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Appunti di sociolinguistica delle minoranze, Appunti di Sociolinguistica

Appunti del corso di Sociolinguistica delle minoranze del professor Regis. Argomento: le minoranze linguistiche in Italia in analisi linguistico-sociologica

Tipologia: Appunti

2022/2023

Caricato il 16/05/2025

Yujo-chan
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Sociolinguistica delle minoranze
Riccardo Regis, martedì dalle 9 alle 11 su prenotazione.
Lezioni fino al 25 ottobre. Primo appello il 6 novembre, alle 8.30.
Programma:
1. Sociolinguistica delle minoranze in Italia. Un’introduzione. Ilaria Fiorentini, Carocci, 2022.
2. Le minoranze linguistiche in Italia. Fiorenzo Toso, il Mulino, 2008. (capp. I e II, pp. 13-68)
3. Diapositive delle lezioni, sul sito.
18/09/2023
Minoranza: la parte di un tutto che è per quantità inferiore alle altre parti; in uno stato, gruppo di cittadini
che si distinguono dalla maggioranza per etnia, lingua o religione (definizioni del GRADIT. Riporta una serie
di espressioni polirematiche, come “azionista di minoranza”, “comparativo di minoranza”… Non compare
tuttavia “minoranza linguistica” né “lingua di minoranza”).
Ci sono casi in cui le minoranze sono a più fattori: i valdesi sono una minoranza per religione e per lingua
(parlano occitano); gli ebrei lo sono per lingua, religione ed etnia.
La definizione è inserita in un contesto di rapporto relazionale, tra due gruppi.
Il concetto di minoranza si afferma nell’800, quando si parla di “stato-nazione”, che fa perno sulla relazione
tra nazione e lingua (non c’è nulla di più prezioso, per una nazione, della lingua dei propri padri, secondo J.
G. Herder).
Alla fine dell’ancien regime, lo strumento di comando passa dalla religione (religio instrumentum regni-
>cuius regio eius religio) alla lingua (lingua instrumentum regni->cuius regio eius lingua). Questo è per
l’importanza del comando.
Hobsbawm (1983), padre del termine “secolo breve”, parla di “invenzione della tradizione”: quando si
delinea la lingua come strumento di potere, cominciano i movimenti regionalisti, cioè le minoranze
linguistiche regionali chiedono di essere riconosciute e rappresentate, anche attraverso delle mistificazioni
erudite; questo accade per la poesia trobadorica di Fabre d’Olivet (pubblica una selezione di poesie
trobadoriche (che chiudono il loro picco durante la crociata albigense) dicendo di averli ritrovati e di volerli
diffondere; viene poi dimostrato che i testi era quasi tutti autografi di d’Olivet, che voleva solo ravvivare
questa tradizione), per la poesia ossianica di James MacPherson (pubblica dei testi di questo presunto
Ossian, che dice di averli trovati e di volerli diffondere; Samuel Johnson, più tardi, sostiene che in realtà i
testi fossero stati scritti da MacPherson a partire di frammenti iniziali originali; ha quendi cercato di creare
una tradizione inesistente dal nulla), per le Carte di Arborea create da Ignazio Pillito e pubblicate Cosimo
Manca da Pattada (scritte in sardo e spacciate per medievali, per dare una tradizione letteraria al sardo).
Minoranza linguistica, o lingua minoritaria: sistema linguistico che deve corrispondere a tre requisiti:
a) che sia utilizzato in qualche misura e almeno qualche classe di situazioni e con alcune funzione, presso
una o più comunità o gruppi di parlanti all’interno di una determinata entità politico-amministrativa (ci sono
state delle proposte di tutela per lingue minoritarie estinte. In Piemonte, volevano dare tutela, oltre
all’occitano, al provenzale, al francese e al piemontese, anche al piemontese sabaudo)
b) cha sia diverso dalla lingua ufficiale e nazionale comune dell’entità politico-amministrativa di cui l’area in
questione fa parte
c) che sia parlato da una minoranza della popolazione di questa entità politico-amministrativa
Se ne può aggiungere un altro:
c) che abbia per la parte della popolazione che vi riconosce un significato simbolico di identità etnica o
culturale (questo eleverebbe il sardo e il friulano a minoranze linguistiche, poiché altri dialetti non
presentano il distacco che hanno queste due realtà linguistiche).
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Sociolinguistica delle minoranze

Riccardo Regis, martedì dalle 9 alle 11 su prenotazione. Lezioni fino al 25 ottobre. Primo appello il 6 novembre, alle 8.30. Programma:

