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Un arcipelago produttivo , Appunti di Antropologia Dei Processi Culturali

Appunti per l'esame di Reti transnazionali e forme di economia

Tipologia: Appunti

2015/2016

Caricato il 25/06/2016

Maria.Francesca1992
Maria.Francesca1992 🇮🇹

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Un arcipelago produttivo
Introduzione:
Questo volume esamina il peculiare intreccio di migrazioni e investimenti diretti che connette
l’Italia con la Romania a partire dai primi anni Novanta.
-Nel primo saggio Ferruccio Gambino e Devi Sacchetto discutono gli esiti del ridisciplinamento dei
flussi migratori e dei possibili effetti di un’imprenditorialità di ritorno che esalta alcune
individualità, ma che può ulteriormente aumentare le differenze sociali già cospicue nell’Europa
sud-orientale.
-Nel secondo saggio Pietro Cingolani esaminala divaricazione dei destini sociali, divaricazione che
si dispiega sia in un villaggio della Romania sia a Torino. Attraverso alcune storie di vita l’autore
mette in evidenza come le relative disparità dei migranti alla partenza si ingigantiscono nella
travagliata vicenda del percorso migratorio e della sistemazione.
-Nel terzo saggio, Alice Vianello parla delle traiettorie della migrazione femminile romena che
hanno inciso intensamente ella società italiana, e per default in quella romena.
-Nel quarto saggio Mimmo Perrotta fa un’analisi etnografica, partecipando in prima persona a
quello che è il duro ambiente della manovalanza edile punta l’obiettivo sull’elemento della
solidarietà trasnazionale come antidoto alla frammentazione e diffidenza tra gruppi di lavoratori di
varie provenienze.
-Nel quinto saggioDevi Sacchetto analizza lo spostamento delle nostre aziende nei paesi dell’est.
-Nell’ultimo saggio Veronica Rendini mette a tema le pratiche discorsive che emergono nei
significati di località e il loro legame con l’identità nel momento sia della produzione sia del
commercio.
FORME E LIMITI DELLA MOBILITA’ TRA ITALIA E ROMANIA DOPO LA CADUTA DEL MURO DI
BERLINO.
- I giochi della differenziazione
Negli scorsi anni Novanta, mentre la frontiera tra le due germanie scompare, se ne vengono a
formare delle nuove.
Contrariamente ad altre aree del mondo, quale per esempio l’america settentrionale, l’europa
sembra ancora lontana dall’aver sedimentato una sua configurazione definitiva.
Dopo la caduta del muro di Berlino, i cambiamenti istituzionali ad esso connessi hanno finito per
toccare la mobilità e in più generale l’esercizio della libertà personale di movimento nei paesi non
solo dell’ex socialismo reale, ma anche in quelli euro-occidentali. Prendiamo il caso dei paesi
dell’ex Jugoslavia in cui il destino dei cittadini è oggi differenziato, in quanto ad esempio gli
sloveni, oggi membri dell’UE, possono muoversi liberamente mentre altri, diventati membri di
Stati-nazione meno favoriti, non posso attraversare senza un visto le nuove frontiere di quello che
fu il loro paese, come nel caso dei bosniaci e dei macedoni.
L’espansione dell’UE è un fattore di forte allineamento e conformità delle politiche degli Stati
membri e di differenziazione della mobilità degli individui, non solo a largo ma anche a corto
raggio. In questo senso va letto il processo di ampliamento dell’UE come creazione di nuovi confini
sia visibili che non. I confini tra l’Europa dell’UE e quella che ne è esclusa vengono così
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Un arcipelago produttivo

Introduzione: Questo volume esamina il peculiare intreccio di migrazioni e investimenti diretti che connette l’Italia con la Romania a partire dai primi anni Novanta.

  • Nel primo saggio Ferruccio Gambino e Devi Sacchetto discutono gli esiti del ridisciplinamento dei flussi migratori e dei possibili effetti di un’imprenditorialità di ritorno che esalta alcune individualità, ma che può ulteriormente aumentare le differenze sociali già cospicue nell’Europa sud-orientale.
  • Nel secondo saggio Pietro Cingolani esaminala divaricazione dei destini sociali, divaricazione che si dispiega sia in un villaggio della Romania sia a Torino. Attraverso alcune storie di vita l’autore mette in evidenza come le relative disparità dei migranti alla partenza si ingigantiscono nella travagliata vicenda del percorso migratorio e della sistemazione.
  • Nel terzo saggio, Alice Vianello parla delle traiettorie della migrazione femminile romena che hanno inciso intensamente ella società italiana, e per default in quella romena.
  • Nel quarto saggio Mimmo Perrotta fa un’analisi etnografica, partecipando in prima persona a quello che è il duro ambiente della manovalanza edile punta l’obiettivo sull’elemento della solidarietà trasnazionale come antidoto alla frammentazione e diffidenza tra gruppi di lavoratori di varie provenienze.
  • Nel quinto saggioDevi Sacchetto analizza lo spostamento delle nostre aziende nei paesi dell’est.
  • Nell’ultimo saggio Veronica Rendini mette a tema le pratiche discorsive che emergono nei significati di località e il loro legame con l’identità nel momento sia della produzione sia del commercio. FORME E LIMITI DELLA MOBILITA’ TRA ITALIA E ROMANIA DOPO LA CADUTA DEL MURO DI BERLINO.
    • I giochi della differenziazione Negli scorsi anni Novanta, mentre la frontiera tra le due germanie scompare, se ne vengono a formare delle nuove. Contrariamente ad altre aree del mondo, quale per esempio l’america settentrionale, l’europa sembra ancora lontana dall’aver sedimentato una sua configurazione definitiva. Dopo la caduta del muro di Berlino, i cambiamenti istituzionali ad esso connessi hanno finito per toccare la mobilità e in più generale l’esercizio della libertà personale di movimento nei paesi non solo dell’ex socialismo reale, ma anche in quelli euro-occidentali. Prendiamo il caso dei paesi dell’ex Jugoslavia in cui il destino dei cittadini è oggi differenziato, in quanto ad esempio gli sloveni, oggi membri dell’UE, possono muoversi liberamente mentre altri, diventati membri di Stati-nazione meno favoriti, non posso attraversare senza un visto le nuove frontiere di quello che fu il loro paese, come nel caso dei bosniaci e dei macedoni. L’espansione dell’UE è un fattore di forte allineamento e conformità delle politiche degli Stati membri e di differenziazione della mobilità degli individui, non solo a largo ma anche a corto raggio. In questo senso va letto il processo di ampliamento dell’UE come creazione di nuovi confini sia visibili che non. I confini tra l’Europa dell’UE e quella che ne è esclusa vengono così

