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riassunto libro "Parole e edifici, un vocabolario per l'architettura" di Adrian Forty
Tipologia: Sintesi del corso
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Come ben sintetizzato dal titolo, questo testo si occupa del rapporto che intercorre tra l’architettura e il linguaggio. Quest’ultimo è il principale mezzo con il quale le persone si relazionano, e l’architettura non può considerarsi un argomento estraneo ad esso; eppure questo rapporto non è mai stato affrontato approfonditamente ed in maniera adeguata, ed è proprio questo l’obiettivo che si pone Adrian Forty nel suo saggio. L’assunto fondamentale per comprendere il nocciolo della questione è che non è possibile considerare il linguaggio verbale come un semplice accessorio, ma un sistema a sé stante che va posto sullo stesso piano dell’architettura stessa intesa nel suo significato più generale. Se le tendenze del passato tendevano ad identificare l’architettura soprattutto come un’attività mentale, o con l’invenzione creativa, questo libro mira ad una concezione più ampia che rivaluti ogni processo su cui l’architettura si fonda, a partire proprio dal sistema della parola. In quanto sistema infatti il fenomeno linguistico, tema di questo libro, è il costante flusso tra le parole e i significati, la ricerca di significati e i significati che sfuggono alle parole stesse. Tutto ciò viene principalmente affrontato da due particolari punti di vista: in termini storici e come fenomeno in atto tra un linguaggio ed un altro. Risulta infatti semplice intuire come i nostri problemi principali siano quello di recuperare i significati delle parole così come le intendevano dire coloro che le usavano, e quello del rapporto che intercorre tra linguaggi differenti, in quanto è evidente che potendo parlare una sola lingua alla volta le parole assumono necessariamente il significato della lingua in cui sono pronunciate. In particolare è importante considerare l’attribuzione di un significato specifico ad una parola come un processo di accumulo, nel corso del quale nuovi significati e flessioni si aggiungono a quelli precedente, senza per forza sostenerli. Trovare e conoscere il significato di una parola in qualsiasi momento, e quando la si pronuncia, è dunque fondamentale, e permette di sfruttarne tutte le sue potenzialità espressive. CAPITOLO 1. Il linguaggio del modernismo L’avvento di quella che è stata definita l’architettura moderna ha portato con sé, oltre nuovi stili costruttivi, anche un nuovo modo per parlare di architettura. Quando usiamo termini come spazio, forma, design, ordine o struttura stiamo usando termini tipici del periodo modernista, e disturbare uno di questi termini comporta il disturbarli tutti in quanto parte di un sistema generale. Questo primo capitolo si occupa del rapporto contrastato tra il linguaggio e modernismo, in particolare del sospetto del movimento nei confronti del linguaggio e della tendenza a negargli un ruolo nella pratica che si vuole discutere, nonostante oggi sia evidente di come il linguaggio sviluppatosi in quel periodo sia di fatto uno degli aspetti più duraturi del modernismo e che più abbia influenzato il dibattito architettonico successivo. Questo “orrore” per il linguaggio è principalmente dovuto secondo Forty alla trasformazione della critica avvenuta ad inizio del XX secolo in seguito alla rivoluzione in estetica operata da Kant nella sua “Critica del giudizio”, che spostò l’attenzione dall’oggetto al soggetto legata esclusivamente all’impressione visiva. Il linguaggio critico cominciò quindi ad occuparsi del significato ultimo delle cose, della loro idea più profonda, mettendo a rischio la presunta superiorità delle arti che volevano dimostrare la propria unicità esclusivamente attraverso il proprio mezzo espressivo, e naturalmente l’architettura era tra queste.
