farlo subito,
riconosce che non può vincere la sua natura. Dal suo orizzonte sono escluse le soluzioni definitive,
le salde e confortanti certezze: Petrarca è ormai l'uomo della crisi.
Tale crisi non è solo un dato biografico individuale, limitato alla persona di Petrarca, ma assume un
più vasto significato storico. Il dissidio sempre aperto tra il richiamo dell'ascesi e gli allettamenti
della realtà mondana, la nostalgia di un totale annegamento in Dio, sentito ormai come
impossibile, e d'altro lato l'incapacità di aderire senza sensi di colpa, con atteggiamento
interamente laico, ai valori terreni, fanno di Petrarca il rappresentante emblematico di un'età di
trapasso, che vede il disgregarsi della spiritualità medievale ma è ancora lontana dall'assestarsi
entro i confini di una civiltà nuova, quella umanistico-rinascimentale.
Questo travaglio spirituale, che sostanzia intimamente l'opera, non si riflette però nella sua
tessitura stilistica. Il latino del Secretum non è tormentato e contorto come la vicenda che deve
esprimere, ma è limpido, armonioso, strutturato sintatticamente sull'esempio dei classici.
Se dunque egli non giunge a dare una soluzione reale ai suoi conflitti, riesce però a comporli
formalmente nel nitore della bella pagina.
Il male dell’anima in Petrarca e Montale (ossi di seppia)
Petrarca analizza con lucidità la sua malattia interiore, uno Stato in cui la vita appare priva di
senso, nulla della realtà esteriore muove più l’animo e suscita interesse, sembrano spente le stesse
possibilità di scegliere e agire. Uno stato d’animo per certi versi affine è rappresentato nella poesia
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Il modello di Agostino Non all'insegnamento di Aristotele e di san Tommaso guarda Petrarca, ma semmai a quello più inquieto di sant'Agostino, che aveva proclamato che «la verità abita nell'interiorità dell'uomo». Tra Dante e Petrarca corre solo lo spazio di una generazione, ma le due esperienze intellettuali sono divise da una distanza incolmabile. Dante, come si è visto, poneva alla base della sua visione del mondo proprio la filosofia scolastico-aristotelica e da essa essenzialmente traeva quell'incrollabile fede in un ordine perfetto che racchiudesse tutte le manifestazioni della realtà. In Petrarca la fede dantesca è venuta meno, e con essa anche la certezza di poter dominare la realtà con rigorosi schemi concettuali. Perciò egli rinuncia ad affrontare il mondo esterno nella sua concretezza e nella molteplicità dei suoi aspetti e si rinchiude esclusivamente nella contemplazione del proprio io, nell'analisi delle proprie inquietudini e delle proprie contraddizioni interiori. Il Secretum Questo continuo esame di coscienza si traduce in primo luogo nelle opere di meditazione religiosa e morale. La più importante è il Secretum (il titolo completo è De secreto conflictu curarum mearum, "Il segreto conflitto dei miei affanni"), concepito probabilmente nel 1342-43, all'epoca in cui aveva toccato il culmine la erisi religiosa del poeta, ma ripreso e rimaneggiato successivamente, forse nel

