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virus influenzale, emaglutinina, come il virus infetta la cellula e i tipi
Tipologia: Sintesi del corso
Caricato il 25/03/2026
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Prof.Burioni– 16 /1 2 /202 5 – Autore:Alberta Catanese e Marialaura Cicoria–linea Gialla - 2029 Quando noi medici parliamo di influenza, non ci riferiamo, come spesso accade nel linguaggio comune, a una generica infezione virale respiratoria che passa spontaneamente. Addirittura, nel linguaggio colloquiale si sente parlare di “influenza intestinale” , ma dal punto di vista medico questa espressione non ha alcun senso. Per noi, infatti, si parla di influenza esclusivamente quando ci troviamo di fronte a una malattia causata dal virus influenzale. Possiamo certamente parlare di sindrome simil-influenzale o di sindrome respiratoria virale, ma l’influenza, in senso stretto, è solo quella causata dal virus influenzale. Tutto ciò che è provocato da altri patogeni non è influenza. A questo proposito, ricordo un episodio recente: il mese scorso uno studente disse al professore «Professore, ho fatto il vaccino e mi è venuta l’influenza». La risposta fu: «In realtà non ti è venuta l’influenza: in quel periodo il virus influenzale non circolava ancora. Quella che chiami influenza, in realtà, non lo era». Naturalmente, i vaccini non proteggono da tutte le infezioni, ma solo dal patogeno per cui sono stati progettati. Dell’influenza abbiamo parlato più volte durante questo corso, anche come esempio di infezione virale localizzata. Il virus arriva nell’apparato respiratorio e determina un’infezione acuta: la malattia è confinata a questo distretto e si manifesta con sintomi respiratori ben definiti. Durante la fase acuta, soprattutto nei primi giorni di malattia, il paziente diventa altamente contagioso, perché il virus viene prodotto e diffuso in grande quantità. A questo punto, possiamo analizzare più nel dettaglio la struttura del virus influenzale.
Come spesso accade, la struttura molecolare di un virus contiene elementi fondamentali per comprendere l’aspetto clinico della malattia. E nel caso del virus influenzale, questi elementi sono particolarmente rilevanti. Quello che dovete ricordare è che si tratta di un virus a RNA a singolo filamento negativo. Ma la caratteristica più importante, e per certi versi unica, è che il suo genoma è costituito da otto segmenti separati di RNA. Questi otto segmenti di RNA negativo codificano ciascuno per una proteina virale; due segmenti codificano per due proteine, ma questo dettaglio non è essenziale in questa sede. Ciò che conta è ricordare che ogni segmento contribuisce alla produzione di una specifica proteina virale. All’interno del virione, oltre all’RNA negativo, è presente la RNA polimerasi RNA-dipendente, indispensabile per la replicazione del genoma virale. Subito al di sotto dell’involucro si trova la proteina di matrice, che è la proteina più abbondante del virus. Proprio per questo motivo, molti test diagnostici si basano sulla sua identificazione: è infatti una proteina ben conservata e facilmente rilevabile. Dal punto di vista medico, tuttavia, la parte più importante del virus è l’involucro esterno. La superficie del virus è rivestita da due proteine fondamentali: l’emagglutinina (HA) e la neuraminidasi (NA).
