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Le Upanisad: Un'Introduzione alla Filosofia Indiana - Prof. Pellegrini, Appunti di Filosofia

Appunti delle lezioni del professore sulle Upanisad dell'anno accademico 2021/2022

Tipologia: Appunti

2020/2021

Caricato il 20/06/2022

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La prospettiva emica considera se stesse già perfette e impossibili da evolvere già dall’inizio della loro volta
al mondo. La prospettiva con cui le tradizioni sanscrite si presentano è una prospettiva sincronica nella
quale il metodo storico è difficilmente applicato, dobbiamo guardare come loro si guardano. Le dottrine
non si sviluppano, non sono soggette alle evoluzione e ai miglioramenti. Tuttavia, possono cambiare
semplicemente per adattarsi alle nuove circostanze. Ma, fondamentalmente secondo gli autori autoctoni le
tradizioni nascono perfette.
Una prospettiva di questo genere non è conciliabile con una prospettiva diacronica.
Negli ermeneutici c’è sempre una partecipazione all’oggetto della loro ricerca, al contrario delle ricerche
scientifiche.
L’Upanisad sono tra i fenomeni letterari del mondo sanscrito più noti fuori dall’India. Sono un corpus
testuale molto vario. Dal punto di vista scientifico le più antiche ed autorevoli sono 13. Tuttavia, l’esegeta
del 7 e 8 secolo glossa 10 Upanisad. Tuttavia, nel mondo indiano il numero è di 108; altri ne contano 253. Il
canone è estremamente fluido, aperto a nuovi inserimenti. Sia per i proponenti che per i seguaci delle
Upanisad, questi sono testi cruciali non solo per il contesto sud asiatico, ma anche per l’esportazione nel
sud est asiatico; sono state rilevanti anche nel pensiero europeo. Sono fondamentali per il Romanticismo, il
primo ricordiamo è stato quello tedesco che abbraccia vari ambiti del sapere dalla fine del 18 alla fine del
19 secolo. Il romanticismo cerca l’essere umano in questo mondo, cerca di far convergere emozioni e
sentimenti umani come l’immaginazione, il senso di apertura, l’emotività. L’umano cerca l’infinito, cerca di
colmare il vuoto e viene scritta nelle opere romantiche. Ed è in questo momento che si guarda come ad una
sorta di luogo esotico dal quale si deve guardare per ritrovare la luce perduta come rinascita pura della
civiltà, si guarda all’India. Con la prima guerra termina questa prospettiva; uno dei più importanti momenti
del romanticismo è Hesse, è stato molto influenzato dal mondo indiano, egli è incantato dalla visione Naive.
Nel passaggio che legge il professore di un testo di Hesse, l’autore afferma che per avere una biblioteca
completa si devono prendere in considerazione anche i testi orientali. I testi a cui si deve far riferimento
sono quelli più vecchi, sono quelli che anche se antiquati sono applicabili al contesto moderno, non quelli
che trattano una cosa che è attuale e pertinente solo al momento stesso. Nei testi teosofici c’è una
saggezza occulta, erano tutti sgradevoli e irritanti per il loro tono dottrinario, secondo Hesse. A primo
impatto non gli piacquero ma dopo un po’ e con la frequentazione cominciò ad entrare in confidenza. Le
loro dottrine che erano state abbracciate per vocazione spirituale rimandavano ad un’origine indiana. Da
qui iniziò la sua ricerca, lesse la BHAGAVAD GITA il pensiero dell’India ha influito sulla sua vita e sul suo
modo di pensare. Aveva però un residuo di insoddisfazione. Cercava un tipo di saggezza che non trovava in
nessun altra parte ma che sapeva esistesse.
Nelle Upanisad si vede l’incomunicabilità della saggezza, dell’assoluto.
L’Upanisad è una base imprescindibile anche per coloro che si sono posti in contrasto ad essa. Siamo di
fronte ad un corpus antico. Le Upanisad si sviluppano nell’attuale India del nord ovest. Il movimento va
dalle zone del nord ovest fino al nord est. Avvenuto questo dal nono- ottavo secolo a.c fino al terzo d.c
escono dai confini indiani e vanno ad essere distribuite in zone anche molto lontane. Di questi Upanisad
abbiamo 70 lingue che hanno tradotto.
Nel 1784 viene fondata la Royal Company e viene tradotta la prima Upanisad e da questo primo
esperimento di traduzione si sono evolute poi una marea di saggi e traduzioni che si sono avvicendati per
metterci al corrente di un fenomeno come quello delle Upanisad. Non sono testi facilmente etichettabili,
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La prospettiva emica considera se stesse già perfette e impossibili da evolvere già dall’inizio della loro volta al mondo. La prospettiva con cui le tradizioni sanscrite si presentano è una prospettiva sincronica nella quale il metodo storico è difficilmente applicato, dobbiamo guardare come loro si guardano. Le dottrine non si sviluppano, non sono soggette alle evoluzione e ai miglioramenti. Tuttavia, possono cambiare semplicemente per adattarsi alle nuove circostanze. Ma, fondamentalmente secondo gli autori autoctoni le tradizioni nascono perfette. Una prospettiva di questo genere non è conciliabile con una prospettiva diacronica. Negli ermeneutici c’è sempre una partecipazione all’oggetto della loro ricerca, al contrario delle ricerche scientifiche. L’Upanisad sono tra i fenomeni letterari del mondo sanscrito più noti fuori dall’India. Sono un corpus testuale molto vario. Dal punto di vista scientifico le più antiche ed autorevoli sono 13. Tuttavia, l’esegeta del 7 e 8 secolo glossa 10 Upanisad. Tuttavia, nel mondo indiano il numero è di 108; altri ne contano 253. Il canone è estremamente fluido, aperto a nuovi inserimenti. Sia per i proponenti che per i seguaci delle Upanisad, questi sono testi cruciali non solo per il contesto sud asiatico, ma anche per l’esportazione nel sud est asiatico; sono state rilevanti anche nel pensiero europeo. Sono fondamentali per il Romanticismo, il primo ricordiamo è stato quello tedesco che abbraccia vari ambiti del sapere dalla fine del 18 alla fine del 19 secolo. Il romanticismo cerca l’essere umano in questo mondo, cerca di far convergere emozioni e sentimenti umani come l’immaginazione, il senso di apertura, l’emotività. L’umano cerca l’infinito, cerca di colmare il vuoto e viene scritta nelle opere romantiche. Ed è in questo momento che si guarda come ad una sorta di luogo esotico dal quale si deve guardare per ritrovare la luce perduta come rinascita pura della civiltà, si guarda all’India. Con la prima guerra termina questa prospettiva; uno dei più importanti momenti del romanticismo è Hesse, è stato molto influenzato dal mondo indiano, egli è incantato dalla visione Naive. Nel passaggio che legge il professore di un testo di Hesse, l’autore afferma che per avere una biblioteca completa si devono prendere in considerazione anche i testi orientali. I testi a cui si deve far riferimento sono quelli più vecchi, sono quelli che anche se antiquati sono applicabili al contesto moderno, non quelli che trattano una cosa che è attuale e pertinente solo al momento stesso. Nei testi teosofici c’è una saggezza occulta, erano tutti sgradevoli e irritanti per il loro tono dottrinario, secondo Hesse. A primo impatto non gli piacquero ma dopo un po’ e con la frequentazione cominciò ad entrare in confidenza. Le loro dottrine che erano state abbracciate per vocazione spirituale rimandavano ad un’origine indiana. Da qui iniziò la sua ricerca, lesse la BHAGAVAD GITA il pensiero dell’India ha influito sulla sua vita e sul suo modo di pensare. Aveva però un residuo di insoddisfazione. Cercava un tipo di saggezza che non trovava in nessun altra parte ma che sapeva esistesse. Nelle Upanisad si vede l’incomunicabilità della saggezza, dell’assoluto. L’Upanisad è una base imprescindibile anche per coloro che si sono posti in contrasto ad essa. Siamo di fronte ad un corpus antico. Le Upanisad si sviluppano nell’attuale India del nord ovest. Il movimento va dalle zone del nord ovest fino al nord est. Avvenuto questo dal nono- ottavo secolo a.c fino al terzo d.c escono dai confini indiani e vanno ad essere distribuite in zone anche molto lontane. Di questi Upanisad abbiamo 70 lingue che hanno tradotto. Nel 1784 viene fondata la Royal Company e viene tradotta la prima Upanisad e da questo primo esperimento di traduzione si sono evolute poi una marea di saggi e traduzioni che si sono avvicendati per metterci al corrente di un fenomeno come quello delle Upanisad. Non sono testi facilmente etichettabili,

sono eterogenei, scritte in una variante di sanscrito arcaica che i linguisti chiamano antico indiano o vedico. Una forma di vedico sfumato tra il sanscrito antico e classico. Veda è uno dei modi di chiamare le Upanisad, il vedanta è l’Upanisad. Letteralmente vuol dire fine del veda. E Upanisad sono la fine del veda, il veda è un corpus sapienziale all’interno del quale ci sono micro e macrofenomeni testuali è divisibile in 4 grandi raccolte chiamate Samhita, non sono di origine umana, gli storici dicono però che ci si aggira attorno al 1700/1500 a.c. e il 1100. Ognuna di queste raccolte ha degli specifici contenuti e specifici utenti, quindi sacerdoti ed esercitatori. La prima è Rgveda, è il veda cioè la sapienza che si fonda sulle strofe che richiamano le divinità, i versi di questo sono i mantra. Il secondo è il Samaveda; il terzo il Yajurveda, sono formule di sacerdoti che compiono gli atti sacrificali; abbiamo poi Atharvaveda con un mixi di contenuti, si parla di demoni che generano malattie. Ognuno di questi libri è suddivisa a sua volta in 4 parti Mantra, Brahmana, Aranyaka, Upanisad. I Brahmana sono dei manuali che insegnano ad applicare i versi nel sacrificio; la terza parte sono dei testi con i riti che si fanno esteriormente ad un certo punto della vita, vengono fatti senza utensili nelle foreste, interiorizzano il rito. L’ultima parte sono e Upanisad. Oltre a questi 4 fenomeni testuali ci sono varie famiglie di trasmissione con delle caratteristiche proprie e hanno delle ricezioni diverse, legate a famiglie sacerdotali diverse. Gli studiosi discutono sul significato di Upanisad, una discussione che accompagna anche gli esegeti autoctoni. La radice verbale è sad, significa sedersi. Upa significa vicino, ni vuol dire giù o sotto. Mettendo insieme le parti secondo gli studiosi ci riferiamo ad un’assemblea in cui gli studiosi sono in una posizione più bassa rispetto ai maestri per udirne gli insegnamenti. Upanisad significa segreto, ciò che viene narrato in un luogo in cui gli individui non sono degni dell’insegnamento. I docenti sono restii a dare la loro conoscenza al primo che capita, l’allievo va testato per verificarne l’altezza. Upanisad vuol dire legame, omologia, connessione, ma vuol dire anche insegnamento il quale è assoluto. Tutto quello che è indiano è dal punto di vista storico estremamente problematico. Le Upanisad più antiche sono nell’ottavo secolo a.c., ma l’Upanisad diventa contestualmente un genere al quale in moltissimi guardano, esce dal contesto e si diffonde. Tutte le scuole non sono ancora formate, ci sono delle tracce all’interno delle Upanisad di questi nuclei di sistemi filosofici. Per cui all’interno abbiamo dottrine ma non sistematiche, trattano testi che non sono collegati tra loro e se c’è non è visibile. Siamo in un contesto che è comunque coerente nonostante i contenuti. L’Upanisad della grande foresta è la più antica, autorevole e lunga. Una delle prime disquisizioni è il karma, il destino, si trova nell’Upanisad. Le upanisad hanno una sorta di filo conduttore, parlano tutte del sé, il principio che dimora in ogni vivente, è il principio assoluto, è il tutto. Questa è una delle preoccupazioni principali delle Upanisad: l’individuo e tutto ciò che è attorno, come si relaziona. Analizzando questa relazione, l’uomo upanisadico ritiene di emanciparsi dalla schiavitù degli oggetti, del fenomeno, del linguaggio, del corpo e dei bisogni. Attraverso la comprensione profonda della relazione tra il principio di sé e di ciò che ci circonda ci si libera dalla schiavitù. LE Upanisad si domandano sull’individuo, chi è. Stando nell’universo si va al di là di esso e attraverso questa comprensione l’essere umano si libera dalle barriere e la ricaduta è immediata sulla propria esperienza, smette di essere schiavo e si libera. Colui che ottiene questo non ha più nulla da desiderare, dunque si divincola dalle schiavitù. L’uomo così non può avere più paura di nulla, o desiderio di qualcosa. La conoscenza upanisadica è

passaggi per l’arrivo di persone e idee Greche come Alessandro, abbiamo la menzione dei Kathaioi. Il ponte tra la classicità Europea e indiana è l’islam. Abbiamo due personaggi rilevanti: Akbar e Dhara Shukoh. Con Maometto l’Islam inizia la sua opera di diffusione. Tra l’ottavo secolo l’Islam arriva in Europa, converte buona parte delle popolazioni. L’islam si diffonde anche verso oriente, verso la Siria fino ad arrivare in India e tra l’ottavo e quindicesimo secolo, l’islam conquista quasi tutta l’Asia tranne la Cina. Il mondo islamico arriva con la prima grande invasione dei turchi di Mahmud arriva in India. La seconda invasione nel 12 secolo si stabilisce in India occupando il nord e fondando il sultanato di Delhi che dura più di 500 anni, poi di avvicenda con i Mughal. Quindi l’impero islamico sul mondo indiano dura fino al 1857 quando l’Impero britannico mostra il suo intento imperialista. Come escono dall’India le Upanisad? Schopenhauer scrive Il mondo come volontà e rappresentazione in due volumi. Nella prefazione nel 1818 egli scrive che le Upanisad sono un conforto della sua vita e consolazione della sua morte. Al tempo si aveva una sola traduzione delle Upanisad pubblicata nel 1801 di 50 Upanisad in latino prodotta da Abraham Hyacinthe col titolo di Oupnek’hat (il segreto che va celato). La sua fonte primaria è il Sirrr-i-Akbar (Il grande segreto). Questa Sirr è una delle primissime traduzioni in una lingua non indiana, il traduttore era Muhammad Dara Sukoh, pronipote di Akbar e primogenito di Sah Gahan, imperatore e costruttore del Taj Mahal. Dara, pur essendo il primogenito dell’Imperatore, fin dall’infanzia si mostra lontano dalla vita di corte. Akbar era ben noto per la sua tolleranza e per il suo imperio illuminato, si rende conto che il messaggio di ogni religione, istituisce un’agenzia di traduzione dei tesori di tutte le altre traduzioni Maktab Khana. Commissiona una traduzione persiana del Mahabharata, c’è un ministro della traduzione, per una questione di dialogo e alimentare la comprensione reciproca. Dara è contagiato da questo spirito, si sposa, gli muore il primogenito e con questa tragedia è completamente depresso. Egli viene colpito da un Maestro: Mir Muhammad e lo fa iniziare dal suo discepolo prediletto. Egli comincia ad abbracciar ele idee del nonno dell’unità tra le religione, il nonno le aveva abbracciate da patriarchi islamici. La Allah Upanisad si sviluppa in questo ambiente, Allah viene considerato come il respiro di ogni uomo, col sole, con delle connessioni upanisadiche. Dara è contagiato da questo spirito e dimentica della vita di corte, inizia a cercare la verità metafisica espressa non solo dal Corano ma da ogni libro sacro di ogni tradizione. Ci si allarga anche alle scuole Indù, fa amicizia con i Guru dei Sikh; a Delhi incontra Baba Lal Das e da qui Dara scrive dei trattati sulla base dei suoi studi di altre tradizioni. Dara scrive La barca dei santi , nella quale parla del profeta, delle suo mogli e dei discendenti; il compasso della verità nel quale si parla dell’iniziazione ricevuta e dei gradi particolari di consapevolezza nel suo persorso. Egli è però famoso per la comparazione tra La congiunzione dei due oceani, in cui Dara parla di due oceani che si congiungono. Due identità identiche non sono altro che congiunte. Con questa convergenza il mondo del Veranta e mondo Sufico sono forme univoche. Nel 1657 termina il Sirr.i-Akbar, il grande segreto, nel quale sostiene che non c’è conflitto tra Upanisad e Islam. Nella prefazione scrive che pur avendo il libro di Mosè trova nel libro del Veda la più antica rivelazione di Adamo. I versi monoteistici del Veda, il mondo veda determina un insieme di Upanisad. Nelle Upanisad si trovano l’essere supremo, la sua parola e il suo stile. Dara sostiene che nel Corano ci sono dei riferimenti ad un libro nascosto e perfetto, ed egli sostiene siano le Upanisad. Dara per fare questa traduzione ha sfruttato un equipe di 60 eruditi alla fine dei quali mette una firma, lascia una testimonianza degli aiuti. La traduzione è abbastanza fluida, non sempre precisa, convoglia le idee in modo preciso. Non è

una traduzione integrale, tralascia alcuni passaggi. 50 testi ma di cui due non sono Upanisad in cui si parla di una divinità da cui ogni cosa è stata emanata. Il fenomeno della traduzione di testi orientali è immediatamente connesso agli interessi coloniali, per governare gli assoggettati bisognava impadronirsi della loro cultura per produrre leggi analoghe. Antiquetil Duperron si reca in India, era dotto nelle lingue semitiche. Egli viene a sapere che il Veda raccoglie un messaggio ben più antico della Bibbia e vuole impadronirsi delle dottrine contenute nei veda. Quando si reca in India gli vengono donati due manoscritti del Sirr, comincia a lavorarci e produce una traduzione parziale in francese mai pubblicata. Abbandona poi il francese e prende il latino, molto probabilmente perché credeva che la sintassi e il lessico latino fosse più adeguato alla traduzione del Sirr. Nel 802 pubblica 2 volumi: il segreto da celare. La resa dal persiano al latino è particolare, deve fare delle scelte che attirano la critica dell’intelligenza europea. Secondo loro la resa è contorta. La traduzione letterale, tra un termine e l’altro introduce commenti personali in latino, i termini tecnici lasciati in sanscrito e traslitterati in persiano. Ci sono talvolta articoli greci che precedono i termini sanscriti traslitterati in persiano. Anche per chi è fluente in latino la traduzione diventa illeggibile. Oupnek’hat è una distorsione di Upanikhat e Secretum Tegendum, quindi di Sirr-i-Akbar. Attraverso la sua traduzione si percepisce la fora dell’Upanisad, quindi la critica si smuove e capisce la sua utilità e la necessità di altre traduzioni. Nel 1805 si propone una traduzione in tedesco, poi francese, inglese. Questi volumi vengono diffusi attraverso varie lingue europee. In questo contesto si inizia a muovere Schopenhauer che studia con zelo Oupenk’hat. Egli studia Platone con una prospettiva metafisica, trova l’unicità però nell’Oupenk’hat. Nell’introduzione de Il mondo come volontà e rappresentazione (I vol. 1818 II vol. 1844) egli fa riferimento al Veda e all’Upanisad e all’a loro influenza sulla loro vita. Mentre Schopenhauer studia medicina il padre si suicida, egli inizia a sviluppare ritrosia nei confronti della madre che non porta rispetto al marito defunto. Va quindi a studiare medicina a Gottingen ma invece di studiare medicina studia filosofia e studia i classici platonici e Kant. Le scuole non lo soddisfano e va a Berlino dove trova Fitche e Schleiermacher. Inizia a studiare etnologia e le pratiche religiose degli hindu, vuole scoprire questo mondo ancora poco tradotto. Schopenhauer si laurea nel 1813 e torna a Weimar, incontra Goethe e Majer, un orientalista che gli dona l’Oupnekhat. Nel 1851 scrive Parerga e Paralipomena egli riflette sulle traduzioni sanscrite. 06/12/ Hegel critica Humbolt nel 1827, si sofferma sull’incapacità di aver tradotto i termini in tedesco. Hegel vuole dimostrare che lo spirito unico ha lasciato l’India ed è arrivato in Germania, si è guastato. Per Hegel lo yoga richiede ritrazione e isolamento dal mondo, conduce ad un immersione passiva che determina un azzeramento della forza degli indiani. Schopenhauer critica Hegel, lo vede come un ciarlatano la cui filosofia è vuota e senza senso. Il pensiero di Schopenhauer è intriso di Upanisad; noi possiamo connetterci al mondo oltre la rappresentazione grazie ad una volontà interiore. Quindi possiamo percepire il mondo come rappresentazione e scoprire la nostra volontà interna. Una delle nozioni sulle quali Schopenhauer si sofferma è la realtà soggettiva, mentre per Kant non riusciamo mai a cogliere la cosa in sé, ma cogliamo solo qualcosa mediato dalle nostre percezioni. Schopenhauer è d’accordo ma tramite le Upanisad lo superiamo. L’atman upanisadico è interamente positivo.

le Upanisad e nel 1839 fonda un circolo Tattvabodhini Sabha che riflette sulla realtà, riflettono sulle Upanisad in particolare la Katha Upanisad. Debendra rigetta la simpatia del non dualismo, nel 1842 si uniscono i due circoli ed egli pubblica una sorta di motto della propria organizzazione fatta di tanti passi upanisadici. Questo mondo indiano espresso in inglese e non idolatrico si pone con queste basi. Debendra è noto anche per essere il padre di Rabindranath Tagore il quale raggiunge il nobel per la letteratura nel 1913 e fa parte del consesso che crea il padre così che egli eredita l’amore per le Upanisad. Uno dei personaggi più importanti è un giovane monaco che era un seguace laico boghese dello stesso consesso culturale: Svami Vivekanada. Egli partecipa all’EXPO di Chicago, ed è scelto come rappresentante delle religioni indiane ed egli parla a Chicago di Veda, di Upanisad e di BG. Da qui, 1893, resta in America fino al1897. Tutti rimangono allibiti dalla capacità oratoria e viene invitato in ogni circolo intellettuale, anche ad Harvard per tenere lezioni. Il suo obiettivo è inserito sia nell’ambiente culturale da cui viene sia nell’ambiente politico che si stava costruendo in India. La classe media indiana prende coscienza dell’importanza della propria letteratura e vogliono essere considerati pari dal punto di vista intellettuale ed essere liberati dal dominio coloniale. I suoi testi vanno insieme a questa visione, ripropone un’uscita della vera religione indiana come una nuova iniezione di attività, legge le Upanisad con la lente della metafisica non dualistica. L’accento non è più sulla pace ma sulla forza, lui auspica che la nuova forma si trasferisca nelle membra dei giovani indiani e che siano utili a rompere con la dipendenza dagli invasori. Vivekanada scrive che ciò che si ha nelle Upanisad va portato fuori dai monasteri e dalle foreste e diffuso sulla terra, ognuno deve conoscere ed essere partecipe di esse. Questo processo avviene attraverso una contemplazione del contenuto. Svami mostra interesse alle Upanisad non solo come testi filosofici ma anche come testi narrativi. Egli sostiene che le Upanisad sono in accordo con le prospettive della propria famiglia. Nel 1897 parte da New York e torna in India dove viene osannato e comincia anche nel mondo indiano a fare delle conferenze viaggiando in ogni lato dell’India e ha come obiettivo i giovani. Svami muore improvvisamente nel 1902 e l’ordine fondato da Ramakrishna traducono in inglese i testi indiani con la prospettiva non dualistica e senza sovrapposizioni aliene. Un altro tassello per la diffusione delle Upanisad è Gandhi il quale impregna i propri discorsi dell’attività della BG. Gandhi non aveva accesso al sanscrito ma prova a dare con l’inglese una sua resa, egli si basa sull’idea filosofica di mantra e sull’imperativo di azione politica della BG. Un altro personaggio è Sarvepalli, scrive la storia del pensiero occidentale e orientale. Egli utilizza Platone e Aristotele, la letteratura non upanisadica per porre idee in un contesto universale. Grazie a questa diffusione capillare 07/ Le Upanisad hanno un’alta prospettiva sulla morte; danno delle formule, delle idee al fine di divincolare e rendere indipendente da una serie di vincoli che l’essere umano ha di per sé fin dalla nascita in ambito sensoriale, epistemico, linguistico, corporeo. Abbiamo alcuni punti che affascinano e che fanno innamorare in quanto le Upanisad hanno un bacino testuale enigmatica, misteriosa, paradossali. Le Upanisad sono, nel mondo testuale, ciò che nella vita di tutti i giorni rappresentano le comunità ascetiche. Quindi sono enigmatiche, rompono con la norma mondana. Parlano di una metafisica, parlano di tattva-jnana , ovvero osservando la realtà si arrivano a dei principi che vanno al di là di ciò che noi osserviamo. Parlano del trascendente e lo riportano nell’immanente; pongono dei problemi con un linguaggio arcaico e talvolta altro che agibile, sono questioni razionali ma anche irrazionali. Tuttavia, una volta che riusciamo a venire a

