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Umanesimo (italiano), Appunti di Italiano

schemi completi sul periodo dell'umanesimo e dei suoi principali autori (contiene immagini e tabelle)

Tipologia: Appunti

2020/2021

Caricato il 10/01/2022

francesca._.
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L’ETA’ UMANISTICA
Nel corso del 400 in Italia si verifica una svolta della civiltà, con mutamenti nelle visioni del mondo, nelle espressioni
letterarie e artistiche, negli studi scientifici: ha inizio una nuova era che viene chiamata Rinascimento. In questa
svolta l'Italia anticipa sul tempo gli altri paesi europei: contemporaneamente in Francia, Germania, Inghilterra si è
ancora in pieno medioevo.
L’età del Medioevo e del Rinascimento non sono da contrapporre meccanicamente; già nei secoli precedenti il 400
era possibile individuare intuizioni, concezioni, innovazioni, metodologiche nel pensiero e stilistiche nella letteratura
e nelle arti; viceversa in pieno quattrocento e cinquecento vi sono zone di resistenza in cui sopravvivono modi di
pensare e di esprimersi che ricordano il Medioevo. Questi elementi sono spesso mescolati tra di loro, non solo
dentro lo stesso centro culturale, ma anche all'interno dello stesso scrittore/artista, o all'interno della stessa opera.
Esiste un problema di periodizzazione intorno al Rinascimento: si distinguono solitamente la fase dell' umanesimo,
che coincide all’incirca con il quattrocento (epoca della rinascita dell'interesse per l'antichità e della riscoperta dei
classici) e quella del Rinascimento, che occupa i primi decenni del cinquecento, ed è l’età del consolidamento della
nuova civiltà, del trionfo del classicismo e della cultura cortigiana, della piena maturità espressiva nella letteratura e
nelle arti. Si tratta di un periodo unico, con tratti comuni senza frattura all'interno. Ma i due momenti hanno una
fisionomia specifica che li divide; a distinguerli, tra la fine 400 i primi anni del 500, vi sono eventi storici risolutivi: la
grande crisi della perdita dell'indipendenza da parte degli Stati italiani, le scoperte geografiche, l’affermarsi delle
armi da fuoco e la rivoluzione delle tecniche militari, la diffusione della stampa, la riforma protestante.
Il rapporto tra umanesimo e rinascimento è un rapporto di continuità e non opposizione.
Il termine umanesimo ricorda l’humanitas (uomo al centro di tutto) di Petrarca (iniziatore dell’umanesimo); in questo
periodo non è più presente una visione teocentrica, ma geocentrica: l’uomo prima era subordinato al volere divino,
al dover castigare la parte corporale, umana che lo caratterizza in previsione di una vita ultraterrena (visione
medioevale, teocentrica);
La visione teocentrica è anche la visione che Dante ci propone della conoscenza dell’uomo (canto di Ulisse e la
necessità da parte dell’uomo di accettare dei limiti della conoscenza umana; limiti che sono posti da Dio, accettare
per fede ciò che dio stabilisce). Con l’umanismo invece l’uomo è al centro della propria vita, è cosciente delle proprie
capacità; deve decidere il proprio destino con le relative conseguenze positive e negative (padrone delle sue scelte);
non significa che nel periodo dell’umanesimo l’uomo non riconosca Dio, che non accetti la religione, ma esso vede
che deriva proprio da dio la volontà di porre l’uomo padrone della propria vita sulla terra.
LE STRUTTURE POLITICHE-ECONOMICHE E SOCIALI
LA VITA POLITICA IN ITALIA DEL QUATTROCENTO
Fin dalla fine del duecento, si delinea in varie città italiane una nuova forma di governo, la signoria (in precedenza
erano presenti i comuni, istituzioni con varie magistrature, una forma di governo “allargata”). I conflitti tra le fazioni
erano diventati forti (Dante aveva rappresentato questi conflitti anche nelle sue opere) quindi:
le istituzioni comunali ne risultarono indebolite, e ciò aveva consentito a individui singoli o famiglie di
imporre il loro dominio personale;
in altri casi il bisogno di pace e stabilità aveva indotto i cittadini e i singoli comuni a consegnare il potere nelle
mani di un signore (podestà), che fungesse da mediatore nelle contese.
Nel corso del trecento e del quattrocento le signorie si consolidano, e il potere passa stabilmente in mano un
individuo che si trasmette ereditariamente alla sua famiglia. Il potere dei signori viene legittimato da titoli feudali
conferiti dall'imperatore o dal pontefice e la signoria si trasforma in principato.
