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Riassunto sociolinguistica delle minoranze, Sintesi del corso di Sociolinguistica

Riassunto sociolinguistica delle minoranze

Tipologia: Sintesi del corso

2021/2022

Caricato il 16/10/2022

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CAPITOLO 1
Non vi sono stati in cui la popolazione parla la sola lingua ufficiale, il pregiudizio monolingue sul
rapporto lingua-appartenenza nazionale si rivela così privo di legittimità. PATRIMONIO
LINGUISTICO—> insieme degli usi parlati in un determinato ambito territoriale—> il concetto di
lingua minoritaria va relativizzato a categoria che deve integrarsi in un complesso panorama
plurilinguistico.
1 Concetto sociopolitico di minoranza: frange di popolazione che in una compagine omogenea
quanto a lingua cultura e tradizioni costituivano eccezioni al concetto dominante di nazione.Nel
momento in cui un’élite politico economica codifica gli elementi distintivi di un paese ed uno stato
istituzionalizza simboli della propria identità nazionale nasce l’idea di minoranza (Telmon). Antico
Regime = fattore discriminante era la religione vs Rivoluzione Francese = repressione linguistica,
1539 editto Villers Cotterets sancisce l’uso ufficiale ed amministrativo del francese nel regno. La
dicotomia lingua dialetto si polarizza come opposizione tra colto, incolto; la dialettalità diventa un
problema per l’affermazione dell’identità nazionale. 1800–> attivismo normalizzatore per parlate
neglette, i nazionalismi si legittimano attraverso l’affermazione di alterità etniche e linguistiche
(legame politico)
2 Concetto linguistico di minoranza: Inizialmente il concetto era legato all’appartenenza nazionale
percepita diversamente dalla maggioranza dello stato. In Italia Graziadio Ascoli individua con
criteri linguistici l’originalità del ladino e del franco-provenzale. Considerando una lingua a se
stante il ladino dimostrò che era possibile costruire un’identità locale spendibile in termini di
relazioni con la cultura dello stato centrale. La dicotomia L-D si rivela un elemento discrimin.
Lingua e Dialetto essendo entrambi sistemi che comprendono elementi fonetici lessicali etc
articolati per la comunicazione orale e condivisi da un gruppo di persone che li usa per interagire
sarebbero sinonimi. Il dialetto non è quindi qualcosa di subordinato alla lingua avendo stesse
possibilità espressive. La distinzione avviene quasi esclusivamente da un punto di vista politico
sociale. DIALETTO-> espressione spontanea LINGUA-> risponde alle esigenze di una società
organizzata che necessita di un sistema di comunicazione istituzionalizzato fornito di una norma.
Ogni idioma parte dalla condizione di dialetto, con la legittimazione dello Stato ed il supporto
politico diviene una lingua, il dialetto è quindi la forma non formalizzata non istituzionalizzata.
CONDIZIONE DI DIGLOSSIA--> (subordine di un sistema comunicativo rispetto ad un altro)
viene meno quando lo stato promuove l’uso di un’idioma fino al raggiungimento della parità
formale ed istituzionale con la lingua ufficiale (bilinguismo). MULJAČIĆ ritiene che si possa
parlare di lingua quando vi è l’assunzione di funzioni istituzionali piene da parte dell’idioma
altrimenti sono dialetti (omoetnici o eteroetnici).
Il prestigio di un idioma si stabilisce anche attraverso la presenza di una tradizione storica di usi
colti, è importante che i locutori abbiano una varietà illustre in cui si riconoscano aldilà della lingua
usata per parlare. Sacrificio linguistico = abbandono delle peculiarità locali per la ricerca di una
superiorità linguistica (la norma). Per l’affermazione di una lingua minoritaria bisogna considerare
l’autostima dei parlanti e la loro volontà di avviare un processo rivendicativo di carattere culturale
basato sulla promozione della specificità idiomatica. Qui emerge un duplice sentimento quello di
identità etnica e quello di appartenenza nazionale che rende difficile il processo (un siciliano può
essere orgoglioso di esserlo senza che questo vada a discapito del sentimento di italianità)
ETNIA Comunità caratterizzata da omogeneità di lingua cultura tradizioni e memorie storiche
stanziata su un certo territorio. Ma la comunità cosa è? Un gruppo fondato su fattori spontanei di
coesione, tante comunità fanno una nazione.
NAZIONE Organizzazione politico sociale dotata di istituzioni riconosciute, aggregazione
funzionale al soddisfacimento di determinate esigenze al punto di presupporre un’organizzazione
(stato) che regoli i rapporti reciproci tra gli individui-> società= organizzazione di individui legati
tra loro da interessi comuni.
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CAPITOLO 1

