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Vedere come una città riassunto, Sintesi del corso di Geografia

Riassunto del libro "Vedere come una città" relativo al corso di Geografia Urbana

Tipologia: Sintesi del corso

2020/2021

Caricato il 11/01/2022

cecifo
cecifo 🇮🇹

4.6

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PROLOGO
Alcuni studi mostrano importanza delle città a livello globale, altri mettono in evidenza che un piccolo
numero di “giganti urbani” guida la ricchezza e la creatività economica mondiale le élite di queste città
hanno un grande potere nazionale e transnazionale, stati e forze militari puntano sulle città per ottenere
vantaggi geopolitici, il comportamento urbano è modellato dall’abitare metropolitano.
In tutti questi studi le città sono viste come “luoghi delimitati” che promuovono la crescita. L’urbano è
ovunque e i tentacoli delle città sostengono una nuova era di “urbanizzazione planetaria” (Brenner).
Il libro si colloca all’interno di queste ricerche ma se ne discosta per enfatizzare la globalità urbana e la
capacità di azione dell’assemblaggio urbano. La tesi è che ci sia ben più della concentrazione spaziale e che
a fornire alla città il potere di “fare il mondo” sia l’unione di sistemi sociotecnici sovrapposti.
Città = irraggiamenti spaziali che raggruppano atomi, atmosfere, simboli, corpi, edifici, piante, animali,
tecnologie, infrastrutture, istituzioni ognuno con proprie combinazioni, propri radicamenti, propri
movimenti, propri mezzi.
Quale sintesi è possibile senza violare il carattere pluriverso della città? Sintesi deve avvicinarsi a
“macchinario combinatorio”, forza sommativa di molte entità. Si considera la città come una macchina il cui
impulso deriva da vari corpi, materiali, simboli e intelligenze connessi da relazioni entro reti di calcolo e
distribuzione, circondati da regimi e rituali di funzionamento. Tutti sostengono in modo diverso la vita
dentro e al di là della città. Progetto è quello di ripensare la vitalità urbana tenendo insieme sia le qualità
meccaniche sia il modo in cui essa crea continuamente nuovi pubblici.
Molti libri sulle città tendono ad iniziare dall’esterno, questo libro intende vedere la città dall’interno
perché la città funziona dal suolo. La combinazione degli elementi varia in modi che sono essi stessi
costitutivi. Senza questo ronzio a livello del suolo la città è svuotata di buona parte della sua esistenza.
Città sono sistemi per dirigere e rendere possibile la vita. Ogni infrastruttura ha suoi punti di aggancio che
costituiscono arene politiche. In poche parole, il campo delle infrastrutture urbane può diventare fulcro
principale dell’azione politica.
CAPITOLO 1 - GUARDANDO ATTRAVERSO LA CITTÁ
Se le città esistono come entità fisiche, sono comunque entità tentacolari che generano ogni tipo di
influenza che si diffonde nel mondo. È uno sbaglio pensare le città solo come formazioni territoriali: sono
entità complesse, intreccio di macchine, infrastrutture, esseri umani e non-umani, istituzioni, reti,
metabolismi, materia e natura. Le città “fanno” il mondo = lo attraversano e definiscono il carattere
dell’insediamento urbano TUTTAVIA il perché questo accada non è autoevidente.
Importanza della città globale è sempre più riconosciuta nell’ambito della ricerca e delle azioni politiche MA
non ha ancora portato ad un ripensamento dei fondamenti delle discipline al centro delle scienze sociali
che devono tenere conto composizioni intra- e inter-disciplinari sia nel pensiero che nel metodo.
Un mondo urbano
Aspetti principali dell’importanza mondiale della città:
1) Un piccolo numero di città guida la crescita economica mondiale. Secondo il McKinsey Global
Institute nel 2010, 600 città producevano il 60% del PIL globale; quasi tutte localizzate nel Nord del
mondo. Si prevede che entro il 2025 lo stesso numero di città produrrà lo stesso PIL ma un terzo
delle città del Nord sarà sostituito da città localizzate nelle economie emergenti, soprattutto Cina e
India l’economia mondiale dipenderà dallo stato di 600 città, dalle loro infrastrutture, dai loro
servizi e dalla loro capacità di gestire l’espansione urbana (sprawl urbano)
2) Il potere economico delle città si appoggia a molteplici concentrazioni urbane di potere. I Central
Business District (CBD) delle città ai vertici sono concentrazioni di conoscenza, creatività,
innovazione, potere politico, élite, influenza culturale e simbolica, forza finanziaria e
infrastrutturale. Questi luoghi insieme guidano la vita nazionale e internazionale A.T. Kearney
Global Cities Index misura il coinvolgimento delle città nelle attività economiche, nella formazione
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PROLOGO

Alcuni studi mostrano importanza delle città a livello globale, altri mettono in evidenza che un piccolo numero di “giganti urbani” guida la ricchezza e la creatività economica mondiale  le élite di queste città hanno un grande potere nazionale e transnazionale, stati e forze militari puntano sulle città per ottenere vantaggi geopolitici, il comportamento urbano è modellato dall’abitare metropolitano. In tutti questi studi le città sono viste come “luoghi delimitati” che promuovono la crescita. L’urbano è ovunque e i tentacoli delle città sostengono una nuova era di “urbanizzazione planetaria” (Brenner). Il libro si colloca all’interno di queste ricerche ma se ne discosta per enfatizzare la globalità urbana e la capacità di azione dell’assemblaggio urbano. La tesi è che ci sia ben più della concentrazione spaziale e che a fornire alla città il potere di “fare il mondo” sia l’unione di sistemi sociotecnici sovrapposti. Città = irraggiamenti spaziali che raggruppano atomi, atmosfere, simboli, corpi, edifici, piante, animali, tecnologie, infrastrutture, istituzioni ognuno con proprie combinazioni, propri radicamenti, propri movimenti, propri mezzi. Quale sintesi è possibile senza violare il carattere pluriverso della città? Sintesi deve avvicinarsi a “macchinario combinatorio”, forza sommativa di molte entità. Si considera la città come una macchina il cui impulso deriva da vari corpi, materiali, simboli e intelligenze connessi da relazioni entro reti di calcolo e distribuzione, circondati da regimi e rituali di funzionamento. Tutti sostengono in modo diverso la vita dentro e al di là della città. Progetto è quello di ripensare la vitalità urbana tenendo insieme sia le qualità meccaniche sia il modo in cui essa crea continuamente nuovi pubblici. Molti libri sulle città tendono ad iniziare dall’esterno, questo libro intende vedere la città dall’interno perché la città funziona dal suolo. La combinazione degli elementi varia in modi che sono essi stessi costitutivi. Senza questo ronzio a livello del suolo la città è svuotata di buona parte della sua esistenza. Città sono sistemi per dirigere e rendere possibile la vita. Ogni infrastruttura ha suoi punti di aggancio che costituiscono arene politiche. In poche parole, il campo delle infrastrutture urbane può diventare fulcro principale dell’azione politica. CAPITOLO 1 - GUARDANDO ATTRAVERSO LA CITTÁ Se le città esistono come entità fisiche, sono comunque entità tentacolari che generano ogni tipo di influenza che si diffonde nel mondo. È uno sbaglio pensare le città solo come formazioni territoriali: sono entità complesse, intreccio di macchine, infrastrutture, esseri umani e non-umani, istituzioni, reti, metabolismi, materia e natura. Le città “fanno” il mondo = lo attraversano e definiscono il carattere dell’insediamento urbano  TUTTAVIA il perché questo accada non è autoevidente. Importanza della città globale è sempre più riconosciuta nell’ambito della ricerca e delle azioni politiche MA non ha ancora portato ad un ripensamento dei fondamenti delle discipline al centro delle scienze sociali che devono tenere conto composizioni intra- e inter-disciplinari sia nel pensiero che nel metodo. Un mondo urbano Aspetti principali dell’importanza mondiale della città:

