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Umanesimo e Rinascimento filosofico
Tipologia: Dispense
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Umanesimo e Rinascimento La parola “Umanesimo” ha avuto una grande fortuna. Essa indica un fenomeno storico circoscritto, preciso, ma ha anche un significato più ampio, si parla infatti di “ Umanesimo perenne ”. C’è un Umanesimo classico, senza aggettivi, che ha le sue radici in Terenzio^1 , il commediografo romano, il quale, in una formula ripresa da Cicerone, esprime l’essenza dell’Umanesimo perenne: “Homo sum, humani nihil a me alienum puto”, “ sono uomo e non considero niente di umano estraneo a me ”, faccio parte della stirpe umana, tutto quello che è umano mi appartiene. A partire da questa celebre affermazione sono state elaborate varie posizioni filosofiche, visioni del mondo che mettono l’uomo al centro della realtà e che si possono in qualche modo fregiare del titolo di umanista. Per esempio in tempi recenti si è parlato di Umanesimo liberale, di Umanesimo socialista, e Jean Paul Sartre ha parlato di un Umanesimo esistenziale. Si usa quindi la parola Umanesimo in un senso che va al di là dei suoi confini storici. Proviamo invece a concentrarci su quello che è l’Umanesimo storicamente considerato. L’Umanesimo storicamente inteso è un fenomeno che inizia verso la fine del ‘300 e prosegue per tutto il ‘400 , con una linea di separazione precisa: intorno al 1450 finisce l’Umanesimo civile , quello di Coluccio Salutati, di Leonardo Bruni, di Matteo Palmieri, l’Umanesimo impegnato nella vita civile fiorentina, e si sviluppa un Umanesimo di corte , che si impregna fortemente di teorie platoniche e ha come massimi rappresentanti Marsilio Ficino e Pico della Mirandola. Possiamo dire che l’Umanesimo è un fenomeno essenzialmente quattrocentesco, che nella prima metà del secolo, fino al 1450, è Umanesimo civile, legato alla Libertas florentina. Dopo il 1450 nasce un Umanesimo legato soprattutto alla corte dei Medici, impregnato di neoplatonismo. Questa svolta si spiega anche col fatto che nel 1453 Costantinopoli cade in mano ai Turchi e molti dotti di lingua greca emigrano da Costantinopoli, dalle terre bizantine, in Italia e insegnano il greco agli umanisti italiani. Nel 1468 Marsilio Ficino completa la traduzione dei Dialoghi di Platone, poi volge in latino anche l’opera di Plotino e di altri neoplatonici. Alla fine del ‘400 l’Umanesimo innesca la civiltà rinascimentale. Qual è la differenza tra Umanesimo e Rinascimento? L’ Umanesimo è la ripresa della civiltà classica sulla base delle humanae litterae. Le humanae litterae non sono altro che le opere della letteratura latina al cui studio si dedicano gli uomini di cultura del ‘400, mentre il Medioevo si era concentrato sulle sacrae litterae , sulle Sacre Scritture. L’Umanesimo è quindi un fenomeno di letterati, di persone colte e di filosofi , invece il Rinascimento è la ripresa di tutta la civiltà nel suo complesso, ripresa che è stata messa in moto dal ritorno al momento di maggiore fulgore dell’uomo, al momento della civiltà greco-latina. Dopo la spinta dell’Umanesimo, dopo il ritorno agli antichi indotto dall’Umanesimo, il Rinascimento sboccia come civiltà complessiva , di cui fanno parte anche Leonardo, Michelangelo, Brunelleschi, Ariosto, Machiavelli, pittori, scultori, architetti, poeti, scienziati : non si tratta di un fenomeno letterario o filosofico, ma di un fenomeno di civiltà complessiva. Riepiloghiamo ancora. Il '400, secolo dell’Umanesimo, come fenomeno di ripresa delle lettere latine e in parte greche, che ispirano un ritorno all’antico. Questo ritorno all’antico fiorisce pienamente nel ‘500 come Rinascimento, appunto come (^1) Publio Terenzio Afro (Cartagine, 185 - 184 a.C. circa – Stinfalo, 159 a.C.), fu un commediografo berbero di lingua latina, attivo a Roma dal 166 a.C. al 160 a.C..
