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Appunti del corso di Sociolinguistica delle minoranze del professor Regis. Argomento: le minoranze linguistiche in Italia in analisi linguistico-sociologica
Tipologia: Appunti
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Riccardo Regis, martedì dalle 9 alle 11 su prenotazione. Lezioni fino al 25 ottobre. Primo appello il 6 novembre, alle 8.30. Programma:
1. Sociolinguistica delle minoranze in Italia. Un’introduzione. Ilaria Fiorentini, Carocci, 2022. 2. Le minoranze linguistiche in Italia. **Fiorenzo Toso, il Mulino, 2008. (capp. I e II, pp. 13-68)
cuius regio eius religio) alla lingua (lingua instrumentum regni->cuius regio eius lingua). Questo è per l’importanza del comando. Hobsbawm (1983), padre del termine “secolo breve”, parla di “invenzione della tradizione”: quando si delinea la lingua come strumento di potere, cominciano i movimenti regionalisti, cioè le minoranze linguistiche regionali chiedono di essere riconosciute e rappresentate, anche attraverso delle mistificazioni erudite; questo accade per la poesia trobadorica di Fabre d’Olivet (pubblica una selezione di poesie trobadoriche (che chiudono il loro picco durante la crociata albigense) dicendo di averli ritrovati e di volerli diffondere; viene poi dimostrato che i testi era quasi tutti autografi di d’Olivet, che voleva solo ravvivare questa tradizione), per la poesia ossianica di James MacPherson (pubblica dei testi di questo presunto Ossian, che dice di averli trovati e di volerli diffondere; Samuel Johnson, più tardi, sostiene che in realtà i testi fossero stati scritti da MacPherson a partire di frammenti iniziali originali; ha quendi cercato di creare una tradizione inesistente dal nulla), per le Carte di Arborea create da Ignazio Pillito e pubblicate Cosimo Manca da Pattada (scritte in sardo e spacciate per medievali, per dare una tradizione letteraria al sardo). Minoranza linguistica, o lingua minoritaria: sistema linguistico che deve corrispondere a tre requisiti: a) che sia utilizzato in qualche misura e almeno qualche classe di situazioni e con alcune funzione, presso una o più comunità o gruppi di parlanti all’interno di una determinata entità politico-amministrativa (ci sono state delle proposte di tutela per lingue minoritarie estinte. In Piemonte, volevano dare tutela, oltre all’occitano, al provenzale, al francese e al piemontese, anche al piemontese sabaudo) b) cha sia diverso dalla lingua ufficiale e nazionale comune dell’entità politico-amministrativa di cui l’area in questione fa parte c) che sia parlato da una minoranza della popolazione di questa entità politico-amministrativa Se ne può aggiungere un altro: c) che abbia per la parte della popolazione che vi riconosce un significato simbolico di identità etnica o culturale (questo eleverebbe il sardo e il friulano a minoranze linguistiche, poiché altri dialetti non presentano il distacco che hanno queste due realtà linguistiche).