Non vi sono stati in cui la popolazione parla la sola lingua ufficiale, il pregiudizio monolingue sul rapporto lingua-appartenenza nazionale si rivela così privo di legittimità. PATRIMONIO LINGUISTICO—> insieme degli usi parlati in un determinato ambito territoriale—> il concetto di lingua minoritaria va relativizzato a categoria che deve integrarsi in un complesso panorama plurilinguistico. 1 Concetto sociopolitico di minoranza: frange di popolazione che in una compagine omogenea quanto a lingua cultura e tradizioni costituivano eccezioni al concetto dominante di nazione.Nel momento in cui un’élite politico economica codifica gli elementi distintivi di un paese ed uno stato istituzionalizza simboli della propria identità nazionale nasce l’idea di minoranza (Telmon). Antico Regime = fattore discriminante era la religione vs Rivoluzione Francese = repressione linguistica, 1539 editto Villers Cotterets sancisce l’uso ufficiale ed amministrativo del francese nel regno. La dicotomia lingua dialetto si polarizza come opposizione tra colto, incolto; la dialettalità diventa un problema per l’affermazione dell’identità nazionale. 1800–> attivismo normalizzatore per parlate neglette, i nazionalismi si legittimano attraverso l’affermazione di alterità etniche e linguistiche (legame politico) 2 Concetto linguistico di minoranza: Inizialmente il concetto era legato all’appartenenza nazionale percepita diversamente dalla maggioranza dello stato. In Italia Graziadio Ascoli individua con criteri linguistici l’originalità del ladino e del franco-provenzale. Considerando una lingua a se stante il ladino dimostrò che era possibile costruire un’identità locale spendibile in termini di relazioni con la cultura dello stato centrale. La dicotomia L-D si rivela un elemento discrimin. Lingua e Dialetto essendo entrambi sistemi che comprendono elementi fonetici lessicali etc articolati per la comunicazione orale e condivisi da un gruppo di persone che li usa per interagire sarebbero sinonimi. Il dialetto non è quindi qualcosa di subordinato alla lingua avendo stesse possibilità espressive. La distinzione avviene quasi esclusivamente da un punto di vista politico sociale. DIALETTO-> espressione spontanea LINGUA-> risponde alle esigenze di una società organizzata che necessita di un sistema di comunicazione istituzionalizzato fornito di una norma. Ogni idioma parte dalla condizione di dialetto, con la legittimazione dello Stato ed il supporto politico diviene una lingua, il dialetto è quindi la forma non formalizzata non istituzionalizzata. CONDIZIONE DI DIGLOSSIA--> (subordine di un sistema comunicativo rispetto ad un altro) viene meno quando lo stato promuove l’uso di un’idioma fino al raggiungimento della parità formale ed istituzionale con la lingua ufficiale (bilinguismo). MULJAČIĆ ritiene che si possa parlare di lingua quando vi è l’assunzione di funzioni istituzionali piene da parte dell’idioma altrimenti sono dialetti (omoetnici o eteroetnici). Il prestigio di un idioma si stabilisce anche attraverso la presenza di una tradizione storica di usi colti, è importante che i locutori abbiano una varietà illustre in cui si riconoscano aldilà della lingua usata per parlare. Sacrificio linguistico = abbandono delle peculiarità locali per la ricerca di una superiorità linguistica (la norma). Per l’affermazione di una lingua minoritaria bisogna considerare l’autostima dei parlanti e la loro volontà di avviare un processo rivendicativo di carattere culturale basato sulla promozione della specificità idiomatica. Qui emerge un duplice sentimento quello di identità etnica e quello di appartenenza nazionale che rende difficile il processo (un siciliano può essere orgoglioso di esserlo senza che questo vada a discapito del sentimento di italianità) ETNIA Comunità caratterizzata da omogeneità di lingua cultura tradizioni e memorie storiche stanziata su un certo territorio. Ma la comunità cosa è? Un gruppo fondato su fattori spontanei di coesione, tante comunità fanno una nazione. NAZIONE Organizzazione politico sociale dotata di istituzioni riconosciute, aggregazione funzionale al soddisfacimento di determinate esigenze al punto di presupporre un’organizzazione (stato) che regoli i rapporti reciproci tra gli individui-> società= organizzazione di individui legati tra loro da interessi comuni.