Queste due proteine sono essenziali per la funzione e la patogenicità del virus. L’emagglutinina prende il suo nome dalla capacità di agglutinare i globuli rossi di pollo, un fenomeno privo di rilevanza clinica, ma utile dal punto di vista laboratoristico. Dal punto di vista biologico, la sua funzione principale è quella di legarsi al bersaglio cellulare. Il recettore dell’emagglutinina è l’acido sialico, una molecola presente sulla superficie di moltissime cellule dell’organismo, in particolare dell’epitelio respiratorio. Tuttavia, l’abbondanza di acido sialico rappresenterebbe un problema per il virus nella fase finale del ciclo replicativo. Quando i nuovi virioni tentano di staccarsi dalla cellula infetta, rischierebbero infatti di rimanere ancorati agli acidi sialici presenti sulla superficie cellulare — e anche tra di loro — impedendo una diffusione efficace dell’infezione. Per risolvere questo problema, il virus dell’influenza possiede un’altra proteina di superficie, la neuraminidasi (NA), che ha la funzione di tagliare l’acido sialico. La neuraminidasi è infatti un enzima che “ripulisce” la superficie della cellula infettata dall’acido sialico, permettendo ai nuovi virioni di staccarsi senza difficoltà dalla cellula che li ha prodotti e di diffondersi efficacemente. Queste due proteine di superficie, l’emagglutinina e la neuraminidasi, sono codificate da due segmenti distinti degli otto segmenti di RNA che compongono il genoma del virus influenzale e rappresentano i principali bersagli della risposta immunitaria. Tra le due, di gran lunga la più importante è l’emagglutinina.
Vediamo quindi più nel dettaglio com’è fatta l’emagglutinina. Si tratta di un trimero, costituito da tre subunità identiche, e presenta una struttura con una testa, che è immunodominante, e un gambo, che invece non è immunodominante. Questo significa che il sistema immunitario riconosce e risponde soprattutto contro la testa, mentre il gambo rimane relativamente “invisibile”. A questo punto sorge una domanda importante: come viene determinato lo spettro di infezione di un virus che riconosce un recettore, l’acido sialico, presente praticamente su tutte le cellule? Qui entra in gioco un altro elemento fondamentale: affinché l’emagglutinina sia funzionale, deve essere tagliata da una proteasi dell’ospite. Dove questa proteasi è presente, il virus può infettare; dove non lo è, il virus non riesce a completare il ciclo infettivo. Le proteasi sono delle vere e proprie forbici molecolari, capaci di tagliare le proteine solo in presenza di specifiche sequenze aminoacidiche. Questo spiega perché, nell’uomo, l’infezione influenzale è limitata all’apparato respiratorio: solo lì è presente in quantità rilevante la proteasi in grado di attivare l’emagglutinina. Negli uccelli, invece, l’infezione influenzale è prevalentemente intestinale, perché in quella specie la proteasi necessaria è espressa principalmente nell’intestino. Questo concetto è estremamente importante e si collega anche a un dibattito molto attuale. Avrete sicuramente sentito parlare delle discussioni, ancora aperte, sull’origine del virus responsabile della pandemia di COVID-19. A oggi non possiamo essere certi della provenienza di questo patogeno. Una possibilità è lo spillover naturale, ma esiste anche un’ipotesi che non può essere completamente esclusa: quella di una fuoriuscita accidentale da un laboratorio in cui si conducevano esperimenti di gain of function, cioè finalizzati a rendere un virus capace di infettare l’uomo. Uno degli elementi che ha sollevato sospetti è la presenza, nel virus SARS-CoV-2, di un sito di taglio proteolitico per la furina, una caratteristica la cui origine evolutiva non è del tutto chiara.
