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argomenti trattati: intercultura, dialogo
Tipologia: Sintesi del corso
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La formazione degli adulti è spesso indicata come via preferenziale all’integrazione della popolazione immigrata, eppure bisogna tener conto di tre aspetti fondamentali: la “qualità”, la “globalità dei progetti” e i “progetti migratori dei migranti”.
L’immigrato ha bisogno di accoglienza e stabilizzazione e cerca sicurezza dalla formazione (dalla prima alfabetizzazione alla formazione professionale). Per troppo tempo si è pensato che la popolazione immigrata dovesse essere soddisfatta solo da un tipo di “bisogno primario”(vitto, alloggio, ecc..), trascurando invece quelli che sono praticamente equivalenti a questi ultimi: i “bisogni formativi e culturali”, che possono essere così sintetizzati:
Sono stati individuati inoltre altri tipi di bisogni, riguardanti istruzione e formazione:
Il rischio da evitare è quello di predisporre per gli immigrati una formazione di serie B. Ricorda Francesco Susi: … bisogna imparare a riconoscere in ogni straniero una persina che reca con sé una storia e una memoria, che ha una cultura e una patria, un progetto di vita e delle competenze da valorizzare…
Lo scrittore Tahar Ben Jelloun si è soffermato nel suo libro “L’estrema solitudine” proprio sui bisogni di affettività e socialità, ravvoltando le grandi sofferenze di chi è costretto a migrare, non solo nel duro e faticoso, spesso umiliante lavoro, ma soprattutto in quei momenti di riposo, nei giorni festivi, nel tempo libero, dettati appunto dall’estrema solitudine e dall’isolamento sociale.
Ancora oggi la situazione italiana presenta un quadro disorganico della formazione professionale per gli immigrati caratterizzato da mancanza di progettazione, frammentazione dell’offerta e discontinuità. Problemi che possono essere sommariamente così sintetizzati:
Gli stessi corsi di formazione sono spesso inaccessibili per gli immigrati, poiché impossibilitati a frequentare dati gli orari incompatibili con le loro esigenze lavorative.
Il vero problema consiste poi nel fatto che spesso i corsisti immigrati dispongono di livelli di istruzione anche molto elevati rispetto a quelli rilasciati dai corsi che frequentano, ma i loro saperi e i loro titoli non vengono per nulla presi in considerazione: trascurare la formazione pregressa degli immigrati non solo svaluta il potenziale di arricchimento economico del paese che non “utilizza” le competenze dell’immigrato ì, ma contribuisce a svalutare le “persone” stesse.
La formazione degli immigrati dovrebbe invece proprio incoraggiare i soggetti ad esprimere le proprie esigenze e i propri bisogni, fino a renderli protagonisti dei propri percorsi di formazione..
Un dato di fatto è inoltre la constatazione che coloro che hanno bassi livelli di istruzione sono proprio quelli che meno utilizzano le opportunità formative messe a disposizione.
Per garantire ASSIMILIAZIONE, INTEGRAZIONE e INSERIMENTO occorrerebbe un maggiore collegamento tra formazione generale e formazione professionale (evitare quindi la separazione tra formazione teorica e lavoro).
Oggi viviamo in un’epoca che interconnette, mette in relazione tutte le parti del pianeta; si è pertanto potuto parlare di un “cultura delle interdipendenze”: è proprio questo l’ambito di studio pedagogia interculturale su cui lavora la pedagogia interculturale, la quale propone una nuova cultura in cui si raggiunga la consapevolezza (singola e collettiva) della dimensione globale del presente.
Il tema dell’immigrazione non ha suscitato il confronto in profondità da parte di istituzioni e forze politiche.
Riconoscere la diversità dell’altro permette di far riconoscere il singolo, facendo si che egli si differenzi da ciò che è altro. La persona immigrata si trova in una condizione delcata, poiché egli deve sforzarsi di mantenere i propri valori inalterati e nello stesso momento midificare lo stesso sistema per essere accettato; si trova immerso in quella che è stata definita la “cultura dell’immigrazione”.
La scuola diventa di conseguenza il luogo privilegiato di incontro tra sistemi culturali e valoriali.