Considerando che la nazione è la fusione di comunità diverse generatasi da un processo secolare, il riaffiorare in una di queste di forme di coesione diverse da quelle della nazione fa sorgere il primo problema etnico: la minoranza (etnia--> minoranza, nazione--> maggioranza) la minoranza cessa di essere tale quando il processo di rivendicazione sfocia nella sua estrema conseguenza ossia l’indipendenza e successiva creazione di un nuovo stato-nazione. LE RELAZIONI STATO MINORANZA Non per forza l’etnia è in uno stato di minoranza, delle volte sorge questa condizione dopo l’annessione di una nazione ad uno Stato che impone alla popolazione i propri caratteri nazionali reprimendo la libera espressione di quelli originari. Se il riconoscimento dell’etnia non è immediato bisogna guardare al rapporto minoranza stato. L’instaurarsi di relazioni tra i 2 di solito passa per la presa di coscienza dei membri della minoranza successivamente a mutamenti di ordine economico sociale, la minoranza diventa tale in seguito ad uno spostamento di confine, appoggia le sue rivendicazioni sul fatto che nello stato si parli la sua lingua etc e dal passaggio culturale a quello politico a volte avviene un vero colonialismo interno nel caso in cui l’area occupata dalla minoranza è economicamente debole sottosviluppata con l’appropriazione di risorse 3 FORME DI RIVENDICAZIONE POLITICA

  • Regionalismo: punta alla crescita dei poteri locali senza rivendicare un trattamento particolare per altre parti del paese
  • Autonomismo: punta ad uno statuto speciale che riconosca forme di autogoverno alla minoranza, maggiori rispetto alle altre componenti geografiche dello stato
  • Separatismo: estremizzazione dell’autonomismo, punta a creare un nuovo stato-nazione dove la minoranza a sua volta costituisce la maggioranza etnico linguistica/ riunire il territorio ad uno stato più affine. Può sfociare in razzismo portando agli estremi i caratteri etnici. ( irredentismo= la frustrazione coinvolge anche la nazione a cui la minoranza vuole annettersi) IL PANORAMA GIURIDICO INTERNAZIONALE Primi accenni storici sulla tutela delle minoranza = dibattito sulla posizione giuridica degli Indios dopo la scoperta dell’ America, riconoscimento libertà di culto (guerra dei 30 anni trattato di Vestfalia 1648). Riflessione a livello teorico -XIX secolo RIvoluzione americana e francese, dissoluzione Austria Ungheria, fine 1 guerra mondiale. La Società delle Nazioni Unite nel 1919 avvia nel contesto dei trattati di pace un programma di tutela delle minoranze nazionali nell’ambito degli stati di nuova formazione ponendo la questione più sui diritti dei singoli individui che su quello delle minoranze come soggetti giuridici. Dopo la 2 guerra mondiale il problema si pose agli estensori della Carta delle Nazioni Unite che sulla base della Dichiarazione universale dei Diritti dell’uomo sancirono il diritto all’uguaglianza ed alla non discriminazione in base ai criteri di razza sesso lingua e religione.
  • 1947 Commissione per i diritti—> sviluppo di una sottocommissione per la protezione delle minoranze
  • 1960 La Convenzione sulla lotta contro le discriminazioni nel campo dell’insegnamento adottata dall’UNESCO riconobbe per la prima volta i diritti collettivi delle minoranze linguistiche
  • 1968 La Conferenza dei poteri locali e regionali ribadiva il dovere degli stati di dotare con strumenti necessari i territori delle minoranze così da valorizzarne le peculiarità
  • 1992 Approvazione della Carta Europea delle lingue regionali e minoritarie
  • Il Consiglio d’Europa ha elaborato una Convenzione Quadro per la protezione delle minoranze nazionali CAPITOLO 2 In Italia la riflessione sulle identità minoritarie inizia nella seconda metà degli anni 60 solo in tempi più recenti però si approda a una soluzione legislativa—> 15 DICEMBRE 1999 legge n. 482 “Norme in maniera di tutela delle minoranze linguistiche storiche” questa costituisce l’unico provvedimento quadro che definisca norme generali valide per tutto il territorio nazionale in merito ad una delle tipologie sociolinguistiche che si integrano nel panorama italiano, perché non si riferisce a singoli casi ma a più situazioni che creano una categoria meritevole di valorizzazione.

nuclei di popolazioni è l’ultima sezione è dedicata a varietà linguistiche prive di radicamento territoriale.