una qualunque polmonite batterica. Questa polmonite si sviluppa nel paziente che ha appena superato l’influenza perché il virus ha danneggiato le difese del polmone. Non si tratta, come avviene per esempio nel morbillo, di una depressione profonda del sistema immunitario specifico. Nel caso dell’influenza, viene compromesso soprattutto il sistema aspecifico di difesa delle vie respiratorie. Perché alcuni pazienti sviluppano una polmonite batterica dopo l’influenza? Perché viene danneggiata una delle difese più importanti dell’apparato respiratorio: il muco. Il muco intrappola i batteri e, grazie al movimento coordinato delle cellule ciliate, viene spinto verso l’esterno, eliminando così i patogeni. Il virus influenzale, però, provoca un danno severo alle cellule ciliate. Le immagini mostrano chiaramente la differenza tra un epitelio ciliato normale e quello osservato tre o sette giorni dopo un’infezione influenzale: l’aspetto è come se fosse stato colpito da un lanciafiamme.Questo danno non riguarda solo gli anziani, ma si verifica anche nei giovani. Una polmonite batterica non riconosciuta e non trattata può avere esiti molto gravi anche in una persona giovane e sana. Per questo motivo è fondamentale prestare attenzione: se un paziente, dopo un’apparente guarigione dall’influenza, non si riprende completamente, e anche se i sintomi della polmonite batterica non sono eclatanti, è sempre opportuno eseguire una radiografia del torace. In questo modo si può diagnosticare precocemente la polmonite e impostare la terapia adeguata, eventualmente coinvolgendo altri specialisti. Questo spiega anche perché, durante e dopo l’influenza, bisogna riguardarsi e non “fare i fenomeni”: altrimenti il rischio è quello di restare a letto per settimane. Altre complicazioni dell’influenza esistono, ma sono molto rare. L’influenza ha inoltre una caratteristica epidemiologica ben definita: provoca epidemie annuali, con un picco che tipicamente si colloca all’inizio di febbraio. Il nome “influenza” deriva proprio dall’osservazione antica che, in quel periodo dell’anno, un numero elevatissimo di persone — circa due su cento ogni settimana — finiva a letto. Gli antichi attribuivano questo fenomeno all’“influenza” delle stelle, parlando di influenza stellare. Oggi sappiamo che la causa è un virus, ma non sappiamo ancora con certezza perché questo virus presenti un picco così marcato proprio in quel periodo dell’anno. Osservando l’andamento settimanale, il picco epidemico si colloca generalmente intorno alla quarta o quinta settimana dell’anno, quindi verso il 10 febbraio. Vediamo ora cosa succede al paziente dal punto di vista immunologico. Il paziente si ammala di influenza, guarisce e sviluppa una risposta anticorpale: IgG nel sangue e IgA nelle secrezioni delle vie respiratorie, in particolare nel muco. L’immunità contro l’influenza è dovuta soprattutto alle IgA dirette contro l’emagglutinina, anche se contribuiscono in parte anche gli anticorpi contro la neuraminidasi. In ogni caso, la risposta contro l’emagglutinina è di gran lunga la più importante. Dopo la guarigione, il paziente possiede quindi IgG e IgA. Tuttavia, le IgA non sono di lunga durata, e soprattutto il virus influenzale ha una caratteristica fondamentale: cambia ogni anno. Il virus che circola in una stagione non è identico a quello della stagione precedente. Questo cambiamento avviene attraverso un processo chiamato antigenic drift. Il termine drift indica una deriva graduale. Il meccanismo alla base è semplice: il virus possiede una RNA polimerasi RNA-dipendente che commette errori durante la replicazione. Questi errori si accumulano nel tempo e, da una stagione all’altra, determinano variazioni genetiche progressive. Di conseguenza, il virus che circola l’anno successivo non è completamente diverso, ma è lievemente modificato rispetto a quello precedente. Tuttavia, anche queste piccole differenze sono sufficienti per permettere al virus di eludere parzialmente la risposta immunitaria, che nel frattempo tende a diminuire, e di causare una nuova epidemia annuale. Il virus influenzale causa un’epidemia ogni anno perché riesce, almeno in parte, a sfuggire alla risposta immunitaria preesistente. Tuttavia, è importante sottolineare che il virus non circola mai in una popolazione completamente non immune: al contrario, circola in una popolazione