E’ però proprio in questo contesto che trova spazio e legittimazione il linguaggio della critica modernista, il quale attua un’epurazione delle metafore del vocabolario critico classico, sviluppando una serie di astrazioni e denotando una marcata tendenza generale a rendere astratto ciò che è concreto. Il più chiaro e autorevole esempio di questa tendenza ci viene dato dal critico inglese Colin ROwe, il quale nei suoi saggi assegna al linguaggio una specifica e limitata area di competenza posta tra “il vedere e il capire”, occupandosi della tensione creata da un’opera architettonica tra l’esperienza dei sensi e quella dell’intelletto, fra ciò che l’umo vede con i suoi occhi e la conoscenza della mente, ottenuta mediante l’analisi di piante e sezioni che ROWE da per scontato siano già fisse nella mente del lettore. CAPITOLO 2. Linguaggio e disegno Oggetto del secondo capitolo è il rapporto che intercorre tra il linguaggio e disegno nei confronti dell’architettura, interrogandosi in quali aspetti il secondo è effettivamente superiore e più efficace del primo. Il disegno è sicuramente considerato in epoca moderna il principale mezzo di comunicazione da parte degli architetti, anche se in passato non fu sempre così. Prima del XV e XVI secolo infatti, il ruolo del disegno fu nettamente minore, se non nullo; solo con l’avvento del Rinascimento Italiano e l’invenzione della prospettiva, i disegni divennero un aspetto significativo della produzione degli edifici. Questo avvenne anche come conseguenza del passaggio di responsabilità di una parte della costruzione di alcuni edifici a persone che non esercitavano mestieri edilizi ed erano invece istruiti nelle arti visive della pittura e della scultura, dando all’architettura lo status di lavoro intellettuale e garantendo agli architetti di mantenere il controllo assoluto ed esclusivo su quella parte del processo edilizio costituita dal disegno. Nonostante tutto, come si evince dalle parole di Le Corbusier influenzate dal pensiero neoplatonico, gli architetti rimasero piuttosto cauti nei confronti del disegno, in quanto se effettivamente esso ha il compito di trasportare l’idea dalla mente dell’architetto all’edificio creato, d’altro canto esso soffre degli svantaggi di essere sempre ritenuto inferiore all’idea, e dunque, di degradarla. Contemporaneamente si sviluppò una visione del disegno non come realtà degradata delle cose, ma come realtà eguali: Forty si chiede quindi perché possiamo pensare il disegno in questi termini ma non possiamo fare altrettanto con il linguaggio? A questo proposito sono analizzati 5 punti di divergenza tra il linguaggio e disegno:
CAPITOLO 4 – Metafore linguistiche Il quarto capitolo si occupa di quelle metafore usate in architettura nell’atto di leggere un progetto e derivate dal linguaggio. Esse vengono presentate cronologicamente attraverso sei categorie generali:
CAPITOLO 5. “ Meccaniche spaziali” – Metafore scientifiche Il quinto capitolo si occupa di indagare le condizioni che fanno si che alcune metafore scientifiche abbiano successo e altre falliscano. Il primo gruppo di metafore sul quale Forty si sofferma è quello derivato dalla “circolazione”, termine convenzionalmente usato per descrivere il movimento degli uomini dentro o intorno un edificio. Ripercorrendo la storia dell’utilizzo di questo termine, chiaramente derivato dalla fisiologia, ci si accorge di come non dia entrato nel lessico architettonico fino a metà del XIX sec, utilizzato per le prime volte da Cèsar Daly e Viollet-le-Duc. Quest’ultimo ne fa un uso interessante, legandolo al termine di funzione, sottolineando così il degrado in cui la circolazione poteva essere ritenuta un sistema a sé stante, non riferito alla fisicità degli edifici ma alla possibilità di circolare al suo interno. Edmund Husserl amplia e conferisce ancora maggior importanza all’atto del movimento, sostenendo che è proprio attraverso il senso di movimento presente nel soggetto immobile che avviene la conoscenza dello spazio. Tuttavia questa metafora contiene un errore di fondo: invita il lettore a pensare all’edificio come a un sistema sigillato, autosufficiente, proprio come un corpo, quando in realtà non è affatto così, e altre metafore come la “respirazione”) parrebbero più fedeli a descrivere il movimento umano negli edifici. Eppure questa metafora permette di parlare di ciò che non è vero come se lo fosse, senza pericolo di entrare in contraddizione, e ha avuto il merito di ricondurre l’architettura a un metodo scientifico, due ragioni che bastano per giustificare il suo successo. Il secondo gruppo di metafore di cui si occupa Forty, deriva dalla meccanica fluida e statIca. Le ragioni per cui tali metafore, nonostante utilizzino termini tratti dalla più materiale delle scienze per descrivere la spazialità architettonica, hanno così successo è che queste metafore descrivono anche sentimenti e stati emozionali dell’uomo, descrivendo non tanto le forze reali che agiscono nell’edificio, ma il modo in cui l’architettura le comunica allo spettatore. Nel 1950 Colin Rowe parla addirittura di meccanica spaziale nella sua descrizione della cappella di La Tourette, e facendo, largo uso di queste metafore, riesce a trasmettere al lettore una rappresentazione più esaustiva che la sua visione. In conclusione le metafore scientifiche devono il loro successo non tanto alla loro “scientificità”, bensì al fatto che rafforzano determinati modi di percepire l’architettura che possono essere radicati in desideri sociali o psicologici. CAPITOLO 6. “Vivo o morto” – descrivere il “sociale” Se prima dell’epoca modernista gli architetti e i critici non aspiravano ad un’architettura sociale ma, al massimo fecero coincidere l’architettura con l’incarnazione del lavoro e la libertà di coloro che avevano gli edifici costituiva il grado della loro qualità sociale, l’architettura moderna si prefiggeva invece di realizzare e migliorare l’esistenza sociale dell’umanità. Il