  • Francese Tedesco e Sloveno sono lingue coufficiali in seguito ad accordi internazionali di tutela. Si sono scelte le varietà standard. Il loro utilizzo a livello ufficiale ha una funziona latamente politica, sollecitano infatti nei parlanti l’autopercezione di un diverso senso di appartenenza nazionale. LA FRANCOFONIA IN VALLE D’AOSTA: Il territorio dell’ attuale regione autonoma della Valle D’Aosta fu abitato dalla popolazione ligure dei Salassi ed entrò a far parte dell’impero romano dopo le campagne militari di Augusto 25 a.C.
  • Diocleziano-> invasione burgundi ed ostrogoti
  • 570 integrata nei domini carolingi, Berengario al governo=parte del regno d’Italia. XI secolo sede di una contea autonoma, 1191 atto di sudditanza che la fa entrare nell’orbita dei Savoia e viene eretta a ducato nel 1302. Annessa alla Francia fu teatro di rivolte fino alla restaurazione dopo il Congresso di Vienna 1815. Le tradizionali autonomie valdostane furono soppresse nel 1837 e sostituite dallo statuto Albertino. All’uso dei dialetti Franco provenzali si accostò quello del francese come lingua di cultura dichiarata ufficiale nei domini transalpini dal 1560. Nel 1861 il francese venne poi estromesso dagli usi pubblici provocando l’insorgere di sentimenti autonomisti in una popolazione che nel 1921 si dichiarava secondo i dati per il 91% di madrelingua francese. Sentimenti stroncati col fascismo che dal 1923 avvia una dura politica di assimilazione linguistica culminata nel 1939 con l’italianizzazione della toponomastica. Fu allora che i fermenti di resistenza culturale cominciarono ad assumere una connotazione politica è solo una concessione da parte dello stato italiano di una forte autonomia linguistica scongiurò il rischio di secessione. Ad oggi l’adozione del francese è legata all’apprendimento scolastico solo il 7% si ritiene bilingue. Se in base alla 482 il francese è riconosciuto dallo stato italiano come lingua minoritaria in realtà è solo per adeguarsi allo spirito degli accordi che regolano dal dopoguerra la prassi del bilinguismo ufficiale in Valle D’Aosta, bilingui restano la segnaletica l’educazione scolastica, l’uso dei media (radio). IL TEDESCO IN ALTO ADIGE La popolazione di dialetto tirolese e di lingua tedesca stanziata nella provincia di Bolzano rappresenta la minoranza dotata di migliori forme di tutela legislativa nell’ambito dello stato italiano. L’attuale Alto Adige originariamente abitato da genti celtiche venne intensamente romanizzato a partire dal 15 a.C ma già dal IX sec fu esposto ad una forte immigrazione di elementi germanici. 1271 le zone di lingua tedesca al di qua e al di là delle Alpi vennero riunite in uno stato Feudale la Contea di Tirolo. 1363 sotto il controllo dell’Austria 1805 invasione napoleonica il Tirolo viene aggregato alla Baviera 1815 restituito all’Austria 1818 Sentimento irredentista con i primi riconoscimenti in favore della lingua italiana. Finita la 1 guerra m., trattato di Parigi 1919 Trentino ed Alto Adige attribuiti all’Italia, i tirolesi germanofoni tentarono di ottenere forme di autonomia amministrativa. FASCISMO—> tedesco estromesso dagli uffici pubblici, italianizzazione. Hitler in Germania, in Italia cresce un sentimento pangermanico. 1939 referendum in seguito al quale 185000 sudtirolesi si trasferiscono in Germania la quale annette la provincia di Bolzano. Liberazione—> per portare avanti le rivendicazioni della minoranza nasce il partito popolare sudtirolese SVP. 1946 Parigi accordi Gasperi-Gruber= creazione di una regione a statuto speciale comprendente anche il Trentino dove alla minoranza di lingua tedesca vengono garantire forme di tutela significative, nella pratica l’Italia disattese gli accordi ed inizia il terrorismo sudtirolese. Sul piano politico la SVP voleva la separazione dell’Alto Adige dal Trentino, gli estremisti invece davano vita ad una sanguinosa guerriglia conclusasi con un negoziato nel 1964 tra Austria Italia e SVP che portò all’emissione di provvedimenti a favore della minoranza di lingua tedesca. 1992 il governo austriaco riconosce l’autonomia alla popolazione del Tirolo Meridionale ancora gestita dal SVP. I problemi ora riguarda i una sorta di discriminazione nei confronti del gruppo italiano.