parzialmente immune. Ogni anno, quindi, si verifica un vero e proprio confronto tra le modifiche del virus e il livello di immunità presente nella popolazione. Se il virus che circola è in grado di eludere in modo efficace la risposta immunitaria media della popolazione, l’epidemia sarà più intensa: avremo più casi, malattie più gravi, persone più contagiose e, complessivamente, un impatto maggiore sul sistema sanitario. Se invece il virus non è molto diverso da quello dell’anno precedente, l’immunità residua riesce a proteggere in maniera efficace e la stagione influenzale risulterà più favorevole, con meno contagi e forme cliniche più lievi. Un punto fondamentale da ricordare è che queste previsioni non possono essere fatte sulla base delle sole sequenze virali. Non esiste alcun modo affidabile per prevedere in anticipo la gravità della futura stagione influenzale. Per questo motivo, quando a settembre o ottobre qualcuno afferma che «l’influenza sarà severa» oppure «sarà lieve» , l’unica conclusione corretta è che non conosce la virologia: se la conoscesse, saprebbe che fino a quando il virus non arriva e non inizia a circolare, non è possibile dirlo. Solo quando il virus è effettivamente arrivato possiamo iniziare a valutare l’andamento della stagione. Come abbiamo detto, esistono anni con epidemie più gravi e anni con epidemie molto lievi. Ad esempio, nella stagione 2013 – 2014, considerata “fortunata”, invece dei circa 15 casi per 1000 assistiti, se ne osservavano all’incirca un terzo. In quell’anno, quindi, il virus circolante non era particolarmente capace di evadere la risposta immunitaria. È importante ricordare che la gravità di un’epidemia è determinata dalla risposta immunitaria media della popolazione, cioè dalla somma delle immunità individuali. Tuttavia, ogni singolo paziente fa storia a sé: una persona può essere completamente protetta, mentre un’altra può non esserlo affatto. Durante l’epidemia stagionale, quindi, il virus influenzale circola sempre in una popolazione parzialmente immune. Solo raramente, fortunatamente, si verifica una pandemia influenzale, che rappresenta un evento completamente diverso. La pandemia è causata dall’emergere di un virus influenzale completamente nuovo, mai incontrato prima dalla popolazione, che quindi non possiede alcuna immunità nei suoi confronti. Come è accaduto con il COVID-19, quando emerge un virus nuovo si verifica una pandemia. Il meccanismo molecolare alla base dell’emergere di un ceppo pandemico è però del tutto diverso rispetto all’epidemia stagionale: le mutazioni non c’entrano. In questo caso avviene un processo chiamato antigenic shift. Shift significa “cambio”: non si tratta di un accumulo graduale di mutazioni, ma di un evento completamente diverso. La base molecolare di questo fenomeno risiede nel fatto, già sottolineato, che il genoma del virus influenzale è costituito da otto segmenti separati, ciascuno dei quali codifica per una proteina. Possiamo immaginare questi segmenti come un mazzo di carte. Se abbiamo un mazzo con le carte dall’1 all’8 di cuori e un altro mazzo con le carte dall’1 all’8 di picche e li mescoliamo, nella maggior parte dei casi non succederà nulla di rilevante. Tuttavia, può capitare che, pescando otto carte a caso, si formi una “scala” completa dall’1 all’8. Se in questa combinazione tutte le proteine risultano compatibili con l’uomo, tranne magari l’emagglutinina e la neuraminidasi che derivano da un virus animale, possiamo ottenere un virus completamente nuovo. Se questo virus è in grado di infettare l’uomo e di trasmettersi efficacemente da uomo a uomo, allora si genera un nuovo virus influenzale pandemico. Il rimescolamento dei segmenti genomici avviene all’interno di una cellula infettata contemporaneamente da due virus diversi, tipicamente uno umano e uno animale. È in questa situazione che può verificarsi l’evento raro ma cruciale che dà origine a una pandemia. Tipicamente, i virus che possono rimescolarsi sono quello umano, quello suino e quello aviario. Ma come può avvenire un’infezione contemporanea? La risposta è semplice: uomini, maiali e uccelli vivono spesso a stretto contatto. Molti uomini lavorano con i maiali, molti maiali sono a contatto con gli uccelli, e in molte realtà anche gli uccelli entrano in contatto diretto con l’uomo. Per il virus influenzale, inoltre, il salto di specie è un evento tutt’altro che raro. Il virus influenzale infetta l’uomo, il maiale, gli uccelli selvatici, ma anche altri mammiferi: foche, balene, pesci. Lo spettro d’azione è estremamente ampio, probabilmente perché l’emagglutinina riconosce l’acido sialico, che è presente praticamente su tutte le cellule; è sufficiente che sia presente la proteasi adatta perché l’infezione possa avvenire. Dove sta quindi il pericolo dell’emergenza di un nuovo ceppo pandemico? Nei giornali leggiamo spesso che qualche uomo si è infettato con un virus aviario. Quell’uomo può morire, può ammalarsi gravemente o può guarire, ma quasi mai leggiamo che abbia infettato un’altra persona. Questo significa che, nella maggior parte dei casi, l’uomo rappresenta un ospite terminale per il virus aviario. Tuttavia, nel momento stesso in cui un uomo viene infettato da un virus aviario, la situazione diventa potenzialmente pericolosa. Perché? Perché quell’uomo potrebbe essere contemporaneamente infettato anche da un virus influenzale umano. Lo stesso vale al contrario: un maiale che contrae l’influenza da un altro maiale può essere infettato anche dal virus umano trasmesso dal suo allevatore. Il punto critico, quindi, è rappresentato dai contesti in cui uomini e animali sono a stretto contatto. È lì che si crea il rischio maggiore di riassortimento genetico. Da qui deriva una prima, fondamentale misura di prevenzione: vaccinare rigorosamente contro i virus influenzali umani tutte le persone che lavorano a contatto con gli animali. La vaccinazione è importante per tutti, ma diventa cruciale in
Influenza aviaria, suina e pandemia del 2009 All’inizio degli anni 2000 il virus aviario comincia a dare sempre più spesso delle infezioni umane, soprattutto in Cina. Quando tutti si aspettavano l’insorgenza di un virus umano con un pezzo di genoma aviario, in Asia nel 2008 salta fuori un virus con un pezzo di influenza suina. Si presenta con una emaglutinina che viene da un maiale, non tanto diversa da quella del virus del 1918. E allora nel 2009 avremo un virus che è nuovo, ma del tutto inaspettatamente, ha l’antigene più importante ( l’emaglutinina ) che ha un certo grado di similitudine di cross-reazione con un virus che aveva circolato nel 1918; tanto che riescono a clonare un anticorpo che neutralizza questo virus da un prelievo che risaliva al 2000 di un paziente a prova del fatto che comunque c’era un’immunità preesistente. E allora, quando è apparso questo virus, chi era già immune? Chi lo aveva preso già nel 1918 e tutti quelli nati dal 1918 in poi avevano un grado di immunità, non forte, però non erano totalmente esposti. Cosa succede quando arriva un virus pandemico? quando un virus arriva in una popolazione che non è immune o che è molto poco immune, la stagionalità può essere sconvolta. Infatti, tipicamente, le pandemie influenzali hanno un andamento molto diverso rispetto all’influenza normale. La pandemia influenzale viene sempre annunciata da quella che viene chiamata ‘Herald wave’, cioè ci sono dei casi di influenza o alla fine della primavera o all’inizio dell’estate e sono causati da un virus nuovo. Questo è un campanello d’allarme in quanto vuol dire