capo a queste questioni abbiamo davanti a noi qualcosa di illuminante. Per cui i paradossi, ma cos’è? È una contraddizione linguistica che ha un diretto impatto sulla cognizione, sul modo di cogliere le cose. Le Upanisad si esprimono il più delle volte a paradossi, prendono le carte e le rovesciano. Tutte le volte che abbiamo questo ribaltamento troviamo che la direzione delle Upanisad è unica, si rivolgono sempre al summun bonum, ovvero allo sreyas: la cosa migliore. Le Upanisad hanno pervaso la vita europea e americana sin dal 1800. Ma noi abbiamo tracce di un bacino geografico e storico che è molto vasto. Ma non c’è solo questa vastità, c’è anche una grande possibilità ermeneutica per cui diviene soggettivo scegliere un’opzione interpretativa. Per cui abbiamo degli argomenti connessi tra loro e anche per avere un’introduzione bisogna sforzarsi molto. Inoltre, abbiamo la possibilità, determinata dal nostro gusto, che ci fa leggere le cose con i nostri occhi e basta. Possiamo leggere la realtà da svariati punti di vista. Quindi, scegliere una chiave ermeneutica piuttosto che un ‘altra è dettato dal timoniere. Una delle strategie è scegliere una rotta con dei paletti. Veda è usato sia al singolare che al plurale, i Veda sono una quantità difficilmente calcolabile di testi primari. I Veda sono i testi che compongono il testo, diventano un unicum quando sono considerati appunto come un’unica cosa. Da questa radice si sviluppa la tradizione successiva, sono strumenti per arrivare ad approdi di comprensione. Ora entriamo in un ambito teorico, una serie di premesse e precisazione utili nella lettura dei testi. Uno dei temi fondamentali che potremmo tradurre in modalità filosofica è che le Upanisad hanno un contenuto primario metafisico alle quale si rifanno, anche se poi all’interno ci sono altre cose. Cos’è la metafisica? Aristotele la chiama prima filosofia e abbiamo due aspetti: la metafisica pura, cioè lo stato puro dei principi metafisici; oppure il riflesso di questa scienza, come questa si proietta nell’empirico, quindi le scienze particolari che sono la cosmologia, la linguistica, etc. quando si getta nell’empirico genera scienze particolari. La metafisica pura è la conoscenza dei principi universali, ciò che c’è sempre al di là di ogni orizzonte spaziale, non è solo conoscenza dei principi ma anche della loro fonte. Questa conoscenza in sanscrito è jnana. Le Upanisad si preoccupano di questo principio universale senza limiti che chiamiamo l’illimitato, il senza volto e noi abbiamo già individuato con il termine tecnico upanisadico BRAHMAN, un termine difficile da tradurre, spesso reso come ‘assoluto’, ma l traduzione più letterale è ‘pervasore’, ciò che penetra nelle cose e le avvolge. Quindi questo è il tema privilegiato assieme al tema atman che indica sé, ha una serie di significati vastissima che va dal pronome riflessivo fino alla psiche o al complesso psicofisico e sensoriale, il sé interiore, ciò che noi siamo. Per cui questi due sono i principi metafisici privilegiati: l’assoluto pervasivo e il sé. In secondo luogo abbiamo il riflesso di questi principi che si infrange sull’empirico, quindi le scienze particolari chiamati in sanscrito con due termini: vijnana o vidya usati in maniera interscambiabile. Per cui il dominio non è universale ma relativo, abbiamo una particolare sfaccettatura in base al dominio. Il dominio di queste scienza è l’esperienza che va su vari livelli che può essere anche interiore e più difficilmente trovabile. Dipendono da un processo di ragione e discorsivo, legato alla parola nella sua modalità più logica ed esistenziale, non ha come tema l’illimitato in quanto non lo cogliamo nell’esperienza ma ha ciò che ha forma, che è dotato di nome e che è collocabile. D’altra parte la metafisica va al di là del dominio, dell’esperienza, è quella scienza che permette la conoscenza di ciò che è al di là dell’empirico, il principio senza dualità e chiamato advaita. Questa è un’entità sempre presente, univoca, che pervade ogni cosa ma di cui l’espressione è privilegiata. Le Upanisad ci danno varie vie per cominciare ad avere a che fare a questa verità che non ha nomi e non ha