Le minoranze linguistiche sono definite anche lingue minoritarie e lingue meno diffuse (termine più politicamente corretto), nei codici legislativi in Europa. In Italia si parla di alloglossia o eteroglossia, termini che si focalizzano sulla differenza di ceppo linguistico (es indoeuropeo). Questo, tuttavia, ridurrebbe notevolmente il numero di minoranze in Italia, poiché quasi tutte le minoranze sono di ceppo indoeuropeo, con l’eccezione dell’ebraico. Allasino et alii, nell’indagine Le lingue del Piemonte , scelgo il termine lingua locale, che delinea una qualunque varietà diversa dall’italiano e dalla lingua regionale (qui il piemontese a base torinese). Importante è la Carta europea delle lingue regionali o minoritarie (European charter fo Regional or Minority Languages), scritta in ambito europea nel ’92; noi lo abbiamo firmato nel 2000, ma non lo abbiamo ancora ratificato, quindi ne abbiamo dichiarato il valore legale ma non lo abbiamo applicato. La Carta non è ancora stata né firmata né ratificata da diversi paesi europei, come il Belgio e l’Irlanda. 19/09/ Le motivazioni che portano uno stato a non ratificare la Carta possono essere molteplici: la Francia, per esempio, non l’ha fatto perché l’articolo 7-1-d del documento (che invita lo stato ad incentivare l’uso delle lingue regionali in settori che andrebbero altrimenti espressi solo in lingua ufficiale) avrebbe conflitto con l’articolo 2 della costituzione nella sua ultima scrittura, che dice che il francese è la lingua ufficiale della repubblica; perciò solo in quella lingua possano essere redatti i documenti ufficiali e tutta la burocrazia. In Italia non esiste la lingua ufficiale, stando alla costituzione: l’italiano è lingua ufficiale solo de facto. Nella legge sulla tutela delle minoranze linguistiche (legge 482), l’articolo 1 dice che l’italiano è la lingua ufficiale del paese, e nell’articolo 2 dice che la burocrazia può essere svolta in lingua minoritaria, anche se comunque i provvedimenti devono essere sempre in italiano per avere valore legale. UK e Spagna hanno firmato e ratificato, soprattutto in vista delle tensioni interne con Scozia e Catalogna. Il Belgio non ha proprio firmato, nonostante le problematiche tra Fiamminghi e Valloni, per evitare che nessuno dei due avanzino delle pretese di sorta. Anche l’Irlanda non ha formato, perché il gaelico irlandese è già ampiamente tutelato nel paese, nonostante sia prevalente l’inglese, per questioni di praticità. Il comitato che ha scritto la Carta ha prediletto il termine “lingua regionale O minoritaria”, per sottolineare che i due termini non sono equivalenti, e lo spiega espressamente nell’articolo 1: “regionale” indica che la lingua è parlata in una specifica zona nella quale i parlanti della detta lingua possono essere anche in maggioranza; “minoritaria” indica un gruppo di persone insediate in una zona specifica di uno stato e che parla una determinata lingua, o anche le “minoranze non territorializzate”, quindi persone che parlano una lingua senza essere una comunità insediata stabilmente tutta insieme in una zona specifica (comunità rom e israelitiche in Italia, per esempio). Nelle definizioni di “lingua minoritaria” e “lingua regionale” si specifica che i dialects non sono inclusi, così come le lingue delle comunità di migranti. Noi dobbiamo stare attenti a specificare: “dialetto”, in italiano, è definito come un sistema linguistico usato in zone geograficamente limitate in contesti sociali e culturali ristretti, divenuto secondario rispetto al sistema linguistico dominante, e non utilizzato in ambito ufficiale o tecnico-scientifico. In Italia, i dialetti, fatta eccezione del fiorentino e del romanesco, NON sono varianti dell’italiano, ma sistemi linguistici a sé stanti. Questo NON è il caso dei dialetti inglesi, che sono invece varietà dell’inglese standardizzato. La differenza tra lingua e dialetto è limitata al ruolo sociale. Il termino “dialetto” ha avuto anche sfumature dispregiative, specialmente nel ‘500, quando inizia ad essere utilizzato al posto di “volgare”. La vera differenza sta nell’uso che si può fare dei due sistemi: la lingua risponde alle esigenze di una società organizzata, di uno stato; il dialetto è troppo limitato per fare questo, specialmente da noi, dove i dialetti sono dei sistemi interamente a sé stanti. Inoltre, il dialetto non ha una standardizzazione, essendo imparato in famiglia spontaneamente; i dizionari e i manuali di dialetto nati nel ‘800 non hanno lo scopo di standardizzare i dialetti, ma di far sì che i dialettofoni si avvicinassero all’italiano.
Esclude il ladino della provincia di Bolzano perché ha come lingua-guida il tedesco, non l’italiano; invece, quello parlato in provincia di Trento e di Belluno ha influenza italiana. Attenzione, tuttavia, alla differenza tra lingua-guida e lingua-tetto: la prima è quella che è il riferimento socio-culturale nel dialetto, la seconda (stando alla definizione di Kloss) è sì riferimento socio-culturale, ma ha anche un rapporto di parentela con il dialetto. Lingua di minoranza VS dialetto Si usa correntemente la denominazione di “minoranza” per indicare un gruppo, di solito non molto numeroso, nel quale i parlanti alloglotti hanno come prima lingua o lingua materna una lingua diversa da quella nazionale. Poiché per ovvie ragioni tali parlanti non possono esimersi dall’apprendere anche quella nazionale; si instaura dunque una relazione di tipo bilinguistico. Questa è la definizione di Francescano nel
campidanese; i parlanti si aggirano sul 1.000.000. Nel 2007, risulta che il 70% della popolazione conosce e parla una qualche varietà di parlate locali. Il vocalismo tonico prevede un sistema pentavocalico: i (ī, ĭ), è (ē, ĕ), a (ā, ă), ò (ō, ŏ), u (ū, ŭ). Presenta inoltre un marcato bocacismo in relazione alla lettera “v”. Consonantismo:
Il ladino dolomitico (o anche sellano) è un’altra minoranza di primo grado, ed è parlato in Val Gardena, Val Badia, Val di Fassa fino a Moena, Livinallongo e Ampezzo (qui c’è una questione culturale: è sellano culturalmente, ma è più affine linguisticamente al ladino cadorino). Le varietà principali sono gardanese, badiotto-marebbano, fassano, livinallese e ampezzano da 32.000 persone. I fenomeni del friulano si ritrovano anche qui, mentre per le differenze:
Consonantismo
che confina con altre minoranze dello stesso tipo. Minoranza compatta (o coesa) VS minoranza diffusa (o non coesa): compatta è una minoranza concentrata su una stessa area; diffusa è una minoranza sparsa sul territorio. Le minoranze contigue vengono riunite in penisole linguistiche, mentre quelle non contigue sono isole o oasi linguistiche, il che però sembra evidenziare un isolamento linguistico che nella realtà non esiste; è quindi preferibile un termine come colonia linguistica. Toso amplia il quadro con “lingue delle minoranze nazionali” e “lingue regionali”: le prime sono quelle che vivono in un contesto di co-ufficialità con l’italiano e che hanno riferimenti culturali e politici in paesi esteri; le seconde sono il sardo, il friulano e il ladino: l’etichetta ne sottolinea il carattere autonomo e il legame con un’ampia estensione territoriale, ma anche l’assenza di un riferimento politico-culturale diverso da quello italiano. Dilalia: esistono delle comunità in cui coesistono due lingue, A e B (una ufficiale e una no), e in cui entrambi i codici linguistici sono utilizzati nell’ambito anche non ufficiale (VS diglossia: uno dei due codici è usato solo in situazioni formali, l’altro solo in situazioni non formali). Diacrolettia: simile alla dilalia, ma in cui c’è una lingua L limitata esclusivamente al polo alto della comunicazione e a cui si affianca un codice adatto a tutti gli ambiti. Bidialettismo (o dialettia sociale o polidialettismo): in una stessa comunità coesistono due codici che sono entrambi due varietà di una stessa lingua, una standard e una (o più) varietà geografiche e sociali. Etico vs emico: stanno per fonetico e fonemico, e sono termini coniati da Pike; sono approcci alla raccolta e all’analisi dei dati [cercati la definizione] Parametri di Del Negro e Iannaccaro: 12 che servono alla catalogazione dei sistemi complessi, anche in base al sistema etico/ emico. parametro 1: codici usati nella comunità Parametro 2: codici in H Parametro 3: codici in L Parametro 4: codici ideologici (lingue standard di prestigio che, pur non essendo effettivamente presenti nel repertorio, è punto di riferimento dei dialetti parlati). È collegato al concetto di lingua tetto (o tetto linguistico), cioè la lingua standard che ha sotto di sé, nello stesso paese in cui è lingua scritta dell’istruzione scolastica, i dialetti con essa strettamente imparentati e che ad essa si riconducono; assume due valenze distinte, quella linguistica e quella socio-culturale (vedi il ladino). Sono 3 i tipi