che in anticipo, rispetto al solito, arriverà l’ondata vera quella che causerà i morti. Diagnosi dell’influenza Come si fa la diagnosi? Si cercano gli antigeni virali nelle secrezioni respiratorie, si cerca il genoma, della selezione respiratoria. La sierologia non è utile, ma è molto importante per capire qual è l’immunità della popolazione. Se io ho un nuovo virus e voglio capire quanto il vaccino protegge, posso avere un’idea prendendo il siero dei vaccinati e andando a vedere quanto questo siero blocca il virus che sta circolando in quel momento. Terapia antivirale: Due farmaci che hanno lo stesso meccanismo d’azione: Relenza (Zanamivir) da inalare e Tamiflu (Oseltamivir). Funzionano poco: inibisce la neuramminidasi che abbiamo detto essere poco importante. La neuramminidasi riconosce l’acido sialico presente in grandi quantità sulle cellule respiratorie. Il virus quando viene rilasciato, se non ci fosse qualcosa che lo evita rimarrebbe attaccato alla cellula. La neuramminidasi ripulisce la cellula dall’acido sialico permettendo al virus di uscire e aiutandolo a progredire attraverso il muco perché lo scioglie. Questo effetto non è fondamentale, infatti in vitro il virus senza la neuramminidasi si replica comunque. Purtroppo, una caratteristica di questo farmaco è che per funzionare deve essere dato molto presto. Vaccino antinfluenzale inattivato
Utilissimo invece è il vaccino a virus inattivato, è un vaccino che contiene due virus A e un virus B. Dá una protezione incompleta, prima di tutto perché non induce il IgA e poi perché il virus che si usa per la preparazione del vaccino non sempre viene azzeccato. Il virus muta e quello che riesce a sfuggire alla risposta indotta dal vaccino ha comunque un vantaggio. Purtroppo per questo virus bastano una o due mutazioni per farlo sfuggire alla risposta immunitaria, nonostante l’efficacia non sia altissima, almeno è presente. Il vaccino antinfluenzale è utile in quanto consente di non ammalarsi, se ci si ammala i sintomi non sono gravi e se si prende la malattia si è meno infettivi Scelta dei ceppi vaccinali e drift antigenico L’Organizzazione Mondiale della Sanità sceglie i ceppi da includere nel vaccino e qui ha scelto quelli da fusione. Viene preparato il vaccino, somministrato e all’inizio circola un determinato ceppo, poi però purtroppo salta fuori un ceppo Drift (mutato) che diventa dominante, con soltanto due mutazioni. Sono state sufficienti due mutazioni al virus per scappare. Si deduce quindi che l’efficacia del vaccino è molto variabile, si va da anni in cui funziona bene, anni in cui non funziona bene, però funziona sempre, anche quando non riesce a bloccare l’infezione fa sì che la persona vaccinata abbia una malattia molto meno grave e che la persona vaccinata diffonda di meno il virus. Struttura dell’emaglutinina e vaccino universale La struttura dell’emagglutinina è composta dalla testa che è immunodominante e dal gambo non immunodominante. È fatta come un fungo ha il gambo e la testa. Le parti immunodominanti sono quelle contro le quali viene diretta la maggior parte della risposta immunitaria, sia a seguito dell’infezione, sia a seguito della vaccinazione. Invece gli epitopi molto conservati, quelli che sarebbero utili, sono nel gambo, sono nascosti e quasi nessuno produce anticorpi contro questa regione. Un vaccino che blocchi tutti i virus influenzali si può fare, basta creare anticorpi che siano contro il gambo dell’immunoglobulina che difficilmente muta, ma la difficoltà è quella di suscitare la risposta immunitaria proprio contro di essa. Se noi riuscissimo a mettere a punto un vaccino che fa produrre anticorpi contro questa regione potremmo forse avere un vaccino che non dovremmo ripetere ogni anno, potremmo dare un colpo definitivo al virus influenzale. In Italia è disponibile un vaccino a virus attenuato che si usa solo nei bambini, controindicato in gravidanza e che presenta un problema: può essere trasmesso ad altre persone. Essendo