Parlare consapevolmente di “educazione interculturale”implica la necessità di allargare il dibattito ad altre discipline (linguistica, psicologia, sociologia, psicologia,..); compito della pedagogia contemporanea è recuperare il concetto di “persona”, nella sua libertà e autonomia, in modo che prima di poterla chiamare “interculturale” possiamo chiamarla in modo consapevole “pedagogia”. Prima di passare all’ “educazione interculturale”, è necessario quindi prima immergersi nella “pedagogia interculturale”, che va fondata sull’essere prima che sulla cultura.
L’origine dell’educazione interculturale va rintracciata nello sviluppo dei fenomeni migratori; molte sono le definizioni di “educazione interculturale” emerse negli ultimi anni; è possibile tuttavia affermare che essa si muove secondo due direttrici:
✓ Accoglienza (scolastica e sociale)
✓ Insegnamento dell’italiano come L
✓ Valorizzazione della lingua e cultura d’origine
✓ Attività interculturali comuni (vanno favorite tutte quelle attività che contribuiscono al dialogo e alla conoscenza reciproca)
✓ Una rilettura in chiave interculturale dei saperi insegnati nella scuola (revisione nei programmi scolastici, passaggio alla didattica interculturale delle discipline,..)
✓ Un’analisi critica dei libri di testo (i libri di testo sono i primi portatori di stereotipi)
✓ Una formazione interculturale degli insegnanti.
L’educazione interculturale si connota con strategie operative caratterizzate dai seguenti elementi:
Graziella Favaro ha individuato i seguenti filoni entro cui ordinare le esperienze più conosciute:
✓ Didattica dell’accoglienza: inserimento dell’allievo straniero nel contesto scolastico. Sono così sorti gruppi di lavoro, figure specifiche e commissioni con compiti progettuali. E’importante raccogliere la storia personale del bambino e informazioni sul suo sistema scolastico d’origine. Per accoglienza intendiamo anche procedimenti di carattere burocratico-organizzativo (procedure di iscrizione,…). E’ da evitare il rischio di “folclorizzare” la cultura d’origine (produrre una visione rigida e immobile della cultura)
✓ Didattica per la promozione e il confronto delle culture: conoscenza delle diverse culture. E’ da evitare il rischio di “folclorizzare” la cultura d’origine (produrre una visione rigida e immobile della cultura)
✓ Didattica per il decentramento dei punti di vista
✓ Didattica per la prevenzione degli stereotipi: riflessione relativa ai contenuti disciplinari, inducendo gli insegnanti a rimettere in discussione alcuni aspetti culturali
✓ Didattica per il cambiamento delle discipline: selezionare nuovi contenuti e rivedere quelli gia presenti
✓ Didattica dell’italiano come seconda lingua: lingua italiana del contesto concreto-per comunicare nella vita quotidiana- e la lingua italiana specifica-per sviluppare l’apprendimento delle diverse discipline-
L’autonomia scolastica permette di sviluppare POF autonomi, che comportino quattro fasi: scelta degli obiettivi dell’insegnamento, la scelta e l’organizzazione dei contenuti, l’organizzazione delle esperienze di apprendimento, la valutazione.
La trasversalità tra le competenze è attuabile tramite tre strategie didattiche: MULTIDISCIPLINARITA’ – INTERDISCIPLINARITA’ – TRANSDISCIPLINARITA’.
Secondo Elio Damiano l’educazione interculturale può proporre quattro tipi di curriculum:
L’impegno interculturale non è limitato soltanto alla revisione dei contenuti, ma richiede la rivisitazione di tutti gli elementi del curriculo (capacità di decentramento, di convenzione, concetto di mentalità democratica, tensione all’unilateralità, senso di appartenenza, concetto di apprendimento cooperativo, capacità di gestire i conflitti in modo creativo).
Occorre “ripensare le modalità di insegnamento”; l’insegnamento tradizionale non è riuscito a proporre il dialogo come strumento privilegiato, perché utilizza soprattutto un tipo di lezione frontale.