espressioni negative ma la loro semantica raccoglie tutto sebbene siano negative il concetto è positivo. Pur espressa in forma negativa è la più positiva delle idee. Quindi nel linguaggio ogni affermazione è fondamentalmente specifica e dunque ogni affermazione è affermazione di qualcosa di specifico e negazione di qualcosa di illimitato. La negazione delle limitazioni quindi stiamo negando una negazione e diventa un concetto positivo. Dunque, la negazione di ogni determinazione è un’affermazione assoluta. Così si esprimono le upanisad, ovvero attraverso un linguaggio negativo continuano a puntare ad un principio positivo. Questo è il vertice oltre il quale il linguaggio non può spingersi. Anche nel mondo indiano spesso l’origine si esprime con un linguaggio mitologico, abbiamo l’assoluto che non può essere determinato. Ma ad un certo punto abbiamo il sorgere della prima Upanisad e quindi della prima determinazione e quindi dell’Essere. Non basta più essere solo una cosa, ha bisogno di allargare la propria prospettiva e quindi vuole diventare qualcosa. Quell’essere di cui egli vuole farsi protagonista vuole goderne e gustare delle proprie possibilità e vuole dunque relazionar visi e conoscerlo, aprilo e svilupparlo. Questo Essere inizia a determinarsi, si moltiplica si aggrega, e quindi si da origine all’intera manifestazione. In tale principio alberga l’intera possibilità universale e pian piano, per moltiplicazione, comincia a fluire all’interno del medesimo principio. Si tratta della prima ontologia che indaga l’Essere che è la divinità suprema. Esiste la scienza dell’essere puro: SADVIDYA. Per l’indagine sul divino o sull’essere Le upanisad parlano di metafisica o scienze particolari. Nelle metafisica abbiamo quella positiva e quella negativa, in quella positiva abbiamo quella più intellettuale e quella più religiosa. Anche il linguaggio cambia, dal punto di vista religioso possiamo esprimerci con la parola Dio, si parla di esistenza che è una corrente che chiama il divenire. Dal punto di vista ontologico abbiamo l’Essere che è. 13/ Buona parte del mondo upanisadico fonda alcune connessione sulla modalità delle omologie. Non è solo una sua caratteristica ma è anche dell’intero corpus entro il quale le Upanisad si circoscrivono, ovvero quello vedico. Ma non solo, in molti ambiti come quello dello yoga, guardano all’ambito upanisadico. Le Upanisad cercano di ragionare per analogie, per connessioni; è un principio di omologia, quindi un discorso che riflette su elementi apparentemente differenti e li congiunge. Un’omologia cosmica significa che il microcosmo e il macrocosmo sono comunicanti, hanno connessioni più o meno visibili. Questa legge si rivede in molteplici ambiti del mondo indiano. L’origine di tutto ciò è nel corpus vedico e le upanisad ne sono testimonianza diretta. Queste connessione si chiamano BANDHU, la radice significa correlare. Si mette insieme ambiti che sono apparentemente inconciliabili; di fatti uno dei primi significati della parola upanisad è connessione, ovvero un sinonimo di BANDHU. Esiste una logica sottostante affinché il rito di un corpo che si fonde, il rito interiore della contemplazione sia efficace che abbia una risultato superiore rispetto ai semplici confini del rito esteriore. I BANDHU sono delle connessioni che mettono su una stessa linea di connessione principi ed elementi, riti, nomi, che sono differenti. Nella fattispecie esistono delle tassonomie, il dominio ADHIBUTA ovvero il dominio degli elementi, poi abbiamo quello del rito ADHIYAJNA, quello delle forze cosmiche ADHIDEVA, il corpo umano ADHYATMA. L’umano ha esperienza del dominio umano; nelle upanisad quando si parla del dominio individuale si parla di quello umano. Tutti questi ambiti (tassonomie), che sono dei nodi, vengono connessi in svariati modi. Il corpo umano così come il cosmo diventano uno la proiezione dell’altro. Il corpo è una mappa dell’universo e questo è riconducibile ad essere una mappa dell’essere umano.

Brereton parla di relazione isomorfica, cioè di forme isolate ma connesse, tra cosmo e dominio sacrificale. Secondo lui ogni insegnamento delle upanisad crea una visione integrativa, di un insieme che connette elementi separati di un mondo e li comprime in una forma unitaria. Colui che ha questa visione più ampia delle cose il mondo non è un insieme di oggetti ed esseri viventi disorganizzati, ma è una totalità con forme e caratteristiche distinte. Ogni volta che si fa un sacrificio si mette in scena l’origine, il mantenimento e la fine del mondo, una serie di manifestazioni. Il centro del mondo sacrificale è il centro del mondo vedico, è la forza fondante, è il BRAHMAN. Le upanisad creano una visione univoca, mettono insieme identificando X e Y pur sapendo siano differenti. Per le upanisad il BRAHMAN è un concetto aperto, tutti lo conoscono ma bisogna vedere cosa conoscono, cos’è la definizione, qual è il suo principio. Per cui abbiamo una serie di brani upanisadici in cui abbiamo diverse interpretazioni, è in costante movimento e costruzione. Il BRAHMAN è la designazione data a un qualsiasi principio o a un potere che il saggio crede stia al di sotto del mondo e renda il mondo spiegato. È la realtà che cercata e ricercata dall’uomo di famiglia quando chiede ad un saggio: attraverso la conoscenza di cosa il mondo si conosce? Qual è quel principio attraverso il quale io conosco la proliferazione? BRHADARANYAKA UANISAD, della grande foresta, comincia subito mettendo insieme il dominio sacrificale con quello degli elementi e con quello universale. Mette in scena il sacrificio del cavallo, il più importante del mondo vedico. Se ne parla spesso, è un particolare rito che culmina nel soffocamenti di un cavallo. Serve a suggellare una sovranità e rendere un sovrano locale un sovrano universale. Quando un re decide di eseguire il rito attraverso il suo generale e l’esercito sceglie un cavallo e manda per 6 mesi questo cavallo verso nord e per 6 mesi verso sud costantemente accompagnato dall’esercito. Tutti i luoghi nei quali il cavallo metterà piede e sarà salutato diventeranno vassalli. Coloro che non vogliono essere assoggettati se la vedono con l’esercito. C’è questo tragitto poi torna alla capitale e viene sacrificato; il cavallo è un simulacro dell’umanità e dell’al di là. Ma in realtà è come se fosse il re che si va presentando come il loro capo. Anche il sole fa lo stesso movimento del cavallo, il re è sacrificato per rinascere ad una nuova condizione. Il sole splende, ed è connesso al re, entrambi hanno la stessa radice in sanscrito. Il monosillabo sacro OM! Inizia questa upanisad; il cavallo è l’aurora, l’occhio è il sole, il respiro è il vento, la bocca è fuoco, il corpo è l’anno, il ventre è l’atmosfera, il dorso è il cielo, l’inguine è la terra, etc. Il sole con la sua luce spezza l’oscurità e ci fa vedere le cose ponendole in uno spazio preciso, il cavallo è rappresentazione della luce, quando abbiamo luce e spazio si genera il tempo, il principio di spazio e tempo è lo stesso. Quindi il cavallo è sacrificato per un obiettivo specifico: un sovrano universale. Questo Re ha un regno sul quale non tramonta mai il sole, tutto il mondo è il suo regno. Questo serve a mostrare il potere di un re su un luogo e dal punto di vista sia temporale che spaziale il cavallo è al centro del cosmo. Comprendendo le connessioni, lo spazio, il tempo, che fanno capo al sole, si determina una comprensione e una conoscenza che è in grado di vincere la morte. Il sacrificio è una moltiplicazione, attraverso la morte abbiamo altri noi stessi. Noi acquisendo le conoscenze legate a queste connessioni abbiamo una capacità corrispondente nel reale. Quindi ognuno degli elementi di questo domini ha una suo riflesso nell’universale e in mezzo a questa sorta di connessione, il punto nodale è sempre il sacrificio. Non è solo un sacrificio esteriore, a anche interiore. Le scienza particolari ne parlano sempre di questa interiorizzazione di ciò che è esterno. L’individuo è uguale al cosmo ADHYATMA = ADHIDAIVATA. La seconda delle upanisad più antiche mostra il BRAHMAN metafisico che nel dominio delle scienze particolari diventa divisibile e distinguibile. Gli elementi e l’individuo diventano connessi costantemente, le orecchie sono collegate al suono, gli occhi al sole, le orecchie alle direzioni dello spazio, la voce è il fuoco ADHYATMA = ADHIDAIVATA. Nel mezzo del nulla la voce è fuoco, la parola è fuoco in quanto è un modo per