controindicato sopra i 65 anni e dando problemi a chi è fragile è assolutamente controindicato anche nelle persone che assistono malati o anziani. Quando si deve fare il vaccino? Come sappiamo la pandemia si anticipa, il virus compare in anticipo; quindi, il vaccino va fatto ad ottobre. Nel 2021 a causa delle restrizioni imposte per controllare il Covid, l’influenza non c’è stata. Si pensava che la mancanza di stimolazione antigenica potesse portare a una stagione particolarmente intensa e così è stato, infatti, il picco è stato molto prima del previsto, a fine novembre. Dal punto di vista virologico questo è molto rilevante perché significa che la stagionalità dell’influenza è data anche dal decadere dell’immunità contro il virus dell’anno precedente. Quali sono le classi di età più colpite? Da zero a quattro anni. Chi deve essere vaccinato contro il virus influenzale? Tutti i pazienti sopra i 6 mesi che non hanno una specifica controindicazione, ossia grave reazione immunitaria nei confronti dei componenti dei vaccini (shock anafilattico, reazione generalizzata). Andamento stagionale dell’influenza Il virus influenzale ha tipicamente, il suo picco alto-basso che sia, intorno agli inizi di febbraio. Qualche volta è un po’ ritardato, la pandemia gioca un ’altra partita perché parliamo di novembre, ma a volte anche un ceppo influenzale
Ma quando si era già scelto, è saltato fuori una variante di nome K, che in Giappone e in Inghilterra sta creando dei grossi problemi. Il vaccino per fortuna protegge, ma soprattutto nei bambini questo subclade sembra dare delle sindromi molto più impegnative. Indicazioni alla vaccinazione antinfluenzale Chi deve essere vaccinato? Tutti quelli sopra i sei mesi che non hanno una controindicazione. Cioè aver avuto una grave reazione allergica avversa al vaccino antinfluenzale in una somministrazione precedente. Mortalità dell’influenza spagnola Morivano i bambini, morivano gli anziani e i giovani tipicamente morivano molto di meno. Nel 1918 invece con la spagnola sorprendentemente c’è stato un picco di mortalità di giovani intorno ai 25 anni. La spiegazione che è stata data è dovuta al fatto che sembra che questo virus causasse delle polmonite virali molto gravi e che avessero la forma della tempesta citochinica e che avvenivano più frequentemente in persone con un sistema immunitario molto attivo rispetto che in persone con un sistema immunitario meno attivo. Quello che si pensa è che questi sono morti di polmonite virali. Un sistema immunitario più forte ha causato la malattia più grande. Concetto generale di vaccinazione Vaccinare una persona è concettualmente metterlo nelle condizioni di chi si è ammalato ed è guarito. Abbiamo due tipi di vaccino per raggiungere questo fine. I vaccini che si replicano e i vaccini che non si replicano. Una volta si diceva vaccino a virus attenuato, vaccino a virus inattivato. Vaccini a virus attenuato utilizzati in Italia I vaccini a virus attenuato che si usano in Italia sono morbillo, rosolia, parotite e varicella. Febbre Gialla è solo per chi viaggia. Sabi per la poliomielite, ma non si usa più. Quali sono i vantaggi del vaccino a virus attenuato? Il vantaggio principale è che questi vaccini danno effettivamente un’infezione e quindi un ’immunità molto solida, e a volte succede, come con la poliomilite, che il virus buono entra in competizione col virus cattivo e la gente si vaccina autonomamente. il virus si replica. Qual è lo svantaggio? Che il virus si replica. E un virus che si replica cosa può fare? Prima di tutto una retromutazione, così come è diventato buono in laboratorio può tornare cattivo nel paziente. Proprio questo si verifica con il vaccino contro la poliomielite, Sabi, che in un caso su 700 .000 torna indietro e dà di nuovo la malattia. L’altro problema è che essendo un virus che deve infettare, se il bambino ha gli anticorpi della mamma viene bloccato dagli anticorpi. Limiti ed effetti collaterali dei vaccini