Un'eccezione è Firenze, infatti continua ancora nei primi le decenni del quattrocento a reggersi con gli ordinamenti
comunali (anche se, il potere effettivo era detenuto da un ristretto numero di famiglie); ma anch'essa nel 1435 passa
sotto la signoria di Cosimo de Medici, appartenente a una ricca famiglia di mercanti di banchieri.,
Il signore (o principe) si circonda di consiglieri, di persone fedeli e di funzionari devoti e insieme:
decidono la politica interna ed estera,
controllano la vita economica e culturale,
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L’ETA’ UMANISTICA

Nel corso del 400 in Italia si verifica una svolta della civiltà, con mutamenti nelle visioni del mondo, nelle espressioni letterarie e artistiche, negli studi scientifici: ha inizio una nuova era che viene chiamata Rinascimento. In questa svolta l'Italia anticipa sul tempo gli altri paesi europei: contemporaneamente in Francia, Germania, Inghilterra si è ancora in pieno medioevo. L’età del Medioevo e del Rinascimento non sono da contrapporre meccanicamente; già nei secoli precedenti il 400 era possibile individuare intuizioni, concezioni, innovazioni, metodologiche nel pensiero e stilistiche nella letteratura e nelle arti; viceversa in pieno quattrocento e cinquecento vi sono zone di resistenza in cui sopravvivono modi di pensare e di esprimersi che ricordano il Medioevo. Questi elementi sono spesso mescolati tra di loro, non solo dentro lo stesso centro culturale, ma anche all'interno dello stesso scrittore/artista, o all'interno della stessa opera. Esiste un problema di periodizzazione intorno al Rinascimento: si distinguono solitamente la fase dell' umanesimo , che coincide all’incirca con il quattrocento (epoca della rinascita dell'interesse per l'antichità e della riscoperta dei classici) e quella del Rinascimento , che occupa i primi decenni del cinquecento, ed è l’età del consolidamento della nuova civiltà, del trionfo del classicismo e della cultura cortigiana, della piena maturità espressiva nella letteratura e nelle arti. Si tratta di un periodo unico, con tratti comuni senza frattura all'interno. Ma i due momenti hanno una fisionomia specifica che li divide; a distinguerli, tra la fine 400 i primi anni del 500, vi sono eventi storici risolutivi: la grande crisi della perdita dell'indipendenza da parte degli Stati italiani, le scoperte geografiche, l’affermarsi delle armi da fuoco e la rivoluzione delle tecniche militari, la diffusione della stampa, la riforma protestante. Il rapporto tra umanesimo e rinascimento è un rapporto di continuità e non opposizione. Il termine umanesimo ricorda l’ humanitas (uomo al centro di tutto) di Petrarca (iniziatore dell’umanesimo); in questo periodo non è più presente una visione teocentrica, ma geocentrica : l’uomo prima era subordinato al volere divino, al dover castigare la parte corporale, umana che lo caratterizza in previsione di una vita ultraterrena (visione medioevale, teocentrica); La visione teocentrica è anche la visione che Dante ci propone della conoscenza dell’uomo (canto di Ulisse e la necessità da parte dell’uomo di accettare dei limiti della conoscenza umana; limiti che sono posti da Dio, accettare per fede ciò che dio stabilisce). Con l’umanismo invece l’uomo è al centro della propria vita, è cosciente delle proprie capacità; deve decidere il proprio destino con le relative conseguenze positive e negative (padrone delle sue scelte); non significa che nel periodo dell’umanesimo l’uomo non riconosca Dio, che non accetti la religione, ma esso vede che deriva proprio da dio la volontà di porre l’uomo padrone della propria vita sulla terra. LE STRUTTURE POLITICHE-ECONOMICHE E SOCIALILA VITA POLITICA IN ITALIA DEL QUATTROCENTO Fin dalla fine del duecento, si delinea in varie città italiane una nuova forma di governo, la signoria (in precedenza erano presenti i comuni, istituzioni con varie magistrature, una forma di governo “allargata”). I conflitti tra le fazioni erano diventati forti (Dante aveva rappresentato questi conflitti anche nelle sue opere) quindi:  le istituzioni comunali ne risultarono indebolite, e ciò aveva consentito a individui singoli o famiglie di imporre il loro dominio personale;  in altri casi il bisogno di pace e stabilità aveva indotto i cittadini e i singoli comuni a consegnare il potere nelle mani di un signore (podestà), che fungesse da mediatore nelle contese. Nel corso del trecento e del quattrocento le signorie si consolidano, e il potere passa stabilmente in mano un individuo che si trasmette ereditariamente alla sua famiglia. Il potere dei signori viene legittimato da titoli feudali conferiti dall'imperatore o dal pontefice e la signoria si trasforma in principato. Un'eccezione è Firenze , infatti continua ancora nei primi le decenni del quattrocento a reggersi con gli ordinamenti comunali (anche se, il potere effettivo era detenuto da un ristretto numero di famiglie); ma anch'essa nel 1435 passa sotto la signoria di Cosimo de Medici, appartenente a una ricca famiglia di mercanti di banchieri., Il signore (o principe) si circonda di consiglieri, di persone fedeli e di funzionari devoti e insieme:  decidono la politica interna ed estera,  controllano la vita economica e culturale,

 amministra la giustizia (tasse, nuove leggi…) Attorno a lui si crea una corte , di cui fanno parte non solo il personale amministrativo, ma anche intellettuali e artisti. Il signore ama infatti proteggere la cultura e le arti, per ricavarne prestigio presso gli altri Stati, ma anche per assicurarsi il consenso interno. È questo il fenomeno del mecenatismo (tutti quelli che fanno parte della corte diventano mecenati e il termine deriva da mecenate, il collaboratore di Augusto che proteggeva i letterali e dirigeva la politica culturale dell'impero romano; in cambio di opere gli artisti in cambio di denaro e protezione), tipico della società e della cultura del Rinascimento. Grazie ad esso le signorie divengono splendidi centri cultura, in cui si coltivano la letteratura, la filosofia, le scienze, le arti… I signori, investono somme enormi per costruire palazzi e ville, per ornarli con affreschi e statue, o per far decorare cappelle intitolate a loro stessi nelle chiese; tutto questo per dar lustro alla loro corte e mettersi in “competizione” con le altre signorie (gara alla produzione del “bello”, dell’arte). Da qui trae alimento la fioritura artistica del 400, che sperimenta linguaggi artistici nuovi e rivoluzionari e caratterizza ancora oggi l’Italia. A questo splendore intellettuale fa riscontro uno spegnersi della dialettica politica e della vita civile, in confronto all'età Medioevale. Non si assiste più a una contrapposizione di tendenze e partiti e viene meno la partecipazione dei cittadini alla conduzione del potere. Il cittadino si trasforma in suddito : non è più un soggetto autonomo in scelte e decisioni, ma si unifica alla volontà di uno solo (il signore); deve solo obbedire al principe che detiene tutti i poteri. Lo spirito repubblicano sopravvive solo a Firenze, dove gli intellettuali sono fieri della florentina libertas, e disprezzano le “tirannidi” di stati signorili come Milano; ma con l'affermarsi della signoria medicea anche a Firenze il fervore civile repubblicano scompare e si impone lo spirito cortigiano. Una caratteristica dell'organizzazione politica di questa età è la tendenza delle signorie più potenti all'espansione territoriale , a spese delle città vicine. Si viene a creare un sistema di stati di dimensioni regionali: Milano, Venezia, che si allarga nella terraferma, Firenze, che si allarga in quasi tutta la Toscana. Lo stesso Stato Pontificio è un principato. Accanto agli Stati maggiori, anche altri minori si espandono: gli Estensi di Ferrara in area emiliana e romagnola, i Montefeltro di Urbino tra Marche, Romagna e Umbria. Pertanto, tra tutti questi stati, nella prima metà del secolo, scoppiano guerre continue feroci. Con la pace di Lodi del 1454 ha inizio un lungo periodo di tranquillità, che dura per mezzo secolo, fino al 1494. Si stabilisce tra gli Stati italiani un delicato equilibrio, favorito e garantito dall'abilità politica di Lorenzo de’ Medici. Questo equilibrio consente uno sviluppo economico e una grande fioritura artistica, ma impedisce il formarsi dell'unità statale d'Italia, e ciò costituisce un fattore di debolezza nei confronti degli altri paesi europei, come la Francia, la Spagna o l'impero germanico, in cui si sono formate forti compagini statali. Qui risiedono le radici della crisi di fine secolo, che porterà la perdita dell'dipendenza degli stati italiani  ECONOMIA E SOCIETA’ Dal punto di vista economico gli ultimi decenni del trecento sono stati segnati da una forte depressione, causate da carestie ed epidemie, che avevano determinato anche un calo demografico e un abbassamento del tenore di vita. Nel corso del quattrocento si ha una netta ripresa. Un'altra caratteristica dell'economia è una riconversione degli investimenti in attività agricole : molte famiglie di antica tradizione mercantile preferiscono investire i loro capitali nell'acquisto di proprietà terriere, perché l'agricoltura presenta meno rischi delle imprese mercantili. Il legame con la terra era ormai venuto meno alla borghesia dell'età precedente, ma ora si “ripristina”; però sembra allentarsi lo spirito di intraprendenza mercantile che ha caratterizzato la società urbana nei due precedenti. La grande borghesia cittadina tende ad assimilarsi all'aristocrazia di antica tradizione, non solo degli stili di vita, ma anche nella base del potere economico, che è prevalentemente la rendita terriera. La borghesia cittadina possiede notevoli ricchezze, che può spendere in generi di lusso (stoffe preziose, gemme, profumi orientali), nella costruzione di splendidi palazzi e ville, nella committenza di opere d'arte… Anche questa ricchezza privata insieme al mecenatismo dei signori, è alla base dell'eccezionale fioritura artistica di questo periodo. Si diffonde tra i ceti privilegiati uno stile di vita improntato alla ricerca del piacere , del godimento squisito e del lusso esteriore. Tocca il culmine l’ideale del saper vivere , che era stato elaborato dalla borghesia romana due-trecentesca fondendo insieme i valori aristocratici della cortesia con i nuovi valori borghesi, ideale che ha trovato celebrazione

  1. La separazione dell'intellettuale e il suo distacco dalla realtà, che nascono dall’aristocraticismo elitario di quella civiltà, dalla chiusura del circuito promozione-fruizione
  2. La funzione di artisti e letterati, il legame stretto di dipendenza dal principe, che genera servilismo e adulazione. Entrambi questi fattori possono impedire una partecipazione viva ai problemi, alle aspirazioni, alle passioni del proprio tempo. Possono scaturire sterilità creativa, ripetizioni stanca di formule e schemi, puro formalismo decorativo; né può derivare una letteratura prima di nutrimenti vitali, vuota. Questi pericoli diverranno reali più avanti in concomitanza con la crisi politica italiana nel corso del cinquecento.  L’ACCADEMIA Un’istituzione nuova del quattrocento è l’ accademia. È fortissimo tra i nuovi intellettuali umanistici il senso del carattere “dialogico” della cultura, la consapevolezza che essa è scambio di idee, confronto, discussione. È una caratteristica che si alimenta dell'ammirazione per scuole antiche, specie per l'Accademia di Platone, dove il dialogo era il metodo di ricerca fondamentale: proprio dal nome dell'antica scuola platonica traggono la denominazione le Accademie umanistiche. Esse sono cenacoli dove dotti tra loro amici si incontrano per conversare, discutere, scambiarsi conoscenze, facendo vita comune. Le riunioni di questi gruppi di dotti avvenivano nei palazzi delle ville dei nobili mecenati, o presso le corti stesse, sotto il patrocinio del signore: l'Accademia platonica di Firenze era sotto la protezione di Lorenzo de medici in persona.  L’UNIVERSITA’ E LE SCUOLE UMANISTICHE Sopravvivono in questa età le università, che continuano a formare i rappresentanti delle diverse professioni, ma esse sono spesso in contrasto con i nuovi indirizzi della cultura umanistica, conservando, contro il dominante platonismo, un indirizzo aristotelico. È però un aristotelismo che non ha più rapporti con la scolastica medievale ed è indirizzato in senso naturalistico e razionalistico, a studiare cioè con metodi razionali i fenomeni della natura. La cultura umanistica ha come fondamento l'idea di una formazione armonica dell’uomo: perciò l'insegnamento in quest’età assume un ruolo fondamentale, e molti umanisti sono degli insegnanti. Nascono così scuole ispirate ai nuovi principi pedagogici, in cui si guarda al discende non come un contenitore di una somma di nozioni da apprendere a memoria, ma come soggetto attivo di un processo di formazione per sviluppare unicamente tutte le facoltà della persona, non solo quelli intellettive ma anche quelli morali, emotive e fisiche , attraverso processi di socializzazione con i compagni e il maestro, attraverso lo studio delle discipline umanistiche ma anche attraverso l'attività fisica.  LE BOTTEGHE DI ARTISTI E STAMPATORI E LE BIBLIOTECHE Centri di cultura sono anche le botteghe artistiche dei pittori e degli scultori. Gli artisti vedono mutare la loro collocazione sociale in un periodo di grande fioritura delle arti figurative: non sono più semplici rappresentanti di arti meccaniche, lavoratori considerati alla misura degli artigiani, ma godono di grande prestigio e considerazione fino ad arrivare ad essere ammessi a corte; essi sono anche spesso forniti di buona cultura umanistica, esperti di scienze matematiche e geometriche, indispensabili per apprendere le leggi della prospettiva, proprie della pittura di questo periodo. Anche nel quattrocento, con la diffusione della stampa nasce un altro centro, la bottega dello stampatore in cui giungono letterati e filosofi e diviene un luogo di incontro, discussione e scambio culturale. La stampa era destinata a rivoluzionare la diffusione della cultura e incidere nella sua stessa fisionomia; ma, il fenomeno conoscerà il suo sviluppo solo nel secolo successivo. Tre i centri di cultura cominciano ad assumere peso anche le biblioteche. Esistevano già in precedenza grandi biblioteche di conventi e vescovadi o di ricchi signori o di grandi intellettuali, come Petrarca, ma erano istituzioni chiuse, inaccessibili al pubblico. Nel corso del quattrocento iniziano a formarsi le prime biblioteche pubbliche che non si limitano a conservare il libro, ma lo fanno circolare nelle mani dei lettori. INTELLETTUALI E PUBBLICO

 L’INTELLETTUALE CITTADINO, IL CORTIGIANO E IL CHIERICO

Nella Firenze repubblicana sopravvive, nei primi decenni del quattrocento, la figura dell' intellettuale comunale : il cittadino che non trae il suo sostentamento dalla professione intellettuale, ma da altre attività, e che partecipa alla vita politica del Comune, ricoprendo cariche pubbliche ed esprimendo in ciò che scrive i suoi ideali civili. Tali sono i rappresentanti del primo Umanesimo fiorentino, che si definisce “ umanesimo civile ”. È una figura che scomparirà del tutto a Firenze anche in seguito, grazie al ritorno delle forme repubblicane. Il tipo di intellettuale che diviene dominante è quello cortigiano cioè che si colloca nella corte. Talora questi intellettuali possono provenire da una famiglia aristocratica e godere di rendite che consentono indipendenza economica o può essere il signore della città come Lorenzo de Medici; più spesso si trova alle dipendenze di un signore e ne riceve protezione e mantenimento in cambio dei suoi servizi. Alcuni intellettuali:  sono stipendiati esclusivamente per svolgere la loro attività di poeti e di studiosi,  altri sono affidati incarichi diplomatici o politici;  altri sono segretari, bibliotecari, o precettori del signore. La subordinazione al potere e la professionalità sono i principali aspetti che differenziano questa figura da quella dell'intellettuale cittadino: lo scrittore deve la sua posizione alla volontà del signore ed è uno specialista, che si dedica interamente all'attività intellettuale e trae sostentamento proprio da questa sua professione, che gli garantisce i favori del signore. Il maggiore o minore grado di espressione o di condizionamento ideologico derivante dall'atteggiamento dei signori: In questa età i principi tendono a concedere grande autonomia ai letterati cortigiani, senza imporre vincoli ideologici troppo pesanti. La situazione cambierà nel cinquecento, specie nella seconda metà del secolo in età controriformistica. L’unica alternativa che si offre agli intellettuali che non vogliono entrare alle dipendenze dei principi è la condizione clericale (chierico). Vescovi e cardinali erano in realtà grandi signori, che conducevano vita splendida e raffinata e, se intellettuali, non erano obbligati a sostanziare le loro opere di principi strettamente religiosi e devozionali, scrivendo testi profani a volte licenziosi. La corsa per entrare nelle strutture della Chiesa si accentuerà nel secolo successivo, in conseguenza della grave crisi politica delle corti italiani, che genererà insicurezza, chiusura e isolamento: solo la Chiesa, in tale panorama, conserverò un ruolo di rilievo politico. Una caratteristica tipica dei letterati di questo periodo è la loro estrema mobilità nello spazio. L'Italia possiede una grande pluralità di centri culturali, ognuno dei quali ha una fisionomia diversa. La circolazione e lo scambio tra i vari centri sono molto intensi proprio grazie alla mobilità dei letterati, che si spostano continuamente alla ricerca di sistemazioni più convenienti o sotto la spinta della curiosità intellettuale. Il movimento degli intellettuali è fonte di una circolazione viva di idee che favorisce una omogeneità culturale dell’Italia.  