continuamente ristrutturati e investiti dalle nuove forme di mobilità degli individui e di spostamento dei capitali produttivi ancor prima che finanziari. La nuova linea sicuritaria di frontiera dell’UE non punta alla difesa contro un attacco militare bensi agisce come dispositivo poliziesco volto a selezionare e a decelerare i flussi migratorie a ridurre il traffico informale transfontaliero. La guardia si rivolge a oriente per controllare popolazioni che continuano a soffrire di forti limitazioni alla mobilità, a loro volta gran parte di queste popolazioni guardano all’occidente solo come a una vetrina unica, colma di appetibili merci in esposizione. La regolazione dei movimenti di persone tra stati privi di forti vincoli reciproci è sempre selettiva, poichè i confini non sono quasi mai nè totalmente impermeabili nè completamente aperti, rimanendo variamente porosi. Si tratta di linee invisibili che separano quanto connettono; le frontiere sono infatti zone fortemente militarizzate e razzializzate. Nell’ambito del processo di allargamento i paesi candidati sono invitati a costituire nuove relazioni con i paesi vicini, in particolare essi devono stabilire norme più severe di ingresso per chi non è cittadino dell’UE o di altri paesi industrializzati. L’ampliamento dell’Ue diventa così una questione centrale sul piano politico, ridisegnando le mappe della mobilità internazionale. Inoltre con la sfrangiatura dei confini nazionali, all’interno delle stesse aree nazionali si producono spazi eterogenei dove le autorità locali possono delineare nuovi limiti territoriali. Confini che separano i locali dagli stranieri e che assegnano le persone a differenti spazi sociali, politici e legali che si estendono all’esterno dei territori nazionali e sopranazionali.La mobilità delle persone può essere favorita oppure ostacolata con vari accorgimenti che assumono la parvenza dell’ordinaria amministrazione; l’imposizione di visti costosi lascia filtrare soltanto i percettori di redditi elevati; mentre le altre aree sono state deliberatamente lasciate ai margini degli investimenti internazionali. Sia i migranti sia le elite internazionali possono però spesso superare i confini pagando costi più o meno pesanti; mentre per i turisti occidentali e per le elite internazionali non ci sono ostacoli; ai viaggiatori che attraversano per strada o per ferrovia i paesi dell’Europa orientale i confini appaiono strettoie permeabili, dove la porosità è proporzionale alla corruzione della burocrazia. I controllori statali fanno leva sul loro potere burocratico locale che spesso si colora di illegalità, mentre i passeur sfruttano tale corruzione cercando di ridurre al massimo i tempi del transito. Dopo l’11 settembre 2001 il tema della frontiere è diventato centrale, infatti i governi di molti paesi si sono affrettati a dimostrare che i loro confini erano e rimangono sicuri. La paura istituzionalizzata contribuisce a sviluppare processi di gerarchizzazione e di nuova segregazione negli spazi urbani rendendo di fatto inaccessibili alcune aree ai migranti. La guerra al terrorismo non si combatte solo contro i cosiddetti stati canaglia, ma ogni individuo in movimento è potenzialmente pericoloso. ESPATRIATI MA NAVIGATI L’apertura dei paesi dell’Europa centro orientale ha rappresentato un rinnovamento nella divisione del lavoro a livello internazionale. Si tratta della costruzione di un sistema produttivo e di occupazione europeo segnato da uno scambio continuo e ineguale di esperienze tra il patronato e la forza lavoro locale e straniera. Per quanto riguarda gli investimenti italiani in Romania essi sono la somma di modesti capitali ripartiti in un enorme numero di imprese, si tratta di somme che in Italia non potrebbero bastare ad acquistare un mini appartamento di periferia italiana; l’importanza della Romania, come altri paesi, è legata alla possibilità di reperire forza lavoro mediamente qualificata e a basso costo. A tali vantaggi si somma un ambiente economico deregolato.

vivo ha segnato la vita dei coltivatori. Per molti così “votare con i piedi” andandosene diventa una questione di dignità e speranza. Cosi alla fine degli anni ottanta il senso di perdita è particolarmente evidente nei tre paesi meno industrializzati: Albania, Bulgaria e Romania, dove i fenomeni migratori saranno prorompenti. L’emigrazione verso più alti salari nell’Europa occidentale va considerata come una linea di difesa per poter salvare il salvabile, nella speranza che tempi migliori permettano il ritorno. BLOCCHI SUBCONTINENTALI, CORSIE PREFERENZIALI E FUGHE DALL’ISOLAMENTO Il livello salariale è uno degli elementi centrali che promuove l’emigrazione, ma una volta avviata una certa mobilità, il migrante deve preoccuparsi di ottenere validi documenti, di avere una socialità soddisfacente e avere tempi per smaltire stress e fatica. Essi portano con se un insieme di esperienze he li inducono ad adattarsi a diversi stili di vita traendone vantaggio nelle scelte quotidiane. Nell’Europa centro-orientale l’emigrazione è una condizione diffusa, condivisa e vissuta, anche da coloro che non si sono mai mossi di casa. Quando si parte l’attrattiva dell’avventura non è mai quella centrale e la decisione di fermarsi in modo stabile sono scelte strettamente personali. Le diverse forme di mobilità dei migranti si sovrappongono e non devono essere considerate scontate in quanto un individuo che parte modifica la sua visione del mondo e la percezione delle proprie potenzialità. Gli studiosi identificano due tipi di emigrazioni: definitive e temporaneevariamente descritte come incomplete, circolatorie e a pendolo. Possiamo però trovare altre forme di mobilità in quanto spesso chi parte decide durante il viaggio quali sono le modalità e i tempi della propria migrazione. Rimane un nodo centrale quello dell’emigrazione femminile in quanto le donne partono nonostante i doveri di rimanere a casa (figli, famiglia, parenti, pressione del vicinato). Talvolta la migrazione si configura come una fuga, cioè un tentativo forte di scappare all’incasellamento sociale delle piccole comunità, ai bassi salari e alla reimposizione di stili di vita patriarcali. IMPRENDITORI DI RITORNO Nell’Europa centro-orientale si sviluppano migrazioni di ritorno mirate allo sviluppo di imprese. Sono impreditori “transmigranti” che provengono da aree dove nel periodo precedente esisteva un’economia abbastanza vivace, dotata di buon collegamenti con altre zone; zone risucchiate dall’economia europea e contraddistinte da alti tassi di sviluppo e di fallimento dell’imprenditoria. Le piccole imprese avviate dai migranti di ritorno sono identificate da: scarso livello tecnologico, organizzazione familiare gerarchica, scarso investimento di capitale e modesto livello di profitti. A capo di queste imprese ci sono quindi piccoli imprenditori che lottano continuamente per sopravvivere come tale i che raramente diventano veri e propri capitalisti. Il Capitalismo senza capitali è un modo diverso di partecipare alla vita economica. Inoltre le precarie condizioni di vita in Romania e lo straordinario successo all’estero di qualche migrante di quelle terre sostengono ‘impulso all’emigrazione e l’aspettativa del miglioramento. È interessante notare come i romeni che ritornano nel loro paese condividano in larga misura le stesse aspettative degli imprenditori italiani operanti in Romania, con un sovrappiù di nazionalismo e attaccamento alla comunità. Attraverso i migranti avanza un sistema economico e sociale che somiglia a quello occidentale, sviluppando veicoli commerciali tra mondi parzialmente collegati grazie a una certa alterità che questi nuovi attori mostrano nel loro agire quotidiano, come le competenze professionali acquisite all’estero e trasferite poi nel paese d’origine(ristorazione ed edilizia). Dunque i migranti romeni che rientrano in patria portano con sé le idee e la sensibilità