LO SLOVENO IN FIRULI VENEZIA GIULIA

Il territorio abitato dalla minoranza slovena include aree differenziate: slava veneta in provincia di Udine, la Val Canale e le zone rurali intorno alla Gorizia (frutto di una migrazione iniziata nel corso del 1800 dove si formò una borghesia colta che diede contributo allo sviluppo dell’idea nazionale slovena) 1919 Gorizia e Trieste unite all’Italia FASCISMO= l’elemento slavo subisce tentativi di assimilazione linguistica. Dopo la 2 guerra mondiale l’Italia si era annessa l’intera Slovenia occidentale al momento della liberazione le forze partigiane di Tito imposero la riorganizzazione dei confini orientali-> il territorio di Trieste venne diviso in 2 zone sotto diverso controllo. La popolazione slovena rimasta sotto amministrazione italiana ottenne il riconoscimento della propria specificità culturale. Le norme di bilinguismo non riguardano invece la provincia di Udine i cui parlanti preferiscono promuovere la specificità delle proprie varietà dialettali. Ad oggi la legge 38/2001 Norme a tutela della minoranza linguistica slovena nella regione Friuli Venezia Giulia istituisce condizioni di bilinguismo per tutta l’area di lingua slava del Friuli. CAPITOLO 4 Lo status di lingue minoritarie è accreditato per 3 sistemi dialettali tradizionalmente privi di un tetto di riferimento differente dall’Italiano —> friuliano, sardo e ladino Nonostante l’Italia si possa definire una maggioranza di minoranze queste tre realtà linguistiche regionali sono dotate di un’originalità tale da legittimare modalità di riconoscimento che investono anche gli aspetti extralinguistici. 1IL LADINO DELLE DOLOMITI I dialetti ladini insieme al romancio e al friuliano vengono fatti rientrare nel gruppo retoromanzo distinto da caratteristiche tali da far presupporre un’antica contiguità territoriale delle 3 forme. Le varietà ladine un tempo erano estese su aree vaste, poi ridotte durante il medioevo dalle spinte delle popolazioni germanofona a nord e di parlate Veneto- lombarde a sud. Ad oggi Alto Adige= 18000 Val di Fassa (Trentino)= 6000 Area Bellunese=difficile L’area ladina del Veneto è situata all’estremità settentrionale nei territori ex tirolesi ( Cadore e Comelico), le differenziazioni culturali nell’area bellunese riflettono le vicende amministrative di un territorio diviso tra l’appartenenza alla repubblica di Venezia e al Tirolo assumendo una struttura unitaria solo alla fine della I guerra mondiale --> gli abitanti di quei territori che appartenevano all’Austria si riconoscono nell’area ladina di Bolzano e poco con le varianti delle aree di Cadore. La storia delle rivendicazioni culturali segue due percorsi diversi per l’area tirolese e quella veneta. Nel 1918 i ladini tirolesi si associano alla popolazione di lingua tedesca dell’Alto Adige. Durante la dittatura i ladini tirolesi subirono tentativi di italianizzazione forzata e mentre l’Alto Adige riuscì a far crescere il processo di autonomia i ladini tirolesi non si videro riconosciuta alcuna prerogativa di minoranza. Solo nel 1976 la Val di Fassa fu riconosciuta come “comprensorio ladino”. 1994–> ladino lingua ufficiale della valle. È facile capire come la percezione di un’unità culturale del gruppo ladino possa risultare precaria e come i diversi orientamenti storico politici del passato determinano forme diverse di tutela. IL FRIULANO Nel Friuli Venezia Giulia vi sono due realtà integrate tra loro quella friuliana e quella dell’area Giuliana ed Istriana. (Trieste). Originariamente abitata da popolazioni Veneto-illiche e Gallo- carniche venne romanizzata dal II sec a.C. Furono invase da Visigoti ed Unni ma solo i Longobardi diedero unità ed autonomia alla regione. Sconvolta ancora una volta dalle invasioni degli Ungari la regione conosce un nuovo periodo di autonomia (1077) quando viene ricostituito Ducato sotto la giurisdizione di Acquilera. Sviluppo di autonomie comunali—> decadenza e contesa tra Venezia e gli Asburgo. Le due aree socioeconomicamente cosi distinte ebbero due destini totalmente diversi= Trieste diventa il principale porto austriaco il Friuli ormai in rovina fu occupato da Napoleone nel