L'opera, divisa in tre libri, è strutturata come un dialogo tra Francesco stesso e Agostino, il santo e filosofo che Petrarca considerava la sua autentica guida spirituale. Il dialogo si svolge in tre giorni alla presenza di una donna bellissima, figurazione allegorica della Verità, che non prende mai la parola (l'impostazione allegorica denunzia chiaramente il permanere in Petrarca di schemi della cultura medievale). Agostino rappresenta l'istanza superiore della coscienza, che fruga nell'animo di Francesco, smonta le sue giustificazioni, per portare alla luce la verità, spesso sgradevole; Francesco rappresenta la fragilità del peccatore , disposto a imparare ma anche riluttante a staccarsi dalle lusinghe mondane e dai beni che gli sono più cari. Nel primo libro Agostino rimprovera a Francesco la debolezza della volontà, che gli impedisce di tradurre in atto le sue velleitarie aspirazioni ad una vita più pura. Nel secondo libro passa in rassegna i sette peccati capitali e si sofferma su quello che più gravemente affligge Francesco, l'accidia , una sorta di inerzia morale, di languida debolezza del volere, che annulla ogni possibilità di scelta e di azione e getta l'animo in una tristezza perenne = il sapere di dover fare una cosa ma non avere la forza e la volontà di farla. Ma due sono le colpe più gravi, esaminate nel terzo libro : il desiderio di gloria terrena, che distoglie il pensiero dalle cose eterne, e l'amore per Laura. Per Francesco si tratta di inclinazioni innocenti, mentre per Agostino sono le più basse passioni. In particolare Francesco si inganna nel ritenere che l'amore per Laura sia stato spirituale e fonte di virtù; al contrario, dimostra Agostino, da esso ha avuto inizio la sua degradazione morale. Il dialogo è tutto pervaso da un ansioso bisogno di raggiungere, mediante il lucido esame di coscienza, la pace interiore, ma quando si conclude tutte le contraddizioni del poeta restano aperte: Francesco non giunge ad un saldo proposito di cambiar vita; anche se vorrebbe farlo subito, riconosce che non può vincere la sua natura. Dal suo orizzonte sono escluse le soluzioni definitive, le salde e confortanti certezze: Petrarca è ormai l'uomo della crisi. Tale crisi non è solo un dato biografico individuale, limitato alla persona di Petrarca, ma assume un più vasto significato storico. Il dissidio sempre aperto tra il richiamo dell'ascesi e gli allettamenti della realtà mondana, la nostalgia di un totale annegamento in Dio, sentito ormai come impossibile, e d'altro lato l'incapacità di aderire senza sensi di colpa, con atteggiamento interamente laico, ai valori terreni, fanno di Petrarca il rappresentante emblematico di un'età di trapasso, che vede il disgregarsi della spiritualità medievale ma è ancora lontana dall'assestarsi entro i confini di una civiltà nuova, quella umanistico-rinascimentale. Questo travaglio spirituale, che sostanzia intimamente l'opera, non si riflette però nella sua tessitura stilistica. Il latino del Secretum non è tormentato e contorto come la vicenda che deve esprimere, ma è limpido, armonioso, strutturato sintatticamente sull'esempio dei classici. Se dunque egli non giunge a dare una soluzione reale ai suoi conflitti, riesce però a comporli formalmente nel nitore della bella pagina. Il male dell’anima in Petrarca e Montale (ossi di seppia) Petrarca analizza con lucidità la sua malattia interiore, uno Stato in cui la vita appare priva di senso, nulla della realtà esteriore muove più l’animo e suscita interesse, sembrano spente le stesse possibilità di scegliere e agire. Uno stato d’animo per certi versi affine è rappresentato nella poesia

