lingua dei libretti d'opera italiani, Skripte von Rechtsvergleichung

bellissimi, fatti benissimo, assurdiiii questi schemi

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LA LINGUA
DEI LIBRETTI D’OPERA ITALIANI
Prof.ssa Ilde Consales
Si vieta la diffusione, la riproduzione e la pubblicazione
di questo documento, fruibile esclusivamente
nell’àmbito del corso di STORIA DELLA LINGUA
ITALIANA PER MUSICA (LAUREA TRIENNALE IN DAMS,
UNIVERSITÀ DEGLI STUDI ROMA TRE ): L. 633/1941
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LA LINGUA

DEI LIBRETTI D’OPERA ITALIANI

Prof.ssa Ilde Consales Si vieta la diffusione, la riproduzione e la pubblicazione di questo documento, fruibile esclusivamente nell’àmbito del corso di STORIA DELLA LINGUA ITALIANA PER MUSICA (LAUREA TRIENNALE IN DAMS, UNIVERSITÀ DEGLI STUDI ROMA TRE ): L. 633/

Che cos’è l’opera lirica L’opera lirica italiana, o melodramma («dramma in musica») è una forma di spettacolo che unisce teatro, musica e poesia. Come il teatro prevede scenografie, costumi, oggetti di scena. Gli attori interpretano i personaggi di una storia, ma invece di recitare cantano, accompagnati da un’orchestra, e cantano in un italiano aulico e iperletterario, lontano dalla lingua comune. Il testo scritto che l’opera mette in musica si chiama «libretto». È in versi ed è, quindi, vincolato a determinati schemi metrici. A sua volta, la metrica del libretto deve poi adattarsi ai tempi della musica scritta dal compositore.

Che cos’è il libretto d’opera Il libretto è il testo drammatico in versi scritto appositamente per la messa in musica (il termine tecnico è «intonazione»). È un testo di secondo grado, in quanto adattamento di fonti letterarie preesistenti: un romanzo, un’opera teatrale, un’opera poetica, un altro libretto. Vi si alternano i recitativi (parti con canto declamato vicine alla recitazione, in genere in versi endecasillabi e settenari senza rime) e i pezzi chiusi (arie, se cantati da un solista, duetti, se eseguiti da due cantanti, terzetti, se da tre, ecc: parti memorizzabili e riconoscibili con puro canto, in versi più brevi ripetuti, spesso settenari e quinari, con rime). È un testo instabile: poteva essere modificato dal suo autore, dal compositore, dall’editore, dai cantanti anche poco prima della rappresentazione.

La figura del librettista Associamo le opere liriche ai musicisti che ne composero le musiche, ma alcuni autori dei libretti furono importanti letterati: Rinuccini, Chiabrera, Zeno, Metastasio, Goldoni, Da Ponte, Boito, Giacosa, D’Annunzio. La scrittura di un libretto esigeva competenze specialistiche: alcuni autori erano dediti solo, o prevalentemente, a questa attività (Busenello, Calzabigi, Ferretti, Romani, Cammarano Piave, Illica). Inizialmente molto importante, la figura del librettista divenne nel tempo sempre più subordinata a quella del compositore, dei cantanti, dell’editore.

I primi melodrammi Una prima prova fu il dramma pastorale Dafne di Rinuccini, Corsi e Peri (1598). Il primo, vero melodramma che ci rimane per intero fu l’ Euridice di Rinuccini, Peri e Caccini, rappresentato a Firenze nell’ottobre del 1600 per le nozze di Maria de’Medici con il re di Francia Enrico IV. Da Firenze l’opera si diffuse in altre corti italiane ed europee. Il fiorentino Maffeo Barberini (papa Urbano VIII) portò il melodramma nella corte papale a Roma («opera barberiniana», dal 1630 circa, per un quarantennio, con evoluzione del canto in forme virtuosistiche: il «canto fiorito»). Nel 1637 a Venezia l’opera Andromeda fu rappresentata in un teatro: da spettacolo per feste di corte e per un pubblico ristretto, l’opera diventò commerciale, per un pubblico più ampio che potesse pagare il biglietto. I protagonisti delle trame erano figure mitologiche legate alla musica (Apollo, Orfeo, i pastori…) o straordinarie (divinità, eroi, poi figure allegoriche, santi, sovrani e condottieri) colti in momenti supremi e solenni: l’uso del canto era giustificato come espressione di emozioni e di sentimenti di personaggi eccezionali. L’amore era il motivo dominante ed era meglio espresso con un registro acuto, sopranile, anche per personaggi maschili.

Evoluzione dell’opera lirica italiana Nel Settecento già con la riforma di Zeno momenti o personaggi comici furono espunti dall’opera seria. L’opera comica, o opera buffa, si sviluppò, quindi, come genere autonomo. Si originò da intermezzi comici rappresentati a Venezia negli intervalli di melodrammi seri e dalla «commedia per musica» napoletana, inizialmente scritta in dialetto. Nel primo Ottocento si rinnovarono i soggetti dei libretti (più vicini alla realtà storico-sociale dell’epoca), le tematiche, le ambientazioni storiche e geografiche, i ruoli vocali. La lingua, al contrario, diventò ancora più arcaizzante e iper-letteraria. Nel tardo Ottocento e nel primo Novecento la ambientazioni diventarono contemporanee e la lingua dei libretti iniziò a modernizzarsi. Ma dopo Puccini il melodramma all’italiana, con la sua preminenza accordata al canto, iniziò il suo declino, soppiantata da nuove arti, come il cinema.

La lingua dell’opera: esempi fonetici Si alternano forme monottongate, latinizzanti, e dittongate:

core/ cuore, foco/fuoco, more/ muore, novo/ nuovo;

Ricorrono forme come lagrima, lagrimare con l’occlusiva

velare sonora, usate nel Canzoniere di Petrarca.

L’imperfetto indicativo è spesso sincopato senza la v nella

desinenza (dileguo della fricativa labiodentale sonora): avea

(«aveva»), udia («udiva»).

Le parole sono spesso apocopate (prive della vocale finale atona o della sillaba finale atona) anche nei plurali, sia

all’interno del verso che alla fine: amor, brindiam, fedel

(«fedeli»); fan («fanno»), vo’ ( voglio). A fine verso originano

un verso tronco, particolarmente adatto a concludere una frase.

La lingua dell’opera: esempi morfologici

Ricorrono a lungo forme pronominali antiche: ei («egli»); ne

(«ci»); pronomi comitativi in cui il pronome personale si fonde

con la preposizione con posposta meco, teco, seco («con me»,

«con te», «con sé»), derivati dalle forme latine mecum,

tecum, secum; il pronome desso («proprio lui»).

L’antica forma pronominale il è usata al posto di lo: il so («lo

so»)

Ricorrono forme verbali antiche: deggio/debbo («devo»)

chieggio/chieggo («chiedo»), veggio/veggo («vedo»); avvi

(«c’è»); fia («sarà»); fora/ saria («sarebbe»); puote («può»).

L’indicativo imperfetto nella I persona singolare ha la

desinenza in – a: io amava («io amavo»), io era («io ero»). È un

imperfetto etimologico, perché derivante dall’imperfetto latino

con desinenze in - am. Nell’italiano scritto di registro elevato si

è conservato a lungo (ancora nel Novecento), sia nella poesia che nella prosa.

La lingua dell’opera: esempi lessicali In una lingua arcaizzante come quella dell’opera, sono

frequentissimi i latinismi: arena («spiaggia», «luogo»), cittade

(«città»), crudo («crudele»), egro («malato»), imago

(«immagine»), imeneo («matrimonio»), lito («lido, spiaggia»),

numi («dei»), oste («nemico»), pietade («pietà»), polve

(«polvere»), pugna («battaglia»), rege («re»), speme

(«speranza»), tempio («chiesa»), ultore («vendicatore»).

Sono ugualmente frequenti le parole della tradizione poetica

italiana dell’antico italiano: aita, aitare («aiuto», «aiutare»),

alma («anima»), augello («uccello»), aura («aria»), brando

(«spada»), cimento («prova»), desio («desiderio»), germano

(«fratello»), idol mio («amore mio»), lumi («occhi»), pria

(«prima»). Sono molto usate le metonimie (figure retoriche che

esprimono la parte per il tutto), come ferro («spada»), tetto

(«casa»).

Lingua dell’opera e italiano comune Molte espressioni dei libretti d’opera sono entrate a far parte della lingua comune e sono spesso usate nel linguaggio giornalistico: così fan tutte ( Così fan tutte, Da Ponte e Mozart); farfallone amoroso ( Le nozze di Figaro, Da Ponte e Mozart); la calunnia è un venticello (Il barbiere di Siviglia, Sterbini e Rossini ); croce e delizia, amami Alfredo, su brindiam, sempre libera ( La traviata, Piave e Verdi); la donna è mobile, questa o quella per me pari sono, vil razza dannata, ( Rigoletto, Piave e Verdi); l’amico Fritz ( L’amico Fritz, Daspuro e Mascagni); che gelida manina ( La Bohème, Giacosa, Illica e Puccini); vissi d’arte vissi d’amore, scherza coi fanti ma lascia stare i santi ( Tosca, Giacosa, Illica Puccini); nessun dorma, all’alba vincerò ( Turandot, Adami, Simoni e Puccini).