che hanno potuto maturare nel loro ambiente, così il ritorno è un momento di riflessione rispetto al proprio percorso, un esame non solo personale, ma anche collettivo. CONCLUSIONI Il processo di ampliamento dell’UE ha permesso di inglobare nuovi paesi, l’entrata può costituire un vantaggio anche se non assicura uno status di parità con i membri di più lunga data. Ognuno di questi paesi svolge lavorazioni importanti nella produzione complessiva di merci e una forza lavoro, per esempio Albania,Bulgaria e Romania dovrebbero sostenere la fascia salariale più bassa della produzione manifatturiera. A differenza dei paesi che l’UE giudica integrabili ad est, nell’ampia area euro-mediterranea la retorica di diritti umani e della democrazia non sembra lasciare spazio né alla libertà di movimento individuale né a una reale parità di opportunità.

CAP.2 DENTRO E FUORI DAI CONFINI DEL PAESE. LA COSTRUZIONE DEGLI

SPAZI SOCIALI TRANSNAZIONALI E DELLE DIFFERENZE TRA I MIGRANTI

ROMENI A TORINO

INTRODUZIONE

Numerose analisi hanno descritto come, negli ultimi anni, si sia costituito un nuovo spazio migratorio europeo dove i cittadini romeni hanno cominciato a muoversi, spesso nell’irregolarità, per via delle smagliature dei sistemi stato-nazionali. La migrazione circolare viene così definita come un nuovo pilastro del sistema migratorio romeno, migrazione circolare come strategia di vita. Tale modalità ha iniziato ad essere più consistente dopo il 1996- 97 quando si è unita al fenomeno delle migrazioni di ritorno dalle città verso le campagne, all’aumento della povertà domestica e al termine delle migrazioni permanenti. I migranti per reagire a una situazione di crisi dimostrano disponibilità alla mobilità e capacità di creare relazioni deboli e strumentali, donne e uomini pronti a partire, indifferenti alle frontiere e alle distanze, si adattano a una vita divisa tra il loro senso di casa e la loro itineranza (Morokvasic). Il migrante est-europeo riproduce la figura del transmigrante che solitamente viene rappresentato come liminale, cioè “ nel mezzo”, e magari “al di sopra e oltre”. Spesso però ci si dimentica della forza con la quale egli rimane legato alla nazione, alla cultura, all’etnicità e alla classe sociale. Il migrante si trova in diversi contesti e si confronta con le culture egemoniche di diversi stati, così le persone che vivono in spazi sociali transnazionali sperimentano varie relazioni di potere, si tratta di una dinamica complessa che comporta sia perdite che guadagni. I campi sociali sono multidimensionali e possono comprendere strutture di relazioni di differente forma, profondità e ampiezza, l’individuo costruisce la propria identità attingendo a questi spazi di significati mutevoli. In questo articolo che si basa su dati raccolti il tema centrale è la dimensione del lavoro in quanto è intorno a questo che si organizza la quotidianeità della migrazione. Solo cercando di analizzare i contesti in cui gli emigrati si trovano a lavo e vivere, sia in Romania che in Italia possiamo comprendere come la mobilità può essere sia una scelta e una risorsa, sia una strategia di rilievo, l’unica possibilità, e persino una forma di condanna e di perdita di significato esistenziale.

LE GOSPODARIE DIFFERENZE E TRASFORMAZIONI

Prima della collettivizzazione la differenza tra poveri e ricchi dipendeva se si possedeva una proprietà o se si andava a lavorare presso altri. Una famiglia importante era una gospodarie con terreno, il cavallo con il carro, maiali e mucche. Dopo la creazione del collettivo il fattore discriminante non è stato più il terreno, ma il fatto di occupare posti importanti nella struttara statale. Con il termine gospodarie si indica il gruppo domestico nella Romania rurale,unità di base per la posizione economica e la principale fonte per gli affetti e per l’identità dei singoli. La gospodarie si collocava in una fitta rete di relazioni che andavano ben oltre quelle parentali e che si strutturavano a vari livelli. Dopo la caduta del regime, nel contesto delle trasformazioni economiche e sociali, il gruppo domestico si è confermato come lo spazio per superare la crisi. Durante la migrazione la famiglia non rimane immutata, ma prende configurazioni nuove: emerge una formazione selettiva degli attaccamenti familiari dal punto di vista sia emozionale sia materiale. Oltre alle mutate relazioni interne alla famiglia bisogna ricordare che le stesse famiglie si collocano all’interno di reti più ampie, legate alla località originaria, alla zona di lavoro e di vicinato in Italia. TORINO, CITTA’ DELLE OCCASIONI. LA STORIA DI GHEORGHE Gheorghe Olarean è nato a Marginea. Prima dell’arrivo del comunismo suo padre possedeva circa tre ettari di terra. Quando la terra è stata collettivizzata egli è diventato un responsabile del settore ovino all’interno del CAP (cooperativa di stato della Romania). La gospodarie della quale faceva parte si può definire in “espansione” poichè occupava una nicchia alta socio-economica del paese. Già negli anni 80 Gheorghe esce da Marginea, come racconta lui stesso ha fatto il professionale meccanico a Timisoara, nell’87 è tornato a casa per poi ripartire per Costanza per due anni. Costanza era un porto internazionale in cui lui comprava di prima mano e vendeva di seconda mano, queste capacità acquisite sono state fondamentali nell’orientarlo nelle sue scelte. Nel 1990 parte con due amici per la Germania dove rimane per un anno, rientra a Marginea e riparte per l’Austria dove lavora come muratore, i risparmi erano destinati alla famiglia. Nel 1994 parte per Torino con il cugino e un amico e dopo aver fatto il catramista grazie a conoscenze italiane (avvenute in palestra) inizia a lavorare come lavapiatti in una pizzeria dove in seguito diventa pizzaiolo. Dopo un anno di lavoro acquista un automobile e torna a Marginea dove conosce la moglie che nel 96 sposa. Lo stesso anno acquista un locale commerciale in città successivamente affittato. Nel 97 con la moglie e il primo figlio torna a Torino a lavorare come pizzaiolo. Nel 2000 dopo aver gestito un locale a Parigi con un socio romeno e uno italiano decide definitivamente di rientrare in Romania. Ciò che spinge Gheorghe a rientrare nel suo paese è stato vedere gli italiani che facevano i soldi a casa sua. Adesso si è costruito una villa in stile italiano vicino alla pizzeria, è una delle persone più conosciute in paese e ha il progetto di aprire un ristorante di ricette sia romene che italiane. Per finalizzare il progetto del ristorante continua a viaggiare tra Torino e Marginea. Nella motivazione della partenza un peso non indifferente lo ha giocato la condivisione con il gruppo dei Pari: coetanei che affrontavano l’ingresso nell’età adulta con il crollo dal punto di vista socio-economico di ogni punto di riferimento; infatti tra di loro c’era fratellanza, si aiutavano per trovare sia il lavoro che l’alloggio, regola che ha aiutato tanti e che oggi non esiste più. Gruppo dei pari soprannominato “gruppo esploratore” nella nuova realtà migratoria.