L’attività dialogica invece (come suggerisce A. Surian) costituisce la migliore modalità di lavoro in classe, favorendo l’attività di cooperazione e di ascolto attivo. L’approccio interculturale diventa così un’occasione valida per ripensare le modalità di lavoro in classe. I gruppi eterogenei (con allievi con differenti competenze) permettono di lavorare in modo interdipendente, sfruttando le diverse abilità dei soggetti, messo a disposizione del gruppo. Le ricerche hanno dimostrato che da questi gruppi di lavoro, gli alunni stranieri traggono un maggiore profitto e un aumento delle abilità relazionale tra tutti gli allievi.
Che cosa fare di fronte all globalizzazione e alla mercificazione totale del mondo? Serge Latouche propone una decolonizzazione del nostro immaginario: bisogna cioè cominciare a vedere le cose diversamente; l’analisi critica dei modelli culturali dominanti è un compito pedagogico essenziale, sia per far emergere aspetti e dinamiche di “esclusione” di alcuni gruppi sociali, sia per conseguire obiettivi cognitivi in qualsiasi processo educativo.
Il filone degli studi postcoloniali(fine anni ’70) consente di ridefinire studi, spazi e modelli culturali in cui di fatto venivano negati i riconoscimenti culturali delle minoranze. E’ innanzitutto un’interrogazione critica, una riconsiderazione delle relazioni tra le differenti culture.. Viene investigato il concetto di ibridità, che fa riferimento ad incroci in grado di indebolire l’autorità e l’egemonia culturale.
Edward Said elabora un’analisi sulle “complicità”del modello culturale ed educativo con l’intento egemonico; si tratta di ripensare i dispositivi del sapere e le cartografie del potere, individuando nei testi e nei segni dell’immaginario comune quella “violenza epistemica” del colonialismo e dell’imperialismo. E’quindi opportuno soffermarsi sull’impostazione etnocentrica dei modelli culturali ed educativi. L’educazione è infatti legata ad un canone egemone (un’idea di cultura europea diversa dalla non europea , un’idea di una cultura europea superiore alle altre). Eppure, secondo la teoria di Samir Amin l’eurocentrismo se da una parte si caratterizza dal suo anti-universalisomo, proponendo un modello nazionalistico e provincialista, dall’altro questo suo voler far omologare al proprio modello tutto il resto del mondo, rivendicherebbe per sé un carattere di universalismo. L’impostazione eurocentrica andrebbe così ad assolvere una funzione di legittimazione dell’egemonia non più solo culturale, ma anche socio-economica.
Il cambiamento della popolazione scolastica (un crescente numero di allievi stranieri) ha necessariamente imposto una modifica dei bisogni formativi (revisione interculturale del curriculo), agendo su due diversi piani:
La revisione deve essere effettuata quindi da un punto di vista:
✓ esplicito (svolta dal macro al microsistema, sui curricula nazionali e locali, con uda che sostanzino l’approccio nazionele, su un livello interculturale) ed
✓ implicito (background che avvolga qualsiasi attività educativa: stile di insegnamento, clima scolastico).
Per una corretta revisione del curriculo è necessaria:
✓ una pars costruens (costruzione di nuove strategie inclusive) e
✓ una pars destruens (demolizione di modelli emarginanti).
Un processo di revisione del curriculo deve inoltre rispettare le seguenti fasi:
✓ (^) analisi e decostruzione degli elementi del curriculo
✓ rilevazione dei bisogni degli alunni
✓ obiettivi formativi di revisione
✓ selezione di contenuti essenziali, in base agli obiettivi
✓ attività didattiche specifiche e esperienze di apprendimento
✓ metodologia e strumenti da utilizzare
✓ modalità di valutazione dei percorsi didattici
✓ valutazione delle innovazioni curriculari apportate.
Gli obiettivi formativi che orientano la revisione, vanno posti non solo nell’ambito cognitivo, ma anche in quello socio-affettivo: l’educazione interculturale infatti mira a costruire abiti di accoglienza e comportamenti relazionali aperti.
Elementi fondamentali diventano quindi: la costanza, continuità e il non isolamento dei temi interculturali dal resto della programmazione.
Negli ultimi anni stiamo assistendo ad una fuga degli alunni italiano verso scuole multiculturali (in quei casi in cui le famiglie cercano scuole ad alta presenza di allievi stranieri); per evitare che nascano “scuole ghetto”, occorre dunque rendere attraente la scuola italiana e alzare l livello e la qualità di insegnamento per tutti ( attraverso attività, competenze interculturali, abilità relazionali, abilità trasversali, attraverso la mediazione culturale).
L’approccio interculturale favorisce apprendimento in gruppo, il quale a sua volta facilita la comunicazione e l’interazione tra gli allievi (anche attraverso laboratori, tecniche e giochi interattivi o manipolativi che “facciano toccare concretamente” dinamiche relazionali). La scuola in questo modo diventa un vero e proprio laboratorio in cui è possibile sperimentare contesti relazionali e percorsi cognitivi, lottando contro l’esclusione sociale.
La musica di consumo costituisce un settore rilevante dell’esperienza quotidiana di bambini e ragazzi; oggi l’età in cui ci si avvicina alla musica popolare si sta notevolmente abbassando (già verso gli 8 anni i bambini ascoltano musica da adolescenti, abbandonando le canzoni per bambini); inoltre tablet, cellulari e iPod hanno sostituito le modalità precedenti di riproduzione musicale. E? necessario pertanto elaborare su strategie che permettano ai ragazzi di lavorare su un “repertorio ad essi caro” facendolo diventare oggetto di analisi, confronto e studio.
Questo non significa che gli insegnanti debbano seguire in modo acritico la musica di tendenza, ma certamente devono tenere conto di questo fenomeno, soprattutto se consideriamo che la musica spesso diventa per gli studenti stranieri un mezzo per adeguarsi, integrarsi ed avvicinarsi al gruppo.
Agli inizi del XX secolo la globalizzazione si manifesta nelle forme di colonizzazione e occidentalizzazione. La figura dell’etnomusicologo giunge ad essere concepita come quella di un “missionario”che salvava ciò che irrimediabilmente andava perduto o di colui che aiutava a resistere alle forze negative dell’occidentalizzazione; ciò implicava la costruzione dell’ ”Altro” sonoro in una prospettiva occidentale secondo cui il locale sarebbe dovuto esistere allo stato puro. La ricerca etnomusicologa di controtendenza, riversò il suo interesse verso musiche non occidentali, eppure le studiavano continuando a non mettere mai in discussione la supremazia della musica occidentale. Solo nel Novecento gli studi cominciarono a rivolgersi ai rapporti tra cultura e musica e proseguendo su questa strada, si aprì un nuovo interesse per le musiche ibride prima rifiutate, in un contesto in cui le musiche del mondo non venivano piu rappresentate in termini di differenza rispetto a quelle occidentali, ma in un unico scenario culturale, nell’intento di dimostrare come l’occidentalizzazione non avesse cancellato l’Altro. Nel 1959 da “Musicologia comparata” si passa al termine “etnomusicologia”. Viene eliminata del tutto l’idea di una qualche musica “pura” e la concezione prevalente è che la maggior parte delle musiche emerga da un processo che ha assunto i nomi di: fusione, ibridazione, creolizzazione.
Negli anni 50 si inizia a parlare di World Music (il termine fu utilizzato per la prima volta nel 1948 da Curt Sachs) ; è un prodotto interculturale: nasce da un confronto ed è il risultato di un processo creativo, ma a tal proposito sotto questa etichetta si stanno raccogliendo anche esperienze disomogenee (musiche tradizionali, esperimenti di contaminazione,..)inoltre per i supporti con cui viene veicolata, sembra avvicinarsi spesso alla popular music. Per questi motivi sembrerebbe sconsigliato portare la world music nelle scuole. Tuttavia in alcune scuole europee (ad esempio in Gran Bretagna) il programma scolastico prevede l’insegnamento della popular music, della musica classica e della world music; in Olanda nel 1990 è stato creato un apposito dipartimento di world music con oltre 25 docenti e 300 studenti; a Ginevra esistono dei veri e propri atelier di etnomusicologia. E’in cantiere l’idea di un centro europeo per lo studio della world music.