1. Sociolinguistica delle minoranze in Italia. Un’introduzione. Ilaria Fiorentini, Carocci, 2022. 2. Le minoranze linguistiche in Italia. **Fiorenzo Toso, il Mulino, 2008. (capp. I e II, pp. 13-68)

  1. Diapositive delle lezioni, sul sito.** 18/09/ Minoranza: la parte di un tutto che è per quantità inferiore alle altre parti; in uno stato, gruppo di cittadini che si distinguono dalla maggioranza per etnia, lingua o religione (definizioni del GRADIT. Riporta una serie di espressioni polirematiche, come “azionista di minoranza”, “comparativo di minoranza”… Non compare tuttavia “minoranza linguistica” né “lingua di minoranza”). Ci sono casi in cui le minoranze sono a più fattori: i valdesi sono una minoranza per religione e per lingua (parlano occitano); gli ebrei lo sono per lingua, religione ed etnia. La definizione è inserita in un contesto di rapporto relazionale, tra due gruppi. Il concetto di minoranza si afferma nell’800, quando si parla di “stato-nazione”, che fa perno sulla relazione tra nazione e lingua (non c’è nulla di più prezioso, per una nazione, della lingua dei propri padri, secondo J. G. Herder). Alla fine dell’ancien regime, lo strumento di comando passa dalla religione (religio instrumentum regni-

cuius regio eius religio) alla lingua (lingua instrumentum regni->cuius regio eius lingua). Questo è per l’importanza del comando. Hobsbawm (1983), padre del termine “secolo breve”, parla di “invenzione della tradizione”: quando si delinea la lingua come strumento di potere, cominciano i movimenti regionalisti, cioè le minoranze linguistiche regionali chiedono di essere riconosciute e rappresentate, anche attraverso delle mistificazioni erudite; questo accade per la poesia trobadorica di Fabre d’Olivet (pubblica una selezione di poesie trobadoriche (che chiudono il loro picco durante la crociata albigense) dicendo di averli ritrovati e di volerli diffondere; viene poi dimostrato che i testi era quasi tutti autografi di d’Olivet, che voleva solo ravvivare questa tradizione), per la poesia ossianica di James MacPherson (pubblica dei testi di questo presunto Ossian, che dice di averli trovati e di volerli diffondere; Samuel Johnson, più tardi, sostiene che in realtà i testi fossero stati scritti da MacPherson a partire di frammenti iniziali originali; ha quendi cercato di creare una tradizione inesistente dal nulla), per le Carte di Arborea create da Ignazio Pillito e pubblicate Cosimo Manca da Pattada (scritte in sardo e spacciate per medievali, per dare una tradizione letteraria al sardo). Minoranza linguistica, o lingua minoritaria: sistema linguistico che deve corrispondere a tre requisiti: a) che sia utilizzato in qualche misura e almeno qualche classe di situazioni e con alcune funzione, presso una o più comunità o gruppi di parlanti all’interno di una determinata entità politico-amministrativa (ci sono state delle proposte di tutela per lingue minoritarie estinte. In Piemonte, volevano dare tutela, oltre all’occitano, al provenzale, al francese e al piemontese, anche al piemontese sabaudo) b) cha sia diverso dalla lingua ufficiale e nazionale comune dell’entità politico-amministrativa di cui l’area in questione fa parte c) che sia parlato da una minoranza della popolazione di questa entità politico-amministrativa Se ne può aggiungere un altro: c) che abbia per la parte della popolazione che vi riconosce un significato simbolico di identità etnica o culturale (questo eleverebbe il sardo e il friulano a minoranze linguistiche, poiché altri dialetti non presentano il distacco che hanno queste due realtà linguistiche).

