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Programma di storia di quinta superiore dall’età di Giolitti fino agli anni di piombo
Typology: Study Guides, Projects, Research
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1 | La politica In Italia, il primo decennio del nuovo secolo fu politicamente dominato da Giovanni Giolitti (1842-1928), che restò al potere prima come ministro dell'Interno (1901-1903), poi in qualità di Presidente del Consiglio (quasi ininterrottamente dal 1903 al 1914). Fin dagli anni Novanta dell'Ottocento, lo statista liberale aveva compreso che il risveglio sociale dei contadini e degli operai era un dato inevitabile della società moderna; era un'illusione pensare di poterlo fermare con la pura forza delle armi, facendo ricorso solamente alla repressione e alle leggi eccezionali. Secondo Giolitti era indispensabile che lo Stato liberale mutasse radicalmente la propria strategia: esso doveva cessare di collocarsi sempre dalla parte dei datori di lavoro, perché in tal modo avrebbe ottenuto come unico risultato l'odio e l'ostilità delle masse popolari, che avrebbero visto nello Stato un nemico. Un nuovo atteggiamento verso gli scioperi Secondo Giolitti, nella grande maggioranza dei casi, gli scioperi e le proteste dei lavoratori, organizzati dai socialisti, non avevano nulla di pericoloso e di rivoluzionario; quindi, finché essi si mantenevano sul piano della semplice rivendicazione salariale, lo Stato non doveva intervenire per reprimerli ma dimostrare di essere l'imparziale garante e tutore degli interessi di tutti i cittadini (non di parte). Compito dello Stato era garantire l'ordine, evitando che le proteste degenerassero in tumulti armati o, peggio ancora, in insurrezioni finalizzate a distruggere le istituzioni politiche esistenti e a sovvertire l'assetto sociale. Giolitti e la collaborazione con i socialisti Per certi versi, il ragionamento di Giolitti può essere considerato analogo a quello di Cavour; infatti, come Cavour aveva individuato nelle riforme la strada migliore per bloccare ogni volontà rivoluzionaria, così Giolitti riteneva che favorire un graduale miglioramento nelle condizioni di vita dei lavoratori avrebbe spento in loro il sogno utopico di una società del tutto libera da ogni oppressione e sfruttamento. Giolitti aveva capito che non si poteva più mantenere l'assetto sociale esistente, basato sulla diseguaglianza economica, senza il consenso delle masse popolari. Gradualmente, esse dovevano convincersi che lo Stato non era un loro nemico: anzi, nel caso in cui avessero rinunciato al progetto di instaurare, per via rivoluzionaria, la società immaginata da Marx, il sistema parlamentare avrebbe potuto aiutarle a raggiungere concreti e tangibili risultati, capaci di migliorare davvero le loro condizioni di vita. Giolitti riuscì a costruire un rapporto positivo e costruttivo con i socialisti; gli uomini pur non rinunciando alle idee marxiste, non si lasciarono sfuggire l'opportunità di collaborare con lo «Stato borghese» per il miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori. Gli obiettivi finali erano opposti: Filippo Turati riteneva che quel dialogo fosse un passo avanti sulla strada del socialismo, mentre Giolitti riteneva che il progressivo inserimento del partito dei lavoratori nella normale dinamica politica e sociale della società avrebbe spento ogni aspirazione rivoluzionaria. Socialisti riformisti e socialisti rivoluzionari La collaborazione politica dei socialisti non si spinse mai fino alla piena e ufficiale assunzione di responsabilità governative: nessun socialista, quindi, rivestì mai la carica di ministro. Inoltre, non si deve pensare che la linea gradualista di Turati fosse condivisa da tutto il Partito; all'interno di esso, restò forte e viva un'ala rivoluzionaria, che rifiutava ogni dialogo con lo Stato e con la borghesia, e anzi ricercava esplicitamente lo scontro frontale. Il primo sciopero generale Nel 1904 questa corrente ottenne la maggioranza all'interno del PSI, con il risultato che si arrivò al primo sciopero generale su scala nazionale (che durò al 15 al 20 settembre e coinvolse molte città italiane dal Nord al Sud, estendendosi anche alle campagne).
Lo sciopero venne proclamato in risposta a un eccidio di minatori a opera dell'esercito, che ignorò le nuove direttive del governo e sparò su una folla di scioperanti, durante una manifestazione in Sardegna (ci furono quattro morti e undici feriti). Tra i rivoluzionari (denominati anche massimalisti) si distinse Arturo Labriola; nella sua concezione, la grandiosa mobilitazione popolare del 1904 doveva essere la prima di una serie di lotte destinate a temprare il proletariato, in vista dello scontro finale. Giovanni Giolitti, però, non si lasciò spaventare dallo sciopero generale, ordinò all'esercito e alla polizia di non intervenire e si limitò ad attendere che l'agitazione svanisse da sé. I socialisti scelgono la strada delle riforme Al Congresso di Firenze del 1908, comunque, i riformisti ripresero la guida del PSI, mentre i principi del sindacalismo soreliano (definito sprezzantemente da Turati «età della pietra del socialismo») furono considerati incompatibili con l'indirizzo che il partito aveva assunto nello statuto del 1892. Gli scioperi generali vennero definiti metodi di lotta estremi, a cui si doveva far ricorso solo in situazioni eccezionalmente drammatiche; tra le riforme da ottenere attraverso il lavoro parlamentare vennero individuate quelle relative al suffragio universale maschile, a un'imposta progressiva sui redditi (no flat-tax), al potenziamento dell'istruzione pubblica. Le riforme sociali di Giolitti Giovanni Giolitti riuscì a mitigare le tensioni sociali anche grazie a una politica di riforme che segnarono profondamente la società italiana dell'epoca.