  1. Un piccolo numero di città guida la crescita economica mondiale. Secondo il McKinsey Global Institute nel 2010, 600 città producevano il 60% del PIL globale; quasi tutte localizzate nel Nord del mondo. Si prevede che entro il 2025 lo stesso numero di città produrrà lo stesso PIL ma un terzo delle città del Nord sarà sostituito da città localizzate nelle economie emergenti, soprattutto Cina e India  l’economia mondiale dipenderà dallo stato di 600 città, dalle loro infrastrutture, dai loro servizi e dalla loro capacità di gestire l’espansione urbana ( sprawl urbano)
  2. Il potere economico delle città si appoggia a molteplici concentrazioni urbane di potere. I Central Business District (CBD) delle città ai vertici sono concentrazioni di conoscenza, creatività, innovazione, potere politico, élite, influenza culturale e simbolica, forza finanziaria e infrastrutturale. Questi luoghi insieme guidano la vita nazionale e internazionale  A.T. Kearney Global Cities Index misura il coinvolgimento delle città nelle attività economiche, nella formazione

di capitale umano, nello scambio di informazioni, cultura e influenze politiche. Classifica 2012: New York, Londra, Parigi, Tokyo, Hong Kong, Seoul, Buxelles, Washington, Singapore, Sydney, Vienna e Pechino. Tutte queste città esercitano un potere di rete che aggira quello delle tradizionali giurisdizioni dello Stato  Sassen: “il futuro geopolitico sarà determinato da ca. 20 reti urbane strategiche di livello mondiale”

  1. Poteri economici e politici non si rispecchiano nel paesaggio urbano né sono garanzia di benessere all’interno della città ANZI sono parte della struttura della disparità urbana. Entro il 2050, il 70% della popolazione abiterà in aree urbane (grande aumento). Oggi, 450 città con più di 1 mln di abitanti, di queste 21 con popolazione fra i 10 e i 35 mln. Il ritmo di crescita è elevato nelle città del Sud del mondo: entro il 2030 ospiteranno l’80% della popolazione urbana mondiale. Secondo UN- Habitat già oggi 1 mlrd di persone abita negli slum = zone di povertà, marginalità e deprivazione.  Nella città contemporanea sono co-localizzati mondi sociali profondamente diversi e divisi. Il potere e le risorse sono sbilanciati verso élite e classe media a scapito della maggioranza povera.
  2. Il cambiamento ambientale globale è alimentato da e riguarda il metabolismo urbano. Burdett e Rode: “aree urbane occupano meno del 2% della superficie terrestre ma concentrano tra il 60 e l’80% del consumo energetico globale e il 75% di emissioni di CO 2  continuano ad aumentare: domanda di energia, emissioni. Le impronte ecologiche delle singole città variano considerevolmente (es. città europee hanno impatto ambientale minore rispetto a città della Cina). Cambiamento climatico riguarda tutte le città  rischi e vulnerabilità = prezzi alti per energia e cibo, eventi climatici estremi, mancanza di infrastrutture, alti livelli di inquinamento e congestione.  Ci vuole migliore gestione del metabolismo urbano attraverso densificazione dello spazio, infrastrutture intelligenti, riciclaggio rifiuti, fornitura di energia combinata.
  3. La nuova centralità urbana avviene senza un paragonabile aumento di potere delle autorità locali. Governi delle città sono ostacolati da vincoli fiscali o giuridici, sono frenati da carenza di risorse, capacità o impegno. Ogni tentativo di rafforzare la governance municipale si scontra con il ruolo di potenti forze non governative che hanno progetti diversi (coalizioni di interesse che considerano città come nodi transnazionali, élite urbane che posseggono beni urbani, sistemi di fornitura di servizi che si muovono al di là del monitoraggio pubblico ecc.)  il mondo funziona con le città QUINDI le amministrazioni locali giocano un ruolo solo accessorio poiché dipendono da alleanze che compromettono la loro autonomia e autorità. Urbanicità Caratteri dell’“età urbana” pongono questioni sulla costituzione e caratteristiche della dinamica di vita nella città  ha a che fare con il concetto di throwtogetherness = un essere insieme che tiene conto anche del costante e conflittuale processo di costituzione del sociale, umano e non umano. Questo è al centro della svolta relazionale negli studi urbani degli ultimi anni che indagano la città come campo di forza combinatorio, “assemblaggio adattivo complesso” governato dall’equilibrio di potere fra molte strutture di autorità. Questo approccio studia spinte e trazioni di ibridi in competizione cercando di capire come traffici, scambi e interazioni mantengano specifici ordini e gerarchie di potere. La forza urbana è concettualizzata come distribuita, coalizionale ed eterogenea. È insieme fissa (attraverso il rendimento di potere) e mobile (si muove in nuove direzioni per proprietà emergenti di sistemi interattivi). La capacità di agire della città può essere funzione sia del come gli input sono organizzati e fatti funzionare, sia del carattere della ecologia generale delle interazioni. Capacità collettiva di agire opera come capacità ed intelligenza pratica diffusa fra infrastrutture intersecate  questa intersezione è macchina, habitat e atmosfera della città che tiene le cose a posto e rende possibili i processi. Ad esempio, “capacità di creare il mondo”  carattere dell’intelligenza urbana ridotto a particolari tipi di persone con specifiche competenze e attitudini MA è sbagliato ridurre così perché nella città oggetti, tecnologie e infrastrutture sono protesi che permettono ai soggetti di pensare, agire e sentire. Gli

un’intelligenza esperta, bisogna riconoscere le intelligenze già all’opera nella città, affrontare problemi localizzati, impostare la governance urbana come sfida in grado di sfruttare questa pluralità, intelligenza distribuita che tiene insieme la complessità della città. Conoscere la città richiede di attingere ad un ampio spettro di conoscenze. Un primo passo è quello di trattare l’intelligenza computazionale all’interno del più ampio impegno per valorizzare diverse forme di conoscenza mettendole in competizione fra loro. Non è semplice perché molte pratiche di conoscenza sono nascoste, informali, improvvisate o incorporate nel meccanismo urbano. Possibile però trovare dei principi per la gestione della conoscenza:

  • Mantenimento della rete dei centri locali di intelligenza. Questi per affrontare questioni locali attingono a diverse combinazioni di competenza (esperta e non, tecnica e professionale ecc.)  prendere queste conoscenze e incanalarle per affrontare le sfide di tutta la città
  • Creazione di un centro per le decisioni strategiche sulla città aperto a più metodi di analisi e all’ampio controllo pubblico. Tecnologie di calcolo e risultati sottoposti a dibattito e validazione esterna. In questo modo c’è lo spazio per una contro-cultura dell’intelligenza urbana e della pianificazione  si sviluppano progetti urbani alternativi  si spingono le autorità competenti a giustificare le decisioni Questi principi rallentano per consentire valutazioni caute anche laddove problemi urgenti inducono le autorità ad agire precipitosamente. Inoltre, implicano il fatto che trovare la strada in un ambiente urbano complesso e in continua evoluzione richiede che i decisori riflettano sui dati della competenza urbana compreso il valore della conoscenza computazionale. Questi principi spingono ad ammettere una molteplicità di metodi e ibridi di intelligenza umana e non-umana. Questa scienza alternativa si occupa di rendere visibile (più che dare per scontato) il lavorio nascosto degli algoritmi, delle macchine e dei codici che sono alla base dei molti sistemi sociotecnici della città e i loro effetti. Ridisegna le risonanze ed influenze dell’intelligenza artificiale in modo che nascano nuove domande pubbliche. Lavora orizzontalmente tra le diverse fonti basandosi sulla competenza di assemblare, negoziare, collaborare. Apre i circuiti chiusi dell’autorità per metterli alla prova con la polivocalità e incertezza costitutiva della città che può essere conosciuta solo parzialmente. Mariana Valverde  nuova scienza sfrutta la logica del fastidio accettando che anche le città in cui le leggi sono più numerose, restano governate sia dall’offensiva soggettiva sia da regole generali e oggettive. Una non esclude l’altra; “vedere come una città” = combinazione di modi di governo eterogenei che sembrano in contraddizione ma che si integrano e/o si sostituiscono. Conclusione Questo modo di procedere è in grado di misurarsi con le sfide del XXI secolo? I critici sostengono che se tutto quel che succede nel mondo è influenzato da quel che accade nel 2% della superficie terrestre allora le città devono essere gestite a livello centrale per affrontare direttamente i fattori di cambiamento e che pluralismo della conoscenza e governo non sono la stessa cosa ma semmai il primo dev’essere usato per il secondo. Ma tutto ciò può essere fatto contro una governance basata su interessi di parte, clientelismo, deficit fiscale…? Questi sono problemi non da accettare ma da affrontare da un punto di vista mobile. Questo modo di pensare si scontra con la tradizione della pianificazione urbana programmata a partire da un’idea. La logica di intervento è sempre stata quella di plasmare forzatamente la realtà piuttosto che lavorare con le dinamiche sottostanti MA questo modo non è possibile perché l’ontologia urbana che abbiamo tracciato altera il significato di autorità ripensandola come capace di regolare i vari mezzi e trovare una strada attraverso l’eterogeneità piuttosto che srotolare un progetto su di essa. Nella città contemporanea il centro è spostato, spinto a guidare senza sopprimere le molte pratiche di conoscenza e organizzative: politicamente e praticamente  spinta verso politica di trazione. Passo successivo è quello di una nuova scienza unificata in grado di muoversi fra diversi strumenti e razionalità al fine di comprendere un sistema aperto e in evoluzione. Scienza di revisione continua e