verità e dentro l’uomo e serve un lavoro per riconoscerla. Il riconoscimento è un emersione di ciò che era celato e dimenticato attraverso un lavoro metodico. Se la verità non fosse penetrata prima della costituzione psicofisica dell’uomo questo non la potrebbe riconoscere. La verità esprime assenza di difetti, le Upanisad mostrano che una conoscenza è vera o temporaneamente vera nella misura in cui il confine tra conoscitore e conosciuto si assottiglia costantemente. Questa prospettiva è mostrata dalle Upanisad e non è compita nella conoscenza teorica che non è vissuta, diventa vera e perfetta ogni qualvolta abbiamo una realizzazione della stessa in cui i confini tra conosciuto e conoscitore si assottigliano. Secondo le Upanisad conoscere significa essere. Al principio questo universo era soltanto il BRAHMAN. Come gli umani usano gli animali, le divinità utilizzano l’uomo. Se viene portato via un animale fa dispiacere così come se si porta via un uomo. Gli umani fanno sacrifici per sfamare gli dei, se gli umani si rendono conto di essere il principio per cui sacrificano smettono e quindi gli dei non vogliono che gli uomini sappiano perché come portare via una capra fa problema uguale fa portare via un umano che sacrifica e riempie. Gli dei vogliono che gli umani non conoscono, gli dei sono le facoltà sensoriali degli umani. 14/ Gli indiani non offrono datazioni, non danno priorità alla cronologia mentre noi abbiamo una necessità di fissare delle date. Essi tendono ad allungare l’antichità, a rendere le loro opere più remote mentre gli studiosi tendono a portare le datazioni più vicine a noi. Le dottrine non sono proprietà di qualcuno, sono sempre presenti, non appartengono a colui che li scopre. Dunque, che bisogno c’è di individuare autori e date? Le personalità di ognuno devono essere amalgamate nell’impersonalità, non c’è segno di datazioni storiche nella maggior parte delle Upanisad. Sebbene il linguaggio abbia una valenza limitata, nel fenomeno è fondamentale. In questo progetto testuale upanisadico si cerca di indagare nelle profondità dell’umano e delle sue relazioni con altri umano e col fenomeno. Quindi il linguaggio, che di solito è facilmente reperibile per quegli oggetti facilmente acquisibili, fa fatica ad individuare precisamente, per quanto accurato, concetti che sono al di là del linguaggio. Si può solo alludere a quegli oggetti, essere metafore di, ma non si può cogliere nella sua pienezza. Quindi come riportare queste Upanisad ad un linguaggio compatibile? Una delle modalità della tradizione è quello di cercare di cogliere il concetto che si nasconde dietro le parole, fornendo un’interpretazione simile ad un concetto. Solo attraverso questi concetti spiegabili possiamo apprendere e cogliere il significato originario immedesimandomi nel popolo che ha prodotto il concetto originario. Noi cogliamo nell’espressione primaria e ne estrapoliamo i termini, li indaghiamo. Una delle questioni trasversali è il KARMAN, l’ambito in cui questa parola arcaica si sviluppa è l’ambito vedico. All’interno del corpus vedico ha un’evoluzione semantica, da un significato va verso altri. È costantemente connessa ai segreti sulla morte. Il KARMAN significa che ad ogni atto corrisponde un effetto, quell’atto compiuto ha delle conseguenze che ricadono sull’autore di quell’atto. Non può esistere l’eliminazione dei frutti di ciò che è stato compiuto, non può ricadere su qualcun altro che non sia l’autore. VYAVAHARIKA UDDESA. Accomuna le dottrine del mondo arcano, significa che ogni moto interno va verso sempre una medesima direzione, ogni riflessione dei pensatori cerca di annullare qualsiasi forma di iato tra la pratica e la teoretica. Ciò di cui si riflette deve avere un diretto impatto nella mia vita, ciò che cerco di interiorizzare deve avere un impatto sulla mia esistenza. PAROKSAJNANA, nome della pratica di azzerare la

dicotomia tra le cose, cioè una prospettiva che è inscindibile dalla pratica. Sankara nella BSBh dice che qualsiasi tipo di conoscenza ha il suo coronamento nell’esperienza diretta. DUHKHA è una parola che ha delle problematiche di pronuncia ed espressione, indica dolore e sofferenza, problemi. KHA indica uno spazio vuoto, è uno spazio etereo con una precisa circoscrizione. La maggior parte dei testi indiani hanno questa prospettiva: l’esistenza fenomenica è duhkha. C’è la luce in fondo al tunnel, nonostante la condizione nella cui l’umano è immerso è tutt’altro che gradevole. Come ogni malanno il duhkha ha una causa, si cerca infatti di capire come mettere a posto le cose e cos’è che fa andare il nostro carro male. Cerco le ragioni di questa malattia di superficie e il mondo sanscrito individua nell’ignoranza la causa: AVIDYA, AJNANA, ovvero l’incapacità cronica di distinguere le cose. Una delle definizioni più efficaci per renderla più fruibile è proprio la definizione di Yoga Sutra, il quale dice che è confondere, scambiare, sovrapporre il transeunte con il permanente e viceversa; scambio il disagio per l’agio, ciò che è essenziale per ciò che è inessenziale. Questo p un problema di osservazione del reale e un problema di relazione tra chi osserva e l’osservato. MOSKA/ MUKTI. Possiamo risolvere questa cosa? Possiamo liberarci dal DUHKHA e quindi dall’AVIDYA? Si raggiungendo una condizione di totale e assoluta bontà, bellezza, quello che noi chiamiamo SUMMUN BONUM in latino e SREYAS in termine upanisadico. Questa prospettiva, il divincolarsi dai ceppi è possibile ed è mostrato dalle Upanisad. Ci mostrano le modalità attraverso quale farlo in un linguaggio che è arcaico e che ha bisogno di alcune chiavi difficili da acquisire. MARGA: se è possibile divincolarci non solo dai sintomi e dalla malattia, allora come? L’insieme delle modalità per arrivare a conoscenza sono indicate dalle Upanisad. Le recenti sono più chiare mentre le antiche sono più oscure. UPADESA: entrando in un piccolo focus, la via parte da un orientamento, un’indicazione ed è l’upadesa. Devono essere trasmesse e tanto il docente quanto l’alunno devono essere qualificati, eleggibili e degni di pervenire all’obiettivo stesso di cui costoro parlano in quanto non è un parlare tanto per ma è qualcosa che deve essere un impatto nella vita dell’umano. Ci deve essere un individuo in grado di acquisire quell’insegnamento e uno che è in grado di darlo. L’oggetto dell’insegnamento e la sua condizione devono essere diventati un tutt’uno. Nelle parti narrative abbiamo una diffidenza del maestro a dare l’insegnamento a chiunque si presenti, solitamente ci sono dei test attitudinali. Questo perché gli insegnamenti sono problematici, e l’insegnamento deve essere fatto da un GURU. Abbiamo un autodiagnosi in cui analizzo la mia condizione, lo faccio attraverso dei segni che la mia condizione consueta non è in questi giorni rappresentata. Attraverso i sintomi determiniamo la sede o la natura della malattia. poi abbiamo la prognosi e prevedere il decorso e l’esito del quadro clinico. Poi abbiamo un eziologia, ovvero determinare le cause della malattia; infine la terapia per combattere i sintomi e far si che non si presentino più. Questa è la strategia condivisa che troviamo nelle upanisad. Le upanisad si inseriscono nel corpus del Veda; sono conosciute attraverso molte nomenclature, sono uno strumento di conoscenza: VEDANTA, ovvero fine del Veda. Abbiamo vari temi upanisadici tipici della letteratura vedica reperibili nella BRAHMANA e ARANYAKA. Le upanisad vengono chiamate come ‘la vetta’ in quanto sono il coronamento speculativo e conoscitivo nonostante significhino ‘fine’. Dal punto di vista culturale, le upanisad e il contesto dal quale vengono forniscono il carburante terminologico di tutto ciò che è il successivo sviluppo dell’induismo.