All'inizio del Novecento, un'importante componente dell'opinione pubblica, in ogni Paese d'Europa, pensava che la potenza di uno Stato si misurasse in termini di territori sottomessi e trasformati in colonie. L'Italia era arrivata per ultima e, per di più, aveva subito un'umiliante disfatta ad Adua, in Etiopia, nel 1896. Negli anni seguenti, approfittando della debolezza italiana, la Francia non nascose la sua volontà di impadronirsi di tutti i territori africani che si affacciavano sul Mediterraneo: poiché aveva già occupato l'Algeria e la Tunisia, le sue mire si dirigevano verso il Marocco e la Libia (entrambe sottoposte all'autorità del sultano di Istanbul). Nel 1902, il governo francese propose a quello di Roma un compromesso: nel caso in cui la Francia fosse riuscita a sottomettere il Marocco, la conquista italiana della Libia non sarebbe stata ostacolata —> la Francia ottenne un importante successo politico: il Regno d'Italia, in caso di scontro con la Francia, avrebbe cercato appoggio e sostegno nell'impero tedesco, il principale rivale storico dei francesi. Nel 1911 quando la Francia occupò il Marocco, il governo Giolitti decise di procedere alla conquista della Libia, dichiarando guerra all'impero ottomano. Il sostegno degli italiani alla guerra di Libia L'iniziativa del governo fu accolta con notevole entusiasmo da gran parte dell'opinione pubblica; solo i più irriducibili critici di Giolitti, come Salvemini, avvertivano che la Libia non era altro che un enorme «scatolone di sabbia» (cioè una terra prevalentemente desertica e priva di risorse). Il mondo cattolico Il conflitto libico destò entusiasmo e commozione anche negli ambienti cattolici. Dopo l'annessione di Roma, nel 1870, la maggioranza dei fedeli aveva guardato al nuovo Stato unitario come a un'entità illegittima, che aveva violato la sacra figura del papa, privandolo del suo potere temporale —> la maggior parte dei cattolici non aveva partecipato alle elezioni politiche dello Stato liberale. Con il passare degli anni, in molti credenti era subentrata, tuttavia, l'impressione che la questione romana non fosse davvero così decisiva e che la nazione non potesse far a meno del contributo dei cattolici; apporto particolarmente necessario man mano che aumentavano il prestigio e l'influenza dei socialisti. La guerra di Libia fu l'occasione per permettere a questa nuova volontà di collaborazione di emergere e di esprimersi in maniera esplicita: di fronte alla guerra di Libia, nell'ora del bisogno, in cui tutta la nazione doveva essere unita e concorde, i cattolici non vollero più apparire come nemici della patria, ma come dei cittadini a pieno titolo, preoccupati della sua sorte e del suo destino. Il nazionalismo di Enrico Corradini —> nuova terminologia politica introdotta qualche anno prima da Enrico Corradini, leader dei nazionalisti. Il movimento era sorto nel 1903 e aveva trovato un primo valido veicolo per la diffusione delle proprie idee nella rivista "Il Regno", attiva fino al 1907.
Corradini si era reso perfettamente conto del fatto che il Novecento era l'epoca delle masse; nessuna politica sarebbe più stata possibile senza il consenso popolare. L'intuizione geniale di Corradini fu di adottare, almeno in apparenza, una terminologia di tipo marxista; successivamente pero completamente svuotata del suo significato originario e rovesciata di senso. La novità storica del pensiero di Corradini Corradini sosteneva l’eliminazione dell'«ignobile socialismo», che esortava i proletari a combattere i borghesi all'interno dello stesso Paese (portando a una rovinosa guerra civile) con lo scopo di trasformare l’Italia in una potenza.
Infine, nel 1919, con la nascita del del Partito popolare italiano, l'inserimento dei cattolici nel nuovo Stato nazionale avrebbe trovato il suo pieno e ufficiale compimento. Trovandosi di fronte a una Camera dalle caratteristiche inedite e particolari (post instaurazione Patto Gentiloni grazie ai voti dei cattolici), Giolitti scelse di non assumere responsabilità di governo e lasciò che il nuovo incarico venisse assegnato, dal re, al conservatore Antonio Salandra.
1 | La “Questione d’Oriente” La politica estera tedesca nell'Ottocento Nel 1871, l'improvvisa comparsa sulla scena del Reich tedesco aveva sconvolto l'equilibrio politico europeo fissato dal congresso di Vienna ( * ); la Germania unificata, infatti, era un territorio immenso che si estendeva dal Reno fino alla Russia, avente un’economia che, molto rapidamente, si rivelò capace di mettere in ombra quella britannica. Inizialmente, nel campo della politica internazionale, il governo di Berlino - retto fino al 1890 dal cancelliere Otto von Bismarck - non si dimostrò un soggetto pericoloso = il cancelliere cercò di mantenere buone relazioni con la Russia e di non interferire nelle questioni coloniali, in cui erano impegnate soprattutto Francia e Inghilterra. La situazione iniziò a mutare quando l'impero zarista iniziò a guardare con crescente interesse verso sud, in direzione dell'impero turco.