intelligenza congiunta. Ciò significa vedere il mondo come costellazione di assemblaggi; conoscere come comparare e rendere conciliabili modi macchinici di essere e pensare; sviluppare competenze seguendo le diverse reti. È scienza di diversi sistemi nervosi, scienza dell’incompletezza e del continuo imparare  ci sono sempre trame nascoste e intrighi macchinici, fallimenti dell’ordinamento perfetto. Questi sono costitutivi della creatività. CAPITOLO 2 – SPOSTANDO L’INIZIO: L’ANTROPOCENE L’infrastruttura ha generato circolazione, ha generato la città, l’Antropocene. La città è un groviglio infrastrutturale con capacità di agire. Le città sono uno dei principali prodotti e al tempo stesso una delle produttrici dell’Antropocene. Sono momenti ricorrenti nella circolazione di persone e cose in cui circolazione e città costantemente si rinforzano in coalizioni. Questione della motilità  in origine città localizzata in luoghi strategici o in confluenze di tratte commerciali. Poi le città diventano loro stesse produttrici di beni, nodi politici e religiosi  questa circolazione di base porta alla definizione di infrastrutture producendo un mondo in cui le infrastrutture non sono più effetto ma causa  stratificazione delle infrastrutture porta alla formazione di un’era geologica, l’Antropocene: la riconfigurazione della terra da parte dell’occupazione umana; le città sono i veri cittadini globali. L’accelerazione di questo processo è connessa all’espansione e alla intensificazione delle infrastrutture. Infrastruttura non solo intesa come elemento fisico concreto ma riguarda anche processi di standardizzazione, rivalità professionale, imperativi burocratici ecc. e tutte quelle disposizioni generali che permettono che le cose si adattino vicendevolmente + riguarda anche pratiche di manutenzione e riparazione che garantiscono all’infrastruttura di continuare a funzionare. Spostando l’inizio: la seconda Pangea Città considerate come il prodotto della rivoluzione agricola  surplus di cibo e le esigenze alimentari del bestiame permisero la nascita delle città. Città creano scrittura, forme di creatività scritta, burocrazie statali, commercio, modi organizzati di vivere insieme e il tempo che ha permesso la nascita del pensiero astratto. MA ha prodotto anche svantaggi  Diamond sostiene che agricoltura sia stata catastrofe: diminuita altezza, denti deteriorati, malattie epidemiche aumentate, prossimità con bestiame porta malattie mortali. L’uomo europeo ha riconquistato queste cose solo nel XX secolo ma si sono presentati nuovi problemi di incompatibilità evolutiva (cancro, malattie del cuore, aumento malattie croniche ecc.). Nessuno di questi problemi fu preso in considerazione al tempo in cui l’agricoltura cominciò la sua ascesa e oggi peggiorano. La rivoluziona agricola sembra aver prodotto un secondo essere umano “controevolutivo”. L’Antropocene è da mettere in relazione alla costruzione di un regno urbano dipendente da fonti di cibo solo parzialmente adatte alla costituzione umana. Il cambiamento di alimentazione e la maggior mobilità ha portato ad un mescolamento genetico dando origine ad un cambiamento accelerato a causa dell’andamento demografico della città, sebbene i marcatori genetici siano relativamente lenti. Un cambiamento più rapido è visibile ad altri livelli:

  1. Livello geologico  genere umano ha spostato grande quantità di rocce e suolo + ha prodotto nuovi materiali incidendo in modo permanente sull’eredità geologica. Gli esseri umani hanno cominciato a cambiare il pianeta ad un grado tale da creare la propria era geologica. L’umanità lascerà una durevole eredità geologica di rocce e fossili artificiali, una tipologia di aggregato urbano fatto di materiali spostati e rimescolati insieme. Confronti che sembrano troppo drammatici se non introduciamo nell’equazione la quantità netta di energia portata dall’uomo in questa modellazione del mondo (13 terawatts).
  2. Livello climatico  eredità geologica mostrerà i segni del cambiamento climatico e dell’estinzione di massa. Gli umani hanno modificato la composizione chimica dell’aria (diossido di carbonio nell’aria aumentato del 50%). Effetti del mutamento sono evidenti: scioglimento ghiacciai, frequenza di tempeste violente, surriscaldamento oceani, innalzamento del livello del mare ecc.

Nello stato antropizzato  sotto: scavati tunnel e pozzi; sopra: strade, bacini e fonti di energia; in alto: areoplani, satelliti e segnali wireless. Tutta questa attività è connessa alle esigenze della città. L’insieme di tutti questi strati sta continuamente aumentando con la costruzione di nuove infrastrutture. Gli effetti sull’ambiente sono spesso drammatici: esse frammentano gli habitat e un habitat frammentato perde la metà delle specie animali e vegetali nell’arco di 20 anni. Le infrastrutture sono talmente diffuse che le diamo per scontate fino a che non c’è un malfunzionamento. L’infrastruttura ha una storia: è la storia di un insieme di decisioni del passato su come far circolare le cose. È la storia del cambiamento dell’ambiente urbano. Numerosi esempi: riscaldamento, aria condizionata o illuminazione  grazie a quest’ultima la notte non è più un tempo altro, buio e minaccioso, la sfera che viviamo si è espansa. La luce artificiale si è diffusa ovunque MA non dobbiamo sovrastimare: in molti luoghi il buio è ancora buio. Lo sviluppo delle infrastrutture è la storia dell’evoluzione della capacità di movimento degli esseri umani. Es. ascensore (pag. 55 storia ascensore)  prima edifici erano massimo di 7 piani, ricchi in basso mentre poveri si facevano le rampe di scale. Ascensore ha invertito questa stratificazione. Grazie agli ascensori la verticalità della città non solo si solleva verso il cielo ma scava anche nel profondo della terra. Le infrastrutture rimandano alla storia della circolazione delle cose. Es. commercio marittimo  un tempo erano materiali da trasformare in prodotti. Oggi i nostri corpi sono mappe del commercio globale (camicie e magliette da Cina, cappotti da Malesia, occhiali da Germania…). Viviamo in luoghi pieni di oggetti che hanno transitato via mare da luoghi lontani. Commercio marittimo dipende da norme e regole, comprende 10000 navi cargo che trasportano tutto ciò che mangiamo e indossiamo, funzionano grazie a equipaggiamenti di popolazione itinerante di centinaia di migliaia di individui. Altri effetti: permette alle persone di spostarsi e alle comunità di diffondersi nel mondo (diaspore, condizione costante della storia degli esseri umani). Le infrastrutture sono così presenti da diventare una caratteristica consolidata del paesaggio urbano. L’ubiquità di esse ha dato vita ad aree che sono esse stesse infrastrutture (es. porti, aeroporti, stazioni ferroviarie o di servizio ecc.)  Augè li definisce non-luoghi MA secondo autore del libro meglio by-places dipendenti da by-products dei viaggi di persone e cose. Lo spazio urbano è mediato dalle infrastrutture. Es. suono  paesaggi sonori delle città del passato lasciavano spazio a suoni emanati da sorgenti naturali. Ora sono pochissimi i luoghi in cui gli unici suoni presenti sono naturali; le città sono sature di suoni (talmente tanto che gli uccelli cantano di notte e il rumore del commercio marittimo disturba l’accoppiamento di balene e delfini). Flussi di (in)coscienza Città sono luoghi in cui le infrastrutture sono dense e la loro esperienza è pressante MA sono anche i luoghi in cui sono stati inventati e applicati nuovi tipi di esse. L’infrastruttura fisica è stata completata da infrastrutture con micro-sensori con grandi capacità di raccolta dati. Se le infrastrutture sono considerabili come una “seconda natura”, questa nuova ondata di infrastrutture sono una “terza natura” che si basa sul trasporto di massa di culture nel mondo ad una velocità elevata  infrastrutture di flusso. Ha origine nelle città: ascesa della cultura della stampa di mediazione ha portato ad aumento del contare, riportare e trascrivere nelle burocrazie; l’imperativo burocratico ha portato a innovazioni tecnologiche e alla tradizione documentaristica di archivi e indici. Ha portato anche a forme di identificazione spaziali (es. indirizzi) e pass (es. passaporto). Ha condotto inoltre al pianificare usando mappe, digrammi ed equazioni. A fianco di questa infrastruttura semiotica c’è il denaro nelle sue varie forme. Infine, a partire dal XVIII sec. le imprese hanno inclinazione verso il pensiero diagrammatico/algoritmico e verso logiche manageriali che programmano l’inserimento di esseri umani in posizioni adeguate all’interno delle aziende. Negli ultimi 50 anni: nuovo livello di astrazione, risultato di cambiamenti a grande scala dell’infrastruttura di informazioni e comunicazioni che ha portato il funzionamento macchinico dell’infrastruttura ad estendersi anche a molti altri aspetti della vita. Sono stati creati vari motori semiotici che sono presenze reali nel mondo con conseguenze importanti e talvolta devastanti. Essi agiscono al di fuori della nostra percezione diretta ma in modi che possono influenzare le nostre attività.

Esempio del denaro  ha generato strumenti di secondo ordine che possono esistere solo grazie alle infrastrutture. Ad esempio, gli indici di borsa sono basati su un’infrastruttura che dipende non solo dall’infrastruttura fisica ma anche da algoritmi dei software, dati e statistiche. Tra l’altro oggi il denaro è diventato ancora più pervasivo con nuovi tipi di tecnologia finanziaria e pagamenti automatizzati (altri esempi, a pag. 60, sono: scienza, consumo, mass media, governo). Queste macchine non agiscono sulla coscienza in quanto tale ma incidono direttamente su “la variazione e la forza continue dell’azione esistente e potenziale” (Guattari) resa concreata da elementi a-significanti che risuonano attraverso il corpo. Tuttavia, oggi l’accesso a questo mondo è più facilmente mediato e sviluppato, è più presente e intensificato. In ogni caso i segni e le cose entrano in relazione tra loro al di fuori della rappresentazione (i segni monetari agiscono direttamente sulla produzione). Il risultato: la coscienza assume un ruolo più umile paragonabile a quello di un modulatore di presenza sensoriale che agisce al di fuori della sua competenza esperienziale  le operazioni umane più elevate e più intrinsecamente umane sono state sostituite in un mondo di media computazionali microtemporali (Hansen). Elementi macchinici imperfetti ma potenti consistono in sistemi algoritmici di sistemi  accompagnano le nostre vite quotidiane e, fornendo un’infrastruttura di socialità, assistono e stabiliscono il nostro vivere. Questi elementi macchinici non sono separati o innestati nella vita umana ma costituiscono un’estensione di essa. Gli individui sono ingranaggi di una più grande macchina dividuale, dentro macchine che consistono in vari ibridi di animazione/automazione che si sommano a un processo di circolazione. Il bene pubblico essenziale oggi è un noi privatizzato e ibridato iscritto nel mondo attraverso schermi, sensori, materiali computazionali. Risultato: “l’esperienza umana sta subendo una trasformazione causata dal complesso coinvolgimento degli esseri umani in reti di tecnologie multimediali che operano al di fuori della portata della consapevolezza umana” (Hansen). Questi segni “senza significato” sono elementi macchinici che funzionano indipendentemente dal fatto che significhino necessariamente qualcosa (es. segni di punteggiatura). Es. di Lazzarato su economia  esiste realtà dell’economia “reale, realtà delle previsioni su di essa, realtà dei prezzi, realtà delle aspettative su essi ecc.: ognuna di queste realtà ha propri indici, dati, software, diagrammi ecc. Gran parte di ciò che può essere definito realtà è fuori dall’esplicito controllo umano poiché consiste in macchine che comunicano con macchine  decisioni multiple spesso prese al di fuori di una visione convenzionalmente umana. Ritorno alla città Cosa c’entra tutto ciò con la città? Tali modalità di funzionamento sono parte della creazione di un “iperoggetto urbano”. Le città sono presenze umane ma sono molto di più di questo  è da superare la presunzione correlazionista che considera l’esistenza del mondo solo all’interno di una visione riferita all’umano (che sostiene che non esista pensiero sulla realtà senza pensiero). Questa concezione omette molto di ciò che esiste, il mondo oltre ciò che a noi appare. Parte del dibattito si è spostato dal come conosciamo la realtà, al cosa sia la realtà. Qualunque sia questa “cosa” essa non è solo dominio umano ma nemmeno qualcosa che non ci riguarda  le cose possono appartenere al sociale senza essere costruite socialmente così come possono esserci assemblaggi sociali non umani (es. barriere coralline). La materia urbana può spostarsi e, a seconda di come è organizzata, può diventare qualcos’altro. L’infrastruttura è il modo principale attraverso cui ciò si realizza. Le città sono assemblaggi sociali ma esistono anche come dominio non umano. Nella posizione di Morton le città sono iperoggetti, status che gli deriva da proprietà della città di cui gli esseri umani sono più o meno consapevoli. Secondo Morton alcune caratteristiche sono adatte a schematizzare l’iperoggetto urbano. Le città sono:

  1. Vischiose  è impossibile liberarsi dal campo di convergenze che generano; le città ci stanno appiccicate, che ci piaccia o meno ne siamo parte
  2. Non locali  tutto ciò che esiste al loro interno ha legami con altri luoghi, tutto è intersecato con qualcos’altro
  3. Temporalmente discontinue rispetto alle vite umane  non consistono solo di pensieri e azioni a scala umana ma anche di modi di “sentire” diversi ognuno dei quali ha proprie cronologie e modi di

l’Homo civitatis, situato nell’insieme degli apparati sensoriali che la città fornisce. Tali apparati sono percepiti da un corpo “espanso”. Tale definizione individua un insieme di fili che si intrecciano fra loro senza che sia facilmente individuabile un inizio e una fine. Va introdotto un elemento: il modo in cui il mondo si presenta dovrebbe suscitare meraviglia e stupore. È quasi impossibile evocare la complessità dell’infrastruttura, eppure, depuriamo costantemente dalla meraviglia la nostra visione del mondo e del suo funzionamento. Non siamo più stupiti. Urbanicità, Antropocene e infrastrutture richiedono di pensare l’umano in maniera più ampia come composto di potenze tecniche e terrene. Come considerare l’azione umana in modi inventivi senza raccogliere dati in maniera casuale? Come pensare non ad una persona ma ad un clima? Questo richiede un ripensamento dell’infrastruttura che non è inerte bensì vivente. L’Homo civitatis è molto diverso da ciò che abbiamo pensato essere la radice umana. È legato ad un ambiente che attraverso il consumo, il denaro e i mass media cerca di far sentire il mondo ai suoi ordini mentre invece è l’uomo agli ordini della città. Le specie accidentali L’umanità è una festa mobile. Gee indica che l’umano, che noi scegliamo di considerare come riferimento, è solo una possibilità tra molte. È una casualità che ha condotto l’umano ad una supremazia sulla terra. La testimonianza evolutiva dimostra che la terra era abitata contemporaneamente da diversi ominidi e non si sa bene perché l’homo sapiens abbia avuto la meglio. Gee inizia una esposizione anti-apologetica dimostrando che la peculiare postura bipede potrebbe essere stata raggiunta per puro caso. Successivamente analizza gli attributi considerati unici dell’umano come la tecnologia e le costruzioni, le dimensioni e il volume del cervello, la coscienza  dimostra che ognuno di questi considerati unicamente umani sono esistenti e funzionanti anche nel mondo animale e sono il risultato di un processo evolutivo che non è unico della nostra specie. Sembra che non ci sia una qualità umana di base ma piuttosto differenti processi di umanizzazione che variano con il tempo. 4 attributi hanno indirizzato la nostra evoluzione in una direzione particolare poiché sono dotazioni che si dimostrano moltiplicative e non additive:

  1. Socialità  siamo fatti per essere cooperativi e i nostri corpi trasudano quest’obbligo affettivo- cognitivo (voce e bocca che trasmette informazioni, volto e espressioni facciali, gestualità…). Abbiamo voglia di connetterci e di continuare a connetterci. Quest’esigenza ha portato allo sviluppo di segni, parole ed espressioni che ci permettono di leggere altre menti, condividere esperienze e proporre soluzioni collettive. Inoltre, l’impulso a connettersi conduce anche a dare una forma al mondo (ad esempio attraverso la categorizzazione)
  2. Abilità nel creare storie  amplifichiamo il bisogno a connetterci attraverso il medium vitale della costruzione di un nested scenario building = costruiamo storie. Immaginiamo noi stessi e gli altri come partecipanti alla “messa in scena” della nostra vita. Le storie creano legami tra persone e noi agiamo come se questi legami fossero veri, per cui lo sono.
  3. Plasticità fenotipica  le menti si sviluppano in modi differenti in ambienti differenti ma il cervello è abbastanza plastico da permetterci di parlare con persone con neurogeografie differenti.
  4. Neotenicità  conserviamo tratti giovanili in età adulta. Falliamo a crescere e continuiamo a imparare, giocare, mostrare curiosità (Montagu: “siamo abili a crescere giovani”). Ma questo significa che abbiamo costante bisogno di diversivi, dobbiamo riempire il tempo in attività. Non dobbiamo lasciare che il linguaggio e l’immaginazione assumano un ruolo predominante. In fondo l’essere umano è un’entità macchinica; l’essere cosciente interamente all’interno è un’invenzione umana. Non c’è nessuno la cui illusione possa essere il sé cosciente. Questo non vuol dire che non possa emergere un’identità esperta e riflessiva di sé e del mondo ma definire come questa di identità senta e conosca richiede tempo. È più corretto sostenere che ci sia un mondo esterno e una mente interna e che noi non percepiamo direttamente nessuno dei due. Entrambe sono una specie di interfaccia tra la mente e il mondo. Metzinger: “tutto ciò che viviamo è un sé virtuale in una realtà virtuale”. È su questa membrana che dobbiamo concentrarci, sulla relazione fra cervello, corpo e entità del mondo esterno. Alcune ricerche

dimostrano che questa membrana è molto flessibile, può essere plasmata da ogni tipo di influenza (pag. 75 es. sullo “spazio”). Uscire dalla visione centrata del sé rende più facile comprendere i processi contemporanei di soggettivazione. Questi processi basano la loro forza sulla produzione di massa di individualità e localizzazione. Sistemicamente, attraverso vari canali, sono assemblati individui separati. Questo è un nuovo tipo di regime di “esistenzializzazione cartografica”, più facile da imporre a causa della crescita generale della conoscenza di come pre-programmare emozioni e desideri; della tecnologia dell’informazione che rende possibile il monitoraggio continuo; dai progressi della tecnologia visuale e sonora. Questo regime ha reso più facile mappare e possedere territori esistenziali che in tempi precedenti erano difficili da controllare. Il cervello è notevolmente malleabile e può sia collegarsi con, sia diventare parte di, ogni genere di cose. Questi accoppiamenti richiedono l’acquisizione di nuovi poteri o la capacità di svolgere nuove operazioni. Molti funzionano attraverso meccanismi di auto-regolazione del cervello, in gran parte inconsci ed endogeni. Possono essere bloccati da traumi o strategie psicoanalitiche che richiedano al cervello di costruire una nuova personalità. Quindi il cervello è estremamente plastico e questa plasticità gli permette di creare qualsiasi tipo di collegamento inaspettato che potrebbe fornirgli nuovi poteri differenti. L’umano è identificato come intrecciato in nodi e cose: le cose che ci circondano (che ci coccolano e/o ci minacciano) diventano noi; le cose si uniscono in molte combinazioni differenti producendo molti nuovi poteri. L’eccezionalità umana si rivela ancora una volta un aspetto problematico. Il mondo delle cose si rivela anch’esso costituito da sistemi complessi di entità con gradi molto diversi di potenza e risonanza ma di certo non è passivo. È simile ad un sistema climatico che muta continuamente e costantemente esercita una spinta. Per comprendere tutto ciò abbiamo bisogno di imparare a parlare con voci diverse (Serres) come un coro capace di attingere a più fonti e non solamente dall’umano. Crescere giovani? La fine dell’umano così come lo conosciamo Abbiamo ricollocato l’umano decostruendolo e rimettendone insieme i pezzi come tante infrastrutture reciproche che producono individualità. L’uomo occupa un mondo di cose che lo modellano allo stesso modo in cui queste ne sono modellate. Questo non significa che l’umanità non esista bensì che ha assunto una membrana nuova, meno rigida. L’umanità ha esteso la propria portata fisica attraverso protesi esterne e interne. Possiamo ipotizzare che nel futuro ci sarà grande aumento della tecnologia  membrana tecnologizzata. Gli umani diventano climi che esistono in uno stato intermedio più che in un involucro distinto. Parte del problema è che dalla metà del XX sec. l’umanità esiste in quantità eccessiva come “ominescenza” (Serres), nuova efflorescenza ecologica dell’umano basata su una re-ingegnerizzazione delle varie facoltà del corpo; l’onnipresenza del trasporto e delle comunicazioni che abbiamo prodotto ma non sappiamo controllare. Nuova abilità dell’umanità di produrre vaste collettività tutte collegate in quella che Serres chiama “nuova città” al contempo compressa ed estesa che comprende e mescola tutte le città attraverso migliaia di reti fra città. Assomiglia ad una foresta tecnologica stracolma di individui. Solo alcuni di essi risuoneranno a seconda del contesto  contesto considerato come apertura in quanto spazio attraverso il quale si trasmette il significato di cosa costituisce un “io”, un “noi”. Ciò che è certo è che si estende oltre l’umano, producendo un nuovo “noi” costituito da tutti i generi di individui non solo umani. Questa postura produce l’indebolimento di ciò che è considerato realtà ma senza fornire un’idea circa un’uscita di emergenza. L’obiettivo è produrre un linguaggio ibrido trans-entità che permetta quel minimo di comunicazione tale da indurre un livello produttivo di disagio che può portare a nuove forme e modelli di trans-entità. La tecnologia rivoluzionerà questo processo. Es. fisiognomica: siamo abituati a vedere il mondo come insieme di superfici in grado di risponderci in numerosi modi. Ma cosa accadrebbe se il paesaggio percepisse i nostri volti?  oggi non impossibile con sistemi di riconoscimento facciale che dal primo piano potrebbero spostarsi al generalizzato. Pensando città pensanti

verso i non umani per mantenere la loro forza umana. La vitalità delle città può esistere solo perché esse sono anche macchine di morte. Così la ricerca del cibo modella la città (vedi p. 83-84 esempio del pollo).