di Montale, interprete di un analogo malessere esistenziale: la sua esistenza è tormentata da perenne inquietudine e l’animo è dominato dall’indifferenza, nulla suscita il suo interessamento. La condizione moderna di Montale è quindi vicina a quella Petrarchesca facendo sì che l’analisi del poeta medievale suoni molto molto anticipatrice e attuale, vicina alla sensibilità moderna. Petrarca e il volgare La parte di gran lunga maggiore dell’opera petrarchesca è in latino; in volgare egli scrisse soltanto il canzoniere e i Trionfi, rimasto incompiuto. È curioso per noi, oggi, constatare che Petrarca si attendeva la fama e l'immortalità presso i posteri non da quello che noi unanimemente consideriamo il suo capolavoro, ma dalle opere latine. Egli riteneva di essere il continuatore degli autori classici, colui che riportava in vita il gusto del bello e la magnanimità di sentire che erano stati propri della civiltà latina, e per questo si proponeva di emulare gli antichi scrivendo poemi epici come Virgilio, storie come Livio, epistole come Cicerone. Per contro, ostentava di tenere in poco conto le proprie liriche in volgare, come componimenti di dignità minore, tanto da definirle "inezie, bazzecole". Ma questo atteggiamento è contraddetto dalla cura con cui lavorò per anni, sino agli ultimi giorni di vita, a limare e a rendere perfetti i suoi versi volgari, a ordinare e ad arricchire la loro raccolta. Ciò non vuol dire che l'atteggiamento di sufficienza verso la poesia volgare fosse solo una posa esteriore e falsa. Petrarca era effettivamente convinto della maggior dignità del latino. Lo si può verificare chiaramente nella lettera in cui discute con Boccaccio della Commedia, dove, pur riconoscendo la grandezza di Dante, sostiene che avrebbe raggiunto un più alto livello letterario se avesse usato la lingua di Roma. Però egli era persuaso (e lo afferma esplicitamente) che la letteratura latina avesse toccato un culmine di perfezione che non poteva più essere superato: in quel campo, dunque, non restava che imitare gli antichi, riprodurre i loro temi e le loro forme. La lingua volgare invece offriva un campo aperto, un terreno pressoché vergine per chi volesse raggiungere l'eccellenza poetica. Ciò spiega l'impegno accanito a perfezionare i suoi versi volgari. Egli si prefiggeva una duplice impresa: da un lato ridar lustro alla lingua antica, restaurandone la genuina classicità, il lessico, la sintassi, i procedimenti retorici, dall'altro elevare la lingua volgare alla dignità formale del latino. Pur convinto che la lingua per eccellenza della letteratura fosse il latino, Petrarca voleva dimostrare che era possibile far poesia di livello alto anche in volgare. Il canzoniere Petrarca cominciò a scrivere versi in volgare sin dalla prima giovinezza e continuò sino agli ultimi anni di vita. Ben presto pensò anche a raccogliere organicamente le sue liriche, e copie di queste redazioni ancora parziali sono giunte sino a noi. Gli studiosi sono riusciti a ricostruire ben nove redazioni successive della raccolta. La sistemazione definitiva risale proprio all'ultimo anno di vita del poeta, il 1374, ed è contenuta nel manoscritto Vaticano 3195 , in parte di pugno del Petrarca stesso. E quindi un fatto di eccezionale importanza possedere un'opera del tardo Medioevo, nella stesura definitiva, in buona parte autografa: ciò evita quelle incertezze nella trasmissione testuale che sono proprie del testi anteriori alla stampa. Egualmente prezioso è un altro codice petrarchesco della Biblioteca Vaticana, il cosiddetto " codice degli abbozzi ", che contiene stesure diverse di numerosi componimenti, con note a margine di pugno del poeta, e ci permette di seguire da vicino l'assiduo, accanito lavoro di Petrarca, che corregge, sostituisce o sposta una parola, sino a quando il verso non raggiunge quella che ai suoi occhi è la perfezione. Il titolo che Petrarca pone sul manoscritto definitivo è Rerum vulgarium fragmenta ("Frammenti di cose in volgare"), in cui si può cogliere la punta di sufficienza che il poeta ostentava nei confronti delle sue liriche in volgare. L'opera si suole anche designare con la formula Rime sparse, ricavata dal primo verso del sonetto che funge da proemio («Voi ch'ascoltate in rime sparse il suono»), oppure, più semplicemente, come Canzoniere. Esso è costituito da 366 componimenti, quindi ripeterebbe il numero dei giorni dell'anno, escludendo quello proemiale. In massima parte si tratta di sonetti (317), ma anche di canzoni, ballate, sestine, tutte le forme metriche consacrate dalla tradizione lirica precedente, dai trovatori provenzali ai rimatori siciliani agli stilnovisti. L’amore per Laura Il tortuoso percorso interiore che abbiamo seguito attraverso le opere latine è la via indispensabile per penetrare nel mondo del capolavoro petrarchesco. La materia quasi esclusiva del Canzoniere è costituita dall'amore del poeta per una donna, chiamata Laura, incontrata «il di sesto d'aprile», venerdì santo, in una chiesa di Avignone, nel 1327. Nel libro si percorre il diagramma di una passione tutta umana e terrena, che non esclude l'aspetto sensuale. È un amore perpetuamente

et del mio vaneggiar vergogna è ’l frutto, e ’l pentersi, e ’l conoscer chiaramente che quanto piace al mondo è breve sogno. RVF, I PARAFRASI: O voi che ascoltate in queste poesie sparse il suono di quei sospiri [d'amore] di cui io nutrivo il mio cuore durante il mio vaneggiare giovanile, quando ero in parte un uomo diverso da quello che sono oggi, se fra voi c'è chi comprende l'amore per esperienza, spero di trovare pietà e perdono per lo stile vario in cui piango e parlo, fra le speranze e il dolore vano. Ma ora capisco bene come per molto tempo io fui oggetto di derisione per tutto il popolo, cosa di cui spesso mi vergogno con me stesso; e il frutto del mio vaneggiare [del mio amore infelice] è la vergogna, e il capire chiaramente che tutto ciò che piace al mondo è un sogno fugace. Erano i capei d’oro a l’aura sparsi che ’n mille dolci nodi gli avolgea, e ’l vago lume oltra misura ardea di quei begli occhi, ch’or ne son sì scarsi; e ’l viso di pietosi color’ farsi, non so se vero o falso, mi parea: i’ che l’esca amorosa al petto avea, qual meraviglia se di sùbito arsi? Non era l’andar suo cosa mortale, ma d’angelica forma; e le parole sonavan altro, che pur voce humana. Uno spirto celeste, un vivo sole fu quel ch’i' vidi: e se non fosse or tale, piagha per allentar d’arco non sana (RVF, XC) PARAFRASI [Il giorno del mio incontro con Laura] i capelli biondi erano sparsi al vento che li avvolgeva in mille dolci nodi, e la bella luce di quei begli occhi, che adesso ne sono così scarsi (che ora non c’è più -vecchiaia di Laura-), ardeva oltre misura; e mi sembrava che il suo viso, non so veramente o per mia illusione, assumesse un'espressione di pietà verso di me: che c'è da stupirsi se io, che avevo nel petto la predisposizione ad amare (una scintilla nel cuore), arsi subito di amore per lei? - l’esca è una pera capace di fare scintilla- Il suo incedere non era proprio di una donna mortale, ma simile a quello di un angelo; e le sue parole risuonavano in modo diverso da quello di una voce umana. Quello che io vidi fu uno spirito del cielo (un angelo), un sole luminoso: e se anche ora non fosse più così, la ferita non guarisce perché l'arco [che ha scoccato la freccia] si è allentato. -la ferita d’amore rimane-