Serbia e Montenegro furono sconfitti dall'esercito turco —> a quel punto, intervenne nel conflitto anche l'impero zarista: con il pretesto di sostenere le due nazioni slave, sperava di allargare la propria influenza nella regione balcanica. La pace di Santo Stefano L'esercito russo riuscì a sbaragliare i turchi, cosicché il sultano di Istanbul fu costretto ad accettare la pesante pace di Santo Stefano. Stipulato nel marzo 1878, il trattato prevedeva la nascita di un vasto Stato di Bulgaria, che avrebbe compreso gran parte dei territori europei sotto dominazione ottomana e sarebbe stato un docile vassallo politico della Russia. In tal modo, però, l'equilibrio politico internazionale sarebbe cambiato a vantaggio dell'impero zarista. Preoccupate per l'accaduto, Inghilterra e Austria-Ungheria protestarono immediatamente e minacciarono di muovere guerra alla Russia. 2 | LE CONSEGUENZE DEL CONGRESSO DI BERLINO La Russia umiliata dalle decisioni del congresso Nell'estate del 1878, per mezzo del cosiddetto congresso di Berlino, si riunirono nella capitale del Reich i ministri delle principali potenze. In cambio dell'appoggio diplomatico fornito all'impero ottomano, sia l'Austria-Ungheria sia l'Inghilterra ottennero importanti concessioni:
A partire da quel momento, per l'Italia - che aveva aderito alla Triplice Alleanza proprio per evitare che la Francia occupasse l'intera costa africana del Mediterraneo - non ci fu più alcun motivo di restare legata a un patto difensivo antifrancese. Nel 1911, la Francia ritenne giunto il momento di imporre la propria dominazione sul Marocco; poco tempo dopo, l'Italia intervenne in Libia: ma poiché Cirenaica e Tripolitania, in realtà, erano province dell'impero ottomano, negli anni 1911-1912 si verificò un violento conflitto italo-turco. Nell'ottobre del 1912, la Serbia decise di approfittare della situazione e si alleò con il Montenegro, la Grecia e la Bulgaria; uniti nella Lega balcanica attaccarono a loro volta l'impero ottomano, che fu pesantemente sconfitto nella prima guerra balcanica (1912) —> l'impero ottomano perse in pratica tutti i suoi possedimenti sul territorio balcanico, conservando solo Istanbul. LA SECONDA GUERRA BALCANICA La Serbia vittoriosa conquistò il Kosovo, un territorio che ospitava numerosi monasteri ortodossi e migliaia di serbi, abitato tuttavia anche da moltissimi contadini albanesi, di religione musulmana. I kosovari albanesi furono eliminati in modo da ridurre drasticamente il loro numero, a vantaggio della popolazione serba —> la brutale operazione di pulizia etnica del 1912 è un chiaro segnale della violenza assoluta che, di lì a poco, avrebbe travolto l'intero continente. La prima guerra balcanica può essere letta come un punto di svolta importantissimo della storia europea. Nel giugno del 1913, insoddisfatta della spartizione territoriale tra i vincitori, la Bulgaria diede vita a una seconda guerra balcanica, attaccando la Serbia; a fianco di quest'ultima si schierarono Montenegro, Grecia, Romania e anche la Turchia. I bulgari furono duramente sconfitti e, con il trattato di Bucarest, persero Salonicco (città con posizione strategica) e la costa della Macedonia a vantaggio della Grecia. Preoccupate dall'espansionismo serbo, Austria-Ungheria e Italia negarono a Belgrado l'accesso al mare, e istituirono il piccolo Stato dell'Albania, che si frappose tra la Serbia e l'Adriatico —> DI CONSEGUENZA mentre Belgrado aspirava a cancellare lo Stato albanese e a liberare i territori slavi sotto dominio austriaco, a Vienna si diffondeva l'idea che all'ambizioso regno di Serbia doveva essere inflitta una severa lezione. Sciopero 1904 - Bergamo Avvenne in un contesto di forte tensione sociale e politica, durante un periodo di crescente lotta tra lavoratori e datori di lavoro per migliori condizioni di vita e di lavoro —> c'erano ampie disparità sociali, con la classe operaia che soffriva condizioni di lavoro pesanti, salari bassi e orari di lavoro molto lunghi. Questi problemi erano comuni in molte fabbriche tessili, metallurgiche e nelle miniere della zona. Nel 1904, lo sciopero generale nazionale fu proclamato dalla Camera del Lavoro per protestare contro la repressione poliziesca degli scioperi locali, le condizioni di vita precarie e la mancanza di rappresentanza politica per i lavoratori. Questo sciopero ebbe origine in Sardegna, in risposta alla violenta repressione delle proteste minerarie a Buggerru, in cui furono uccisi dei minatori da parte dell'esercito. Le fabbriche tessili, come la Manifattura Festi Rasini e altre simili, erano al centro delle rivendicazioni per migliori salari e orari di lavoro più umani. L'industria tessile era una delle principali fonti di occupazione per gli operai bergamaschi, molti dei quali, soprattutto donne, soffrivano condizioni di sfruttamento molto pesanti. Il cuore dello sciopero e delle manifestazioni fu Piazza Pontida, storicamente un luogo di ritrovo per i lavoratori e sede della Camera del Lavoro di Bergamo. Piazza Pontida aveva già una lunga tradizione di mobilitazione operaia e sindacale, e divenne un punto di riferimento per le proteste e i raduni durante i giorni di sciopero. Da qui, i lavoratori si organizzarono per protestare nelle strade della città, bloccando l'attività economica.