di lingua tetto: tetto linguistico (lingua standard strettamente imparentata con i dialetti coperti), tetto sociale (lingua standard istituzionale nel territorio in cui sono parlati i dialetti coperti), tetto culturale, o codice ideologico di Iannaccaro (lingua standard ideologica, spesso non (più) presente sul territorio, a cui i dialetti coperti si rivolgono per sfuggire alla pressione dei tetti linguistico e sociale, come succede per il piemontese, che ha come lingua di riferimento il francese anche se la lingua ufficiale è l’italiano). Spesso il tetto sociale e quello linguistico coincidono; ci sono casi in cui questo non avviene, come nel corso: i dialetti corsi del nord possono avere come tetto linguistico l’italiano, ma la lingua ufficiale è il francese. Parametro 5: lingue Parametro 6: dialetti Parametro 7: codici in ascesa/espansione (ci sono operazioni di rafforzamento di domini d’uso. Non è detto che ci sia un aumento dei parlanti, perché serve la trasmissione generazionale) Parametro 8: codici in declino di status (si sentono gli effetti delle leggi sulla tutela delle minoranze, e infatti sono pochi i codici in declino di status) Parametro 9: codici in declino di parlanti Parametro 10: codici non autonomi (lingue che sono sempre affiancate ad altre lingue più prestigiose) Parametro 11: codici oggetto di attenzioni Parametro 12: codici endocomunitari
Legislazione in Italia circa le minoranze linguistiche. L’articolo 6 della costituzione dice che “la repubblica con apposite norme le minoranze linguistiche”; queste leggi hanno tardato un po’ ad arrivare. Ci sono delle norme apposite per le lingue delle minoranze nazionali, tramite degli accordi bilaterali (tedesco, francese, sloveno). Le leggi iniziano negli anni ’70, per un rinato interesse nei confronti delle lingue e delle culture delle minoranze, tramite gli statuti delle neonate regioni. Innovativo è lo statuto della Calabria, in cui si menzionano esplicitamente quali minoranze sono tutelate (grecanico e albanese, ma non occitano). [In Europa, nel 1975, alla fine della conferenza sulla sicurezza e la cooperazione, si riflette sul contributo delle minoranze sul territorio europeo. Nel 1981, c’è la risoluzione Arfè (partigiano molto sensibile alle questioni delle minoranze), in cui si auspica di una carta comunitaria delle lingue e culture reginali e una carta dei diritti delle minoranze etniche. Questi sono i principi alla base della Carta europea delle lingue minoritarie o regionali. La carta prevede diversi punti di azione che devono essere seguiti dai paesi (valli a leggere sulle slide) e le soluzioni per l’insegnamento delle lingue minoritarie, per il loro impiego legale e nei mezzi di comunicazione.] La carta del 1992 porta l’Italia ad aprire la tutela linguistica ad idiomi fino a quel momento esclusi: croato e albanese del Molise, sardo, catalano, tabarchino e i dialetti sassarese e gallurese in Sardegna, piemontese, wasler, occitano e francoprovenzale in Piemonte, albanese e “altre minoranze” in Sicilia. La 482 è stata ampiamente studiata dai linguisti che si occupano specificatamente di minoranze, in particolare De Mauro e Pellegrini (non è chiaro quanto abbiano influito sulla stesura effettiva della legge, viste le carenze). Art 1.1. La lingua ufficiale della Repubblica è l’italiano. Art 1.2. La Repubblica, che valorizza il patrimonio linguistico e culturale della lingua italiana, promuove altresì la valorizzazione delle lingue e delle culture tutelate dalla presente legge. Art 2.1. in attuazione dell’articolo 6 della costituzione e in armonia con i principi generali stabiliti dagli organismi europei e internazionali, la repubblica tutela la lingua e la cultura delle popolazioni albanesi, catalane, germaniche, greche, slovene, e croate e di quelle parlanti il francese, il francoprovenzale, il friulano, il ladino, l’occitano e il sardo Misurazione della vitalità. È un concetto legato al fenomeno delle lingue in pericolo. Krauss sostiene che una lingua che abbia almeno 100.000 parlanti è una lingua “sana”, mentre sotto i 10.000 è una lingua in pericolo di scomparsa. Brenzinger propone una griglia a 9 fattori per la misurazione della vitalità, valutabili da 0 (lingua estinta) a 5 (lingua pienamente vitale):