attenuati Non è un caso che questi vaccini non li facciamo quando il bambino ha 14-15 mesi, però questo lascia una finestra in cui può essere infettato. Gli effetti collaterali non sempre sono lievissimi, non è raro che un bambino al quale è stato somministrtao il vaccino per il morbillo, 10 giorni dopo la somministrazione faccia quello che viene chiamato dai pediatri il morbillino, cioè un morbillo attenuato però che gli da febbre, gli da un po’ di rush cutaneo, oppure una parotite più tenue. Quindi, essendo virus attenuati, non si possono assolutamente dare a chi è immunodepresso, potrebbe avere gravi danni anche da un virus attenuato, e non possono essere date alle donne gravide, perché se il virus arriva al feto, anche se è attenuato, può fare un danno alle cellule del feto. Il vaccino, dunque, stimola la risposta immunitaria che ha un’efficacia produttiva. Vaccino contro il virus respiratorio sinciziale
Negli anni 60 fu messo a punto un vaccino a virus inattivato contro questo virus che è molto pericoloso per i bambini. Questo vaccino suscitava una risposta immunitaria, ma questa non era protettiva. Quello di cui ci si accorse nel mezzo del 1966 - 1967 è che la mortalità tra i bambini vaccinati era immensamente più alta di quella che si verificava nei non vaccinati. Quindi il vaccino non aveva un effetto e i vaccinati avevano una reazione molto più grave. Un vaccino quindi può anche avere un effetto negativo. Timori iniziali per il vaccino Covid Siccome il COVID aveva un effetto positivo, nella sua forma più grave, si temeva che potesse succedere qualcosa di simile a quello che era successo con il virus respiratorio sinciziale. Cioè che la vaccinazione potesse essere non solo non protettiva, ma che aggravasse anche la salute. Proteina F e risposta anticorpale Abbiamo capito che la proteina F, quella che è il bersaglio degli anticorpi più importanti per la protezione, esiste in due stati. Uno stato che è quello prima della fusione e uno stato che è quello dopo della fusione. Gli anticorpi contro lo stato post - fusione sono inutili e quindi se il sistema immunitario ha un ruolo negativo non hanno parte nella protezione ma aumentano il ruolo negativo del sistema. Tutti gli anticorpi neutralizzanti riconoscono la proteina in prefusione, ma nel vaccino del 1960, c’era solo la forma post - fusione purtroppo. Ma come siamo riusciti a fare un vaccino? Abbiamo studiato la struttura della proteina, abbiamo capito che c’erano due forme della proteina e abbiamo messo a punto un vaccino che blocca la proteina nello stato pre - fusione. Siccome questo virus è un problema principalmente per i neonati e siccome circola da ottobre a febbraio o marzo, si è pensato di creare un anticorpo monoclonale che riconoscesse queste parti più importanti per la neutralizzazione, con una durata di azione notevole, che se noi somministriamo al bambino in ottobre, questo è protetto fino alla stagione successiva. Con questo anticorpo, la Lombardia, ha letteralmente svuotato le parti pediatriche durante l’intervento. Diagnosi dell’epatite C Per capire se un paziente ha epatite C, prima di tutto gli devo dosare gli anticorpi nel siero. Se il paziente non ha gli anticorpi IgG contro l ’epatite C, questo significa che il paziente non ha mai incontrato il virus. Se gli anticorpi ci sono, più o meno l’80 % dei casi (varia a seconda del genotipo), il paziente non guarisce e ha un’infezione persistente che lo rende infettivo per tutta la vita se non viene curato. Al contrario se il paziente guarisce, non ha più il virus in circolo, sta bene, non è contagioso, potrà riprendere la malattia, ma non avrà più problemi. Quindi, nei pazienti che hanno gli anticorpi, noi dobbiamo capire se sono guariti o se non sono guariti. Per farlo, dosiamo l ’RNA, nel loro sangue. Se lo troviamo vuol dire che quello è persistentemente infettato. Se invece è negativo, si ripete un’altra volta dopo sei mesi per essere sicuri e poter dichiarare la guarigione