UN PUBBLICO ELITARIO Le caratteristiche del pubblico di questa età sono diverse da quelle dell’età comunale: in due e trecento sono secoli di un processo di assimilazione culturale, in cui ceti emergenti si appropriano della cultura che serve alla loro affermazione sociale e politica. La cultura umanistica è strettamente elitaria; ciò contribuisce il ritorno al latino , che diviene nuovamente la lingua dell’alta cultura. La produzione umanistica diventa a circuito chiuso, nel senso che gli intellettuali scrivono quasi esclusivamente per altri intellettuali. La situazione non cambia molto quando, nella seconda metà del secolo, si ritorna al volgare: si tratta di una produzione raffinatissima, rivolta ad un’élite colta dai gusti aristocratici, che usa una lingua modellata sul latino, ricca di riferimenti dotti. Si crea un distacco tra la cultura “alta” e la circolazione della cultura popolare, che si affida all’oralità e resta limitata prevalentemente al campo religioso (prediche, sacre rappresentazioni). Il panorama comincia a cambiare con l’introduzione della stampa, che favorisce maggiore alfabetizzazione e diffusione della cultura (anche il libro a stampa resta un oggetto per pochi)

Pertanto l'imitazione non può essere passiva, non deve mirare ad una meccanica riproduzione dei modelli, deve anzi essere attiva dinamica e creativa. Gli uomini si rendono conto attraverso il dialogo che bisogna scoprire la propria dignità individuale. I classici divengono così i modelli ideali a cui ammirare ma ciò che conta è costruire il proprio concreto modello spirituale, in obbedienza alle esigenze del presente. Per questo motivo il principio di imitazione nella fase più forte del dell'età rinascimentale non rimase relegato tra i libri ma in incise realmente nella costruzione della vita civile e determinò uno spostamento tra il mondo culturale e la vita attiva, sociale. Questo bisogno di riscoprire gli antichi, fondato sulla necessità di tradurre il loro insegnamento in creazione originale attiva, rispondente alle esigenze del qui e ora , generando così un modo per profondamente nuovo modo di apprendere la funzione della cultura In primo luogo il principio di imitazione esige che si conoscano nel modo più completo gli autori antichi. Nel Medioevo, si era continuato a leggere i classici e ad ammirarli, ma non si sentiva il bisogno di spingere lo sguardo al di là della conoscenza della cultura classica. A partire da Petrarca e Boccaccio si cominciò ad avvertire la curiosità di conoscere anche autori Latini di cui si aveva notizia ma non si leggevano più i testi, che si ritenevano perduti. L’immagine di Petrarca, nei suoi numerosi viaggi in varie regioni d'Europa, di un uomo che amasse cercare nelle biblioteche dei testi dimenticati, fu seguito dalle generazioni successive di intellettuali. Nell'arco di pochi decenni una serie di scoperte arricchì enormemente la conoscenza della cultura Latina. Queste scoperte alimentarono il mito della rinascita del mondo classico. Parallelamente, si afferma anche il bisogno di conoscere direttamente la letteratura e la cultura greca. Anche in questo caso Petrarca e Boccaccio furono dei precursori, intraprendendo lo studio della lingua greca, che in occidente era stata abbandonata nel corso del Medioevo, anche se nessuno dei due riuscì mai a raggiungere il pieno dominio della lingua. LA COSCIENZA DEL DISTACCO ANTICO Sì è visto che il medioevo, pur non ignorando la cultura antica, non aveva coscienza del distacco storico che si era verificato tra il passato e il presente, perciò tendeva ad assimilare gli antichi con la propria mentalità, sovrapponendo i testi con le proprie concezioni etiche e religiose e il proprio modo di interpretazione allegorica. Gli uomini di cultura del 400 hanno invece una netta conoscenza del distacco che si era creato rispetto all'antichità e proprio per questo sentono il bisogno di recuperare la vera fisionomia, di attingere con assoluta fedeltà alla essenza autentica delle opere, liberandole dalle deformazioni che il medioevo aveva sovrapposto. L'uomo di cultura del Medioevo vedeva in un testo antico un'autorità, l'affermazione di una verità assoluta ed eterna, che bisognava accettare senza discussione. L'intellettuale del 400 invece vede l'espressione dei testi antichi come l’espressione di uomini vissuti in un determinato momento della storia, che per essere compresi nel loro pieno significato originario devono essere esattamente collocati nel loro tempo e nella loro cultura. È giusto però ricordare che gli uomini del quattrocento vedevano le espressioni vero del mondo come modelli perfetti, tuttavia però si possedeva la conoscenza che le opere sono i prodotti di un'altra civiltà, non si limitano quindi ad una copiatura passiva e meccanica ma ad una produzione basata sulla ricreazione originale e adattata alle esigenze del qui e ora. I modelli non sono più auctoritas assolute, ma nasce l'idea del carattere relativo dei prodotti della civiltà umana. La filologia e la scienza umanistica Le due esigenze prospettate, quella di recuperare la vera essenza della classicità e quella di collocare la classicità esattamente nel