  1. Imparare ad ascoltare il “sussurro dell’infrastruttura” facendo delle cose che negozino con essa. L’Antropocene produce domande a cui è necessario dare risposte ma noi finora abbiamo ascoltato poco l’Antropocene QUINDI non abbiamo ascoltato le domande poste dalle città. Le città possono offrire modi di vivere che possono provvedere infrastrutture aperte alla molteplicità, pluralità, plurivocalità. Le città e le loro popolazioni vivono attraverso l’infrastruttura MA non c’è nessuna ragione per pensare che questa infrastruttura non possa essere fatta per oscillare e contorcersi in modi che non siano sotto il nostro controllo. Serres propone di sviluppare un nuovo “tipo” filosofico costituito da scienziati che parlino in nome della terra piuttosto che di fazioni. Proposta forse troppo ambiziosa MA sicuramente abbiamo bisogno di ingegneri che siano in grado di progettare paesaggi consapevoli della realtà. Questi ingegneri non saranno politici ma dovranno comprendere che l’infrastruttura è parte della deliberazione politica. Dovranno ascoltare bisogni, progettare nuove soluzioni, disseminare, persuadere. Abbiamo bisogno di una nuova dinastia filosofica che produca nuovi mezzi per sviluppare la città e capace di creare un consenso non determinato a priori. Questa dinastia deve agire come un insieme di promotori urbani ancorati ai valori di bisogno reciproco e sostenibilità piuttosto che al non-valore del profitto.
  2. Necessità di modificare le infrastrutture in modo che agiscano non solo come i binari del tram ma fornendo un senso di alternative e potenziale molto maggiore. Questo significa cambiare il modo in cui le città agiscono come dono al mondo. Non è facile creare un simile guizzo. Sicuramente abbiamo bisogno di attraversare il cambiamento in modo modesto. Ciò significa riconoscere che le città sono forme attive in almeno tre modi: a. Le città crescono in modo organico attraverso piccole aggiunte che gradualmente portano ad un cambiamento più grande b. Non tutti i cambiamenti richiedono una continua addizione: molti cambiamenti delle città riguardano sottrazioni abili  riconoscimento che il nuovo può crescere dal vecchio non solo attraverso la demolizione ma anche attraverso recupero, riuso, riciclo. c. Non tutte le innovazioni sono tecniche, molte sono sociali e richiedono mezzi tecnici semplici
  3. Definizione di una nuova visione del mondo che dia a tutte le cose una rappresentanza o un diritto di partecipazione al dibattito politico MA senza un cambiamento radicale nel modo in cui gli esseri umani descrivono il mondo, sarà difficile da ottenere. Servirebbe una defamiliarizzazione “dell’umano” in modo da rendere possibile iniziare a neutralizzare l’aspetto più brutto del dominio umano.
  4. Provare ad inserire i cambiamenti nelle interazioni che costituiscono la vita quotidiana. Non possiamo rimanere nelle vette dei “perché” ma dobbiamo scendere al livello dei “come”. Ma come sarebbe uno studio interazionista su una città pensante? Cosa succede quando alle cose è permesso di dire la propria in una massa circolante? Conclusioni La posta in gioco si è alzata perché il mondo vitale è sempre più infrastrutturale in tutte le sue dimensioni e la vita si mischia sempre di più man mano che si sviluppano evoluzioni. Di conseguenza, ogni genere di sviluppo è all’orizzonte. La simbiosi e il parassitismo diventano la norma e la possibilità di una produzione intenzionale di sottospecie umane attraverso nuove infrastrutture sembra ormai alla portata. All’interno di questo sfondo, se vogliamo respingere l’orrore di un’umanità che riduce in poltiglia la Terra, forse dobbiamo spostarci nel regno della fantasia. Questa è la ragione per cui l’immaginazione e il fantastico sono diventati argomento di molta letteratura urbana. Può aiutarci ad immaginare nuovi mondi. Harman: si

tratta di sostituire lo sfondo. Non è sufficiente utilizzare la fantasia come semplice sostituzione di una situazione, si tratta di trasmettere un diverso tipo di intenzionalità che intacchi il limite di ciò che possiamo comprendere. L’immaginazione e il fantastico sembrano essere ciò che separa l’uomo degli altri animali. Duplice divario fra mente di una scimmia e noi: la capacità di immaginare e riflettere su scenari non ancora accaduti e impulso a collegare fra loro le nostre menti  siamo creature intensamente sociali. In questa fantasia possiamo vedersi aprire città parallele che possono fornirci mezzi per cambiare le possibilità che ci circondano. Queste città sono coinvolte in un costante flusso metamorfico, sono avvolte nel divenire qualcos’altro ma non sappiamo come né sappiamo il fine. Nei lavori di scrittori su questo, le città acquistano dimensione e lo stesso avviene per l’essere umano. Thoreau e Dillard puntano ad una trasmutazione umana e allo smascheramento di un’infrastruttura ambienticida. Tutti tendono ad essere pessimisti. Vi sono dei momenti di “ritorno alla terra” del Dark Mountain Project: “la macchina sta balbettando e gli ingegneri sono nel panico, si stanno chiedendo se la stanno controllando o se è lei che li sta controllando”; “la scrittura non civilizzata non è la scrittura ambientale […] Non è la natura che scrive perché non esiste una natura che possa essere divisa dalle persone”. Un altro modo di considerare ciò che è successo e sta accadendo lo troviamo nella trilogia Area X di VanderMeer  lettura dell’umanità in cui ogni cosa si trasforma in qualcos’altro, regno di pura infrastruttura senza inizio e fine. L’Area X è mezzo per ripulire il mondo dell’avvelenamento antropocentrico per poi arrivare anche all’umano. Allo stesso tempo è lettura delle città contemporanee in cui l’umano è in transizione. Possiamo citare poi i fossili viventi di Watts in un’epoca in cui la specie umana, consumata dall’infrastruttura è stata frantumata in molte sottospecie differenti. Forse le macchine di informazione biologica che sono state messe in atto, ma che ora stanno superando le distanze, stanno distanziando l’umano. Tutti questi tentativi sottolineano l’importanza di includere fra i viventi ciò che consideriamo morto come i fossili, le pratiche i cui scopi originali sono stati sostituiti, le memorie o le opportunità di trasformare il passato in un futuro differente. Ci riportano indietro, quindi all’infrastruttura: l’infrastruttura stabilisce il cammino dal passato al futuro che non solo ci posiziona nello spazio ma ci dice anche ciò che siamo. CAPITOLO 4 – QUESTIONI DI ECONOMIA Bonneuil e Fressoz: alcune parti dell’umanità hanno una responsabilità superiore rispetto ad altre. Le questioni di equità riguardano non solo gli esseri umani ma ogni genere di componenti dell’insieme planetario. Le questioni di equità sono rappresentate in modo evidente nelle città dove esseri umani e altri esseri sono più suscettibili di essere colpiti in massa. Le città, per il peso dell’infrastruttura urbana, sono diventate fenomeno causativo di ciò: in esse risaltano le questioni relative a economia ed equità. Esse, sono sempre più costituite da una serie di problemi inediti che richiedono differenti tipi di soluzioni. Questi problemi sono stati riconosciuti solo quando il mondo è diventato sempre più urbanizzato e i binari delle infrastrutture hanno cominciato ad indicare quali siano i vantaggi che le città riescono ad ottenere e per chi. In questo capitolo: questioni di ricchezza e povertà urbana  grandi questioni perché la ricchezza globale sembra sempre più dipendere dalla capacità delle città di creare e far circolare benessere e perché le città sono anche luoghi in cui si concentra la povertà, nonostante la loro caratteristica di essere motori di crescita. Sempre più evidente come le città siano motori di crescita economica nazionale  le possibilità di una popolazione mondiale sempre più urbana dipendono da capacità generative e distributive delle città. Si fa strada l’idea che successi e fallimenti dell’economia abbiano qualcosa a che fare con le città. Oggi questa idea è confermata da ricerche sui vantaggi economici dell’agglomerazione spaziale che individuano una serie di benefici (es. energia, opportunità di lavoro, reti di relazioni, istituzioni…). In generale la maggior parte delle ricerche converge nell’identificare il vantaggio competitivo delle città come derivante dalla concentrazione spaziale di persone, imprese e istituzioni. Ricerche individuano anche una serie di diseconomie (es. costo della congestione, della sovrappopolazione…).  L’agglomerazione è vista