nuova nascita. L’umanità sbocciata in Atene e Roma, torna, dopo i secoli bui del Medioevo, a nascere di nuovo. Secondo Eugenio Garin^2 l’Umanesimo non è solo un fenomeno letterario, infatti se si riduce l’Umanesimo all’amore per il testo antico - rileva Garin - si può risalire ancora più indietro della fine del ‘300, invece l’Umanesimo non è semplicemente lo studio dei classici, ma è uno spirito diverso, è un atteggiamento diverso con cui si leggono i classici. Atene e Roma erano ben presenti in tutto il Medioevo: i classici latini sono stati letti durante tutto il corso del Medioevo. Petrarca pare sia morto con un codice di Virgilio tra le mani. Il Medioevo non ha certo ignorato i classici latini. Scrive Garin: «Se vogliamo far coincidere l’Umanesimo con la lettura dei classici latini, dobbiamo anticiparlo addirittura ancora prima del 1280 e ci facciamo entrare dentro pure tutto il Medioevo». Eugenio Garin in Educazione umanistica in Italia scrive: «Questa fu l’educazione umanistica: non, come a volte si crede, studio grammaticale e retorico^3 fine a se stesso, bensì formazione di una coscienza davvero umana, aperta in ogni direzione, attraverso la consapevolezza storico-critica della tradizione culturale». Vuol dire un fatto molto preciso che riassume felicemente con un’affermazione apparentemente paradossale: la vera filosofia degli umanisti fu la filologia^4. Alcuni storici sostiene che gli umanisti furono soprattutto filologi, Garin rileva che nella filologia, cioè nello studio, nel ripristino dei testi classici, gli umanisti furono filosofi, nel senso che lo sforzo di ripristinare i testi classici nella loro redazione originaria significa un fatto nuovo, implica l’avere senso storico, cosa che era mancata al Medioevo: ripristinare un’identità precisa e mettersi a dialogare con essa creandosi una propria identità. L’espressione più bella di questa mentalità è testimoniata da Machiavelli nella sua lettera a Francesco Vettori. Confrontandomi con l’altro riesco a costruire una mia identità: la mia personalità diventa tanto più forte, quanto più forti sono le personalità degli altri con cui mi confronto. Machiavelli si confronta con Livio e Tacito. Il grande merito dell’Umanesimo è la prospettiva storica: Virgilio, Cicerone, Livio ecc. sono messi a distanza storica ed entrano in dialogo con l’umanista che si confronta con loro, e nel confronto fa crescere la propria personalità. Il Medioevo aveva appiattito tutto. Virgilio, per esempio, veniva letto nel Medioevo, ma era visto come un precursore del Cristianesimo; la pietas di Virgilio veniva interpretata come una virtù precristiana. Il Medioevo aveva assorbito i classici latini nella dimensione cristiana, aveva quindi creato un’identità fittizia e non si era confrontato con i classici. Invece l’Umanesimo crea, dice Garin, la prospettiva storica : il classico è altro da me, lo rispetto perché è un grande interlocutore, ma è appunto interlocutore col quale mi confronto. Si pensi all’arte medievale e a quella rinascimentale. Nell’arte medievale - semplificando - tutte le prospettive sono schiacciate, non c’è il senso della profondità, invece uno dei grandi caratteri dell’architettura e della pittura rinascimentali è proprio il senso della prospettiva: gli oggetti sono in relazione spaziale reciproca e sono in relazione con il soggetto osservante che ha uno spazio profondo davanti a sé; gli oggetti sono distaccati dall’osservatore, dal soggetto. Quello che ha fatto la prospettiva rinascimentale (^2) Eugenio Garin (Rieti, 9 maggio 1909 – Firenze, 29 dicembre 2004 ) è stato un filosofo, storico della filosofia italiano. (^3) studia humanitatis (grammatica, retorica, poesia, storia e filosofia morale) (^4) Filologia : Scienza della parola, analisi critica e storica dei testi nella loro costruzione testuale e nelle loro espressioni linguistiche. Atteggiamento critico e storico di fronte al testo antico.