Nonostante la partenza segnasse un atto di rottura con l’autorità genitoriale, questo strappo in seguito veniva ricucito poiché la famiglia rimaneva comunque il primo punto di riferimento, nonché coloro a cui si inviavano i risparmi. Gheorghe oltre a mantenere stretti contatti con i paesani, infatti ogni ritorno in Romania era un’occasione per consolidare il proprio spazio di relazioni e la propria immagine sociale in paese, ha costruito legami di amicizia con alcuni italiani. Le relazioni costruite in Italia hanno fatto nascere l’idea del commercio di prodotti tipici. Egli infatti riesce a costruirsi un riconoscimento sociale in entrambe le parti (come lo dimostra la scelta dei padrini). TORINO, A RATE MENSILI. LA STORIA DI MARGARETA Margareta, donna di 40 anni, nel 1987 è stata assunta a Radauti, in una fabbrica di stato dove si producevano marmellate e succhi di frutta. Vi lavora fino al 1993 quando la fabbrica dichiara fallimento; l’anno precedente si era sposata con un compaesano che lavorava come fuochista nella centrale di alimentazione termica della cittadina. Dopo il licenziamento Margareta ha seguito il lavoro nei campi e si è occupata del figlio fino al 2000 quando il marito perde il lavoro. Lo stesso anno decide di partire per Torino dove già viveva la sorella che le trova il primo lavoro, come assistente domestica a un’anziana. Tre mesi dopo arriva anche il marito che inizia a lavorare come muratore. I soldi risparmiati con la sua permanenza in Italia sono serviti a sostenere le spese per il figlio, quali vestiti e tasse scolastiche, ammodernare la casa. Nel 2003 dopo tre anni di lontananza torna per la prima volta nel suo paese e inizia a fare a intervalli di varia durata viaggi tra Marginea e Torino. La famiglia dalla quale proviene Margareta può essere definita “integrata” e rispetto a quella di Gheorghe e occupava una posizione meno centrale nella struttura del paese, possedeva minori risorse economiche e materiali, un minore livello di istruzione e pochi legami al di fuori del villaggio. La mancanza di esperienze esterne al paese sia sue che del marito ha corrisposto a una minor competenza economica. Come racconta Margareta stessa una volta arrivata a Torino i suoi compaesani gia insediati in Italia da più anni a scoraggiavano e come sottolineano diversi testimoni le maggiori forme di sfruttamento erano esercitate dai propri compaesani. Per molte donne come Margareta la sensazione di non poter contare su alcun compaesano era aggravata dalla solitudine che il lavoro svolto comportava. La sua rete di relazioni infatti è ristretta all’interno della sfera domestica del datore di lavoro, che era l’unico filtro attraverso cui si conosce la realtà italiana. Mentre Gheorghe inserisce la sua migrazione in un processo lineare di crescita, l’identità Margareta si frantuma e si ricompone in maniera più ambivalente, infatti la mobilità implica una perdita di controllo sulle risorse economiche, ma soprattutto una pericolosa perdita di significato nel processo di costruzione del sé. TORINO, IN PARASEALA. LA STORIA DI IOAN Per completare il quadro di esperienze migratorie presenti a Marginea, si presenta la storia di Ioan. Egli ha 26 anni. Il padre ha avuto un infortunio al lavoro, ma dal 1990 in poi gli assegni di invalidità non permettevano una vita dignitosa alla famiglia. I genitori non possedevano terre. Ioan non ha completato gli studi e ha tentato la strada dell’estero: la partenza viene vissuta come una rottura con lo spazio della famiglia ed è inoltre un’esperienza individuale e non condivisa con il

Queste attività economiche sono potute nascere perché la mobilità è stata tradotta nella possibilità di tenere aperte opportunità in più campi sociali ed economici. RAPPRESENTAZIONI E DISCORSI SUL LAVORO Gli abitanti di Marginea si definiscono “harnic” ovvero persona operosa, instancabile, produttiva, alcuni attribuiscono ciò a un’indole naturale, altri alle vicende storiche, altri a fattori ambientali come la posizione in una zona di montagna ricca di risorse. L’orgoglio di mestiere era componente essenziale soprattutto dell’identità maschile come nel caso di Gheorghe e dei primi emigrati. Mentre ad oggi secondo loro è cambiata la mentalità di chi parte in quanto l’Italia è diventata una moda e parte solo chi non ha nulla da fare a Marginea. Per Gheorghe e i suoi coetanei l’Italia era una conquista e uno degli aspetti più enfatizzato dell’esperienza all’estero è quello di aver imparato a vivere e lavorare in maniera diversa, di essere diventati moderni e civilizzati, a differenza di molti compaesani che continuano a pensare come cento anni fa: “ai matrimoni non ci si ubriaca più e non si spaccano i bicchieri”. Ancora diverso è il riconoscimento sociale di cui godono le donne quando partono verso l’Italia, soprattutto se lasciano mariti e figli, molti pensano che i loro soldi se li guadagnino facendo le prostitute spesso vengono accusate di essere le responsabili dell’alcolismo dei mariti, dell’abbandono dei bambini, della dissoluzione delle comunità. Lo spazio sociale del paese diventa diviso tra i “vincenti e i perdenti”della trasformazione e sui perdenti ricadono le responsabilità dei loro fallimenti, come infatti afferma Gheorghe chi non ce la fa è perché non ha voglia, di possibilità cene sono per tutti. CONCLUSIONI Tra le tante storie di vita raccolte si è scelto di presentare quelle di Gheorghe, Margareta e Ioan perché emblematiche della varietà di percorsi che si possono ritrovare all’interni dello stesso spazio sociale transnazionale.

  • Gheorghe è un soggetto integrato , in quanto in Italia ha una rete individuale che copre vari ambiti , i cui segmenti corrispondono a ruoli differenti e possono variare in dimensioni e in densità, e dimostra una competenza a padroneggiare l’intera rete.
  • Margareta, invece, come molte donne romene che lavorano nell’assistenza domiciliare risulta seclusa, in quanto ha sviluppato a Torino un repertorio molto limitato di relazioni, che corrispondono a quelle con la sua datrice di lavoro e poche altre persone.
  • Ioan vive una condizone di isolamento : è arrivato a Torino in un momento in cui il mercato del lavoro per gli immigrati romeni soprattutto nell’edilizia risultava saturo. Flessibilità lavorativa si è trasformata in una precarietà esistenziale. Questi diversi soggetti hanno saldato in maniera differente lo spazio sociale torinese a quello di Marginea, ne è risultato una spazio sociale disomogeneo, percorso da pratiche più dense o più rarefatte. Il tema della mobilità è strettamente legato al tema dell’incertezza. Il mondo contemporaneo presenta sempre più intollerabili livelli di incertezza riguardo alle identità collettive e la violenza etnica si può interpretare come una reazione complessa ed estrema a tale disorientamento (ebrei e zingari). L’insicurezza si è radicata a livello delle micropratiche quotidiane, creando nuove spaccature sociali: nei racconti dei migranti l’ordine precedente è spesso contrapposto al disordine dell’oggi. È la percezione del tempo sociale che è mutata: da un tempo controllato, scandito da ritmi del lavoro agricolo e dei turni in fabbrica, un tempo vissuto collettivamente, si è passati a un tempo riconducibile solo all’esperienza individuale. Per molte persone la caduta del regime si è

tradotta solo teoricamente in un repertorio più ampio di possibilità, ma in realtà è corrisposta a una perdita di controllo. Intanto, nuove frontiere politiche vengono erette, e Marginea da pochi mesi (2007) si trova all’interno dell’UE.