Possibile proporre una diversa concezione del “bene comune urbano”  qualità dei macchinari di misurazione, distribuzione e amplificazione (=automaticità urbana) sono cruciali per l’economia delle città. I substrati della produttività urbana Considerare la città come macchina infrastrutturale = essere aperti alla presenza dell’infrastruttura in tutti i settori dell’economia urbana. Su questi temi la ricerca è in ritardo ma non lo sono organizzazioni e istituzioni politiche sovranazionali. Esempio: UN-Habitat promuove politiche per la riduzione della povertà ed ha iniziato a parlare di strade come motori per la prosperità  buona mobilità e connettività assicura alti ritorni economici aumentando produttività, qualità della vita, inclusione sociale e qualità ambientale. Frequentemente le organizzazioni sovranazionali raccomandano ai governi delle città nel sud del mondo di sostenere l’economia attraverso il rinnovamento delle infrastrutture. Banca Mondiale e McKinsey Global Institute mettono in evidenza che la mancanza, l’incompletezza e la carenza di infrastrutture sono impedimenti primari per una crescita economica costante (vedi esempio India p.102). Nel 2010, 8000 imprese responsabili del 90% del PIL globale e un terzo dei quartieri generali di queste imprese erano localizzati in sole 20 città. Nel 2025 ci dovrebbero essere 15000 imprese con un fatturato di più di un miliardo di dollari, la maggior parte delle quali localizzate in economie emergenti. Questo insieme di città si collegherà alla più ristretta cerchia delle città interconnesse con centri direzionali di imprese multinazionali. Queste sono Tokyo, Londra, Parigi, Los Angeles, Singapore e Sidney a cui si aggiungono nuove come Pechino, Mumbai, Sao Paolo, Kuala Lampur e altre  selezionate per alta dotazione di infrastrutture. Simili offerte infrastrutturali sostengono le iniziative urbane ad alta creatività. Città come queste offrono laboratori e università, individui creativi e con capacità imprenditoriali, organizzazioni culturali e di informazione, intermediari finanziari e varietà dei servizi. Ma cosa possiamo dire dell’economia “ordinaria”, delle attività formali e informali necessarie alla vita di tutti i giorni? Questa è la base di tutte le città. La presenza di grandi quantità di umani, istituzioni, imprese, edifici, infrastrutture, tecnologie e mercato basta a spiegare l’importanza di questa economia coinvolta nella fornitura dei servizi, nel consumo e nella manutenzione urbana. Mentre attinge sempre più a una fornitura che proviene da ogni parte del mondo, la sua localizzazione urbana non è un punto di passaggio bensì una ricca ecologia di creazione e amplificazione con importante ritorno economico a livello locale. Molte entità urbane si aggiungono alla catena di fornitura o operano indipendentemente a servizio dell’economia ordinaria. Spesso combattono per sopravvivere e affrontano una feroce competizione locale ma attingono ugualmente a esternalità e infrastrutture urbane per socializzare i propri costi, facilitare le transizioni, aumentare le opportunità. Nel circuito dell’economia “ordinaria” le città sono spazi dove le catene della fornitura sono diffuse in modi che contribuiscono molto alla prosperità urbana. Queste intensificazioni sono ben visibili nella economia off the books (=illegale). Questa è linfa vitale nelle città povere perché consente di nascondere i profitti e ridurre i costi. Questa economia, ignorata dalla teoria economica, è una delle maggiori risorse della creazione di ricchezza globale e della sopravvivenza urbana. Secondo alcuni autori lo stimolo verso un tipo di economia come questa si sviluppa dai “vuoti” lasciati da mercati formali falliti. La relazione tra infrastrutture ed economia urbana informale è tutt’altro che casuale (es. molte attività localizzate lungo infrastrutture). In molte città l’economia del do it your self è l’economia delle infrastrutture incomplete. Le infrastrutture urbane esemplificano e sostengono gli aggregati dell’economia della conoscenza, delle imprese e delle competenze specialistiche, dell’economia quotidiana formale e informale. A ciò si aggiunge il loro contributo alla produzione urbana, all’occupazione e agli investimenti. Sono quindi gli strumenti chiave per il funzionamento dell’economia urbana. Urbanesimo reticolare Nel secolo delle città, il futuro dell’economia mondiale e il benessere delle città potrebbe benissimo basarsi sullo stato dell’infrastruttura urbana. I governi nazionali sono in ritardo su questo e non hanno ancora mostrato la dovuta attenzione alla situazione critica delle infrastrutture nelle città nel Sud del mondo e sulle

conseguenze che ciò comporta in termini di diseguaglianza. Forse i governi si ritraggono di fronte al fatto che andrebbero investite dozzine di miliardi di dollari. Definire l’infrastruttura come bene comune essenziale dell’economia urbana mette in discussione il fatto che cluster industriali, concentrazione della conoscenza, collaborazione fra imprese, socialità, fermento urbano ecc. siano il fondamento della competitività urbana  potrebbero dimostrarsi molto meno importanti rispetto ad un generale miglioramento dell’infrastruttura che faccia in modo che le città possano sfruttare al meglio le proprie energie plurali, le proprie capacità, i propri mercati. È un’economia che ha fiducia nelle potenzialità dei molti soggetti e che lascia che ogni città si costruisca e si trasformi sulla base delle proprie specifiche traiettorie economiche ed eredità spaziali. La logica economica dell’urbanesimo infrastrutturale è chiara MA le possibilità e le pratiche di intervento non lo sono  la quantità di denaro è straordinariamente elevata con somme che spesso vanno al di là della portata nazionale (vedi es. Africa a pag. 106-107). Eppure, è ciò che servirebbe fare: si potrebbe fare nel momento in cui si raggiunga il consenso a livello internazionale attorno all’organizzazione dei fondi derivanti da fonti diverse per poter sottoscrivere una specie di Piano Marshall sull’infrastruttura urbana per la ripresa dell’economia globale. Una simile organizzazione dei fondi offre modesti, ma comunque stabili, ritorni economici a lungo termine. Sostenuto da altri schemi di finanziamento il nuovo Fondo può incoraggiare lo sviluppo delle politiche in modo decisivo. Potrebbe investire su trasporti pubblici, comunicazioni, servizi, abitazioni, welfare ecc. L’attrazione di somme potenzialmente considerevoli di co- finanziamento potrebbe incoraggiare autorità locali e nazionali, insieme a investitori privati e internazionali, a adottare un modello di crescita economica a lungo termine basato sull’infrastruttura urbana.  L’ostacolo più grande potrebbe essere l’assenza di interesse nel modello in un periodo segnato da un impegno delle politiche in interventi a breve termine con immediati ritorni di mercato e dal sospetto verso il valore dei beni pubblici. Per la gestione urbana la sfida risiede nello sfruttare le capacità di azione collettiva della rete urbana e dell’assemblaggio dei suoi oggetti, tecnologie, apparecchi di calcolo, flussi e informazioni. Questo nuovo modo di fornire i servizi urbani rinforzerebbe la base di informazioni dell’economia della conoscenza, le connessioni dell’economia della cooperazione, la socialità e serendipity richiesta dall’economia creativa, la rapidità e la portata necessarie ad un’economia sempre più veloce. Assicurerebbe i servizi pubblici richiesti da un mercato del lavoro potenziato e aperto, i risparmi e la stabilità dell’offerta che permettono alle piccole imprese di sopravvivere, le basi che consentono all’economia sociale di crescere. Ogni circuito naturalmente ha specifiche esigenze infrastrutturali ma senza una dotazione di partenza (posta pe rogni città in relazione a bisogni e risorse disponibili) le possibilità di ogni circuito sono compromesse. L’urbanesimo reticolare promuove dunque l’infrastruttura sulla base dei singoli casi investendo nella mancanza e nella sovrabbondanza infrastrutturale per anticipare i bisogni e gli imprevisti. Conclusioni L’urbanesimo reticolare è più di una sfida tecnica. Le infrastrutture urbane non sono neutrali ma sono sempre politiche. Sono possedute e messe in opera da monopoli che il più delle volte fanno il loro interesse. Gli investimenti e l’offerta seguono spesso le promesse di denaro e potere a spese delle persone e dei luoghi senza risorse. Se alcune città hanno goduto di un periodo di servizi pubblici universali e infrastrutture adeguate, questo è stato spodestato da una political economy di deregolamentazione e privatizzazione che ha incoraggiato l’affarismo corporativo; mentre i luoghi che non hanno avuto questa diffusione di servizi e infrastrutture continuano a utilizzare sistemi che prosperano sul bisogno e la mancanza. Inoltre, le infrastrutture sono parte di un macchinario biopolitico: il loro materiale e le loro routine stabiliscono e coordinano regimi distinti di ordine sociale e autorità. Sono lo sfondo e il riempimento dei progetti storici dello Stato. Sono qualcosa in più di reti che offrono servizi. Esempi: studi di Chandra Mukerij sul Canal du Midi (pag.109-110); studi di Joyce e Otter per mostrare come innovazione infrastrutturale