in qualche misura, come altri hanno giovato a noi e al loro tempo; e mi sembra che ciò sia per i dotti non meno doveroso di quanto lo sia per i contadini il piantare alberi che debbano giungere ai loro discendenti. Tu - è cosa propria della santa rozzezza - giovi a te solo. Io mi sforzo di giovare a me e agli altri». Pur nel rispetto delle posizioni cristiane, chiama “santa rozzezza” la vita del chiostro, la vita monacale. La vita dell’assenza dal mondo è una “santa rozzezza”, in quanto giova soltanto all’individuo. «Io mi sforzo di giovare a me e agli altri». Nel De nobilitate legum et medicinae , lo stesso Coluccio Salutati si esprime con ancora maggiore chiarezza. Si deve tener presente che Coluccio Salutati restò fermo al suo posto durante il tumulto dei Ciompi, durante le pestilenze non volle mai andare in campagna per non lasciare Firenze, per non dare ai suoi concittadini il senso di una fuga per ragioni egoistiche: rischiò nei tumulti e rischiò il contagio della peste, ma volle sempre essere presente nei momenti difficili di Firenze: «Io, per dire il vero, affermerò coraggiosamente e confesserò candidamente che lascio volentieri, senza invidia e senza contrasto, a te e a chi alza al cielo la pura speculazione tutte le altre verità, purché mi si lasci la cognizione delle cose umane». Questo sarà un carattere decisivo del pensiero italiano, di Machiavelli, di Campanella, di Giambattista Vico: il pensiero italiano è interessato ai rapporti umani, alla vita civile, alla storia. Coluccio Salutati dice: “Vi lascio tutta la sapienza, basta che mi lasciate la conoscenza, la cognizione delle cose umane”. «Tu rimani pure pieno di contemplazione, che io possa invece essere ricco di bontà. Tu medita pure per te solo, cerca pure il vero e godi nel trovarlo. Che io invece sia sempre immerso nell’azione, teso verso il fine supremo; che ogni mia azione giovi a me, alla famiglia, ai parenti e, ciò che è ancor meglio, che io possa essere utile agli amici e alla patria e possa vivere in modo da giovare all’umana società con l’esempio e con l’opera». Gli umanisti sono molto impegnati sul piano della famiglia, che è il primo nucleo sociale. Basti pensare al trattato Della famiglia di Leon Battista Alberti: per gli umanisti la gestione della famiglia, l’attenzione agli affetti, l’allevamento dei figli, sono un fatto decisivo, perché appunto si tratta del primo embrione sociale. L’altro termine che ricorre è quello di patria: il patriota è colui che è assolutamente disinteressato rispetto a se stesso; patriota, per Coluccio Salutati, è il contrario di egoista. Il patriota è colui che ama la comunità, è pronto anche al sacrificio per i suoi concittadini.
migliore condizione possibile dei cittadini. La socialitas, cioè l’imporatanza della comunità cittadina, è soprattutto sottolineata nei concetti di famiglia e di patria. Voglio solo ricordare La vita di Dante di Leonardo Bruni. Dante Alighieri viene fortemente rivalutato dagli umanisti civili e viene visto come il padre della socialitas umanistica in quanto, pur essendo uomo del Medioevo, Dante è stato colui che ha combattuto a Campaldino, ha lottato per Firenze, ha manifestato una grande passione civile.
quale ci appare, tempio augustissimo della divinità. Aveva abbellito con le intelligenze la zona iperurania, aveva ravvivato di anime eterne gli eterei globi, aveva popolato di una turba di animali d’ogni specie le parti vili e turpi del mondo inferiore. Senonché, recato il lavoro a compimento, l’artefice desiderava che ci fosse qualcuno capace di afferrare la ragione di un’opera sì grande, di amarne la bellezza, di ammirarne la vastità. Perciò, compiuto ormai il tutto, come attestano Mosè e Timeo, pensò da ultimo a produrre l’uomo. Ma degli archetipi non ne restava alcuno su cui foggiare la nuova creatura, né dei tesori uno ve n’era da largire in retaggio al nuovo figlio, né dei posti di tutto il mondo uno rimaneva in cui sedesse codesto contemplatore dell’universo. Tutti erano ormai pieni, tutti erano stati distribuiti nei sommi, nei medi, negli infimi gradi. Ma non sarebbe stato degno della paterna potestà venir meno quasi impotente, nell’ultima fattura; non della sua sapienza rimanere incerto in un’opera necessaria per mancanza di consiglio; non del suo benefico amore, che colui che era destinato a lodare negli altri la divina liberalità fosse costretto a biasimarla in sé stesso. Stabilì finalmente l’ottimo artefice che a colui cui nulla poteva dare di proprio fosse comune tutto ciò che aveva singolarmente assegnato agli altri. Perciò accolse l’uomo come opera di natura indefinita e postolo nel cuore del mondo così gli parlò: “Non ti ho dato, o Adamo, né un posto determinato né un aspetto proprio, né alcuna prerogativa tua, perché quel posto, quell’aspetto, quelle prerogative che tu desidererai, tutto secondo il tuo voto e il tuo consiglio ottenga e conservi. La natura limitata