CAP III. LA MIGRAZIONE FEMMINILE ROMENA IN ITALIA: TRAIETTORIE

DI VITA E DI LAVORO

INTRODUZIONE

I flussi migratori femminili costituiscono ormai la metà del flusso migratorio globale e un’elvata percentuale di queste donne emigra in modo autonomo per svolgere principalmente lavori domestici e di cura, si definisce ormai “catena globale della cura”. Per buona parte delle donne migranti una delle conseguenze della migrazione consiste nell’allontanamento dai propri figli, che vengono a loro volta affidati a parenti di genere femminile o a lavoratrici assunte appositamente per accudirli, dato che la componente maschile si prende raramente cura di loro, nascono così in queste donne dei sensi di colpa. Per molte donne l’emigrazione rappresenta un’opportunità di emancipazione individuale dai sistemi patriarcali vigenti nel paese d’origine, che si manifesta con la trasformazione delle relazioni di genere nel contesto sia di provenienza sia di immigrazione. Uomini e donne sono stati colpiti in modo diverso dalle trasformazioni dell’occupazione e delle opportunità di guadagno.il regime socialista sosteneva formalmente l’uguaglianza di genere e i tassi di partecipazione femminile al lavoro salariato erano più alti di quelli di buona parte dei paesi occidentali, le disuguaglianze di genere però persistevano anche durante il regime, infatti le donne non godevano delle stesse opportunità di carriera degli uomini (no settore politico ed economico, si scolastico). Si contavano alti tassi di mortalità materna e infantile, inoltre la fertilità delle adolescenti era molto alta e il principale sistema di controllo delle nascite consisteva nell’aborto, erano inoltre vittime di violenza domestica tanto diffusa quanto nascosta. La ristrutturazione economica ha provocato forti ripercussioni sulle condizioni di vita delle donne romene. Nel 1989 si stima che nei paesi dell’Europa cento-orientale circa 14 milioni di posti di lavoro sono stati persi dalle donne e negli anni novanta la disoccupazione femminile aumenta rispetto a quella maschile, mentre il salario femminile diminuisce progressivamente in rapporto a quello maschile. Il ruolo della donna nella società è stato ridefinito sulla base del modello patriarcale della famiglia tradizionale in cui la donna per indole è ritenuta inferiore e relegata alla sfera domestica. LE ROMENE IN ITALIA In Romania si possono individuare tre forme di mobilità spaziale che si sono succedute e intersecate nel tempo:

  • migrazione interna: dalla campagna alla città è esplosa nel periodo tra il 1978 e il 1991 interessando 2 milioni e trecento mila persone;
  • migrazione trasfrontaliera: fenomeno prevalentemente maschile, dopo il 1990 con l’apertura delle frontiere il traffico transfrontaliero si è intensificato e diversificato e molti degli abitanti delle zone di confine con la Jugoslavia hanno iniziato ad attraversare la frontiera per cercare lavori informali nei settori domestico, forestale, edile e agricolo.

studio, queste agenzie collaborano con cooperative italiane. La cooperativa manda i documenti in questura e richiede il permesso di lavoro per le infermiere. Non sempre queste operazioni hanno esiti positivi, capita che le cooperativa perdano gli appalti e lasciano le migranti in estenuanti attese in Romania o in Italia. Il reclutamento delle infermiere frutta alle agenzie romene tra i 50 e i 60 euro al mese per tutta la durata del contratto di ogni lavoratrice. Tale compenso viene detratto insieme con il costo dell’alloggio dalla busta paga delle infermiere, che ricevono fino a 300-400 euro in meno rispetto al contratto nazionale. DONNE ROMENE IN MIGRAZIONE La migrazione femminile romena si caratterizza per una certa pluralità di percorsi ed esperienze migratorie, vi sono donne che migrano sole e donne che partono con la propria famiglia. Molte magari prima di migrare svolgevano attività lavorative qualificate e coerenti con il loro percorso di studio.

  • Maria Stupu, 46 anni, ha lavorato in italia come colf sia in coabitazione sia a ore, poi come guardia notturna ed è stata pure occupata presso alcune imprese di pulizia. È partita nel 1998 lasciando in Romania i figli di 12 e 14 anni. All’inizio, coi soldi che mandava al marito sarebbero riusciti a comprare una casa e una machina, invece il marito non è riuscito a pagare i debiti in banca perchè cercava donne, divertimento e alcol, il secondo marito invece, diceva in giro che lei non inviava i soldi a casa, solo dopo essersi ammalato, che ha avuto bisogno di lei è diventato buonissimo e bravissimo come lei stessa testimonia. Inoltre Maria Stupu racconta come grazie all’emigrazione sia diventata più indipendente, sia perchè ha conquistato un’autonomia economica, sia perchè si è lasciata alle spalle una serie di norme sociali che regolava il suo comportamento (ESEMPIO DISCOTECA). Inoltre nel corso dell’emigrazione vengono definiti continuamente nuovi obiettivi da raggiungere che giustificano e rinforzano la permanenza all’estero. In questi casi la migrazione diventa una strategia di vita sospesa tra due mondi, nel primo dei quali si mantengono gli affetti e nel secondo si sviluppa la propria autonomia economica e il controllo sulla propria vita. L’esperienza migratoria fa acquistare alle migranti maggiore sicurezza in se stesse, un aspetto che stimola la loro progettualità e il loro desiderio di realizzazione. Divengono potenzialmente concretizzabili, a prescindere dall’età, desideri che un tempo sembravano inverosimili. Altro elemento che contribuisce a innalzare le aspirazioni delle migranti è l’esperimento di un nuovo tempo sociale in cui le donne mature, ringiovaniscono in un contesto, quello italiano, in cui la giovinezza è prolungata. (esempio casa in campagna)
  • Carmen Geogescu, 26 anni, prima di partire lavorava come infermiera. Al momento dell’intervista svolgeva due lavori: assistente di due anziani e commessa in un negozio, racconta di essere partita per scoprire anche lei questa terra promessa e per allontanarsi dalla cultura ma soprattutto dalla burocrazia del suo paese. Malgrado le difficoltà per ottenere dei documenti regolari afferma di voler essere rimasta in Italia in attesa di regolamentazioni, visto che la mancanza di documenti non ha precluso loro la possibilità di lavorare ma piuttosto di condurre una vita dignitosa infatti bisogna stare attenti che i carabinieri non ti fermino e per paura di essere scoperte ed espulse vi è l’impossibilità di fare un sacco di cose come andare in biblioteca, seguire un corso e non poter comprare a rate. Anche lei come Maria Stupu sottolinea le differenze sociali e culturali (convivenza).
  • Victoria Ionescu, lavorava come restauratrice di icone, divorziata e ha una figlia di due anni che ha affidato a sua madre, è partita anche lei dopo l’eliminazione del visto e al momento dell’intervista non ha alcun documento regolare.L’elemento della maternità caratterizza il

