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La divina commedia di Dante Alighieri spiegata attraverso le sequenze di una classe di scuola media
Typology: Cheat Sheet
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La Divina Commedia, capolavoro di Dante Alighieri, massima espressione di tutta la
letteratura italiana, è un unico viaggio allegorico che il poeta compie attraverso i
mondi ultraterreni al fine di ritrovare la propria fede e pace interiore perdute in una
vita pericolosamente votata ai vizi e alla decadenza morale.
L'opera è divisa in tre cantiche, " Inferno ", " Purgatorio " e " Paradiso ", ciascuna delle
quali si compone di trentatrè canti; un canto proemiale porta il numero totale dei
canti a cento, ma è il numero perfetto e mistico per eccellenza, il tre, ad essere il
fondamento di tutta l'opera.
Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura che la diritta via era smarrita. Ahi quanto a dir qual era cosa dura esta selva selvaggia e aspra e forte che nel pensier rinnova la paura! Tant’è amara che poco è più morte; ma per trattar del bene ch’i’ vi trovai, dirò de’ l’altre cose ch’i v’ho scorte. (Inf. I, 1- 9 )
E come quei che con lena affannata uscito fuor del pelago a la riva, si volge a l’acqua perigliosa e guata, così l’animo mio, ch’ancor fuggiva, si volse a retro a rimirar lo passo che non lasciò già mai persona viva. Poi ch’èi posato un poco il corpo lasso, ripresi via per la piaggia diserta, sì che ‘l piè fermo sempre era ‘l più basso. (Inf. I, 22-30)
Quando vidi costui nel gran diserto,
“Per me si va ne la città dolente per me si va nell’etterno dolore, per me si va tra la perduta gente”. (Inf. III, 1-30)
“lasciate ogni speranza voi ch’intrate”. (Inf. III, 9)
Ed ecco verso di noi venir per nave un vecchio, bianco per antico pelo, gridando: guai a voi, anime prave! Non isperate mai veder lo cielo. (Inf. III, 82-85)
Non impedir lo suo fatale andare: vuolsi coì colà dove si puote ciò che si vuole, e più non dimandare. (Inf. V, 22-24)
Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende, prese costui de la bella persona che mi fu tolta; e ‘l modo ancor m’offende. Amor, ch’a nullo amato amar perdona, mi prese del costui piacer sì forte, che, come vedi, ancor non m’abbandona. (Inf. V, 100 - 105 )
Quando leggemmo il disiato riso esser basciato da cotanto amante, questi, che mai da me non fia diviso, la bocca mi basciò tutta tremante. Galeotto fu ‘l libro e chi lo scrisse: quel giorno più non vi leggemmo avante”. (Inf. V, 1 33 - 138)
Considerate la vostra semenza: fatti non foste per vivere come bruti, ma per seguire virtute e conoscenza. (Inf. XXVI, 118-120)
e volta nostra poppa del mattino, de’ remi facemmo ali al folle volo, sempre acquistando dal lato mancino. (Inf. XXVI, 124-126)
Cinque volte racceso e tante casso lo lume era di sotto da la luna, poi che ‘ntrati eravam ne l’ alto passo, quando n ‘apparve una montagna, bruna per la distanza, e parvemi alta tanto, quanto veduta non avea alcuna. Noi ci rallegrammo, e tosto tornò in pianto; chè de la nova terra un turbo nacque, e percosse del legno il primo canto. Tre volte il fè girar con tut te l’acque; alla quarta levar la poppa in suso e la prora ire in giù, com’ altrui piacque, infin ch e ‘l mar fu sov ra noi richiuso. (Inf. XXVI, 130-142)
Non avean penne, ma di vispistrello era lor modo; e quelle svolazzava, sì che tre venti si moveva da ello; quindi Cocito tutto s’ aleggiava. Con sei occhi piangea, e per tre menti gocciava ‘l pianto e sanguinosa bava. (Inf. XXXIV, 49- 54 )