suo periodo storico, determinano il sorgere di un metodo tecnicamente nuovo di avvicinarsi ai classici. In primo luogo, è essenziale che si conosca la lingua latina e indispensabilmente la lingua greca, nel suo preciso uso antico, infatti nel Medioevo il latino era bensì la lingua comune della cultura, ma era una lingua profondamente diversa da quella di Cicerone e Virgilio. Per le opere dei classici occorreva inoltre ristabilire un testo corretto, il più vicino possibile all'originale, infatti i testi delle varie redazioni erano stati attraverso il medioevo riempiti di errori dei copisti e aggiunte. Per ristabilire l'edizione corretta occorreva un accurato confronto tra le varie copie a disposizione, in base ai criteri estremamente rigorosi di scelta tra le varie copie. In fine per comprendere fedelmente l'opera, occorreva conoscere in profondità fatti storici, e costumi, le istituzioni politiche e giuridiche religiose dell'epoca in cui è stata scritta

l'opera. Nasce così una nuova scienza , la FILOLOGIA, che studia i testi e li ricostruisce in modo critico per riportarli alle condizioni originali. Un esempio: tutta la civiltà medievale aveva creduto alla cosiddetta donazione di Costantino, un documento in cui l'imperatore lasciava Roma al papa, e da cui la chiesa traeva legittimazione giuridica al suo potere temporale. Ma il filologo Lorenzo Valla, invece di accettare l'universale condizione, basandosi su una precisa analisi filologica della lingua del documento dimostrò che non poteva essere stato redatto nel IV secolo dopo Cristo e che si trattava di un falso medievale. Questa mentalità nuova non è limitata al campo filologico letterario ma si estendeva anche alla scienza, che era più basata sull'osservazione dei fenomeni e non sui libri sulla tradizione. GLI STUDIO HUMANITAS E LA PEDAGOGIA UMANISTICA Il rapporto con i classici è il fondamento della nuova visione che l'umanesimo ha della cultura. Mentre per il medioevo la conoscenza era finalizzata essenzialmente alla salvezza, nel quattrocento la concezione della cultura e delle sue funzioni si laicizza, lo scopo della cultura diviene la formazione dell'uomo. Le discipline letterarie acquistano una centralità assoluta, gli studi delle lettere classiche vengono esaltati come quelli che formano l'uomo nella sua interezza, nell'armonia perfetta di tutte le sue facoltà che lo arricchiscono di tutte le sue virtù, che fanno di lui una creatura privilegiata tra le altre e lo distinguono dai bruti. Questo primo periodo del rinascimento viene chiamato umanesimo, e umanisti gli intellettuali che ne sono esponenti. In campo pedagogico le discipline letterarie,( l'eloquenza, la filosofia, la filologia, la storia) assumono il primato, sostituendo il trivio e il quadrivio. Questo identificare la cultura con la cultura letteraria su un principio destinato a lunga fortuna, tutto sommato è ancora alla base dell' istruzione liceale in italia (si dà maggior spazio alle discipline letterarie rispetto ad altre). Alla formazione intellettuale si affianca poi quella fisica, attraverso l'esercizio del corpo. All'origine di questa formazione intellettuale è presente una rivalutazione che trova espressione nelle contemporanee arti figurative che esaltavano, anche attraverso il nudo, la perfetta armonia della forma umana. Scaturisce così un ideale di uomo armonico in tutte le sue componenti spirituali e fisiche. Si identifica un uomo, in cui la bellezza e la forza del carattere si rispecchiano nella bellezza e nella forma del corpo, a questo ideale si affianca anche l'idea classica per cui la bellezza esteriore era considerata specchio della bellezza interiore. Questo aspetto viene ispirato soprattutto da cicerone. La grande fortuna di cui lo scrittore latino gode in quest'età derivano non solo dal fascino che lui emana come modello di stile, ma anche dal fatto che nelle sue opere si può trovare un'elaborazione compiuta di quell'ideale di humanitas a cui gli umanisti aspiravano. Nell'ambito educativo, queste virtù si esercitano soprattutto nella vita del comune, nei rapporti con gli altri fanciulli e col maestro: la struttura delle scuole umanistiche infatti era quella del collegio in cui i maestri e gli allievi vivono insieme, anche questo modello è destinato a durare nel corso dei secoli. Si tratta di un'indicazione essenzialmente laica, che ha come fine la formazione della classe dirigente ed è un'educazione esclusiva destinata alle famiglie più nobili. L'UMANESIMO CIVILE I SUOI VALORI Nella concezione degli umanisti gli studio di umanità non possono avere solo il fine di arricchire spiritualmente il singolo, ma devono formare il cittadino che partecipa attivamente alla vita politica della sua patria. L'uomo si può realizzare pienamente solo nella vita civile, perciò si va ad esaltare la vita attiva al di sopra di quella ascetica e si concepisce la cultura essenzialmente come civile conversazione, dialogo di uomini con i loro simili all'interno della comunità sociale. Il primo nucleo della società è la famiglia. Gli umanisti ritengono che l'uomo si realizzi veramente solo nel matrimonio. La scala di valori su cui si fondava la visione della vita del Medioevo ascetico e cavalleresco viene così rovesciata. L'ideale ascetico escludeva infatti per l'eroe Cristiano, il matrimonio e la vita familiare, ma anche nel campo profano dei valori cavallereschi e dell'amore cortese si escludeva il matrimonio. Ugualmente si verifica anche nella concezione della vita economica l'ideale cristiano infatti condannava l'attività bancaria, il prestare denaro ricavandone un interesse, e considerava peccaminosa la cupidigia di ricchezze, esaltando la povertà evangelica. Questo è sottolineato e precisato anche da Dante nella Divina Commedia.