veda è conoscenza stessa ; il veda è indagine di ciò che c’è; significa essere presente, vivo, narrare, è quel testo che narra e indica la via per parlare di quel principio che vive all’interno degli umani e che perdura; significa ottenere, ogni umano nasce con delle finalità che siano più o meno consapevoli, il veda è lo strumento che gli umani utilizzano ai 4 fini della vita umana PURUSARTHA, ovvero il DHARMA, ARTHA, KAMA, MOKSA. Per questa sua pervesività, il Veda è ciò su cui poggia il mondo tradizionale, aderire al veda determina l’ortodossia ASTIKA, respingerlo è eterodossia NASTIKA. Il Veda non parla di quello che può essere colto attraverso i normali sensi, parla di ciò che non è nel comune raggio d’azione della sensibilità. I poeti veggenti sono coloro che realizzarono direttamente, ebbero un’esperienza diretta SAKSATKARA. È un termine molto arcaico, non fa riferimento ad un’esperienza sensoriale, è una presa di coscienza diretta. L’atto di vedere e l’atto di conoscere diventano un tutt’uno. I veggenti, RSI, sono coloro che hanno raggiunto. Uno dei principali della parola RSI è poiché video diventarono rsi, ma non sono autori dei mantra ma sono bensì coloro che li vedono. I RSI per un’ispirazione data colgono i principi universali, vi si conformano e traslano le loro visione intuitive dense in immagini e linguaggio altamente simbolico. La loro capacità è derivata da una spinta interna, non si fidano completamente dell’esterno, una spinta all’introspezione. Cominciano il loro viaggio interno finché non trovano delle corrispondenze, delle verità e principi che ci sono ovunque. Osservano questi principi e riescono a cogliere le verità che non sono udibili, vi penetrano e vi si conformano. Ma, quest’ordine di principi è così denso che queste visioni sgorgano da loro come i veda, non possono portare ad un linguaggio ordinario e razionale, porta ad un linguaggio simbolico ed allegorico. Gli inni parlano di quest’ordine di cose. È la trasposizione di principi e visioni altamente densi di significato. Questa è la visione vedica, portare la visione rarefatta in un linguaggio relativamente comprensibile. Quindi questi RSI sono anche poeti, una definizione che fa riferimento a coloro che vedono il passato, il poeta deriva da un fare che non è pratico ma intellettuale; è colui che ha un agire intellettuale; colui che vede e riporta le visioni ovunque in un linguaggio non ordinario. La poesia è in primo luogo scardinamento delle leggi del linguaggio. Quindi costui che vede il passato non è semplicemente un nostalgico, ma è un indicatore, una spia, ha un controllo simultaneo del presente del passato e del futuro. La loro visione immaginativa riesce ad andare oltre le problematiche di spazio e tempo. SRUTI vuol dire udire, un ascolto , è la modalità di apprendimento del Veda ancora al giorno d’oggi. L’apprendimento orale dei mantra vede la bocca del docente e l’orecchio del discente. “io ho udito degli insegnamenti lontani, tu proteggilo”. Il vedere delle visioni si può fare anche con l’udito, avere dei suoni. L’audizione è tradotta con ‘rivelazione’, si individua così una questione problematica con cui tradurre SRUTI, ma lo identifica davvero? La rivelazione può essere o teofania, cioè la divinità rivela se stessa, la propria esistenza e i poteri. Oppure abbiamo la ierofania, un mostrarsi del sacro, la divinità rivela i suoi attributi,qualcosa che gli è connesso, è un movimento ascendente. La prospettiva sanscrita, gli individui danno le spalle al fenomeno e si volgono dentro di sé per riportare a galla ciò che c’è, un moto contrario alla rivelazione. Tra i tanti sinonimi della parola Veda c’è CHANDAS, richiama l’aspetto metrico del Veda. Trattiamo una poesia espressa da poeti, molti passi sono espressi in poesia, laddove vi è abbiamo delle stilometrie, una prosodia. Il Chandras richiama uno dei primi significati, richiama l’aspetto prosodico. Un grande grammatico del sanscrito del IV V sec. Divide la sua poesia in due parti: la lingua degli umani e la chandas ovvero una lingua metrica, sacra e liturgica. È la lingua dei Veda. Quindi non indica solo l’aspetto prosodico ma anche

una lingua liturgica, che serve per i riti. La tradizione autoctona indica cosa vuol dire, ogni parola sanscrita ha una radice, la radice cha ha il significato di coprire, i veda sono quindi dei velamenti, un modo di celare il vero con dei versi strani, abbiamo una lingua e dei concetti paradossali. Le upanisad essendo nel corpus del veda non fanno eccezioni. La maggior parte delle upanisad antiche sono in prosa, repellono l’evidente. Se c’è una lingua che si muove sotto i veda e che è talmente densa di interiorità è caotica da comprendere. Nei testi che parlano del linguaggio vedico abbiamo tre funzioni che il linguaggio ha, la prima è PRATYAKSAVRTTI cioè la funzione semantica diretta, bastano alcuni strumenti dati dallo studio e si riesce; PAROKSAVRTTI, un livello di acquisizione mediato da varie scienze ausiliarie, per cogliere in modo integrale il Veda, gli autoctoni accompagnano la lettura del veda con almeno 6 scienze attraverso le quali ho una conoscenza superiore rispetto a quella data dalla sola visione; ATIPAROKSAVRTTI, una funzione semantica estremamente indiretta, estremamente impossibile da cogliere se non con un insegnamento diretto, lo si coglie essendo connessi alla tradizione esegetica. Questa ultima funzione ha una base formata dai BANDHU, ovvero le connessioni, le relazioni, quei legami esistenti tra i vari strati dell’essere che fanno da collante permettendo di vedere una comunicazione tra tutto ciò che c’è anche qualora fosse inserito in strati e mondi diversi. Quindi la comprensione di questi livelli si fonda sui bandhu che non sono solo connessioni culturali ma anche fonetiche e linguistiche. La lingua simbolica dei mantra si muove attraverso queste corrispondenze, anche la fonetica diventa semantica. Idamdra è un nome che è una condizione di colui che lo porta, è colui che ha visto ciò. 20/12/ Avevamo parlato dei sinonimi del Veda, il corpus testuale che ha vari sinonimi con i quali viene riconosciuto nei testi sanscriti. Si era riflettuto sull’opportunità o meno di chiamare rivelazione; sulla densità semantica dei testi secondo i quali noi abbiamo una quantità di livelli di significato e ci sono tre modalità per dare significato al termine Veda: diretta, indiretta, estremamente indiretta. Alcuni passi della KENA Upanisad spiegavano i significati e come le Upanisad procedono nella loro identificazione semantica dei concetti e come dialogano le une con le altre. Nelle Upanisad avremo dei termini particolari che sono intraducibili. Vi sono esclamazioni rituali che sono indeclinabili, che hanno significati diversi a seconda della sfera in cui si trovano. Il linguaggio dei Manthra rappresenta questa modalità espressiva, la sillaba OM fa parte di queste sillabe semantiche che sono soggette a varie interpretazioni da parte delle Upanisad. Quindi di fronte alle traduzioni di studiosi non si capisce cosa il testo vuol realmente dire. STRUTTURA DELLE RACCOLTE VEDICHE Corpus vedico è un insieme di testi di varia lunghezza e uno dei modi di chiamarlo è SAMHITA che significa ‘mettere insieme’, ‘raccogliere’. Cohen da delle indicazioni già molto chiare ma soprattutto Pellissero riesce a dare delle nozioni generali di come sono divisi i Veda. I Veda sono 4 giganteschi volumi all’interno delle quali abbiamo 4 libri. Dal punto di vista emico, viene data una categorizzazione dal 6 secolo, il corpus può essere diviso in primi in due macro parti: MANTRA e BRAHMANA. A loro volta il Brahmana si divide il 3 parti: BRAHMANA PURI, ARANYAKA e UPANISAD. I Mantra sono componimenti poetici che costituiscono degli inni di lode e la radice MANTR indica un invito con rispetto cioè di un individuo che si sente subordinato a qualcun altro. Il Mantra è un invito alle divinità a presenziare alla primaria delle attività dell’uomo vedico: il rito. Abbiamo delle strofe laudative, melodie e