L’UMANESIMO

La riscoperta del mondo classico: Gli intellettuali del quattrocento sono affascinati dal mondo classico, in cui ritroviamo una visione della realtà a fine alla propria. Si rivolgono, pertanto, con entusiasmo ai testi antichi, per trovare uno strumento mediante il quale comprendere meglio se stessi e fissare un modello ideale da cui trarre uno stimolo. si afferma così il principio di imitazione, che si sostituisce al principio d’autorità tipico della cultura medievale: se gli antichi hanno raggiunto un livello insuperabile di perfezione, è necessario, per ottenere risultati validi, imitarli in ogni campo. Poiché risulta chiara la consapevolezza del fatto che il presente è pur sempre diverso dal passato, l’imitazione non può essere passiva, non può mirare a una meccanica riproduzione dei modelli: deve anzi essere attiva, dinamica e creativa. Nel medioevo si era continuato a leggere i classici e ad ammirarli, ma non si sentiva il bisogno di spingere lo sguardo aldilà di quel canone di autori che la tradizione delle scuole aveva fissato. A partire da Petrarca e Boccaccio si comincia ad avvertire la curiosità di conoscere anche quegli autori latini di cui si aveva notizia ma di cui non si leggevano più testi. Comincia così un’intensa ricerca dei manoscritti antichi e ci si avvicina per la prima volta allo studio della lingua greca. Con gli umanisti si afferma dunque una nuova scienza, la filologia, che studia i testi e li ricostruisce in modo critico e riportarli alle condizioni originali. Per ristabilire la lezione corretta erano necessarie conoscenze di tipo linguistico e storico. un esempio potrebbe essere alla donazione di Costantino, alla quale tutta la civiltà medievale aveva creduto: un documento in cui l’imperatore lasciava Roma al Papa e da cui la chiesa traeva legittimazione giuridica al suo potere temporale.ma il filologo Lorenzo valla dimostrò che questo documento non poteva essere stato redatto nel IV secolo d.C. e che si trattava di un falso medievale. Questa mentalità nuova non è limitata al campo filologico e letterario, ma si estende anche la natura: se la scienza medievale era basata sui libri e sulla tradizione, Leonardo da Vinci preferisce trarre le sue conclusioni dall’esperienza diretta (nascita dell’anatomia del corpo umano). Gli studia humanitatis Mentre per il medioevo la conoscenza era finalizzata essenzialmente alla salvezza ultraterrena, nel quattrocento lo scopo della cultura diviene la formazione dell’uomo. Le discipline letterarie acquistano una centralità assoluta e gli studi delle lettere classiche (definiti studia humanitatis) Vengono ritenuti indispensabili per lo sviluppo di ciascun individuo. Proprio per questo il Rinascimento, viene chiamato umanesimo e umanisti gli intellettuali che ne sono esponenti. Le accademie Questo termine deriva dalla scuola filosofica creata nel IV secolo a.C. Nel giardino di Academo da Platone, il quale aveva fondato il suo metodo di ricerca sul dialogo e il confronto tra maestro e studenti. Le accademie umanistiche sono dunque cenacoli dove i dotti si incontrano amichevolmente per conversare, discutere, scambiarsi conoscenze e facendo vita comune. Le accademie più importanti in questo momento sono:

- (^) Accademia Platonica di Firenze che godeva della protezione di Lorenzo de’Medici in persona che si basa sullo studio e diffusione delle opere di Platone mediante la loro traduzione in latino - (^) Accademia pontaniana di Napoli che vedeva la discussione di argomenti di letteratura classica (ad esempio: Livio e Seneca) - (^) Accademia pomponiana di Roma la quale manteneva una cultura antiquaria rivolta allo studio dei classici. La corte come centro di produzione e di diffusione della cultura Nel 400 nasce una vera civiltà di corte, fondata sul culto della raffinatezza, dell’armonia, dell’eleganza e della misura. Sono questi principi che ispirano gli intellettuali che con le loro opere hanno il compito di elaborare e celebrare gli dia gli ideali dell’Elite colta che si raccoglie nella corte.talora è il principe stesso a richiedere la composizione di opere letterarie che esaltino la magnificenza del suo casato o le sue imprese diplomatiche e militari e quindi l’intellettuale è costretto a elogiare il suo signore attraverso le opere poetiche per ottenere il cambio protezione e mantenimento economico La perdita di contatto con la dimensione civile e la chiusura in ambiente raffinamento intellettuali generano una tendenza ad anteporre alla vita attiva quella contemplativa, a rifuggire dalla realtà per vagheggiare un mondo ideale di bellezza e di armonia. Un modello per questa concezione della realtà viene trovato nella filosofia di Platone che sostiene l’esistenza di un modello ideale, di forme perfette ed eterne. Il platonismo in questo senso esercita un forte fascino Sugli uomini il secondo

letteratura e società, tra cultura e impegno politico (elogio della vita attiva: i saggi hanno l’obbligo di dedicarsi alla politica)