3) L’INGHILTERRA E LA GERMANIA 1 | L'Inghilterra e il suo impero coloniale Alla fine del XIX secolo, l'impero britannico aveva raggiunto un'estensione mai costruita nel corso dell'intera storia. Nel 1860, l'impero si estendeva su una superficie di 15 milioni di chilometri quadrati; nel 1876, quando Vittoria venne solennemente dichiarata imperatrice delle Indie, i territori erano vasti 4 milioni e mezzo di chilometri quadrati. Nel 1909, l'impero inglese aveva superato i 30 milioni di km'e copriva circa il 25% dell'intera superficie mondiale. La forza economica del Regno Unito I principali punti di forza del Regno Unito erano l'ampia disponibilità di capitali da investire nelle più disparate attività, in tutte le parti del mondo, il primato nel commercio internazionale e la supremazia assoluta nel campo della marina da guerra. molti storici si sono spinti a definire gli anni che vanno dal 1895 al 1914 con l'espressione «l'età della prima globalizzazione» = City di Londra (lo storico quartiere finanziario della città) il proprio centro dirigenziale, proprio come il sistema finanziario contemporaneo lo trova nella Borsa di Wall Street, a New York] I numeri della «prima globalizzazione» Alla vigilia della prima guerra mondiale, nel 1914, si può stimare in 3,8 miliardi di sterline il valore complessivo degli investimenti britannici all'estero —> la forza dei capitali britannici era evidente anche in varie aree che, formalmente, non appartenevano all'impero, ma di fatto erano ugualmente subordinate a Londra; intere regioni della Cina, il Brasile e l'Argentina erano soggette a questo imperialismo ufficioso: l'indipendenza formale era mantenuta, ma l'economia era completamente assoggettata agli interessi inglesi. Il dominio del commercio mondiale permetteva l'importazione di carne e cereali a basso costo; le campagne inglesi avevano subito un pesante contraccolpo (non escluse le rendite dell'aristocrazia), ma la possibilità di acquistare a buon mercato tutti i principali generi di prima necessità garantiva una notevole stabilità del sistema sociale. Una flotta potente ma un esercito di modesta entità Quanto alla flotta da guerra, possiamo osservare che Portsmouth era da tempo la base navale più grande del mondo; a partire dal 1906, tuttavia, iniziò in Inghilterra la costruzione di una serie di corazzate di nuovissima concezione, che vennero chiamate Dreadnoughts. Erano navi enormi (almeno 18000 tonnellate di stazza lorda), capaci di un'elevata velocità di crociera (21 nodi) e armate di cannoni di grossissimo calibro. In compenso, l'esercito inglese di terra era decisamente modesto, sotto il profilo numerico; il Regno Unito, infatti, era l'unico Stato europeo a non aver introdotto la coscrizione obbligatoria e a poter contare, quindi, solo, sui volontari. Mettendo in conto anche le forze dislocate in India, l'Inghilterra avrebbe potuto schierare, al massimo, 733*500 uomini, a fronte dei 4,5 milioni di soldati che il Reich (impero) tedesco. 2 | IL REICH TEDESCO E LE SCELTE STRATEGICHE INGLESI Un regno giovane ma in piena espansione Il Secondo Reich tedesco era uno Stato giovane, nato il 18 gennaio 1871, a Versailles, mentre l'esercito prussiano - dopo aver annientato quello francese a Sedan - stava assediando Parigi, in attesa della resa ufficiale della Francia. Dopo la capitolazione, i francesi furono costretti a pagare un'ingente indennità di guerra e a cedere alla Germania le due regioni dell'Alsazia e della Lorena. Nel giro di alcuni decenni, l'impero tedesco si era trasformato in una grande potenza industriale capace di sfidare il primato del Regno Unito. Inghilterra e Prussia avevano mantenuto ottime relazioni fin dalla metà del XVIII secolo: insieme avevano combattuto contro Napoleone e, più in generale, per decenni avevano visto nella Francia il loro principale avversario comune.