sesto capitolo si occupa dunque di questo tentativo, e dell’incapacità del vocabolario modernista di esprimersi in maniera chiara quando fu chiamato a descrivere le qualità sociali cui mirava nei suoi lavori. L’idea di base era che l’architettura poteva dare espressione all’esistenza sociale collettiva e migliorare le condizioni della vita sociale in maniera più significativa. Questo poneva due difficoltà: la prima riguardo il modo in cui l’architettura dovesse rappresentare la società, e la seconda si occupava di trovare un mezzo per includere l’uso all’interno dell’estetica architettonica. L’inadeguatezza che questi architetti riscontrarono nel vocabolario architettonico utilizzato sino ad allora fu sinceramente un ostacolo a ciò che volevano realizzare. Forty prosegue quindi analizzando i tentativi e i modi con cui gli architetti cercarono di esprimere il contenuto sociale dell’architettura
lato il significato di “fattezza” e di “idea” o “essenza” dall’altra: l’una descrive la proprietà delle cose così come si presentano ai sensi, l’altra come si presentano alla mente. Forty passa in rassegna tutte le concezioni, le teorie, e i significati assunti dal termine forma dal passato nel dibattito critico filosofico, partendo da Platone ad Aristotele, passando da Neoplatonismo e rinascimento, fino a Kant, Gothe e l’idealismo, arrivando al formalismo e infine approdando al Modernismo. Per quest’epoca il termine forma diventò fondamentale per svariate ragioni: implica che la vera sostanza dell’architettura si trova oltre al mondo sensibile, rapporta l’apparato mentale della percezione estetica al mondo materiale, e infine offre agli architetti una descrizione di quella parte del loro lavoro sulla quale essi esercitavano un controllo esclusivo. Nessuno di questi rappresenta però il significato del termine forma nel discorso modernista, che Forty ritrova invece in una serie di opposizioni tra la forma e alcuni concetti, ad esempio contro l’onamento, contro la cultura di massa, contro il funzionalismo e il significato. Pare evidente dalla lettura di questa voce di quanto il termine forma sia equivoco, e di come questa categoria non sia affatto permanente o eterna nel discorso architettonico. Di fatto la forma è un concetto che oggi è sopravvissuto alla sua utilità, fossilizzato nella sua concezione e che non trova più sviluppo. SPAZIO. Sebbene lo spazio sia considerato la più pura ed irriducibile essenza dell’architettura, quella in grado di differenziarla da tutte le altre pratiche artistiche, il suo significato appare tutt’altro che chiaro e definito, inoltre fino alla fine del XIX sec parlare di spazio non avrebbe avuto alcun senso, essendo un termine connesso con lo sviluppo del modernismo. Molte delle ambiguità riguardo il termine spazio derivano dalla propensione di confonderlo con una categoria fisiologica generica, ciò che significa che lo spazio oltre ad essere una proprietà dell’estensione è allo stesso tempo una proprietà della mente. Una cosa che gli architetti possono manipolare e, allo stesso tempo, una costruzione mentale attraverso la quale si conosce il mondo. La confusione riguardo il termine spazio deriva principalmente da questa duplice concezione, e Forty dedica buona parte del capitolo muovendosi tra le varie concezioni fisiologiche che costituirono le precondizioni dello spazio modernista, essendo comprovato che il discorso sullo spazio si sviluppa dapprima in estetica e poi in architettura. Gli architetti dei primi anni ’20 furono fortemente condizionati dalla concezione di Gottfried Semper per cui il primo impulso dell’architettura è quello di circoscrivere lo spazio, delimitandolo e, addirittura, creandolo. Fu Camillo Slitte ad estendere successivamente il discorso sullo spazio anche allo spazio esterno degli edifici, introducendo un tema che divenne fondamentale negli anni’20. Un ulteriore visione venne fornita da Kant il quale nella sua “Critica della ragion pura” definisce lo spazio come una proprietà della mente, parte dell’apparato attraverso il quale la mente rende intellegibile il mondo, esistente a priori nella nostra mente e a prescindere dall’esperienza. Fu Hildebrand invece che affidò alle arti visive il compito di ricostruire, attraverso il quale le forme di tali oggetti sono rivelate. Le teorie di Hildebrand suggeriscono almeno tre delle idee di spazio che ebbero notevole importanza nel periodo modernista: lo spazio come soggetto dell’arte, lo spazio come continuum e, infine lo spazio animato dall’interno. Schmarsow fece un ulteriore passo, applicando la teoria della percezione degli oggetti direttamente allo spazio, sostenendo che quest’ultimo esiste perché noi possediamo un corpo, e il “costrutto spaziale” è un’emanazione dell’essere umano presente, una proiezione dall’interno del soggetto indipendentemente dal fatto di essere posizionati fisicamente nello spazio o ci proiettiamo mentalmente. Tutte queste teorie trovano in realtà poche applicazioni pratiche nell’architettura costruita, anche se alcuni esempi dimostrano una particolare attenzione per il dibattito attorno al termine spazio.
Le architetture di Berlage e Behrens, o quelle di raumplan di Adolf Loos si identificano come l’estensione delle teorie sullo spazio come delimitazione, la Bauhaus e il movimento olandese De Stijl si mossero verso lo spazio intenso come continuum e infine Moholy - Nagy sposò le teorie di Scmanrsow sullo spazio come estensione immaginaria del copro all’interno di un volume e indentificò il compito dell’architettura nel condurre l’umanità alla consapevolezza della coscienza di spazio. Il capitolo si conclude infine tra una comparazione su due indagini di natura prettamente filosofica sul termine spazio di Lefbvre e Heidegger, che, sebbene non riguardino espressamente l’architettura, ci fanno intendere alcuni dei limiti delle nozioni architettoniche di spazio. STRUTTURA. Il termine struttura in architettura ha avuto tre diversi utilizzi: