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riassunto del libro di Adrian Forty
Tipologia: Dispense
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Caricato il 28/08/2017
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Argomento e tematiche affrontate
Come ben sintetizzato dal titolo, questo testo si occupa del rapporto che intercorre tra l’architettura e il linguaggio. Quest’ultimo è il principale mezzo con il quale le persone si relazionano, e l’architettura non può considerarsi un argomento estraneo ad esso; eppure questo rapporto non è mai stato affrontato approfonditamente ed in maniera adeguata, ed è proprio questo l’obiettivo che si pone Adrian Forty nel suo saggio.
L’assunto fondamentale per comprendere il nocciolo della questione è che non è possibile considerare il linguaggio verbale come un semplice accessorio, ma un sistema a sé stante che va posto sullo stesso piano dell’architettura stessa intesa nel suo significificato più generale.
Se le tendenze del passato tendevano ad identificare l’architettura soprattutto come un’attività mentale, o con l’invenzione creativa, questo libro mira ad una concezione più ampia che rivaluti ogni processo su cui l’architettura si fonda, a partire proprio dal sistema della parola.
In quanto sistema infatti il fenomeno linguistico tema di questo libro è il costante flusso tra le parole e i significati, la ricerca di significati e i significati che sfuggono alle parole stesse. Tutto ciò viene principalmente affrontato da due particolari punti di vista: in termini storici e come fenomeno in atto tra un linguaggio ed un altro. Risulta infatti semplice intuire come i nostri problemi principali siano quello di recuperare i significati delle parole cosi come le intendevano dire coloro che le usavano, e quello del rapporto che intercorre tra linguaggi differenti, in quanto è evidente che potendo parlare una sola lingua alla volta le parole assumono necessariamente il significato della lingua in cui sono pronunciate.
In particolare è importante considerare l’attribuzione di un significato specifico ad una parola come un processo di accumulo, nel corso del quale nuovi significati e flessioni si aggiungono a quelli precedente, senza per forza sostituirli.
Trovare e conoscere il significato di una parola in qualsiasi momento, e quando la si pronuncia,è dunque fondamentale, e permette di sfruttarne tutte le sue potenzialità espressive.
Contenuto
Questo libro è diviso in due parti. La prima parte è una ricerca sul linguaggio, scritto e parlato, dell’architettura moderna. Essa tratta alcuni compiti generali che il linguaggio svolge in architettura, i processi del linguaggio in relazione all’architettura e la formazione delle metafore. S’interroga su quale linguaggio sia dato e utilizzato dall’architettura e dove il linguaggio l’abbandoni, sui suoi limiti e sulle potenzialità invece ancora inespresse.
La seconda parte è presentata invece sotto forma di vocabolario, è un dizionario storico e critico delle parole che costituiscono il nucleo del vocabolario della critica modernista in ambito architettonico. Essa ci dice come le parole siano sempre inadeguate a esprimere significati e come i significati sfuggano le parole alla ricerca di nuove metafore.
Capitolo 1 – Il linguaggio del modernismo
L’avvento di quella che è stata definita l’architettura moderna ha portato con sé, oltre che nuovi stili costruttivi, anche un nuovo modo per parlare di architettura. Quando usiamo termini come spazio, forma, design,ordine o struttura stiamo usando termini tipici del periodo modernista, e disturbare uno di questi termini comporta il disturbarli tutti in quanto parte di un sistema generale. Questo primo capitolo si occupa del rapporto contrastato tra linguaggio e modernismo, in particolare del sospetto del movimento nei confronti del linguaggio e della tendenza a negargli un ruolo nella pratica che si vuole discutere, nonostante oggi sia evidente di come il linguaggio sviluppatosi in quel periodo sia di fatto uno degli aspetti più duraturi del modernismo e che più abbia influenzato il dibattito architettonico successivo.