quantità dei poveri. Ultimi due dati invece mostrano una visione diversa. Questo capitolo non vuole risolvere questa ambiguità ma si sviluppa come analisi della frammentazione discorsiva sulla povertà urbana e sulle relative lotte e vittorie normative, tutte strumentali alla costruzione di una metodologia basata su numeri o caratteristiche qualitative. Le logiche del calcolo Organizzazioni internazionali misurano la povertà estrema con due soglie: una più bassa di 1$ o 1,25$ al giorno e una più alta di 2$ al giorno. La Banca Mondiale mostra dati (dal 1981 al 2005) che indicano la tendenza alla diminuzione riguardo ai numeri assoluti e alle percentuali di persone che soffrono di condizioni di povertà estrema. Questa tendenza però è distorta da una drastica diminuzione della povertà in Cina; in altri paesi rimangono elevati sia i numeri assoluti che le percentuali (come in Africa Subsahariana o in India). In altri paesi (es. Medio Oriente, America Latina, Nord Africa) è diminuita la popolazione sotto la soglia di 1,25$ al giorno mentre ancora un quarto della popolazione vive sotto la soglia dei 2$ al giorno. Queste cifre suggeriscono che mentre la povertà estrema è stata diminuita notevolmente in Cina e Asia Orientale, non è così per Africa Subsahariana e Asia Meridionale. Eppure, i numeri possono essere contestati. Reddy e Minou mettono in discussione il calcolo dei costi dei beni di sopravvivenza di base per suggerire che in realtà il livello di povertà estrema nel mondo sia aumentato. Al contrario, Sala-i-Martin e Pinkovskij confermano l’ottimismo anche per l’Africa Subsahariana dicendo che il tasso di povertà dal 2006 è sceso grazie all’incremento del PIL da parte delle grandi economie del Sudafrica. Ambiguità dei numeri permette di valutare positivamente o negativamente le politiche attuate nei vari paesi ed inoltre rafforza le posizioni predefinite sulla relazione fra sviluppo economico e povertà e quelle sulla necessaria combinazione fra mercato, Stato e società per ridurre la povertà. Tutto ciò è molto evidente nella storia recente di mappatura e interpretazione della povertà urbana mondiale  2003: Slums of the World, primo tentativo di UN-Habitat di calcolare la popolazione degli slum del mondo; prevedeva che nel 2030 il 50% della popolazione urbana avrebbe vissuto al di sotto della soglia di 1$ al giorno con condizioni di vita assimilabili a quelle degli slum (privazioni multiple, pochi diritti e possibilità).  Successivamente ONU e altre aziende hanno cercato di migliorare i metodi di raccolta dati. I dati raccolti da UN-Habitat nel 2012 mostrano che la popolazione degli slum nei paesi in via di sviluppo è aumentata MA considerando il tasso di crescita della popolazione urbana globale, è in realtà un calo del peso relativo della popolazione degli slum. La diminuzione però non è uniforme. Vi sono paesi in cui si è registrata una drastica diminuzione mentre vi sono alcune città in cui rimane elevate (+ del 50%) QUINDI le dimensioni del problema della povertà urbana estrema nei paesi in via di sviluppo rimane elevata. Interessante vedere il mutamento di tono. Le pubblicazioni più recenti evitano di fare previsioni a lungo termine, prendono nota di sviluppi positivi e individuano paesi che destano particolare attenzione. Nei rapporti di UN-Habitat:

  • Slum of the World (2003): tono moderato ma mette in evidenza la grave urgenza degli slums
  • State of World’s Cities 2010/2011 (2008): si sottolinea problema e si invitano i leader nazionali e locali a impegnarsi per i poveri al fine di garantire i diritti umani
  • State of World’s Cities 2012/2013 (2012): si collega la riduzione della povertà allo sviluppo economico e alla competitività urbana. Linguaggio dei diritti lascia spazio al linguaggio della facilitazione per permettere al povero di partecipare alla growth machine che è la città La logica del calcolo è piena di ambiguità interpretative, solleva dubbi e domande circa il ruolo dei numeri dell’inquadrare la povertà urbana globale. Numeri incerti e filtrati da strutture normative = la verità della logica del calcolo si allontana dai fatti (es. fatti sembrano incapaci di dire se l’urbanizzazione sia un’aggravante della povertà o possa migliorarla). Eppure, queste incertezze non hanno intaccato la logica del calcolo, la quale ha messo in evidenza come la dinamica economica e l’aumento della popolazione a livello mondiale forsse associata ad una quota della popolazione della maggior parte delle città del sud del mondo che vive negli slum o sotto la soglia di povertà.

Logica del calcolo è divenuta fondamentale nel campo dell’analisi e della mitigazione della povertà urbana  da questa logica deriva il Millennium Development Goal dell’ONU che si propone di dimezzare (fra il 1990 e il 2015) la povertà estrema a livello mondiale (riuscito nel 2013). L’obiettivo ha permesso alle nazioni ricche promotrici di definirne il successo a partire da numeri e indicatori per giustificare un approccio centrato sulla riduzione del debito e sul rendere gli aiuti dipendenti da riforme orientate al mercato. Il calcolo è diventato calcolatore definendo il campo in cui è possibile agire e le misure del successo, permettendo di nascondere lacune e anomalie compresa una seria sottovalutazione della povertà urbana che deriva dall' ignorare ai costi sempre più alti del vivere in città, fissando una soglia di reddito troppo bassa. Analogamente, i numeri hanno generato un campo di attenzione che lo stato e le amministrazioni comunali non possono più ignorare. La logica del calcolo incide sugli stessi poveri. Non contati, possono solo rimanere invisibili, frammentati e ignorati. La capacità di mappare gli slum si sta rivelando indispensabile per dare ai poveri la possibilità di farsi sentire dalle autorità, di contestare i dati ufficiali e il loro utilizzo e raccogliere le risorse necessarie a migliorare la condizione dell'abitare informale. “Lo spirito del calcolo” (Appadurai) è punto di passaggio obbligatorio nella politica e nelle contro-politiche della povertà urbana. Le logiche dell’esperienza Nelle mani delle istituzioni internazionali e delle politiche locali, la logica del calcolo è cieca rispetto alle condizioni di vita vissuta nel concreto che suggeriscono percorsi specifici per uscire dalla povertà. Ricerche sugli slum mettono in evidenza come la logica dei numeri si dissolva in fretta nel confronto con le esperienze situate. Ma troviamo alcuni punti di ragionamento fissi sull'esperienza. UN-Habitat, ad esempio, ha ampiamente usato lo studio di caso. L'evidenza degli studi di caso introduce una diversa visione della povertà urbana in cui i poveri sono considerati soggetti disconnessi dai mezzi di autodeterminazione, dai circuiti di opportunità e crescita e dalla possibilità di partecipare ai processi urbani. Dagli studi di caso sulla povertà urbana sembrano emergere tre narrazioni prevalenti. La prima ( 1 ) è una narrazione dello sforzo e dell'improvvisazione sociale che riconosce la durezza della vita negli slum ma anche il suo poter essere negoziata con successo tramite l’intraprendenza degli abitanti nel crearsi una casa, un quartiere, un'opportunità. Questa narrazione punta sulla vitalità della popolazione che sempre improvvisa, spera e persevera nell'affrontare le difficoltà imposte dalla vita. La forza di questa vitalità, sostenuta dalla capacità imprenditoriale e da un progressivo miglioramento della capacità di resilienza, stabilisce il confine tra la miseria al benessere. Arrival city (2010) di Saunders e Shadow City di Neuwirth’s sono due pubblicazioni che esemplificano questa visione. Saunders  si basa sull'esperienza in insediamenti nelle periferie della città che raccolgono migranti rurali impoveriti. Egli rifiuta il termine slum (per indicare degrado e assenza di speranza) e scopre invece in questi spazi una popolazione che possiede abilità proprie dell'artigianato rurale e gli stimoli per continuare. Gli abitanti sono visti come sopravvissuti che resistono alle avversità mobilitando la propria capacità imprenditoriale, lavorando con altri, ricercando impieghi, risparmiando ecc. Saunders considera questi spazi come “spazi di transizione” dai quali il povero rurale comincia il proprio viaggio per diventare parte della classe media. L'autore propone questi spazi di transizione come risposta autonoma alla povertà di massa, risposta sostenuta sia da un mercato libero che abbraccia la proprietà privata sia da un governo disposto a investire in questa transizione. Neuwirth  entusiasta del potere sociale di quelli che preferisce chiamare squatter settlements (=insediamenti abusivi). Critica il risanamento degli slum e i programmi di reinsediamento in quanto distruggono legami sociali e familiarità locali che sono essenziali per la sopravvivenza in condizioni di povertà. Sostiene invece la riqualificazione in situ, condotta da coalizioni di abitanti locali e dai loro rappresentanti e individua il diritto di occupazione come chiave di volta del successo di simili operazioni  la sicurezza del possesso di un alloggio incoraggia i residenti a migliorare quartieri, aprire imprese, trovare