  • (^) troviamo la presenza di Marsilio Ficino
  • (^) La fondazione dell’Accademia Platonica dal 1462 (ne fanno parte Pico della Mirandola, Nicola Cusano, Leon Battista Alberti) Il neoplatonismo rinascimentale, una nuova concezione dell’uomo Il problema della dignità dell’uomo appare come il fondamento della visione umanistica della realtà. nel 1484 Giovanni Pico della Mirandola, nel De hominis dignitate ("La dignità dell'uomo") riprende il grande tema umanistico in una prospettiva diversa, di tipo metafisico: egli esalta l'uomo perché è il centro dell'universo, partecipe dell'eternità di Dio attraverso l'anima immortale e della materialità degli esseri bruti attraverso il corpo, ed è libero di plasmare il proprio carattere e la propria vita, sia degenerando verso gli esseri inferiori sia elevandosi all'altezza degli angeli (è la ripresa della concezione, già classica, dell'homo faber, dell'uomo artefice del proprio destino). Ma già poco prima, nell'affrontare lo stesso argomento, il filosofo neoplatonico Marsilio Ficino, una delle personalità più eminenti della cerchia di Lorenzo il Magnifico, aveva posto ancora più decisamente l'accento, nella sua l'heologia platonica (1482), sulla natura divina dell'uomo. Ficino concepisce la realtà come una successione di gradi decrescenti di perfezione, in cui l’anima rappresenta il “nodo di congiunzione” fra i mondo superiore (dio e gli angeli) e quello inferiore (forma e materia). Si veniva approfondendo, in questo modo, una concezione dell'individuo strettamente legato alle condizioni della società e più intimamente partecipe dei processi della storia. L’uomo diviene un gradino intermedio tra l’essere e Dio e può essere considerata una reinterpretazione in chiave cristiana di idee pagane.
  • (^) Dall’Oratio de hominis dignitate : “ti posi nel mezzo del mondo perchè di la meglio tu sorgessi tutto ciò che è ne mondo” notiamo come vi è una massima fiducia nelle capacità dell’uomo: è l’uomo che con la sua forza e intelletto può scegliere di ricongiungersi con Dio stesso. “ Non ti ho fatto né celeste né terreno, né mortale né immortale, perché da te stesso quasi libero e sovrano artefice ti plasmassi e ti scolpissi nella forma che avresti prescelto” , “tu potrai degenerare nelle cose inferiori che sono i bruti; tu potrai, Secondo il tuo volere, rigenerarti nelle cose superiori che sono divine “. Lorenzo de medici Nel 1469 muore anche Piero de’ Medici e la signoria di Firenze passa al figlio ventenne, Lorenzo che ben presto diventa “l’ago della bilancia d’ITALIA” stabilendo un equilibro che si spezza con la sua morte nel 1492. Secondo Machiavelli, Lorenzo stesso sperperava i soldi pubblici e fu costretto a prelevare denaro da un fondo che doveva garantire la dote alle ragazze che non ce l’avevano. Lorenzo de’ Medici può essere definito “polivalente”, autore capace di passare attraverso vari generi letterari, dallo stilnovismo al genere comico-realistica con toni più popolari come (Nencia da Barberino o i celebri canti carnascialeschi). Abbiamo anche una produzione di carattere sacro. Con lui riprende vigore la lingua volgare dando inizio al secolo “senza poesia”. La fama poetica di Lorenzo de' Medici è collegata, più che alle Rime, ai suoi Canti carnascialeschi dove compare quell'elemento "popolare" e irriverente che caratterizza la letteratura cosiddetta carnevalesca, ossia scritta in occasione delle teste del carnevale. A questa tradizione parodica e burlesca si collega la Nencia da Barberino - sempre di Lorenzo de' Medici -che demistifica l'immagine convenzionale e idealizzata della donna insieme con il motivo della dichiarazione amorosa. Oltre alla Nencia si ricordino anche I beoni , galleria di grotteschi ritratti dei più famosi bevitori della Firenze del tempo. Al genere encomiastico appartengono piuttosto le Stanze per la giostra di Giuliano de' Medici (1475-78) di Angelo Poliziano, in cui si intrecciano il motivo mitologico e quello della natura idillica, pervasa di edonismo voluttuoso e di malinconia per la fugacità della bellezza. Lo scrittore che meglio trasferisce la sensibilità e il gusto umanistico-rinascimentale del ‘400 sul piano poetico è Angelo Ambrogini , detto Poliziano dal nome latino (Mons Politianus, ovvero Montepulciano). Lui diviene amico di Lorenzo e frequenta i suoi stessi maestri fa cui Ficino. Già a 16 anni traduceva dal greco in latino l’Iliade (in una lettera di vanta di essere il primo italiano nel giro di un millennio a sapere il greco antico meglio dei greci). Sarà precettore dei figli di Lorenzo e litigherà con la moglie di Lorenzo proprio per l’educazione dei figli. La sua prima produzione