Le minoranze linguistiche sono definite anche lingue minoritarie e lingue meno diffuse (termine più politicamente corretto), nei codici legislativi in Europa. In Italia si parla di alloglossia o eteroglossia, termini che si focalizzano sulla differenza di ceppo linguistico (es indoeuropeo). Questo, tuttavia, ridurrebbe notevolmente il numero di minoranze in Italia, poiché quasi tutte le minoranze sono di ceppo indoeuropeo, con l’eccezione dell’ebraico. Allasino et alii, nell’indagine Le lingue del Piemonte , scelgo il termine lingua locale, che delinea una qualunque varietà diversa dall’italiano e dalla lingua regionale (qui il piemontese a base torinese). Importante è la Carta europea delle lingue regionali o minoritarie (European charter fo Regional or Minority Languages), scritta in ambito europea nel ’92; noi lo abbiamo firmato nel 2000, ma non lo abbiamo ancora ratificato, quindi ne abbiamo dichiarato il valore legale ma non lo abbiamo applicato. La Carta non è ancora stata né firmata né ratificata da diversi paesi europei, come il Belgio e l’Irlanda. 19/09/ Le motivazioni che portano uno stato a non ratificare la Carta possono essere molteplici: la Francia, per esempio, non l’ha fatto perché l’articolo 7-1-d del documento (che invita lo stato ad incentivare l’uso delle lingue regionali in settori che andrebbero altrimenti espressi solo in lingua ufficiale) avrebbe conflitto con l’articolo 2 della costituzione nella sua ultima scrittura, che dice che il francese è la lingua ufficiale della repubblica; perciò solo in quella lingua possano essere redatti i documenti ufficiali e tutta la burocrazia. In Italia non esiste la lingua ufficiale, stando alla costituzione: l’italiano è lingua ufficiale solo de facto. Nella legge sulla tutela delle minoranze linguistiche (legge 482), l’articolo 1 dice che l’italiano è la lingua ufficiale del paese, e nell’articolo 2 dice che la burocrazia può essere svolta in lingua minoritaria, anche se comunque i provvedimenti devono essere sempre in italiano per avere valore legale. UK e Spagna hanno firmato e ratificato, soprattutto in vista delle tensioni interne con Scozia e Catalogna. Il Belgio non ha proprio firmato, nonostante le problematiche tra Fiamminghi e Valloni, per evitare che nessuno dei due avanzino delle pretese di sorta. Anche l’Irlanda non ha formato, perché il gaelico irlandese è già ampiamente tutelato nel paese, nonostante sia prevalente l’inglese, per questioni di praticità. Il comitato che ha scritto la Carta ha prediletto il termine “lingua regionale O minoritaria”, per sottolineare che i due termini non sono equivalenti, e lo spiega espressamente nell’articolo 1: “regionale” indica che la lingua è parlata in una specifica zona nella quale i parlanti della detta lingua possono essere anche in maggioranza; “minoritaria” indica un gruppo di persone insediate in una zona specifica di uno stato e che parla una determinata lingua, o anche le “minoranze non territorializzate”, quindi persone che parlano una lingua senza essere una comunità insediata stabilmente tutta insieme in una zona specifica (comunità rom e israelitiche in Italia, per esempio). Nelle definizioni di “lingua minoritaria” e “lingua regionale” si specifica che i dialects non sono inclusi, così come le lingue delle comunità di migranti. Noi dobbiamo stare attenti a specificare: “dialetto”, in italiano, è definito come un sistema linguistico usato in zone geograficamente limitate in contesti sociali e culturali ristretti, divenuto secondario rispetto al sistema linguistico dominante, e non utilizzato in ambito ufficiale o tecnico-scientifico. In Italia, i dialetti, fatta eccezione del fiorentino e del romanesco, NON sono varianti dell’italiano, ma sistemi linguistici a sé stanti. Questo NON è il caso dei dialetti inglesi, che sono invece varietà dell’inglese standardizzato. La differenza tra lingua e dialetto è limitata al ruolo sociale. Il termino “dialetto” ha avuto anche sfumature dispregiative, specialmente nel ‘500, quando inizia ad essere utilizzato al posto di “volgare”. La vera differenza sta nell’uso che si può fare dei due sistemi: la lingua risponde alle esigenze di una società organizzata, di uno stato; il dialetto è troppo limitato per fare questo, specialmente da noi, dove i dialetti sono dei sistemi interamente a sé stanti. Inoltre, il dialetto non ha una standardizzazione, essendo imparato in famiglia spontaneamente; i dizionari e i manuali di dialetto nati nel ‘800 non hanno lo scopo di standardizzare i dialetti, ma di far sì che i dialettofoni si avvicinassero all’italiano.