degli altri è contenuta entro leggi da me prescritte. Tu te la determinerai da nessuna barriera costretto, secondo il tuo arbitrio, alla cui potestà ti consegnai”. L’uomo non ha un posto preciso attribuito da Dio ma è faber fortunae suae nel senso più alto del termine. L’uomo è faber fortunae suae , cioè artefice del proprio destino, ma non solo nel senso che ognuno, come diceva Leon Battista Alberti, può crearsi il proprio destino e può vincere la fortuna, bensì nel senso che l’uomo si crea da sé la propria collocazione nel creato , addirittura Dio gli dà il mandato in bianco di scegliersi quale posto del creato vuole occupare. “Ti posi nel mezzo del mondo perché di là meglio tu scorgessi tutto ciò che è nel mondo. Non ti ho fatto né celeste, né terreno, né mortale, né immortale, perché di te stesso quasi libero e sovrano artefice ti plasmassi e ti scolpissi nella forma che avresti prescelto. Tu potrai degenerare nelle cose inferiori che sono i bruti; tu potrai, secondo il tuo volere, rigenerarti nelle cose superiori che sono divine”. O suprema liberalità di Dio padre! O suprema e mirabile felicità dell’uomo a cui è concesso di ottenere ciò che desidera, di essere ciò che vuole. I bruti nel nascere recano dal seno materno tutto quello che avranno [Il destino degli animali è già determinato dall’istinto, gli animali agiscono meccanicamente, senza libera scelta]. Gli spiriti supremi o dall’inizio o poco dopo furono ciò che saranno nei secoli dei secoli. Nell’uomo nascente il Padre ripose semi d’ogni specie e germi di ogni vita. E secondo che ciascuno li avrà coltivati, quelli cresceranno e daranno in lui i loro frutti. E se saranno vegetali sarà pianta; se sensibili sarà bruto; se razionali, diventerà animale celeste: se intellettuali, sarà angelo e figlio di Dio [l’uomo si può volgere ad bestias , ridursi ad essere animale, o diventare addirittura una creatura angelica e divina, dipende da lui] ma se, non contento della sorte di nessuna creatura, si raccoglierà nel centro della sua unità, fatto uno spirito solo con Dio, nella solitaria caligine del Padre colui che fu posto sopra tutte le cose starà sopra tutte le cose. Chi non ammirerà questo nostro camaleonte? Chi dunque non ammirerà l’uomo? Che non a torto nell’antico e nel nuovo
Testamento viene chiamato ora col nome di ogni essere di carne, ora con quello di ogni creatura, poiché foggia, plasma e trasforma la sua persona secondo l’aspetto di ogni genere, il suo ingegno secondo quello di ogni creatura. Perciò il persiano Evante, là dove spiega la teologia caldea, dice che l’uomo non ha una propria immagine nativa, ma molte estranee ed avventizie. Di qui il detto caldeo, che l’uomo è animale di natura varia, multiforme e cangiante. Ma a che ricordar tutto ciò? Perché comprendiamo, dal momento che siamo nati nella condizione di essere ciò che vogliamo, che è nostro dovere avere cura specialmente di questo: che non si dica di noi che essendo in onore non ci siamo accorti di essere diventati simili a bruti e a stolte giumente, ma di noi si ripetano piuttosto le parole del profeta Asaph: “siete idii e tutti figli del cielo”. Sì che, abusando dall’indulgentissima liberalità del Padre, non ci rendiamo nociva invece che salutare la libera scelta che egli ci concesse. Ci afferri l’animo una santa ambizione di non contentarci delle cose mediocri, ma di anelare alle più alte e di sforzarci con ogni vigore di raggiungerle, dal momento che, volendo, è possibile». Decisiva nell’Umanesimo è la concezione secondo cui l’uomo è un essere «intermedio», un essere in cammino. Questa intuizione è al centro dei momenti più alti della storia del pensiero: la filosofia greca, l’umanesimo cristiano, il Rinascimento italiano, la civiltà romantica tedesca. L’uomo è collocato nel mezzo dell’universo, è «copula del mondo» e da questa posizione può tanto regredire, volgendosi verso le proprie componenti bestiali, animalesche, rimanere ottuso e schiavo dei meccanismi istintuali, quanto volgersi verso l’alto, alimentare la scintilla divina ch’è in lui fino a farla divampare. L’uomo non è un essere dato, fermo all’automatismo dell’istinto, come gli animali, bensì è - ripetono gli umanisti italiani - «faber fortunae suae» , artefice del proprio destino. In questo sta la sua grandezza, la sua dignità: egli stabilisce da se stesso la propria posizione nel cosmo. L’uomo è un essere perfettibile: questa è l’idea che anima l’Umanesimo. Come amplia di continuo l’ambito della propria libertà nei confronti della natura esterna a sé, superando gli ostacoli che questa pone alla sua affermazione, così di continuo l’uomo si confronta con gli ostacoli che all’espansione di ciò che è propriamente umano nascono nel mondo umano stesso. La piena realizzazione di sé, la piena libertà, non viene mai raggiunta dall’uomo, ma egli sempre di nuovo si pone in cammino verso la sempre più compiuta realizzazione del suo mondo.