 Roma fu un centro vivo di studi filosofici archeologici spezie per l’impulso dei Papi Nicolò V e Pio II. Pio II prima di salire al seggio papale era stato un’umanista. A Roma sorge l'accademia Romana che coltiva soprattutto studi filosofici archeologici, intesi alla ricostruzione dell'antico mondo romano.  Napoli, grazie al mecenatismo dei Re aragonesi, fu uno splendido centro di cultura umanistica. A Napoli convergerono e soggiornarono a lungo l'umanista Fiorentino Lorenzo Balla e Antonio Baccarelli, detto il Panormita. Il Panormita fu uno squisito poeta latino, fondò un'accademia, che prese il suo nome: “Antoniana”, successivamente venne rinominata in accademia Pontaniana. Napoli fu anche un importante centro di poesia volgare con il poeta Iacopo Sannazaro LA LINGUA: IN LATINO E VOLGARE La letteratura dell'età comunale aveva segnato il trionfo del volgare sul latino e ciò testimoniava l'estensione della cultura a ceti prima esclusi, l'affermazione del volgare come lingua letteraria accompagnava quindi un grandioso processo di elevazione sociale e culturale di nuovi ceti. Il 400 vede un'importante inversione di tendenza, il culto umanistico dei classici, la volontà di recuperare la fisionomia dell'antichità e di riappropriarsi del suo insegnamento determinò un nuovo predominio della lingua, non più un latino medievale, (che gli umanisti avevano disprezzato e identificato come corrotto e barbaro) si tratta di un latino classico, modello per eccellenza della prosa umanistica è cicerone, mentre nella poesia sono soprattutto i poeti dell'età augustea come Virgilio, Orazio, e Ovidio. Durante l’umanesimo il volgare rimane legato soprattutto ad usi pratici, le opere letterarie che si continuano a scrivere in volgare sono prettamente laude, sacre rappresentazioni, vite dei santi, libri di mercanti, lettere familiari, cantari cavallereschi. Solamente verso la metà del secolo si ha una nuova inversione di tendenza, il volgare comincia a riprendere piede come lingua di cultura. La lingua usata dagli scrittori tende tuttavia a modellarsi sul latino dei classici, si riproduce l'ampio periodare ricco di subordinate, si introducono latinismi nel lessico, si riprendono figure retoriche, si inseriscono spesso vere e proprie citazioni testuali. Una ripresa del volgare si presenta in primo luogo a Firenze, dove la letteratura volgare aveva una tradizione illustre e prestigiosa, che poteva vantare grazie a dante, Petrarca e boccaccio, ritenuti degni di essere accostati ai classici antichi. Oltre che a Firenze, il volgare riacquisto dignità letteraria anche negli ambienti di Ferrara e Napoli. La ripresa del volgare è accompagnata anche dal ritorno a generi consolidati come la lirica amorosa di ascendenza petrarchesca, la materia cavalleresca e la novella boccacciana. Il volgare che viene adottato è sostanzialmente quello fiorentino, ormai consacrato come lingua letteraria del prestigio grazie ai grandi scrittori del trecento. Tuttavia il volgare fiorentino non è un modello è rigidamente codificato, riprodotto con scrupolosa fedeltà, la letteratura volgare del quattrocento è infatti caratterizzata da una grande linea e varietà linguistica, in parallelo con lo sperimentalismo delle forme dei generi. Le lingue usate nei vari settori conservano caratteristiche locali nella fonetica, nella morfologia, nella sintassi, anche se modellate sul latino dei classici. Nel 400 si verifica comunque l'affermazione definitiva di una lingua nazionale che viene identificarsi con il fiorentino. Bisogna però tenere presente che questa lingua unitaria è solo una lingua letteraria, impiegata da una ristretta minoranza colta e solo per determinati usi culturali. Non si ha perciò un’unica lingua su tutto il territorio della penisola ma il volgare fiorentino è impiegato da pochi e solo per usi particolari e la lingua effettivamente parlata dalla maggioranza della popolazione è determina da un lato dal carattere estremamente aristocratico della letteratura italiana, che è separata dalla vita della massa e dall'altro la separazione totale di queste masse rispetto alla cultura di alto livello. È una situazione destinata a durare per secoli e che non è del tutto scomparsa ancora oggi. DAL DISPREZZO DEL MONDO ALLA DIGNITA’ DELL’UOMOIL DISPREZZO DEL CORPO NEL MEDIOEVO: visione teocentrica Nei secoli dell'età medievale e quella rinascimentale sono presenti dei progressivi mutamenti della mentalità, della sensibilità e del modo di concepire la collocazione dell'individuo nel mondo. Secondo una tradizione medievale, la realtà terrena non è concepita come autonoma ma risulta subordinata alla perfezione del disegno divino. Soltanto Dio dà significato alle cose, l'individuo avrà valore solo dopo la morte quando la creatura si ricongiungerà con il creatore.