Esclude il ladino della provincia di Bolzano perché ha come lingua-guida il tedesco, non l’italiano; invece, quello parlato in provincia di Trento e di Belluno ha influenza italiana. Attenzione, tuttavia, alla differenza tra lingua-guida e lingua-tetto: la prima è quella che è il riferimento socio-culturale nel dialetto, la seconda (stando alla definizione di Kloss) è sì riferimento socio-culturale, ma ha anche un rapporto di parentela con il dialetto. Lingua di minoranza VS dialetto Si usa correntemente la denominazione di “minoranza” per indicare un gruppo, di solito non molto numeroso, nel quale i parlanti alloglotti hanno come prima lingua o lingua materna una lingua diversa da quella nazionale. Poiché per ovvie ragioni tali parlanti non possono esimersi dall’apprendere anche quella nazionale; si instaura dunque una relazione di tipo bilinguistico. Questa è la definizione di Francescano nel

  1. Questa definizione includerebbe anche tutti i dialettofoni e renderebbe lingua di minoranza anche il Genovese. Francescato va poi a specificare che una minoranza contenuta all’interno di una minoranza si chiamerà “minoranza di II ordine/grado”. Se qualcuno parla una lingua minoritaria di I grado e una di II grando, si crea trilinguismo. Nel contesto italiano, abbiamo:
  1. minoranze di I grado: piemontese, lombardo, ligure…
  2. minoranze di grado superiore al primo: dialetti italo-romanzi inseriti in contesti dominati da altri dialetti italo-romanzi (tabarchino di sardegna) e dialetti non italo-romanzi. Di fatto, le minoranze di primo grado sono dialetti, e solo le minoranze di secondo grado o inferiore possono definirsi minoranze linguistiche in senso stretto. Attenzione: anche se si parla di friulano e di sardo come minoranze, essendo di primo grado sono dei dialetti; la definizione di minoranza poggia sul fattore identitario e non sociolinguistico né strutturale (nonostante l’abstand notevole). Questo ha ovviamente un’influenza sulla tutela legislative. 26/09/ Le lingue minoritarie sono ampiamente distribuite su tutto il pianeta, come si ricava dall’Atlas of the world’s endangered languages, dell’UNESCO. Salminen segnala, nel 2007, 103 lingue minacciate in Europa; in questo elenco non rientrano il Veneto, l’Italiano centrale, l’Italiano meridionale (occhio, perché qui si allude ad una varietà distinta, mentre sappiamo esserci un grado di continuum tra l’italiano regionale del sud e l’italiano standard) e il Siciliano, che vivono in un rapporto di diglossia stabile, nonostante una flessione del -14% tra il 2001 e il 2011. Finora si vedono studi che fa coincidere le lingue minoritarie con le lingue minacciate. Questo è parzialmente vero: le lingue minacciate sono spesso minoritarie, ma esistono lingue minoritarie per nulla minacciate, come il tedesco in Alto Adige. In Svizzera, invece, convivono come lingue UFFICALI l’Italiano, il Tedesco e il Francese, insieme al Romancio come lingua NAZIONALE: sono tutte di minoranza, di fatto, ma sono tutte ultra protette. 27/09/ Situazione sarda Centro sud Esempio legato al sintagma “il sole”. Le parlate del settentrione sembrano, nell’articolo, mantenere una continuazione con il latino ILLUM, mentre al centro sud c’è continuazione con IPSUM; in ogni caso, la finale risulta “u” in maggioranza (occhio che ad Alghero ci si aspetterebbe “el”, perché si parla catalano; probabilmente ha subito influenza dai dialetti circostanti). Emerge un favoritismo del suono “z” al posto di “s”; del suono “i” per le “e” atone in fine di parola, con l’eccezione del centro nord, che mantiene il suono “e”. In centro sud si parla una diretta evoluzione del latino locale, e le varietà principali sono logudorese e

campidanese; i parlanti si aggirano sul 1.000.000. Nel 2007, risulta che il 70% della popolazione conosce e parla una qualche varietà di parlate locali. Il vocalismo tonico prevede un sistema pentavocalico: i (ī, ĭ), è (ē, ĕ), a (ā, ă), ò (ō, ŏ), u (ū, ŭ). Presenta inoltre un marcato bocacismo in relazione alla lettera “v”. Consonantismo:

  1. Conservazione delle consonanti finali (TEMPUS>tempus, FEMINAS>feminas, LEGIT>legete)
  2. Conservazione di [k] e [g] davanti a vocale palatale
  3. Conservazione dei nessi consonantici -pl-, -bl-, -fl-, -cl-, -gl-
  4. Assimilazione del nesso -gn-
  5. Labializzazione dei gruppi -gw-, -qw-
  6. Sonorizzazione e spirantizzazione delle occlusive sorde intervocaliche (lenizione) e caduta delle consonanti sonore intervocaliche, anche in fonosintassi
  7. Retroflessione o cacuminalizzazione di -ll- Morfologia
  8. Formazione dell’articolo determinativo a partire da IPSUM
  9. Futuro e condizionale perifrastici (ha da cantare>canterà, deve cantare>canterebbe) Morfosintassi
  10. Marcatura dell’oggetto diretto (vedere a qlcn)
  11. Clitici di complemento prima dell’infinto (vado a lo vedere)
  12. Aggettivo posposto Lessico Mantiene molti termini direttamente dal latino Nord Si sente l’influenza Corsica meridionale e centro-occidentale. Si tratta soprattutto di sassarese (della zona di Ajaccio), gallurese (regione della Sartena), maddalenino (isola della Maddalena, abitata dal XVIII secolo da abitanti dell’entroterra di Bonifacio e che parlavano una varietà di Corso). I parlanti si aggirano intorno ai 200.000. Il tabarchino è una verità di Genovese, parlata a Carloforte e a Calasetta, a partire dal XVIII secolo. I coloni, originari di Pegli, si erano instaurati, nel XVI secolo a Tabarca (Turchia), per poi spostarsi 200 anni dopo per sfuggire alle pressioni del bey locale e dell’espansionismo francese. È parlato da ca 8000 persone. Ad Alghero si parla catalano, per via di coloni originari di Valencia, del Penedès, delle Baleari e di Terragona; si sono spostati per la cacciata dei sardi e dei genovesi che si opponevano al dominio aragonese. È parlato da ca 20.000 persone (di più se si considerano coloro che ne hanno una conoscenza solo passiva). 02/10/ Sicilia Sono presenti, al nord, dei fenomeni linguistici anomali che derivano da stanziamenti extraregionale. La parlata albanese, che era presente nel centro sud, è scomparsa da più di 70 anni. Il gallo italico (altoitaliano) vede presenza a Enna, Messina, Catania e Siracusa, da insediamenti di coloni piemontesi/liguri tra XI e XIII secolo; il motivo, forse, era il ripopolamento di zone strategiche per contrastare la presenza araba in epoca normanna. I parlanti si aggirano intorno ai 60.000. Presenta desinenza -uma alla prima persona pl, che non è segnalata in piemontese fino al ‘600.

Il ladino dolomitico (o anche sellano) è un’altra minoranza di primo grado, ed è parlato in Val Gardena, Val Badia, Val di Fassa fino a Moena, Livinallongo e Ampezzo (qui c’è una questione culturale: è sellano culturalmente, ma è più affine linguisticamente al ladino cadorino). Le varietà principali sono gardanese, badiotto-marebbano, fassano, livinallese e ampezzano da 32.000 persone. I fenomeni del friulano si ritrovano anche qui, mentre per le differenze:

  • palatizzazione di -a per effetto di -i finale (metafonia). Ladino dolomitico e friulano, con il romancio, entravano a far parte del gruppo “ladino” isolato da Ascoli, perciò c’è ancora chi difende il termine “reto-romanzo” e si riferisce a queste lingue come ladino occidentale, ladino centrale e ladino orientale. Non tutti sono d’accordo sull’esistenza di un gruppo linguistico ladino (vedi la citazione sulla slide 68). L’unità ladina può essere difesa: le tre varietà presentano delle convergenze notevoli, soprattutto sul piano fonetico e morfologico, anche se poi su questi dati si basano le tesi dei sostenitori come anche degli oppositori. Pellegrini sostiene che questi fenomeni non siano sufficienti a sostenere delle innovazioni comuni, ma piuttosto mostrino un paradigma conservativo tipico delle aree periferiche. Il veneziano antico (fino al XIV sec) conserva i nessi cons+L e la desinenza -s, così come nel vicentino ci sono toponimi che mostrano il mantenimento della palatizzazione di ca- e ga- (che prima serebbe stata diffusa in tutta la pianura padana per poi sparire per influsso toscano, tranne che in queste zone). La minoranza del tedesco superiore (bavarese) è suddivisa in diverse varietà:
  • cimbro, parlato a Roana, Rotzo, Giazza e Luserna [… slide 63]
  • mochena (per via della tendenza a usare mochen (dal tedesco machen ) come intercalare), parlata in val Fersina da ca 1100 persone; la colonizzazione è risalente al XIV secolo, con le stesse cause che caratterizzano il cimbro, cioè la necessità di presenza di boscaioli, pastori, minatori…
  • tirolese, parlato in Alto Adige (qui vige la proporzionale etnica nei bandi pubblici, che vede in svantaggio la popolazione italofona), colonizzato dal IX secolo dalle pre-alpi bavaresi e dalla pianura danubiana (questa è la teoria di telmon, ma in realtà non è certo); le cause non sono chiare. È parlato da 370.000 persone. Italiano e tedesco godono di parità istituzionale (accordi De Gasperi-Gruber, 1946), tuttavia nessuno parla tedesco standard e le varietà dialettali effettivamente parlate non sono tutelate dalla 482.
  • carnico (occhio che è lo stesso nome del friulano settentrionale), parlato a Sappada, Sauris, Timau, Pontebba e Tarvisio, colonizzati a partire dal XIII secolo per le stesse motivazioni del cimbro e del mochena, dal Tirolo e dalla Carinzia. È parlato da ca 1.000 persone Lo sloveno è parlato tra Friuli e Slovenia (val Canale, val Resia, alte valli del Torre e de Natisone, parte orientale della provincia di Gorizia, provincia di Trieste); la colonizzazione è medievale per le aree rurali e ottocentesca per le province di Gorizia e Trieste, in seguito allo sviluppo industriale. È parlato da 46.000/96.000 persone e tutelato da accordi rinnovati nel 1954 e nel 1975 (vai a rivedere i casini post WWII). È stata poi estesa la tutela alle comunità slovene della provincia di Udine, che inizialmente non era stata inclusa. Anche qui comunque non sono tutelate le varietà dialettali di sloveno effettivamente parlate. Piemonte e val d’Aosta L’occitano (provenzale alpino) è parlato in Piemonte orientale, in val Vermenagna e nell’alta val di Susa, e rappresenta uno sviluppo autonomo del latino locale. È parlato da ca 20.000 persone. Vocalismo:
  • mancata dittongazione di Ĕ tonica, eccetto nei casi in cui la sillaba postonica termina in -i
  • dittongazione di Ŏ, in sillaba aperta e chiusa
  • conservazione di -au-
  • conservazione di -a- tonica
  • passaggio di -a atona finale in [o]

Consonantismo

  • caduta delle occlusive dentali sorde intervocaliche
  • palatizzazione di ca- e ga-, talvolta con esito in affricata alveolare sorda
  • palatizzazione, in area centro meridionale, dei gruppi consonantici pl, bl, fl, cl, gl Morfologia
  • tendenza alla presenza del plurale sigmatico Il francoprovenzale è, secondo gli studi di Ascoli, parlato in Val d’Aosta e ben al di là delle alpi (Francia in particolare, e Svizzera), ma in realtà l’area è molto più ristretta. In Italia è parlato nel piemonte occidentale, dall’alta val Sangone alla val Soana, Val d’Aosta, ed è un’evoluzione del latino locale. I parlanti sono 15.000 in Piemonte e 50.000 in Val d’Aosta. Vocalismo:
  • palatizzazione di -a- solo in presenza di suono palatale (occhio, perché ci sono delle zone dove invece la palatizzazione è o costante o del tutto assente) Consonantismo:
  • palatizzazione di ca-
  • conservazione di -s come desinenza verbale di II e IV persona
  • esiti differenziati dei gruppi consonantici PL, BL, FL, CL, GL Morfosintassi
  • costruzione modificato+modificante […]
  • progressione dell’accento, tipico delle varietà savoiarde, delfinatesi e piemontesi (non valdostane); si può avere con mantenimento della vocale originariamente tonica oppure no. Il francese è parlato in tutta la Val d’Aosta (è stato regolato nel 1870 da un editto di Emanuele Filiberto, che aveva l’intento di abbandonare il latino in via definitiva. La Val d’Aosta viene definita una regione tramontana e quindi può scegliere di seguire le indicazioni transalpine.), nelle valli valdesi, in alta val Chisone e in Val di Susa (qui ovviamente il francese non ha parità istituzionale); è presente dal XIV-XV secolo, poiché lingua della corte e degli atti ufficiali in val d’Aosta, lingua di cultura e commercio in val Chisone e in val di Susa, lingua di culto nelle valli valdesi. È presente una minoranza di tedesco alemannico, nelle valli Anzasca e Formazza, alta val Sesia, in alcuni centri della valle del Lys; l’origine è le colonizzazioni vallesi svizzeri intorno al massiccio del rosa del XII secolo. La causa di colonizzazione è soprattutto l’espansione dell’economia agricola del periodo. È parlato da ca 1.200-1.500 persone. Le minoranze diffuse, o minoranze non territorializzate, secondo Telmon, sono tutte quelle minoranze non legate storicamente ad un territorio specifico. Sinti e Rom I primi sono molto diffusi al nord, mentre i secondi sono più presenti al centro-sud. Provengono soprattutto dall’india nord-occidentale, e sono arrivati in Europa nel XI secolo. Il romanì è parlato da 120.000/180. persone. Parlano sia piemontese sia sinto-piemontese. Ebrei Tradizionalmente nomadi (anche se ci sono molte comunità ormai stabili, ma non storicamente tali), presenti in Italia già a partire dall’epoca romana. Parlano ebrei classico nella liturgia, mentre i dialetti giudeo-italici sono praticamente estinti. Gli aderenti sono ca 35.000 (nonostante la grande importanze che gli ebrei hanno avuto storicamente in Italia).