discorso di molte migranti non solo romene, poichè è una delle giustificazioni più forti che una donna può fornire a sostegno di una scelta che sfida i vincoli patriarcali. Victoria infatti racconta che lascia la romani sia perchè stava male ma sopratutto voleva garantire un futuro alla figlia, ammettendo quanto sia stato difficile sia per lei che per la famiglia.Inoltre spiega la differenza tra l’uomo e la donna in romania e dunque il perchè migrano così tante donne nonostante la società di origine le mette sotto accusa. Afferma, infatti che l’emigrazione è una risposta a mariti fannulloni e disoccupati, i quali a differenza della donna non accettano la svalutazione professionale che porta all’emigrazione, diventando così incampaci di adempiere alle responsabilità familiari.

  • Alexandra Iacob, 20 anni, arriva in italia a 17 anni con il fratello e inizia a lavorare subito, prima in fabbrica e dopo come domestica ad ore.
  • Tatiana Secrieru, 30 anni, lavorava come ragioniera, ma ha deciso di migrare per migliorare le sue condizioni economiche. Al momento dell’intervista è sposata con due figli e lavora come operai stagionale in una grande fabbrica. Racconta come inizialmente mandavano le rimesse ai propri genitori, in seguito dopo aver ripagato di debiti del viaggio decidono di mandare solo qualche pensierino per natale.
  • Ana Dumitrescu, 34 anni, lavorava come ragioniera, una volta licenziata decide di partire insieme al marito anche se lui inizialmente parte prima,anche lei ad oggi impiegata come operaia stagionale in una grande fabbrica.Racconta che decidono di venire in italiana grazie ad una conoscente che gli aveva promesso di aiutarli, una volta arrivati a roma questa donna non rispondeva ne al telefono ne si è fatta trovare a casa.
  • Stella Vasile, 36 anni, parte perchè divorziata e con un figlio piccolo non riesce a far fronte alle spese, al momento dell’intervista lavorava come magazziniera e viveva con suo figlio,Racconta che all’inizio inviava del denaro alla madre e al fratello che la usava solo ed esclusivamente per questo, tant’è che neanche si preoccupavano di chiederle come stesse, da quando ha deciso di non inviare più del denaro loro non le rivolgono più parola. Il lavoro delle migranti romene In genere il primo lavoro svolto dalle intervistate è quello di assistenti domiciliari a tempo pieno. Questo impiego risulta attraente per molte neo arrivate poichè risponde ad alcune esigenze legate alla loro condizione di estrema precarietà. (es. Vitto e allogio). Il lavoro di cura in coabitazione prevede la presenza continuativa dell’assistente 24 ore su 24 con una giornata e mezzo di riposo per un salario fra i 500 e 1000 euro a secondo della zona dell’area di italia. Il reclutamento delle lavoratrici domestiche viene in genere investito da reti informali di intermediari, italiani e stranieri, che chiedono un compenso per il servizio fornito. Alcuni specializzati in questa attività altri lo fanno occasionalmente. L’esperienza di coabitazione dopo un pò divente estenuante e sopratutto se si ottiene il permesso di soggiorno si tende ad abbandonare l’impiego: infatti la sovrapposizione dei tempi di lavoro e di riposo nello stesso spazio limita le liberta delle assistenti e il loro inserimento sociale nel contesto di immagrazione, in quanto l’unica rete di relazioni diventa la famiglia presso cui si assiste. Le relazioni di familiarità e fiducia che avvengono in ambito domestico offuscano il rapporto di lavoro, proprio perchè la lavoratrice viene considerata parte della famiglia, così il lavoro e la disponibilità della lavoratrice domestica sono spesso dati per scontati e gli straordinari vengono eventualmente ricambiati con qualche regalo.(es giulia mandea 27 anni, due figli grandi, divorziata, domestica da un’anziana, si ritiene fortunata, anche se definisce il lavoro domestico un non lavoro.)

trovare lavoro, della possibilità di trarre profitto da piccoli appezzamenti di terreno, del minore costo della vista rispetto alla città. Partono da Oltenia sopratutto operai, musicisti, contadini, artigiani, muratori, pastori, impiegati, giornalisti, ingeneri; non parte dalla romania quella classe di “nuovi ricchi”( chi ha tratto più guadagno grazie a processi economici messi in atto dopo il 1989). Alcuni operai provenienti da Craiova e da altre città dell’oltenia, raccontano della crisi dell’industria, dei licenziamenti, della disoccupazione, e dei bassi salari.Altre interviste, invece, raccontano dei contesti rurali, della crisi dell’agricoltura e della difficoltà della vita nelle campagne.In quest’ultimo contesto la crisi coinvolge anche i mestieri tipicamente svolti dai rom, i quali sono tra i primi a partire dopo l’89( rom caramizari: fabbricanti di mattoni).

  • Esempio per il primo caso: Gabriel e Alin: raccontano come le fabbriche chiudevano dall’oggi al domani, come si rischiava o di venire licenziati senza motivo o di andarsene perchè non si veniva pagati, come i direttori si vendevano le fabbriche e questi uomini una volta rimasti senza lavoro se ne trovavano uno per uno/due gg erano già fortunati.
  • Per il secondo contesto Alin racconta la differenza tra prima e dopo il comunismo, prima si produceva anche per vendere e guadagnare, adesso ciò che produci serve per nutrire la propria famiglia e gli animali.
  • Martin, rom caramizzato, racconta quanto faticasse prima nella produzione di mattoni, ne faceva circa 2.000 al gg per 4/5 euro. All’esperienza migratoria vengono dati significati parzialmente differenti da diversi intervistati. Nelle storie di migranti attorno ai 50 anni spesso l’emigrazione avviene in seguito a veri e propri traumi, cioè la perdita del lavoro fisso sperimentato negli anni del regime e, in alcuni casi, alla vendita della casa, a causa delle drammatiche condizioni economiche. Gli immigrati più giovani, al contrario, non hanno mai sperimentato l’impiego fisso, per loro la decisione di partire sembra quasi una scelta naturale e data per scontata, dettata dal mero calcolo economico. Il confronto tra quanto è possibile guadagnare in romani e quanto si guadagna in italia e l’impossibilità di sopravvivere con il livello salariale attuale romeno, è considerato il motivo principale per cui si prende la decisione di lasciare il proprio paese.:
  • Ion 2 euro al gg in romania, in Italia 50 euro al giorno: ha guadagnato bene e con questi soldi ha comprato computer e stretto necessario. Nella maggior parte dei casi, la migrazione è vista come la possibilità di un guadagno maggiore in breve tempo, anche a costo di sopportare in italia condizioni di vita e di lavoro pesanti e degradanti. Immigrati regolari e irregolari e disposizione predatoria Presenze irregolari: si tratta di migranti legalmente entrati sul territorio italiano, diventati irregolari in quanto rimasti per un tempo superiore a quello concesso dalla legge italiana; vi sono inoltre coloro che per vari motivi non sono riusciti a rinnovare il permesso di soggiorno e sono ricaduti in una condizione di illegalità. Gli immigrati privi di permesso di soggiorno svolgono funzioni delle quali l’economia bolognese sembra non poter fare a meno. Il lavoro a basso costo che i romeni prestano nei cantieri edili consente di abbassare i costi di grandi e piccole opere pubbliche e private. Dunque questa fetta di società definita illegale presta servizi molto importanti per la società legale. A questo proposito vi sono numerosi racconti di immigrati privi di permessi di soggiorno che hanno lavorato presso luoghi pubblici quali: questure, caserme dei carabinieri, tribunali, uffici, università etc...(Martin es. Procuratore generale). Dalle interviste emerge come il possesso o meno di permesso di soggiorno influenzi in modo decisivo la vita dell’immigrato in Italia, sia in condizionidi vita e di lavoro, sia per quanto riguarda

progetti, valutazioni, abitudini, e disposizioni dell’immigrato rispetto all’esperienza italiana. Per questi ultimi è vissuta come un rischio sia nella vita quotidiana sia nell’ambito lavorativo: il rischio più importante è quello di essere fermato per strada per un normale controllo di polizia ed essere immediatamente rimpatriato. Tra i romeni le espulsioni colpiscono soprattutto i rom, in quanto avendo la pelle più scura, sono immediatamente riconoscibili come stranieri. Un immigrato senza permesso di soggiorno può lavorare solo a nero, senza regolare contratto, in caso di controlli il datore di lavoro incorre in multe molte elevate, ma il lavoratore rischia molto di più come il CPT o il rimpatrio forzato. (Ion racconta come per un controllo nel suo posto di lavoro, i carabinieri lo hanno preso e portato a casa). La situazione di continuo rischio mette l’immigrato in una condizione di estrema ricattabilità. Gli abusi sono perpetrati dai soggetti più diversi: datori di lavoro, agenzie o associazioni che promettono permessi di soggiorno a prezzi spesso elevatissimi e, agenti delle varie polizie di frontiera. Sembrano esservi tre tipi di risposta degli immigrati a questa situazione di rischio. In primo luogo vi è chi si crea una situazione di nicchia nella quale trova una certa stabilità che gli consente di ridurre al minimo il rischio. Un secondo tipo di risposta è l’adozione di una più spiccata migrazione circolare: migranti che arrivano in italia vi passano non più di tre mesi, poi tornano in Romania e dopo qualche mese ripartono. La risposta più frequente è tuttavia è quella di adottare una disposizione predatoria durante il periodo di permanenza in Italia. La situazione di irregolarità, il rischio continuo del rimpatrio, e la situazione di sfruttamento sul lavoro che molto subiscono, sono fattori che amplificano questa disposizione a guadagnare il più possibile in minor tempo, facendo si che per loro non vi sia differenza tra i vari modi di procurarsi denaro: come l’esempio di 2 immigrati privi di permesso che in Italia si sono dedicati anche ad attività come il furto di telefoni, motorini e autoradio. (ES Alin, piccolo criminale, il suo obiettivo è quello di far più soldi possibili per ristrutturare la propria casa in Romania e assicurare ai 4 figli una esistenza dignitosa. Luoghi di lavoro Nella provincia di bologna vi è un gran numero di impreditori romeni, la maggior parte dei quali nel settore delle costruzioni, per il quale si può parlare di una vera e propria “specializzazione etnica”. Questi imprenditori continuano a svolgere le stesse mansioni dei lavoratori dipendenti, per il medesimo datore di lavoro; l’elemento che cambia è il fatto che il lavoratore, divenuto autonomo, assume su di se molti più rischi e gode di minori protezioni sociali.

  • Cooperativa, fabbrica: intervistando due immigrati che lavorano nella medesima cooperativa di facchinaggio della quale sono soci, si possono notare due disposizioni diverse rispetto alla concezione del lavoro proposto loro dalla cooperativa: Nella cooperativa nessuno è il capo, sono tutti soci, tutti hanno il diritto di dire qualcosa, di dire la propria idea, si fanno delle assemblee. Nella ditta c’è il capo è basta, anche se si fanno delle assemblee ogni due/tre mesi, in queste ognuno dice la sua come è bene e come non. Inoltre nelle cooperative loro non si ha diritto a malattie, ferie e così via a differenza di altri, seppur svolgendo lo stesso lavoro.Dunque la cooperativa madre ha tutti i diritti, quelli più piccoli nessuno. Per quanto riguarda le fabbriche, l’impiego romeno nelle aziende del territorio bolognese sembra in crescita; tuttavia in questo settore molte aziende storiche sono in difficoltà o stanno chiudendo, gli immigrati romeni, trovano lavoro per lo più in piccole fabbriche con una decina di dipendenti. L’intervista a Traiana Gheorghe è una delle poche nelle quali un immigrato romeno affronta, non sollecitato da domande dell’intervistatore, temi quali lo sciopero e la crisi economica e afferma chiaramente un sentire comune con colleghi stranieri di altre nazionalità, proprio sulla base della comune condizione di immigrato. Sembra che, da un lato, l’ambiente della fabbrica, anche se di piccole dimensioni, abbia socializzato Traian a questi temi, dei quali in altri luoghi è difficile che si

aspetti della vita lavorativa: ad esempio il pagamento, il rispetto dell’orario di lavoro, il riconoscimento della mansione lavorativa svolta, gli aspetti legati all’assicurazione in caso di infortunio e malattie, pagamento dei contributi per la pensione, possibilità di licenziamento senza ragione e la modalità con cui si può cercare lavoro (ES. EDILCAM:magazzino di materiale edile dove tutte le mattine gli immigrati espongono il proprio corpo per essere scelti da artigiani che si recano li per comprare materiale da lavoro). Per quanto riguarda il licenziamento la paura di tale rischio è importante quasi come il rimpatrio forzato, questo timore fa si che il lavoratore irregolare debba comportarsi nei confronti del datore in modo da convincerlo quotidianamente a non farsi mandare via. Per quanto riguarda la questione legata al salario, i lavoratori in nero, solitamente percepiscono meno rispetto ad un lavoratore in regola, a volte non percepiscono nulla del salario pattuito (ES. Nicolae Sardegna non pagato). Per quanto riguarda la durata della giornata lavorativa il lavoratore in regola di solito può decidere se svolgere 8 ore di lavoro oppure prestare delle ore di straordinario, regolarmente pagate, per il lavoratore a nero questo dipende da quanto decide il datore di lavoro, questi infatti restano spesso ore in più a lavorare senza discutere, i primi sono pagati ad ora, i secondi alla giornata indipendentemente da quanto è lunga (ES. Pioggia). Lavoratori in regola inoltre possono chiedere il rispetto della legislazione sulla sicurezza, evitando incidenti spesso pericolosi, i lavoratori senza permesso sono assolutamente privi di qualsiasi tipo di protezione (ES. Infortunio).

- MANSIONE: una risorsa importante per un lavoratore in cantiere è la propria qualifica, ad esempio per un immigrato che arriva in Italia con capacità lavorative nel settore dell’edilizia è molto più facile trovare un’occupazione. I lavoratori qualificati, anche se privi di permesso di soggiorno, hanno una risorsa in più nelle micronegoziazioni quotidiane col datore di lavoro. Però spesso un muratore che lavora a nero è costretto a svolgere anche mansioni da manovale e d’altra parte è pagato quanto un manovale. (ES. Intervistato racconta litigio con datore di lavoro dovuto al fatto che questi gli dava il salario da manovale nonostante svolgesse le mansioni di muratore e di manovale). - DIMENSIONI DEL CANTIERE: Un altro elemento da tenere in considerazione sono le dimensioni del cantiere e il numero dei dipendenti che vi lavora. Un cantiere di grosse dimensioni prevede un impegno maggiore per l’azienda, garantendo inoltre una discreta stabilità lavorativa per diversi mesi o anni. Invece ad esempio le ristrutturazioni negli appartamenti durano spesso pochi giorni o poche settimane e possono essere eseguite da imprese artigiane con uno o due dipendenti. Altra differenza è che nei grandi cantieri le ditte impiegano frequentemente un maggiore numero di impiegati regolari (SICUREZZA E CONTRIBUTI) e vi è una efficace presenza del sindacato. Nei casi di cantieri di piccole dimensioni gli artigiani spesso assumono 1 o pochi dipendenti magari in nero, quando il lavoro finisce i dipendenti restano a casa senza che venga loro retribuito il periodo di disoccupazione e i livelli salariali sono tendenzialmente più bassi. Infine se le dimensioni del cantiere sono maggiori è più facile per i dipendenti decidere il ritmo con cui lavorare, creando anche solidarietà fra loro. Nel caso in cui invece un immigrato, irregolare, lavora per un piccolo artigiano muratore il ritmo di lavoro viene deciso dall’artigiano senza possibilità di protesta. - SINDACATO: nei cantieri e nelle aziende nelle quali è presente il sindacato (FILLEA-CGIL) i lavoratori hanno sicuramente una risorsa in più nei confronti dei datori di lavoro, molti infatti ne sottolineano il ruolo importante. Il sindacato è visto come una struttura che offre servizi legati sia al lavoro che ad altri campi, come ricerca di casa o pratiche amministrative. Per gli immigrati senza permesso il rapporto con questo è più difficile, in quanto l sindacato ha più difficoltà nel far valere i diritti che la legge stessa nega a questi lavoratori e chi è senza permesso di soggiorno ha più difficoltà ad avvicinarsi a questo, perché estremamente ricattabile da parte del

padrone,che può licenziarlo senza fornire spiegazioni o addirittura fare minacce fisiche e di sfruttamento estremo (ES. Pistole) Ipotesi interpretative L’aspetto teorico e quello pratico del senso comune di un gruppo sociale possono essere in contraddizione tra loro ( coscienza contraddittoria). Si possono fare varie ipotesi per interpretare questa “coscienza contraddittoria”. Secondo Sayad il lavoro è considerato la motivazione primaria dell’esperienza migratoria dalla società di emigrazione, da quella di immigrazione e dal singolo migrante. L’emigrazione è vissuta come una colpa, una fuga, un tradimento nei confronti di quanti restano a casa, è necessario che questo tradimento venga giustificato. Momentidi lotta Esperienza dello Scalo Internazionale Migranti , edificio situato nei pressi del centro di Bologna, occupato da un gruppo di immigrati romeni e attivisti italiani di diverse provenienze politiche a seguito di uno sgombero particolarmente violento ( settembre 2002, baracche in un quartiere bolognese). Lo scalo ha rappresentato un esperienza di lavoro politico interessante; gestito in modo “orizzontale”, con settimanali assemblee di autogestione, ha visto al proprio interno diversi tipi di attività costruite insieme da italiani e romeni. Esso ha rappresentato per molti immigrati romeni, non solo un luogo nel quale abitare grati, ma anche un momento di passaggio di discorsi legati alla rivendicazione di diritti e alla costruzione di momenti di lotta assieme agli italiani. Molti immigrati romani a Bologna, d’altra parte hanno guardato allo scalo con sentimenti contrastanti, in quanto esso era identificato come un luogo non di romeni ma di zingari, connotati da uno stigma fortemente negativo e razzista in romania, questo aspetto è importante perché mostra come la separazione etnica agisce all’interno dell’immigrazione romena. Nel gennaio 2005 dallo scalo parte una campagna contro il lavoro nero nell’edilizia, attività che vede coinvolti molti dei romeni che vivono nella casa occupata. Decine di lavoratori irregolari sono disposti a denunciare i propri datori di lavoro in cambio dell’avvio di procedure di regolarizzazione sul territorio italiano, per motivi di giustizia e protezione sociale. Gli immigrati coinvolti in questa lotta, si sentono in diritto di parlare per avere una rivendicazione dei propri diritti, in quanto venuti in italia per lavorare e inoltre in questa situazione sembra venir meno il sentimento di differenziazione rispetto ai lavoratori di altre nazionalità. CAP. V ISOLANI DELL’ARCIPELAGO. DELOCALIZZATORI E FORZA LAVORO IN ROMANIA Nell’ultimo ventennio piccoli e medi imprenditori (Italia centro-settentrionale) hanno colto le opportunità di investimento offerte dai cambiamenti politici degli Stati dell’Europa centro- orientale. Queste figure sociali costituiscono componenti importanti della mobilitazione produttiva e cognitiva, mostrando capacità di attivazione a livello sociale ed economico. Come vedremo, l’apertura agli investimenti privati in Romania ha contribuito al risveglio dello spirito imprenditoriale locale, individuale fino a quel momento soffocato. L’integrazione produttiva con nuovi paesi produce continue ripercussioni nel sistema economico e nelle relazioni industriali europee, tali processi di delocalizzazione o rilocalizzazione hanno provocato nel territorio italiano un impatto economico ed emotivo tenue. RETROTERRA PRODUTTIVI E SOCIALI Se dal punto di vista strettamente gerarchico molti di questi imprenditori si presentano come lavoratori parasubordinati (capireparto di unità distaccate), invece dal punto di vista sociale essi costituiscono un modello di legittimazione di insediamento industriale.