Una simile concezione del mondo può dare luogo a:  una sua accettazione serena, come il messaggio trasmesso da San Francesco,  ma anche a una svalutazione totale delle esperienze dell'uomo considerato come una creatura vile e spregevole, che non ha in sé alcun valore, come non hanno valore i beni e i piaceri mondani a cui aspira. Trova le sue più cupe espressioni in alcuni trattati intitolati “ il disprezzo del mondo ” (de contemptu mundi); il più noto è quello di Lotario Diacono che sarà poi Papa con il nome di Innocenzo III. Scritto in latino, l'opera è caratterizzata da un'estrema crudezza delle immagini, non solo per quanto riguarda le terribili pene infernali ma anche per l’insistenza sugli aspetti più macabri della vita umana. Questa linea del disprezzo il mondo si collega con il poeta religioso Jacopone da Todi che rappresenta la più vistosa alternativa rispetto a San Francesco. Esiste un filone in cui la tematica del disprezzo dell'uomo appare più ingentilita: alla visione ed estremista del disprezzo del mondo subentrerà una sottile inquietudine religioso-esistenziale, un esempio è la poesia di Petrarca che condanna la vanità dei beni terreni, soggetti al trascorrere del tempo LA VANITA’ DEI BENI TERRENI - Lotario Diacono Scritto all’inizio del 1200, in latino da parte di Lotario Diacono ed è un trattato sul disprezzare il mondo terreno. Questo testo è importante per capire il cambiamento di mentalità dal medioevo all’umanesimo nei confronti di ciò che è l’aspetto terreno della vita dell’uomo. Analisi: nella prima parte del testo lo scrittore sottolinea come il mondo sia solo male e peccato (visione negativa della vita dell’uomo) … Un esempio sono i versi 2-3 “quasi tutta la vita de’ mortali è piena di peccati…” Dalla riga 5 alla riga 17 descrive una parte dei peccati che secondo lui persistono tra gli uomini; da questo elenco si può trarre la prospettiva di Lotario: l’uomo ha solo aspetti negati se non rispetta il volere di dio e gli si sottomette. Nel secondo paragrafo del testo viene evidenziato non solo che l’uomo è spinto solo al male, ma anche che il corpo non ha significato, è solo un involucro… lui sostiene la sua tesi descrivendo cosa avviene al corpo umano dopo la morte: viene divorato dagli animali, si decompone. Quello che tanto viene elogiato nella vita (il corpo) cade nella putrefazione (vuole sottolineare l’inutilità del corpo) A contrario della visione di Lotario è quella di Jacopone da Todi (O Segnor, per cortesia) in cui tramite una lauda chiede a Dio che gli vengano tutti i mali del mondo (rovescia i valori umani, al posto di pregare per la salute prega per soffrire) per far si che il suo corpo si decomponi al più presto e possa lasciare libera l’anima per far si che si ricongiunga con Dio. Un altro testo in cui vengono contrastate le teorie di Lotario è “ l’esaltazione del corpo e dei piaceri, contro l’ascetismo medievale ” scritto da Giannozzo Manetti in latino (umanesimo civile). Questo testo è stato scritto tra la fine del trecento e l’inizio del quattrocento a Firenze e manifesta un cambiamento di prospettiva ... Dalla prospettiva teocentrica a quella antropocentrica tipica dell’umanesimo. Questo testo scritto da Manetti è una risposta diretta al testo di Lotario, un controbattere contrastando le teorie. Tra la riga 13 e la riga 19 è presente una confutazione delle teorie espresse da Lotario e viene sottolineato che il corpo e la vita terrena sono doni di Dio e bisogna goderli nel piacere (insegnamento religioso). Afferma che anche se ci godiamo il corpo, lo rispettiamo e non commettiamo peccati riusciamo a raggiungere la trinità e la salvezza eterna. L’EDOMISMO E L’IDILLIO NELLA CULTURA UMANISTICA La rivalutazione dell'individuo con le sue doti spirituali e corporee porta a riconsiderare nella loro interezza i beni dell'esistenza. Il punto di partenza di questo atteggiamento individuato nel passo in cui Giannozzo Manetti confuta il De contemptu mundi di Lotario Diacono. Se nella vita dell'uomo le gioie compensano i dolori è preferibile concentrarsi su di esse, cercato di cogliere le opportunità favorevoli. Ma bisogna evitare di confondere un simile atteggiamento con l'invito ad approfittare di tutti i piaceri possibili. Si tratta di una disposizione intellettuale che fa parte di una concezione della realtà sostenuta da precise basi fisiologiche. L’eudemonismo, ossia la ricerca del piacere, diventa un fenomeno culturale che ha i suoi riflessi sul piano del costume sociale mondano negli ambiti raffinati delle corti. Andando oltre la ricerca del tuo commento materiale, le gioie della vita si inseriscono in un ampio progetto di costruzione artistico-culturale che ha come obiettivo il conseguimento della pura e perfetta bellezza. Questa raggiunge la sua più alta proiezione nella figura femminile, come oggetto di un vagheggiamento insieme sessuale e spirituale. I due termini non sono contraddittori:  la sessualità si riveste di forme selezionate e preziose che rinviano a sensazioni sublimate e altamente spirituali