Questo “orrore” per il linguaggio è principalmente dovuto secondo Forty alla trasformazione della critica avvenuta ad inizio del XX secolo in seguito alla rivoluzione in estetica operata da Kant nella sua “Critica del giudizio”, che spostò l’attenzione dall’oggetto al soggetto che vive l’esperienza dell’arte, un’esperienza che dovrebbe escludere ogni forma di conoscenza a priori ma essere legata esclusivamente all’impressione visiva. Il linguaggio critico cominciò quindi ad occuparsi del significato ultimo delle cose, della loro idea più profonda, mettendo a rischio la presunta superiorità delle arti che volevano dimostrare la propria unicità esclusivamente attraverso il proprio mezzo espressivo, e naturalmente l’architettura era tra queste.
E’ però proprio in questo contesto che trova spazio e legittimazione il linguaggio della critica modernista, il quale attua un’epurazione delle metafore del vocabolario critico classico, sviluppando una serie di astrazioni e denotando una marcata tendenza generale a rendere astratto ciò che è concreto. Il più chiaro e autorevole esempio di questa tendenza ci viene dato dal critico inglese Colin Rowe, il quale nei suoi saggi assegna al linguaggio una specifica e limitata area di competenza posta tra “il vedere e il capire”, occupandosi della tensione creata da un’opera architettonica tra l’esperienza dei sensi e quella dell’intelletto, fra ciò che l’uomo vede con i suoi occhi e la conoscenza della mente, ottenuta mediante l’analisi di piante e sezioni che Rowe da per scontato siano già fisse nella mente del lettore.
Capitolo 2 – Linguaggio e disegno
Oggetto del secondo capitolo è il rapporto che intercorre tra linguaggio e disegno nei confronti dell’architettura, interrogandosi in quali aspetti il secondo è effettivamente superiore e più efficace del primo. Il disegno è sicuramente considerato in epoca moderna il principale mezzo di comunicazione da parte degli architetti, anche se in passato non fu sempre così. Prima del XV e XVI secolo infatti, il ruolo del disegno fu nettamente minore, se non nullo; solo con l’avvento del Rinascimento Italiano e l’invenzione della prospettiva,i disegni divennero un aspetto significativo della produzione degli edifici. Questo avvenne anche come conseguenza del passaggio di responsabilità di una parte della costruzione di alcuni edifici a persone che non esercitavano mestieri edilizi ed erano invece istruiti nelle arti visive della pittura e della scultura, dando all’architettura lo status di lavoro intellettuale e garantendo agli architetti di mantenere il controllo assoluto ed esclusivo su quella parte del processo edilizio costituita dal disegno.
Nonostante tutto, come si evince dalle parole di Le Corbusier influenzate dal pensiero neoplatonico, gli architetti rimasero piuttosto cauti nei confronti del disegno, in quanto se effettivamente esso ha il compito di trasportare l’idea dalla mente dell’architetto all’edificio creato, d’altro canto esso soffre degli svantaggi di essere sempre ritenuto inferiore all’idea, e dunque, di degradarla. Contemporaneamente si sviluppò una visione del disegno non come realtà degradata delle cose, ma come realtà eguali; Forty si chiede quindi perché possiamo pensare il disegno in questi termini ma non possiamo fare altrettanto con il linguaggio? A questo proposito sono analizzati 5 punti di divergenza tra linguaggio e disegno:
-i disegni ambiscono alla precisione e alla certezza. Al contrario il linguaggio lascia quel senso di potenziale ambiguità che è alla base del significato, permettendo agli architetti di occuparsi di qualsiasi cosa, anche la più difficile;
-il linguaggio al contrario del disegno è basato sulle differenze. Parlare di qualcosa usando certi termini implica necessariamente escluderne altri, per un processo che lavora sul principio degli opposti, cosa che il disegno non può fare, invocando in primo luogo solamente ciò che esso stesso rappresenta;
-la suddivisione tra linguaggio dell’oggetto e metalinguaggio, che permette al linguaggio di essere al contempo ambiguo e preciso, viene meno nel disegno, che mira invece ad aderire al “linguaggio dell’oggetto” e a limitare i “significati addizionali mutati”;
-l’essenza del linguaggio di essere concepito come una sequenza lineare. Se il disegno si presenta agli occhi immediatamente nella sua interezza, l’esperienza dello spazio vissuta attraverso il tempo assomiglia certamente alla sequenza delle parole legate in un discorso;
-la presunta chiarezza dei disegni nei confronti del linguaggio. Il disegno comporta in realtà una dose di astrazione e finzione (basti pensare alle proiezioni sia ortogonali che prospettiche) assente nella pratica del
-L’architettura come mezzo di comunicazione. Queste metafore hanno come obiettivo la discussione della semantica dell’architettura. L’architettura come testo ha alle spalle l’idea che le opere architettoniche possano essere “lette” proprio come le opere letterarie, per Morris ad esempio ogni arte vivente doveva abbellire una superficie e raccontare una storia. Complementare a questa teoria è quella che l’architettura abbia le stesse proprietà del linguaggio vernacolare compreso ai più.