letteraria è il latino. La sua opera più importante è le Stanze per la giostra , è un poemetto encomiastico per la vittoria in un torneo d’armi di Giugliano ma interrotto a causa della morte di Giuliano nella congiura dei pazzi. Ha uno stile molto vicino a quello di Platone, con allusioni ad un mondo delle idee. È un autore estremamente colto, imita diversi Autori. Crea un vero e proprio repertorio di topoi (locus amoenus, esaltazione dell’età dell’oro). Vi è il motivo del giovane IULIO, o che non si cura dell’amore e allora cupido lo fa innamorare: mentre è a caccia segue una cerva che si trasforma in una bellissima donna e si innamora di lei. Subisce un processo di TRASFORMAZIONE interiore: amore che eleva e educa lo spirito UMANO. È presente un apparato mitologico che viene dei classici. Caratteri fondamentali dell’opera:

- sogno di evasione della società, tipico dell’umanesimo platonico, si pensa ad un mondo ideale.

- Ideale rinascimentale di calma, perfezione e bellezza: tema dell’amore per la bellezza, chi

apprezza la bellezza è in un processo di elevazione che lo avvicina a Dio.

- Amore che è impulso ad ascendere ai valori della poesia e della gloria

- Clima rarefatto

Non è un caso che diverse opere di Botticelli siano ispirate a passi delle Stanze per la giostra di Poliziano (TIPICA OPERA RINASCIMENTALE), opera Venere e Marte, quadro neoplatonico del 1483, amore che a sul mare. O anche la nascita di venere. Stanze, I, 99-100 Botticelli si ispira a questi versi di Poliziano. Un’altra opera da ricordare di Poliziano è:

- FABULA DI ORFEO : scritto nel 1480, primo dramma profano del teatro italiano. Alla

lettera “favola di Orfeo” che e ha come oggetto il mito di Orfeo (celebre cantore che era

capace di ammansire le fiere), anche citato di Dante.

Storia d’amore tra Orfeo e Proserpina che scende nell’ade per riprenderla a patto che non

si volti a guardarla e lui girandosi, fa si che Proserpina rimanga per sempre nell’Ade.

È un’opera che scrive quando va via da Firenze nel 1470 dopo una lite con la moglie di

Lorenzo de medici e si trasferisce a Mantova e qui compone per il divertimento della corte

(fenomeno mecenatismo e di intrattenimento della corte). Abbiamo una rappresentazione

teatrale di carattere storico e con lui rinasce un teatro classico, allontanandosi dal teatro

medievale e Poliziano è il primo a proporre un’opera di questo tipo.