che confina con altre minoranze dello stesso tipo. Minoranza compatta (o coesa) VS minoranza diffusa (o non coesa): compatta è una minoranza concentrata su una stessa area; diffusa è una minoranza sparsa sul territorio. Le minoranze contigue vengono riunite in penisole linguistiche, mentre quelle non contigue sono isole o oasi linguistiche, il che però sembra evidenziare un isolamento linguistico che nella realtà non esiste; è quindi preferibile un termine come colonia linguistica. Toso amplia il quadro con “lingue delle minoranze nazionali” e “lingue regionali”: le prime sono quelle che vivono in un contesto di co-ufficialità con l’italiano e che hanno riferimenti culturali e politici in paesi esteri; le seconde sono il sardo, il friulano e il ladino: l’etichetta ne sottolinea il carattere autonomo e il legame con un’ampia estensione territoriale, ma anche l’assenza di un riferimento politico-culturale diverso da quello italiano. Dilalia: esistono delle comunità in cui coesistono due lingue, A e B (una ufficiale e una no), e in cui entrambi i codici linguistici sono utilizzati nell’ambito anche non ufficiale (VS diglossia: uno dei due codici è usato solo in situazioni formali, l’altro solo in situazioni non formali). Diacrolettia: simile alla dilalia, ma in cui c’è una lingua L limitata esclusivamente al polo alto della comunicazione e a cui si affianca un codice adatto a tutti gli ambiti. Bidialettismo (o dialettia sociale o polidialettismo): in una stessa comunità coesistono due codici che sono entrambi due varietà di una stessa lingua, una standard e una (o più) varietà geografiche e sociali. Etico vs emico: stanno per fonetico e fonemico, e sono termini coniati da Pike; sono approcci alla raccolta e all’analisi dei dati [cercati la definizione] Parametri di Del Negro e Iannaccaro: 12 che servono alla catalogazione dei sistemi complessi, anche in base al sistema etico/ emico. parametro 1: codici usati nella comunità Parametro 2: codici in H Parametro 3: codici in L Parametro 4: codici ideologici (lingue standard di prestigio che, pur non essendo effettivamente presenti nel repertorio, è punto di riferimento dei dialetti parlati). È collegato al concetto di lingua tetto (o tetto linguistico), cioè la lingua standard che ha sotto di sé, nello stesso paese in cui è lingua scritta dell’istruzione scolastica, i dialetti con essa strettamente imparentati e che ad essa si riconducono; assume due valenze distinte, quella linguistica e quella socio-culturale (vedi il ladino). Sono 3 i tipi di lingua tetto: tetto linguistico (lingua standard strettamente imparentata con i dialetti coperti), tetto sociale (lingua standard istituzionale nel territorio in cui sono parlati i dialetti coperti), tetto culturale, o codice ideologico di Iannaccaro (lingua standard ideologica, spesso non (più) presente sul territorio, a cui i dialetti coperti si rivolgono per sfuggire alla pressione dei tetti linguistico e sociale, come succede per il piemontese, che ha come lingua di riferimento il francese anche se la lingua ufficiale è l’italiano). Spesso il tetto sociale e quello linguistico coincidono; ci sono casi in cui questo non avviene, come nel corso: i dialetti corsi del nord possono avere come tetto linguistico l’italiano, ma la lingua ufficiale è il francese. Parametro 5: lingue Parametro 6: dialetti Parametro 7: codici in ascesa/espansione (ci sono operazioni di rafforzamento di domini d’uso. Non è detto che ci sia un aumento dei parlanti, perché serve la trasmissione generazionale) Parametro 8: codici in declino di status (si sentono gli effetti delle leggi sulla tutela delle minoranze, e infatti sono pochi i codici in declino di status) Parametro 9: codici in declino di parlanti Parametro 10: codici non autonomi (lingue che sono sempre affiancate ad altre lingue più prestigiose) Parametro 11: codici oggetto di attenzioni Parametro 12: codici endocomunitari