Ferrovie e mosse a sorpresa Per raggiungere un simile obiettivo, occorreva colpire sul fronte occidentale con una mossa che cogliesse i francesi di sorpresa e togliesse loro qualsiasi capacità di reagire in modo efficace all'attacco tedesco. Questa azione sarebbe stata l'invasione del Belgio, un territorio neutrale, ai confini col quale i francesi non avrebbero ammassato molte truppe. I. Nella sua prima fase, dunque, il piano Schlieffen prevedeva la concentrazione della maggioranza dell'esercito a occidente: insisteva sul fatto che i convogli ferroviari dovevano essere perfettamente coordinati, in modo da mobilitare nel tempo più breve possibile un esercito enorme, II. che poi (seconda fase) avrebbe dovuto attraversare il Belgio e piombare su Parigi da nord. III. Sconfitta la Francia, si prevedeva infine (terza fase) che l'intero esercito tedesco - di nuovo, grazie alle efficientissime strade ferrate del Reich - fosse trasferito all'altro capo dell'Europa, per sconfiggere i russi. Cieca fiducia nel piano Schlieffen Nei dieci anni che precedettero l'inizio della guerra, il piano Schlieffen divenne una specie di dogma, che nessun generale mise mai in seria discussione, nella convinzione che esso avrebbe dato la vittoria alla Germania. I problemi, tuttavia, non mancavano: innanzi tutto, il Kaiser Guglielmo II e il suo governo non capirono che l'invasione del Belgio avrebbe irritato profondamente l'Inghilterra —> il progetto avrebbe potuto avere successo solo se la Germania fosse rimasta in buone relazioni con l'Inghilterra e fosse riuscita a garantirsi la sua neutralità: invece, a partire dai primi anni del nuovo secolo, Berlino non aveva fatto altro che destare preoccupazioni crescenti nel governo e nell'opinione pubblica inglese, con la sua politica di riarmo navale. Contraddizioni della politica tedesca La politica estera tedesca degli anni 1900-1914 è contraddittoria e pericolosa: in caso di conflitto, infatti, la Germania avrebbe potuto trovarsi in guerra con tutte le grandi potenze (Francia, Russia e Inghilterra) simultaneamente. Non appena scoppiò la crisi dell'estate 1914, i generali tedeschi misero subito sotto pressione il cancelliere e il governo, perché facessero al più presto la loro scelta: se avessero accettato la via della guerra dopo aver meditato troppo, francesi e russi avrebbero dispiegato tutti i loro effettivi, e per la Germania non ci sarebbe più stata alcuna possibilità di vittoria. L’ultima offensiva tedesca in Francia Contesto: L’ultima offensiva tedesca nella Prima Guerra Mondiale si svolge nella primavera del 1918, quando la Germania, dopo aver perso la guerra sul fronte orientale (con la firma dell’armistizio con la Russia sovietica), lancia una serie di offensive nel tentativo di sfondare le linee alleate e ottenere una vittoria decisiva. Operazione Michael: Il principale attacco tedesco si concentra sulla rottura delle linee alleate in Francia, ma nonostante i successi iniziali, l’offensiva fallisce a causa della resistenza alleata e delle difficoltà logistiche. Implicazioni: Questo fallimento segna l’inizio della ritirata tedesca e accelera il crollo del fronte occidentale. Proclamazione della Repubblica Tedesca Il contesto: Con la sconfitta della Germania nella Prima Guerra Mondiale e il collasso dell’Impero tedesco, l’11 novembre 1918 il Kaiser Guglielmo II abdica. La Repubblica di Weimar viene proclamata da Friedrich Ebert, leader del Partito Socialdemocratico (SPD), che guida la rivoluzione. Caratteristiche politiche: La nuova repubblica è un governo democratico, ma deve affrontare numerose sfide, tra cui la scarsità di risorse, l’instabilità politica e l’opposizione dei gruppi conservatori e radicali.
LA PUGNALATA ALLA SCHIENA TEDESCA Significato storico: Questo termine si riferisce alla narrazione diffusa tra i militari e i nazionalisti tedeschi che accusavano i civili, in particolare i socialisti e i comunisti, di aver tradito la Germania durante la Prima Guerra Mondiale. Secondo questa teoria, la Germania avrebbe potuto vincere, ma la sconfitta sarebbe stata causata dalla diserzione interna e dalla rivoluzione che portò alla fine della guerra. Influenza sulla politica tedesca: Questo mito alimentò il risentimento verso i politici della Repubblica di Weimar e contribuì alla crescente instabilità del governo. Comunisti e Corpi franchi I Corpi franchi: Gruppi paramilitari che si formano in Germania dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, principalmente composti da ex soldati. Questi corpi si oppongono alla Repubblica di Weimar e cercano di ripristinare l’ordine attraverso metodi violenti, in particolare contro i comunisti. Comunisti: Dopo la rivoluzione tedesca del 1918-1919, i comunisti cercano di ottenere il controllo del governo, ma il conflitto con i Corpi franchi e altre forze conservatrici porta a pesanti repressioni e all’instaurazione di un sistema sempre più instabile. Trattato di Versailles, costituzione di Weimar e la firma del trattato con l’umiliazione della Germania Trattato di Versailles (1919): Il trattato che ufficialmente conclude la Prima Guerra Mondiale. Impone alla Germania pesanti sanzioni economiche e territoriali, come la perdita di importanti territori (Alsazia-Lorena, le colonie, ecc.) e la limitazione delle forze armate. Costituzione di Weimar: La nuova costituzione tedesca viene adottata nel 1919, stabilendo una repubblica parlamentare con diritti democratici. Tuttavia, la costituzione presenta molte lacune e suscita insoddisfazione sia tra i conservatori che tra i radicali di sinistra. Umiliazione della Germania: La Germania percepisce il Trattato di Versailles come un’umiliazione nazionale, con la responsabilità esclusiva della guerra e le pesanti riparazioni economiche. Questo sentimento di ingiustizia contribuirà all’ascesa del nazismo. NASCITA DELLO STATO POLACCO Il contesto storico: Dopo la Prima Guerra Mondiale, la Polonia riacquista la sua indipendenza dopo oltre 100 anni di divisioni tra le potenze imperiali (Germania, Austria-Ungheria e Russia). La costituzione della Polonia: Nel 1918, grazie alla fine della guerra e alla disgregazione degli imperi centrali, la Polonia è riconosciuta come uno stato sovrano. Problemi politici e territoriali: La Polonia si trova ad affrontare conflitti territoriali con i paesi vicini, tra cui la Germania e l’Unione Sovietica, nonché difficoltà economiche e sociali. Collaborazione militare russo-tedesca con Rathenau (bersaglio perfetto) Walter Rathenau: Ministro degli Esteri tedesco nel periodo successivo alla Prima Guerra Mondiale, Rathenau è una figura chiave nella politica estera della Repubblica di Weimar. Promuove la cooperazione con la Russia sovietica, attraverso il trattato di Rapallo (1922), che normalizza i rapporti tra i due paesi. Controversie: La collaborazione russo-tedesca, considerata un tradimento dalle forze conservatrici e dalle potenze occidentali, aumenta la tensione politica in Germania. Rathenau viene assassinato nel 1922 da gruppi di destra, accusato di essere un traditore. Conseguenze economiche della pace Riparazioni di guerra: La Germania è costretta a pagare ingenti somme come riparazioni di guerra, che mettono a dura prova l’economia tedesca. Crisi economiche: La pesantezza delle riparazioni e la perdita di territori produttivi causano una forte inflazione e una grave crisi economica. Il debito estero e le difficoltà a mantenere il valore della moneta tedesca portano all’instabilità finanziaria. INFLAZIONE DEL ’ La crisi dell’inflazione: Nel 1923, la Germania affronta una grave crisi inflazionistica, alimentata dalla necessità di pagare le riparazioni di guerra e dalla stampa incontrollata di moneta. Il valore del marco tedesco crolla, causando un’escalation dei prezzi.
Inizialmente, l’invasione attraverso il Belgio sembrò una mossa efficace per raggiungere una rapida vittoria contro la Francia. Tuttavia, le truppe tedesche, dopo marce forzate, giunsero esauste alla Marna, a soli 40 km da Parigi, e si fermarono per riposare. Gli eserciti francesi e inglesi colsero l’occasione per contrattaccare, portando alla battaglia della Marna (5 settembre), in cui 1.275.000 tedeschi si scontrarono con 1.125.000 tra francesi e inglesi. La battaglia segnò il fallimento del piano tedesco di conquista rapida di Parigi, e né i tedeschi né i loro avversari riuscirono a ottenere una vittoria decisiva. Dopo la Marna, la guerra di movimento cedette il passo a un conflitto di trincea sul cosiddetto “fronte occidentale”, una linea fortificata di circa 750 km, dalla costa del Mare del Nord al confine svizzero, che rimase pressoché invariata fino alla fine della guerra. Sul fronte orientale, la situazione era diversa. L’esercito russo ottenne alcuni successi contro l’Austria-Ungheria, ma venne rapidamente sconfitto dai tedeschi nelle battaglie di Tannenberg e dei Laghi Masuri (agosto-settembre 1914). Le forze zariste furono costrette a ritirarsi, e nel 1915 persero Varsavia, con circa 1.7 milioni di soldati fatti prigionieri. Il 1° novembre 1914, anche la Turchia entrò in guerra a fianco degli Imperi Centrali, mirando a ostacolare l’espansione russa nel Mediterraneo. LA GUERRA DI TRINCEA All’inizio del XX secolo, i progressi tecnologici trasformarono gli armamenti: i nuovi fucili potevano colpire a oltre 900 metri, ma l’arma più devastante fu la mitragliatrice, perfezionata da Hiram Maxim. Questa sparava tra i 400 e i 600 colpi al minuto, causando gravi perdite a chiunque tentasse assalti frontali. La guerra di trincea, protetta da mitragliatrici e filo spinato, favoriva nettamente la difesa rispetto all’attacco. Nonostante vari tentativi di spezzare la stasi del fronte occidentale, nessuna strategia si rivelò risolutiva: né l’uso del gas a Ypres nel 1915, né gli assalti tedeschi a Verdun (febbraio 1916) ebbero successo. Anche i bombardamenti massicci nella valle della Somme, dove gli inglesi lanciarono 250.000 granate in un’ora, furono inefficaci nel creare avanzamenti significativi. Le battaglie di Verdun e della Somme provocarono perdite enormi, con circa un milione di vittime complessive. Infine, durante i combattimenti nella Somme, gli inglesi introdussero i carri armati (tank), veicoli corazzati che, pur limitati in numero e non ancora decisivi, anticiparono il potenziale di nuove tecnologie per superare la guerra di trincea. Economia e tecnologia a servizio della guerra All’inizio della Prima Guerra Mondiale, si pensava che il conflitto sarebbe durato poco, come i precedenti scontri dell’Ottocento. Tuttavia, già nel 1915, ci si rese conto che si trattava di una guerra di logoramento, dove la vittoria non si sarebbe ottenuta sul campo di battaglia, ma attraverso la capacità di sostenere a lungo termine le enormi perdite umane ed economiche. In questa prospettiva, avrebbe prevalso il fronte più dotato di risorse demografiche e industriali. In risposta, ogni Paese coinvolto mobilitò l’intera popolazione attraverso una propaganda intensa, chiedendo sacrifici e sostegno economico. Anche i ceti più benestanti furono incoraggiati ad acquistare titoli di Stato per finanziare lo sforzo bellico. Poiché gli uomini erano al fronte, crebbe il ruolo delle donne nel lavoro civile, dalle poste alle fabbriche. In Inghilterra, ad esempio, la percentuale di lavoratrici passò dal 24% nel 1914 al 38% nel 1918, mentre in Francia raggiunse il 40% nel 1917, segnando un cambiamento radicale nei ruoli sociali. Questa mobilitazione totale e la crescente importanza della produzione portarono a una nuova percezione del “nemico”: anche i civili dei Paesi avversari venivano ora considerati parte dello sforzo bellico e, quindi, bersagli legittimi. Nonostante l’aviazione fosse ancora agli albori e non potesse colpire efficacemente né le fabbriche né le città, le incursioni tedesche su Londra lasciavano presagire che, in futuro, i conflitti avrebbero mirato anche ai centri urbani e industriali. Un altro elemento chiave della guerra fu il blocco navale inglese, istituito per impedire alla Germania di importare beni essenziali, soprattutto alimentari. Questo blocco causò una crisi alimentare devastante: nel 1916, la produzione agricola tedesca era dimezzata rispetto al 1913 e
la popolazione, soprattutto nelle città, soffrì gravemente. Molti furono costretti a nutrirsi quasi esclusivamente di rape, la mortalità infantile aumentò del 50%, e complessivamente circa 700.000 persone morirono di denutrizione tra il 1914 e il 1918. In risposta al blocco, la Germania investì nella produzione di nuove armi, come i gas chimici, e sviluppò una strategia di pianificazione economica grazie a Walther Rathenau. Sotto la sua guida, le risorse nazionali vennero distribuite in base a precise priorità governative: pur restando private, le aziende tedesche vennero così dirette dallo Stato. Questo modello di economia mista, basato sulla sinergia tra Stato e settore privato, anticipò sperimentazioni future come il New Deal negli Stati Uniti. Militarmente, la Germania reagì con la guerra sottomarina. Nel 1915, i sommergibili tedeschi affondarono numerose navi, ma l’incidente del Lusitania, che causò la morte di cittadini inglesi e americani, portò a una sospensione temporanea di questa strategia per evitare ritorsioni da parte degli Stati Uniti. Tuttavia, nel 1917, la guerra sottomarina riprese in modo massiccio, colpendo duramente l’Inghilterra: solo nell’aprile di quell’anno, furono affondate 373 navi inglesi. La crisi fu mitigata attraverso l’adozione del sistema dei convogli protetti dalla marina, che permise di ridurre le perdite e garantire gli approvvigionamenti, segnando un punto di svolta. 1917 Nel 1917, si assistette a una serie di eventi decisivi per l’andamento della Prima Guerra Mondiale. Un punto cruciale fu l’entrata in guerra degli Stati Uniti, che, a causa dell’intensificarsi degli attacchi sottomarini tedeschi, dichiararono ufficialmente guerra all’Impero tedesco il 6 aprile. Sebbene la tradizione isolazionista americana fosse forte, diverse ragioni spinsero gli USA a intervenire.
Anche nei principali Paesi europei la spagnola fece moltissime vittime: secondo le stime diffuse dalle autorità sanitarie dei diversi Paesi, la mortalità si distribuì nel modo seguente: Russia, 450000; Italia, 350 000; Inghilterra e Germania, 225 000 ciascuna; Spagna, 170 000; Francia,
—> il virus fece il giro dell'intero pianeta, provocando dai 20 ai 100 milioni di morti (su un miliardo di contagiati), più del conflitto mondiale. La scelta della neutralità Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, l’Italia si trovò in una posizione ambigua: formalmente legata alla Germania e all’Austria-Ungheria tramite la Triplice Alleanza, l’Italia avrebbe dovuto consultarsi con gli alleati in caso di crisi. Tuttavia, quando Vienna e Berlino decisero di attaccare rispettivamente la Serbia e il Belgio, esclusero Roma dalle decisioni. Ciò permise all’Italia di interpretare l’alleanza in senso strettamente difensivo e di dichiarare la propria neutralità nell’agosto 1914, poiché gli imperi centrali avevano agito in modo aggressivo. Questa scelta sollevò inglesi e francesi, che non desideravano ulteriori avversari, mentre austriaci e tedeschi non si preoccuparono di una mancata partecipazione italiana. Con il proseguimento del conflitto, però, la posizione neutrale iniziò a essere rivista. La neutralità non trovava forti opposizioni interne, ma l’Italia nutriva storici contrasti con l’Austria riguardo a Trento e Trieste, considerate terre italiane “irredente” sotto il controllo di Vienna. Fu così che la politica italiana, sotto la guida di Antonio Salandra e del ministro Sidney Sonnino, adottò il principio del “sacro egoismo”, iniziando trattative con entrambe le parti per valutare chi offrisse maggiori vantaggi: una prolungata neutralità o, in alternativa, un intervento militare. Mentre la Germania cercava di spingere l’Austria a fare concessioni, l’offerta austriaca non risultò mai sufficientemente allettante per l’Italia, data la natura stessa del conflitto, volto a difendere il prestigio asburgico. Lo schieramento neutralista Nel contesto della Prima Guerra Mondiale, diverse forze politiche e sociali in Italia sostennero la neutralità:
Tra loro, gli interventisti democratici, ispirati a Mazzini, vedevano la guerra come un’occasione per liberare i popoli oppressi e completare l’unità nazionale con l’annessione di Trento e Trieste. Tuttavia, questa visione idealizzata ignorava l’alleanza con la Russia zarista, oppressiva verso le libertà. Benito Mussolini, dal lato della sinistra rivoluzionaria, criticava il neutralismo del PSI come conservatore e riteneva che la guerra potesse scardinare il sistema capitalista, aprendo al proletariato italiano una strada per il potere. Questa posizione gli costò l’espulsione dal PSI; tuttavia, fondò il giornale “Il Popolo d’Italia,” sostenuto da industriali e dal governo francese, per promuovere l’intervento. Un ruolo centrale fu giocato dai nazionalisti e dagli intellettuali interventisti, come Gabriele D’Annunzio, Filippo Tommaso Marinetti e Giovanni Papini. Influenzati da Nietzsche e dal Futurismo, essi vedevano nella guerra un’opportunità esistenziale e culturale di rinnovamento. Per molti intellettuali, la guerra rappresentava un’esperienza di intensità e trasformazione, mentre per i nazionalisti la partecipazione al conflitto era il primo passo verso la rinascita spirituale dell’Italia, come auspicato da Enrico Corradini per trasformare il Paese in una grande potenza. PUNTO DI SVOLTA Il 26 aprile 1915, il governo italiano firmò segretamente il Patto di Londra, impegnandosi a entrare in guerra entro un mese al fianco di Francia e Inghilterra. In cambio, l’Italia avrebbe ottenuto importanti territori in caso di vittoria: Trento, Trieste, il Sud Tirolo, l’Istria e la Dalmazia. Tuttavia, questo accordo necessitava dell’approvazione del Parlamento, la cui maggioranza, ispirata da Giolitti, era favorevole alla neutralità, poiché riteneva che l’Italia potesse guadagnare di più senza entrare in guerra. Nel maggio 1915, il cosiddetto “maggio radioso”, gli interventisti intensificarono le pressioni sul Parlamento per approvare il Patto di Londra. Gabriele D’Annunzio fu uno dei principali promotori dell’intervento, con discorsi appassionati che paragonavano la guerra al Risorgimento e utilizzavano immagini religiose per ispirare le masse. La propaganda interventista trovò eco nella stampa nazionalista, che si scagliò violentemente contro i neutralisti e il sistema parlamentare. Benito Mussolini, all’epoca direttore del giornale “Il Popolo d’Italia”, minacciò esplicitamente i deputati neutralisti, definendo il Parlamento un “bubbone pestifero” da eliminare. Di fronte all’opposizione del Parlamento, il primo ministro Salandra rassegnò le dimissioni il 13 maggio. Giolitti, principale leader neutralista, rifiutò di prendere il comando di un governo che avrebbe dovuto rinnegare il Patto di Londra. A quel punto, il re Vittorio Emanuele III riaffidò l’incarico a Salandra, esercitando così un’influenza decisiva: opporsi al Patto di Londra sarebbe equivalso a sfidare la volontà del sovrano. Di fronte a una possibile crisi istituzionale, il Parlamento preferì non opporsi e il 20 maggio concesse la fiducia a Salandra, confermando l’intervento italiano. Il 24 maggio 1915, l’Italia dichiarò guerra all’Austria-Ungheria, entrando ufficialmente nella Prima Guerra Mondiale. Questo passaggio segnò un momento cruciale, in cui la monarchia e gli interventisti imposero la loro volontà al Parlamento, trasformando un evento di decisione parlamentare in un atto di forza simbolica e politica che prefigurava l’autoritarismo dei decenni successivi. Guerra dei generali Durante la Prima Guerra Mondiale, l’esercito italiano fu guidato dal generale Luigi Cadorna, un comandante dal carattere autoritario e inflessibile. Convinto sostenitore della “spallata”, ovvero dell’offensiva frontale, Cadorna credeva che attacchi costanti e massicci avrebbero sfondato il fronte nemico. Tuttavia, questa strategia, simile a quella già usata senza successo in Francia, si rivelò devastante: l’uso di armi moderne, come mitragliatrici e artiglieria pesante, rendeva estremamente difficile e sanguinosa qualsiasi avanzata. Il fronte italo-austriaco, esteso per circa 700 chilometri, era diviso principalmente tra il Trentino, caratterizzato dalla guerra di montagna, e il Carso, dove le battaglie si svolgevano in terreni più simili al fronte occidentale, con trincee e numerosi assalti frontali. Sul fronte montano del Trentino, i soldati italiani affrontavano, oltre al nemico, condizioni climatiche estreme e problemi logistici