Alla luce delle “Nuove indicazioni per il curriculo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo di istruzione” del 2007, nella sezione relativa alla Musica si precisa che essa è componente fondamentale e universale
dell’esperienza e dell’intelligenza umana e … offre uno spazio simbolico all’attivazione di processi di cooperazione e socializzazione. Si parla inoltre di funzione identitaria e interculturale. L’eurocentrismo è bandito e molto spazio è lasciato alla programmazione dei docenti. Vengono inoltre esposti gli obiettivi riferiti ad ogni classe.
Sul come impostare una didattica musicale interculturale (Senza incoraggiare le etichettature) vanno riportati i contributi di Serena Fracci e Rosalba Deriu. La prima studiosa sostiene che a tutti (italiani e stranieri) debbano essere forniti gli strumenti giusti di interpretazione e che i docenti debbano costruire unità didattiche basandosi sui bisogni degli alunni; un risultato importante dovrebbe essere quantomeno una tolleranza musicale poiché l’interculturalità è un processo che va progettato attraverso l’abitudine all’apertura. Queste le piste utilizzabili:
Perché … l’educazione musicale aiuta nel processo educativo al rispetto, alla tolleranza e alla valorizzazione delle differenze… dice la Fracci e soprattutto ogni progetto educativo non può essere astratto, ma commisurato al contesto scuola in cui ci si trova ad operare.
La Deriu insiste invece sul contributo che la musica può offrire alla definizione dell’identità personale. Fornisce inoltre indicazioni interessanti per i repertori e per un insegnamento che utilizzi la conoscenza in funzione del rispetto e della tolleranza
Il nostro eurocentrismo ci porta a scandire la storia planetaria sulla base delle tappe economico-politico- militare dell’Occidente (basti pensare che l’inizio della storia contemporanea è segnata, nei programmi scolastici italiani, dal Congresso di Vienna 1814-1815). In altri paesi d’Occidente il punto di partenza della storia contemporanea è costituito dalla Rivoluzione industriale, dalla Rivoluzione americana e dalla Rivoluzione francese. Altre date significative per la storia dei paesi europei sono:
✓ 1830: indipendenza del Belgio dai Paesi Bassi
✓ 1961: Proclamazione del Regno d’Italia
✓ 1878: indipendenza della Serbia dall’impero Ottomano
(P.S. Ragazze…Sono riportati in 4 pagine tutti i singoli articoli..io ho pensato fosse inutile riportarli dato che non è un esame di diritto e non credo che ce li chiedera mai..) se pero volete darvi una letta chiedetemelo e cerco di scannerizzarvi direttamente le 4 pagine)perche riassumere gli articoli è impossibile..se vi interessano vanno letti integralmente!!)
Ai 12 articoli segue un piano d’azione, finalizzato all’attuazione dei principi. Nel 2005 la Dichiarazione viene convertita in Convenzione sulla protezione e la promozione della diversità delle espressioni culturali, insistendo sul fatto che la diversità culturale è una caratteristica innata dell’umanità, un patrimonio da preservare per il bene di tutti, perché prosperi in un contesto di democrazia e tolleranza; la globalizzazione deve trasformarsi in un processo inclusivo. Pari diginità e rispetto di tutte le culture, accompagnate da solidarietà e cooperazione internazionale. Protezione e promozione delle espressioni culturali nel proprio territorio per gli Stati. Tra le linee guide elenchiamo (anche con diverse tensioni e interrelazioni):
✓ (^) IMPARARE PER CONOSCERE
✓ IMPARARE PER FARE
✓ IMPARARE A VIVERE CON GLI ALTRI
✓ IMPARARE PER ESSERE
La Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo sancisce che l’educazione deve essere concepita al fine di promuovere la comprensione e il rispetto di tutti i popoli, le rispettive culture, civiltà e valori…di altre nazioni…
Ogni popolo ha quindi il dovere e il diritto di sviluppare e salvaguardare la propria cultura. LA cooperazione culturale internazionale ha il fine di diffondere la conoscenza.