-Analogie con la grammatica. Nel 1802 l’architetto Durand cercò di dimostrare che, così come la grammatica, l’architettura era un’arte che poteva essere facilmente e rapidamente insegnata. Queste teorie furono largamente riprese e riutilizzate nel corso del XIX e XX secolo, nonostante la principale critica mossa a tale analogia riguarda il non irrilevante problema dell’apprendimento dei principi dell’architettura: se fare architettura è semplice come imparare una grammatica, allora chiunque potrebbe praticarla.
-Applicazioni semiotiche e strutturali all’architettura. Secondo la semiotica e lo strutturalismo il linguaggio non fornisce una metafore dell’architettura, ma quest’ultima è essa stessa un linguaggio. La semiotica è la scienza dei segni, , non è interessata a cosa le cose significano, ma a come si forma il significato, per cui l’architettura ha fornito ai semiologi un importante caso di applicazione di questo modello. Aldo Rossi trasportò questo modello ad una scala urbana sostenendo che gli edifici erano capaci di di infinite modifiche di utilizzo e significato, pur rimanendo immutati nelle forme. Un ulteriore sviluppo fu quello apportato da Eisenman in ottica maggiormente strutturalista, anche se da lui stesso abbandonato poco dopo.
Capitolo 5 – “Meccaniche spaziali” - Metafore scientifiche
Il quinto capitolo si occupa di indagare le condizioni che fanno si che alcune metafore scientifiche abbiano successo e altre falliscano. Il primo gruppo di metafore sul quale Forty si sofferma è quello derivato dalla “circolazione”, termine convenzionalmente usato per descrivere il movimento degli uomini dentro o intorno un edificio. Ripercorrendo la storia dell’utilizzo di questo termine, chiaramente derivato dalla fisiologia, ci si accorge di come non sia entrato nel lessico architettonico fino alla metà del XIX secolo, utilizzato per le prime volte da Cèsar Daly e Viollet –le-Duc. Quest’ultimo ne fa un uso interessante, legandolo al termine di funzione, sottolineando così il grado in cui la circolazione poteva essere ritenuta un sistema a sé stante, non riferito alla fisicità degli edifici ma alla possibilità di circolare al suo interno. Edmund Husserl amplia e conferisce ancora maggior importanza all’atto del movimento, sostenendo che è proprio attraverso il senso di movimento presente nel soggetto immobile che avviene la conoscenza dello spazio. Tuttavia questa metafora contiene un errore di fondo: invita il lettore a pensare all’edificio come a un sistema sigillato, autosufficiente, proprio come un corpo, quando in realtà non è affatto così, e altre metafore (come la “respirazione”) parrebbero più fedeli a descrivere il movimento umano negli edifici. Eppure questa metafora permette di parlare di ciò che non è vero come se lo fosse, senza pericolo di entrare in contraddizione, e ha avuto il merito di ricondurre l’architettura a un metodo scientifico, due ragioni che bastano per giustificare il suo successo.