La parola Upasana ha delle connessioni con upanisad. Entrambe hanno lo stesso prefisso, la radice as, quando usata con il prefisso upa ha un significato particolare che è visualizzare, meditare. La parola upasana diventa molto presto una parola estremamente ampia di significato, non troviamo un termine preciso per coprirne la densità semantica, è un’idea che si fa per identificazione. È un tentativo di auto identificarsi con qualcosa. Si fanno queste operazione sulla base dei bandhu, le omologie tra i vari livelli dell’essere. Le upasana sono quelle tecniche che ci permettono di scorgere le connessioni, vediamo che ogni grado dell’essere è connesso con la realtà. Meditando su qualcosa di prossimo che è collegato ad altre cose posso attingere a cosa mi è lontano. La meta rimane sempre ultima e rarefatta però noi ci arriviamo gradino dopo gradino, con delle identificazioni simboliche. Le Upanisad, inoltre, parlano di upasa, specialmente le più arcaiche. Le upasana sono sinonimo delle scienze che trattano la metafisica di un concetto che riflette sul fenomeno. Queste upasana (scienze particolari) mostrano le cose e ci fanno cogliere le loro identità. Abbiamo due cose su cui si medita: 1. L’Om, difficilmente intellegibile di cui non si ha traduzione, per il contesto upanisadico c’è una possibile corrispondenza con un’altra enunciazione: UDGITHA. Questo, nel contesto vedico, è qualcosa di più diretto, è un canto elevato. I Sama Veda sono mantra cantati, di solito accompagnano dei momenti rituali dividendoli in 5 grandi sessioni di cui la terza è la più importante ed è l’UDGITHA, il canto vedico più importante di tutti. Il mondo vedico lo conosce a menadito, ciò che non si sa è il reale significato. Nelle upanisad più arcaiche ci sono le idee di identificazioni simboliche, nella Kausitaki c’è la storia di un re narrata come un mito, che raggiunge la dimora di Indra. Il re essendo stato capace di raggiungere la dimora degli dei, Indra offre un don o a Pratardana (il re). E il re dice: dammi quello che ritieni più benefico per un essere umano e Indra gli insegna come raggiungere attraverso qualcosa di prossimo qualcosa di remoto. Il tipo di insegnamento è un qualcosa di cui indra stesso era stato oggetto di insegnamento e questo genere di conoscenza egli si è purificato dai suoi innumerevoli misfatti. Egli dice al re che la cosa migliore è che lui lo conosca, e cos’è indra? Egli è il soffio, il sé cosciente, il soffio è la vita e finché permane nel corpo vi è vita, si acquista l’immortalità e con la coscienza si acquista ciò che è vero. Le facoltà sensoriali dipendono dal soffio vitale. Quando le facoltà sensoriali si detraggono nel sonno permane il respiro. quando accade l’evento della morte, il soffio se ne va e così come un re quando se ne va porta con se la sua corte, così il soffio porta con se le altre facoltà. Il soffio vitale è accostabile allo stesso sé. Allo scopo di ogni upasana abbiamo all’inizio un dono ad un umano da parte di una divinità. Questo dono rappresenta un’istruzione, questo incipit diventa qualcosa di incorporato nell’individuo fino ad affermare sempre di più il fulcro dell’insegnamento upanisadico, ciò che non è sottoposto ai vincoli spazio temporali. Ognuna delle raccolte vediche ha delle caratteristiche sue proprie e degli intenti ben specifici: RGVEDA, SAMAVEDA, YAJURVEDA, ATHARVEDA. Questi 4 libri all’origine erano un libro solo, dal secondo secolo a.c. si comincia a dare l’idea di un corpus che a un certo punto di divid. All’inizio il veda era uno solo, però, ad un certo punto con il decadere delle ere e dei tempi e con l’esaurirsi delle facoltà intellettuali non sono più in grado di prendere gli insegnamenti di questo testo unico, ciò che non è comprensibile nella sua totalità va diviso stando ai generi letterari inseriti all’interno di esso. Un personaggio specifico si occupa dell’editorialista: VEDAVYASA. Egli ha 4 discepoli e trasmette ognuna delle costituzioni del Veda: Paila, Vaisampayana, Jaimini, Sumantu. Queste 4 raccolte sono date a 4 famiglie di trasmissione che costituiscono i rami di trasmissione. RGVEDA: la raccolta delle strofe in lode, invitano, sono strofe di richiamo attraverso un’adulazione fatta da un protagonista. Nascono all’interno di uno specifico lignaggio del professionista del RVEDA: HOTAR. Egli

assieme a 4 individui siede a nord rivolto ad est. Pone all’interno della piattaforma sacrificale delle offerte. Il primo atto sacrificale lo compie lo hotar. SAMAVEDA: veda delle melodie, preso dal non libro delle RGVEDA parla del soma, ovvero una bevanda inebriante che non si capisce da dove derivi. Bevuta nel contesto rituale dava delle visioni. Si sa dal mondo vedico che veniva da una pianta rampicante i cui fiori venivano pestati. L’Udgatar è il cantore dell’udgitha, responsabile del canto elevato, e anche lui ha 4 sacerdoti con i quali gfira per la piattaforma sacrificale cantando. YAJURVEDA: il veda delle formule liturgiche, ha come utente primario lo adhvaryu, il quale pur avendo un luogo in cui dovrebbe stare è il responsabile di tutte le attività, prende le offerte e le distribuisce nei vari fuochi all’interno della piattaforma. Si muove e mentre lo fa continua a citare i salmi. Questa parte è divido in bianco e nero. Il bianco ha solo è poesia, tutti in mantra sono dal primo all’ultimo mai interrotti e alla fine inizia la parte in prosa. Quello nero è mescolato, alla fine di ogni inno ci sono immediatamente le parti in prosa che sono i brahman, i manuali sacerdotali che ci spiegano come tradurre in atti le rappresentazioni poetiche. ATHARVAVEDA: secondo gli studiosi è un corpus vedico inserito nel corpus più ampio perché non se ne trova mai menzione. Viene tramandato anche come brahmaveda, un termine maschile perché il sacerdote che se ne occupa è un testimone immobile, il sacerdote è immobile non fa nulla nel rito se non vigilare sugli altri sacerdoti e interviene solo dove ci sono delle omissioni e degli errori. Alla fine di ogni sezione rituale egli ripete ‘Om’ al quale possiamo attribuire il significato di ‘Sì’. 21/12/ Il rito è fondamentale per comprendere varie parti delle Upanisad. L’attività primaria del mondo vedico è il sacrificio e il rito. Sebbene il tema centrale delle upanisad è una conoscenza metafisica dell’identità suprema, tuttavia parlano anche dei riti, soprattutto quelle più arcaiche. Ci sono lessici e passaggi interi specifici che sono contenuti nella sezione rituale e fattiva del veda. Su questi riti si formano delle dottrine ritualistiche che hanno bisogno di una pratica liturgica per essere esperibili dagli utenti. Nelle Upanisad medie il rito è completamente finito, rimane sullo sfondo, è superato e si comincia a dire che per raggiungere il reale obiettivo delle upanisad, ovvero la conoscenza metafisica, il rito è dannoso. Dal punto di vista rituale, è fondamentale avere un’introduzione sul mondo rituale e come cambia la nozione attraverso i secoli fino alle upanisad medie. Il rito è un atto liturgico in generale mentre il sacrificio è un atto rituale che prevede un uccisione di animale. i veda sono un complesso sistematico, talvolta si hanno descrizioni nei brahmana dei riti ma non c’è una vera sequenza cronologica del rito. Per cui gli esegeti autoctoni si rendono conto della cronologia poco percettibile, cominciano a costruire dei testi in cui ciò che è disordinato nei Veda viene riportato in una modalità ordinato: KALPASUTRA “Stringhe ritualistiche”. Abbiamo 4 tipi di questi testi SRAUTASUTRA, GRHYASUTRA, DHARMASUTRA, SULVASUTRA. Queste sono le fonti primarie per la fase arcaica del sacrificio. Questi ci danno una tassonomia dei sacrifici. Una delle parola più usate è la parola YAJNA; abbiamo i sacrifici solenni SRAUTAYAJNA , sono molto lunghi, richiedono molti uomini. Solitamente erano indetti dal re e avevano bisogno di molti professionisti, i 4 grandi sacerdoti deputati a ognuna dei veda e ognuno degli accoliti, colui che sacrifica e la moglie. Di questi sacrifici si ricordano due modalità. Alcuni vengono eseguiti da sacerdoti e vengono giovati da caste più