delle Alpi restano difficili da stabilire, soprattutto nei confronti del francese: comprende tutta la Svizzera Romanda, il Lionese, il Delfinato settentrionale, la Savoia e una parte della Franca Contea. Per quanto riguarda la Valle d’Aosta, il territorio interessato ai dialetti franco-provenzali è quello della regione amministrativa, ma senza dimenticare che l’italiano e il francese convivono nella regione come lingue ufficiali; a partire dall’800 nel fondovalle si parla il dialetto piemontese, anche se oggi in forte regresso. Per quanto riguarda la provincia di Torino, dialetti di tipo franco- provenzale sono tutt’ora parlati, soprattutto in alcune aree montane; in queste aree vi è attualmente una conoscenza attiva di questi dialetti da parte del 29,3% della popolazione (contro una conoscenza attiva del piemontese del 59%), che raggiunge il 36,7% se ai parlanti si assommano coloro che dichiarano di possedere la conoscenza passiva di una parlata franco-provenzale. In Valle d’Aosta hanno assunto particolare visibilità attività di valorizzazione dei patois (ossia lingue dialettali) che si basano su un diffuso attivismo legato ad associazioni e centri culturali. La recente indagine di Porcellana (2007) ha messo bene in evidenza come però i fermenti di rinascita e le manifestazioni di interesse nei confronti di queste parlate siano strettamente collegate alla gestione da parte degli enti locali e dell’associazionismo culturale dei benefici previsti dalla legge nazionale di tutela. Dialetti provenzali alpini: Si parlano in diverse valli delle Alpi occidentali e tra questi vi è anche l’ ”occitano” : -contestato, soprattutto in Francia meridionale concetto di una minoranza occitana è un dato non consolidato in Francia, poiché c’è una mancanza di identità comune alle popolazioni e alle regioni che si vorrebbero riunire sotto questa denominazione. -Storie e diverse tradizioni culturali specifiche infatti dividono questi paesi il cui elemento di coesione, che dovrebbe essere la lingua, è in realtà molto debole.

  • I dialetti occitani rappresentano, nel contesto delle lingue neolatine, un gruppo a sé stante e differenziato rispetto al francese -Durante il medioevo si costituisce la koine sopradialettale legata al movimento poetico dei trovatori, ma con la fine del XIII secolo l’unità degli usi letterari entra in crisi nel XIX sec con l’attività di Friederic Mistral e del felibrismo la varietà provenzale si dotò di una nuova lingua letteraria basata sul dialetto della valle del Rodano si inizia a conoscere l’occitano in Europa esportazione del felibrismo in altre regioni fu all’origine dell’occitanismo culturale e politica MA negli ambienti della Linguadoca e della regione tolosana si diffondeva già nei primi decenni del XX secolo l’idea di ridare vita a una lingua comune soprarregionale -Nel dopoguerra l’occitanismo si appoggia a un’intensa attività pubblicistica e a strutture normative e di promozione della lingua -L’evoluzione della prospettiva provenzalista consente di leggere la dicotomia tra occitano e provenzale come l’opposizione tra una standardizzazione che ricompone la varietà del dialettale consentendo una concorrenza istituzionale con la lingua dominante e l’accettazione di condizioni di diglossia che salvaguardano la vitalità degli usi parlati. I dialetti provenzali parlati in italia appartengono alla sottovarietà alpina; questa tipologia linguistica fu probabilmente più estesa in passato verso la pianura, ma è stata soppiantata dall’avanzata del piemontese. Un certo afflusso dal Meridione francese contribuì invece al rafforzamento delle consuetudini linguistiche del territorio montano. I Provenzali cisalpini invece solo di rado espressero forme di autogoverno maturazione di una coscienza etnico-linguistica provenzale come fenomeno recente (anche perché frammentazione territoriale, religiosa e amministrativa non favorì mai l’incontro tra le popolazioni delle diverse vallate) primi fermenti culturali negli anni 60: alcuni intellettuali danno vita alla Escolo dòu Po per valorizzare idiomi valligiani ; 1961 nasce progetto politico- culturale di Coumboscuro ; dopo 1968 si sviluppano gruppi vicino all’occitanismo rivoluzionario (ad es Movimento autonomista occitano) ad oggi l’occitanismo si sviluppa attraverso strutture organizzative che hanno trovato interlocutori politici e istituzionali a livello regionale e provinciale.