Il secondo gruppo di metafore di cui si occupa Forty deriva dalla meccanica fluida e statica. Le ragioni per cui tali metafore, nonostante utilizzino termini tratti dalla più materiale delle scienze per descrivere la spazialità architettonica, hanno così successo è che queste metafore descrivono anche sentimenti e stati emozionali dell’uomo, descrivendo non tanto le forze reali che agiscono nell’edificio, ma il modo in cui l’architettura le comunica allo spettatore. Nel 1950 Colin Rowe parla addirittura di meccanica spaziale nella sua descrizione della cappella di La Tourette, e, facendo largo uso di queste metafore, riesce a trasmettere al lettore una rappresentazione più esaustiva che la sua visione.
In conclusione le metafore scientifiche devono il loro successo non tanto alla loro “scientificità”, bensì al fatto che rafforzano determinati modi di percepire l’architettura che possono essere radicati in desideri sociali o psicologici.
Capitolo 6 – “Vivo o morto” – descrivere “il sociale”
Se prima dell’epoca modernista gli architetti e i critici non aspiravano ad un’architettura sociale ma, al massimo fecero coincidere l’architettura con l’incarnazione del lavoro e la libertà di coloro che avevano
costruito gli edifici costituiva il grado della loro qualità sociale, l’architettura moderna si prefiggeva invece di realizzare e migliorare l’esistenza sociale dell’umanità. Il sesto capitolo si occupa dunque di questo tentativo, e dell’incapacità del vocabolario modernista di esprimersi in maniera chiara quando fu chiamato a descrivere le qualità sociali cui mirava nei suoi lavori. L’idea di base era che l’architettura poteva dare espressione all’esistenza sociale collettiva e migliorare le condizioni della vita sociale in maniera più significativa. Questo poneva due difficoltà: la prima riguardo il modo in cui l’architettura dovesse rappresentare la società, e la seconda si occupava di trovare un mezzo per includere l’uso all’interno dell’estetica architettonica. L’inadeguatezza che questi architetti riscontrarono nel vocabolario architettonico utilizzato sino ad allora fu sicuramente un ostacolo a ciò che volevano realizzare. Forty prosegue quindi analizzando i tentativi e i modi con cui gli architetti cercarono di di esprimere il contenuto sociale dell’architettura nei vari Paesi europei nel corso degli anni, passando dalla Germania degli anni ’20, al concetto di realismo Italiano espresso da Quaroni e Ridolfi, per approdare infine ad architetti più recenti come Herman Hertzberger, allievo del maestro Aldo van Eyck.
La teoria di Hertzbeger è particolarmente interessante: egli ha una visione della natura sociale dell’architettura che paragona al modo in cui l’umanità si distingue sulla base del suo uso del linguaggio, così essa si adatta e conferisce significati agli spazi con una certa facilità. Come il linguaggio, l’architettura non è qualcosa che possa essere controllato da qualunque individuo, bensì essa è socialmente negoziabile, perciò in tali circostanze gli architetti non possono far altro che creare opportunità per un uso individuale e sociale dello spazio costruito, ma non determinarne il risultato.
L’intenzione di Hertzberger fu quella di dare al linguaggio dell’architettura moderna un’inflessione sociale, creando un vocabolario più carico di valori sociali.
La conclusione di Forty in definitiva è che nel tentativo di descrivere gli aspetti sociali dell’architettura il linguaggio abbandona l’architettura, e in questo campo il punto di forza del linguaggio ( la creazione di differenze) è in raltà molto limitato.
“Un vocabolario inizia quando non da più il significato alle parole, ma alla loro funzione” – Geoges Bataille, L’Informe, 1929
Nella parte seconda Forty passa in rassegna i termini di quasi tutto il vocabolario modernista, vengono qui sotto riportati i 5 ritenuti comunemente la base della critica modernista: Spazio, Design, Ordine, Forma e Struttura.
Design – Il termine design entrò nel vocabolario modernista negli anni ’30, avvalendosi di tutti i suoi significati precedenti, riassunte nelle parole del Vasari (1568) come “null’altro che un’espressione visiva dell’idea che si ha nell’intelletto”. Questo permise al modernismo di avere un termine che fosse in grado di distinguere l’opera nella sua materialità e l’opera architettonica come rappresentazione di un’idea sottostante. Il termine design risulta quindi strettamente legato con la forma, poiché è proprio attraverso l’attività del design che la forma si realizza e viene portata al mondo. Le cause della diffusione del termine design furono molteplici, ma un’importante fattore fu sicuramente il grado di ambiguità, l’intrinseca confusione tra “espressione visiva di un concetto nell’intelletto” e il disegno. Non meno importante è il legame che ha il design con le opposizioni binarie che esso costituisce: il design crea un’opposizione tra un edificio e qualunque cosa non sia materiale di architettura, compresa la costruzione. Di fatto è proprio a questa seconda motivazione che dobbiamo la nascita del termine design. Quando infatti l’architettura sentì il bisogno di essere considerata un’attività intellettuale trovò nel termine design la condizione che gli permise di riferirsi esclusivamente a quella parte della produzione che era il puro risultato dell’attività mentale. Con la separazione tra formazione e pratica avvenuta nei primi anni del XX secolo, il design cessò di rappresentare un aspetto particolare dell’architettura, e iniziò a essere considerato un’attività a sé stante, pure e autosufficiente. Questo fece si che l’architettura venisse insegnata, e non appresa attraverso l’esperienza.
immaginaria del corpo all’interno di un volume e identificò il compito dell’architettura nel condurre l’umanità alla consapevolezza della coscienza di spazio.
Il capitolo si conclude infine tra una comparazione su due indagini di natura prettamente filosofica sul termine spazio di Lefebvre e Heidegger, che, sebbene non riguardino espressamente l’architettura, ci fanno intendere alcuni dei limiti delle nozioni architettoniche di spazio.
Struttura – Il termine struttura in architettura ha avuto tre diversi utilizzi: 1. Qualunque edificio nella sua interezza, 2. Il sistema di sostegno di un edificio, distinto dagli altri suoi elementi, 3.Uno schema attraverso cui un progetto, un edifico o una città diventa intellegibile. Il secondo e il terzo significato sono in realtà profondamente legati, essendo il secondo nient’altro che un caso particolare del terzo. Per uscire da questa ambiguità bisogna ricordare che la struttura è una metafora, o meglio, rappresenta ben due metafore differenti, presi da campi altrettanto differenti: dalla storia naturale e dalla linguistica.
1-La struttura come quell’elemento distinto del tutto connesso con i suoi mezzi di sostegno. Il principale sostenitore e divulgatore di questa teoria fu il francese Viollet-le-Duc, il quale sosteneva che la struttura fosse la base di tutta l’architettura. Questo concetto trovò terreno fertile soprattutto in Francia, dove Auguste Perret descrisse i grandi edifici del suo tempo formati da “una struttura corporea, un’intelaiatura d’acciaio o in cemento, che sta all’edificio come lo scheletro di un animale”. Viollet fu colui che rese normale in architettura pensare la distinzione tra struttura e l’apparenza esterna dell’opera architettonica.
2-“Struttura” come mezzo grazie al quale le cose diventano intellegibili. All’inizio del XX secolo la biologia cedette il posto alla linguistica, fornendo un nuovo modello di struttura. Ciò che rendeva il linguaggio intellegibile non erano i significati delle singole parole, ma il sistema in cui le parole erano usate. Applicando questo modello alla struttura, quest’ultima cessa di essere una proprietà degli oggetti, sebbene possa essere percepita attraverso di essi. Questo nuovo significato linguistico di struttura offrì possibilità di analisi completamente nuove: lo spazio, cosi come il linguaggio, non è una sostanza e , quando considerato come spazio sociale piuttosto che spazio architettonico, rappresenta una delle proprietà attraverso cui le società si costituiscono. Per Barthes “l’attività strutturale è una fabbricazione veritiera di un mondo che assomiglia alla realtà al fine, non di copiarlo, ma di renderlo intellegibile”.