Legislazione in Italia circa le minoranze linguistiche. L’articolo 6 della costituzione dice che “la repubblica con apposite norme le minoranze linguistiche”; queste leggi hanno tardato un po’ ad arrivare. Ci sono delle norme apposite per le lingue delle minoranze nazionali, tramite degli accordi bilaterali (tedesco, francese, sloveno). Le leggi iniziano negli anni ’70, per un rinato interesse nei confronti delle lingue e delle culture delle minoranze, tramite gli statuti delle neonate regioni. Innovativo è lo statuto della Calabria, in cui si menzionano esplicitamente quali minoranze sono tutelate (grecanico e albanese, ma non occitano). [In Europa, nel 1975, alla fine della conferenza sulla sicurezza e la cooperazione, si riflette sul contributo delle minoranze sul territorio europeo. Nel 1981, c’è la risoluzione Arfè (partigiano molto sensibile alle questioni delle minoranze), in cui si auspica di una carta comunitaria delle lingue e culture reginali e una carta dei diritti delle minoranze etniche. Questi sono i principi alla base della Carta europea delle lingue minoritarie o regionali. La carta prevede diversi punti di azione che devono essere seguiti dai paesi (valli a leggere sulle slide) e le soluzioni per l’insegnamento delle lingue minoritarie, per il loro impiego legale e nei mezzi di comunicazione.] La carta del 1992 porta l’Italia ad aprire la tutela linguistica ad idiomi fino a quel momento esclusi: croato e albanese del Molise, sardo, catalano, tabarchino e i dialetti sassarese e gallurese in Sardegna, piemontese, wasler, occitano e francoprovenzale in Piemonte, albanese e “altre minoranze” in Sicilia. La 482 è stata ampiamente studiata dai linguisti che si occupano specificatamente di minoranze, in particolare De Mauro e Pellegrini (non è chiaro quanto abbiano influito sulla stesura effettiva della legge, viste le carenze). Art 1.1. La lingua ufficiale della Repubblica è l’italiano. Art 1.2. La Repubblica, che valorizza il patrimonio linguistico e culturale della lingua italiana, promuove altresì la valorizzazione delle lingue e delle culture tutelate dalla presente legge. Art 2.1. in attuazione dell’articolo 6 della costituzione e in armonia con i principi generali stabiliti dagli organismi europei e internazionali, la repubblica tutela la lingua e la cultura delle popolazioni albanesi, catalane, germaniche, greche, slovene, e croate e di quelle parlanti il francese, il francoprovenzale, il friulano, il ladino, l’occitano e il sardo Misurazione della vitalità. È un concetto legato al fenomeno delle lingue in pericolo. Krauss sostiene che una lingua che abbia almeno 100.000 parlanti è una lingua “sana”, mentre sotto i 10.000 è una lingua in pericolo di scomparsa. Brenzinger propone una griglia a 9 fattori per la misurazione della vitalità, valutabili da 0 (lingua estinta) a 5 (lingua pienamente vitale):

  1. Trasmissione intergenerazionale
  2. Numero assoluto di parlanti (non valutabile con una scala)
  3. Proporzione dei parlanti in relazione alla popolazione totale della comunità
  4. Tendenze nei domini linguistici di impiego esistenti
  5. Risposta a nuovi media e domini
  6. Materiale per l’alfabetizzazione e l’educazione linguistica
  7. Atteggiamenti e politiche linguistiche del governo e delle istituzioni, inclusi status ufficiale e uso
  8. Atteggiamenti dei membri della comunità verso la propria lingua
  9. Ammontare e qualità della documentazione sulla lingua (parametro criticato, perché ci sono lingue molto documentate ma che sono di fatto morte, mentre altre non hanno documentazione ma che sono vivissime) Berruto dice che non tutti i parametri hanno lo stesso peso, e propone una gerarchizzazione 1>4>3>2,7,8>5,6> Lee e Van Way propongono una nuova misurazione, basata su 4 criteri (va sempre da 0 a 5, ma qui 0 è una lingua sana e 5 è una lingua estinta):