Il patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali sancisce il diritto all’istruzione affermando che l’istruzione deve porre tutti gli individui in grado di partecipare alla vita di una società libera e promuovere la comprensione, la tolleranza e l’amicizia tra tutte le nazioni…
Nel corso dei decenni dunque è stata elaborata una serie di documenti normativi con l’obiettivo di tutelare le diverse categorie di diritti umani (già la Dichiarazione del ’78 stabiliva che nella categoria del razzismo si dovessero includere “ideologie razzieste,pregiudizi razziali, comportamenti discriminatori,…”).
Si ricordi inoltre la Convenzione sui diritti del fanciullo del 1989, a cui seguirono poi Protocolli concernenti la tratta, la pornografia e la prostituzione infantile e il coinvolgimento dei bambini nei conflitti armati.
La Convenzione internazionale sulla protezione dei diritti dei lavoratori migranti e dei membri delle loro famiglie concerne la questione dell’educazione interculturale, l’accesso all’istruzione di figli e la formazione civica e professionale degli adulti.
La geografia può dare un enorme contributo alla realizzazione di un progetto cosmopolita di accettazione dell’altro, perché le ricerche geografiche sono di natura inclini alla dimensione cosmopolitica. Ma ci si chiede se la geografia sia solo chiamata a presentare le differenze politiche, sociali , culturali e ambientali del mondo o se debba anche interpretarle. L’apporto quindi che la geografia può dare alla didattica interculturale può essere condotta su due diversi livelli:
✓ Quello che interessa il contenuto della disciplina e le sue tecniche d’indagine
✓ Quello che interessa la disciplina “dal suo interno”, riguardando i principi e lo scopo della conoscenza geografica.
E’ quest’ultimo che svela il più profondo messaggio culturale della nostra disciplina e che ci induce a guardare oltre la geografia.
Eppure il sapere geografico spesso è stato strumentalizzato a fini ideologici e imperialistici (con classificazioni e gerarchizzazioni), così come la ricerca geocartografica. Gli entusiasti del “planisfero equivalente”pubblicato da A.Peters criticano la proiezione di Mercatore isogonica che “manipolerebbe la visione del mondo”. Al di là comunque dei suoi strumenti di indagine, la geografia ci offre un primo prezioso insegnamento: nessuna rappresentazione, nessuno strumento di analisi può e deve essere caricato di significati ideologici perché è il geografo/cartografo/disegnatore che interpreta la realtà e questo deve conoscerne qualità e limiti. Non è la carta geografica a fare la guerra: siamo noi a poterla utilizzare con intenti bellici o cosmopolitici; la carta è uno strumento intrinsecamente legato al rischio di strumentalizzazioni (a scopo di controllo, evocazione, suggestione, persuasione,…).
All’interno del sapere geografico determinismo e possibilismo (identificati rispettivamente con l’interpretazione ambientalista logica e scientifica e con quella possibilista del rapporto uomo-ambiente, che ha permesso alla geografia di sottolineare libertà e originalità dei gruppi umani) sono guide generali che collegano le varie ricerche (volte all’obiettivo di individuare la causa di tutti i fenomeni e di comprenderne l’imprevedibilità). Il possibilismo logico sperimentato dalla geografia è: RINUNCIA all’assolutismo della conoscenza, SCOPERTA del limite e della provvisorietà, ESALTAZIONE dell’iniziativa umana, del rispetto per le diversità.
ed e esercizi durante il semestre è emersa una forte influenza dell’oralità della cultura (gli studenti schivavano i quadretti e scrivevano sui margini: a testimonianza dell’irritualità nell’economia, d’uso dello spazio grafico; alla consegna di “Disegna la terra vista dall’alto”, sono emersi i seguenti elementi: assenza di scala nel rapporto umini/barche/animali, figure paratatticamente raggruppati- gruppetto degli uomini, delle barche, degli animali).
Ad affascinare però i ricercatori italiani, è stata la capacità di memorizzazione dei giovani somali (molti riuscivano a ripetere fedelmente un testo di 10/20 righe, dopo averlo letto una sola volta), abbinata ad una assoluta incapacità di analisi o commento: la scuola coranica impone infatti la memorizzazione di versetti in lingua araba.
Per concludere: le abilità mentali che dominano una cultura possono rivelarsi inadeguate, quando non controproducenti, in un contesto culturale diverso.
P.K. Feyerabend nel suo “Contro il metodo”afferma che la scienza non può essere determinata da regole fisse e universali, analizzando al contempo le somiglianze tra mito e scienza, laddove il mito può rappresentare ogni forma di teoria e pratica mirata alla conoscenza del mondo culturale.
Tutti gli uomini dispongono di una teoria primaria che contempla interessi cognitivi (orientati alla possibilità di prevedere e spiegare gli eventi) e abilità cognitive (che si applicano ad oggetti ed eventi della vita quotidiana). Ogni gruppo socio-culturale matura la propria teoria secondaria, disponendo di specifici riferimenti forniti da circostanze ambientali, sociali ed economiche.
A tutti coloro che si apprestano ad insegnare le scienze a ragazzi di altri culture, va ricordato che occorre prepararsi ai conflitti che si determineranno alla richiesta di aderire ad un nuovo gruppo e ad un processo storico già ben caratterizzato (il somalo studierà le misure, ma continuerà a vendere le stoffe misurate “a bracci”, così come l’italiano studierà il sistema solare, ma continuerà a dire che il sole sorge e tramonta.)
Un insegnante di scienze deve fare i conti con la tendenza culturale (sua e degli alunni) ad adottare spiegazioni non scientifiche quantomeno in relazioni a contesti di vita quotidiana.
La qualità e la quantità delle conoscenze di ognuno rendono conto delle sue personali, dirette e indirette esperienze; tali conoscenze sono organizzate secondo modalità determinate geneticamente e culturalmente. Quando un soggetto riceve un’informazione, si impegna a integrarla nella rete, mediante processi di accomodamento e assimilazione. Possiamo quindi incontrare 3 casi:
✓ (^) Se esistono somiglianze tra parole e struttura logica: l’integrazione sarà immediata e l’assetto potenziato
✓ Se non esistono affatto somiglianze (informazioni ricevute in una lingua diversa, ad esempio): il ricordo si confonderà e l’informazione andrà perduta in breve tempo: l’assetto risulta invariato
✓ Se l’informazione induce un’integrazione inadeguata, a causa della pluralità di significati (polisemia) o nell’atto di traduzione da una lingua all’altra.
Il modello costruttivista presenta vari pregi:
Parlare di costruttivismo, implica l’introduzione di un’altra parola: NEGOZAZIONE; processo caldeggiato da Bruner che si realizza quando due interlocutori vogliono raggiungere un accordo, per orientarsi verso l’apprendimento: CAPIRE e CAPIRSI, individuando le differenze delle loro posizioni chiaramente esposte risalendo alla causa dei disaccordi. Su questa base è ragionevole considerare ogni contesto-classe (come insieme multiculturale di alunni italiani e non).
L’educazione scientifico-tecnologica a scuola (come prevedono le Indicazioni per il curriculo del 2007) dovrebbe faciliare lo studente nell’esplorazione del mondo circostante, eppure la formazione scientifica scolastica mira a sollecitare solo l’uso non degli strumenti scelti dagli scienziati. LA richiesta di praticare una didattica piu transculturale sembra doverosa, ma per far questo è necessario un nuovo modello di insegnamento: active and cooperative learning (apprendimento attivo e cooperativo). Ecco alcune delle migliori strategie:
La disciplina matematica può essere indagata anche secondo un approccio storico: analizzare come nelle diverse culture si sviluppa il concetto di numero,…).
Gli strumenti preistorici (sassi, nodi,..si ricordino che ancora oggi gli Eschimesi conanto con le dita di mani e piedi fino a 20 e in alcune zone dell’Asia si servono anche delle falangi delle mani, arrivando così fino a
1 COSTRUTTIVISMO: promuovere un apprendimento significativo, sollecitare negli studenti l’esigenza di confrontare ogni nuova informazione con le informazioni già possedute, favorire la costruzione da parte degli studenti di una trama concettuale elementare adatta ad agevolare la ricezione non arbitraria di nuovi concetti.