Manca koine letteraria tra le varietà provenzali cisalpineproblema della normalizzazione ortografica distinzione terminologica tra “provenzale” e “occitano” implica la determinazione di un orizzonte terminologico di riferimento (“Nazione Occitana” contrapposta a “”Regione Transfrontaliera Provenzale”) La possibilità di fruire di benefici della legge e il richiamo esercitato dalla proposta politico- culturale “occitana” hanno fatto però sì che zone in cui i dialetti parlati non presentano tratti provenzaleggianti rivendicassero “l’occitanità” linguistica questa situazione ha reso molto difficile stabilire il reale numero di parlanti provenzali in Piemonte; è certo comunque che una minoranza di dialetto provenzale non esiste affatto in Liguria, dove l’attribuzione di “occitanità” rivela motivazioni analoghe a quelle piemontesi. CAPITOLO 6 Colonie linguistiche è una denominazione che si riferisce a fondazioni nate dal trasferimento e dalla dislocazione in ambienti nuovi di collettività in grado di mantenere le proprie prerogative linguistiche. L’estrema varietà di situazioni ambientali è propria di questa categoria. LA GRECOFONIA NELL’ITALIA MERIDIONALE è concentrata in due aree: in un gruppo di comuni vicino Lecce e Calabria ( vallata dell’amendolea). Intorno all’origine di queste persistenze vi è una disputa filologica e linguistica che divide gli studiosi tra i fautori dell’ipotesi di una continuità con le parlate ellenistiche della magna Grecia e quelli di un’origine più recente legata all’epoca bizantina. Fino al XIII sec si parlava greco in molte località del Salento e della Calabria ma la crisi di questa grecità si può far risalire già al XVI sec con la soppressione della liturgia orientale sostituita da quella latina, il basso status sociale del dialetto fenomeni immigratori e lo sviluppo turistico. Le varietà grecaniche fatte oggetto di tutela dalla 482/1999 conoscono tentativi di recupero con l’istituzione di osservatori o istituti regionali superiori di studi elleno calabresi. DIALETTI ALTOITALIANI DELLA SICILIA In diverse località della Sicilia si parlano varietà dialettali che presentano caratteristiche fonetiche lessicali che consentano di attribuire l’origine a spostamenti di genti dell’Italia settentrionale. XI-XIII sec su istanza della monarchia normanna per ripopolare centri strategici nuclei di origine altoitaliana furono trasferiti sull’isola, nacquero così dialetti che oggi riflettono processi di convergenza tra varietà che si estendono dall’entroterra ligure all’Emilia e che sono ancora attivi a Novara di Sicilia ed altre zone. In generale rimane diffusa la consapevolezza dell’originalità linguistica dei “Lombardi” o “francisi” nonostante ciò ne la legislazione isolana ne quella nazionale hanno mai preso in considerazione forme concrete di valorizzazione. DIALETTI GALLOROMANZI DEL MERIDIONE A Faeto e Celle S. Vito piccoli centri in provincia di Foggia si parla un dialetto Franco provenzale simile a quello presente nei dipartimenti dell’Aïn e dell’Isére in Francia. Le ipotesi sono 2:

  • XII-XV eretici valdesi in fuga dalle persecuzioni religiose
  • Politica di ripopolamento della Capitanata attuata da Carlo D’Angiò per contrastare la presenza araba a Lucerna. A Guardia Piemontese in provincia di Cosenza si pratica una varietà arcaica di provenzale importato tra il XIII ed il XIV dei coloni valdesi. Oggi il dialetto provenzale è in fronte regresso rispetto all’Italiano e alle parlate circostanti. DIALETTI WALSER Si inficia il dialetto germano di tipo alemanno originariamente parlato nella sezione orientale del Canton Valleese e in un’area contigua di quello di Berna erano concentrati in territorio italiano nella Valle del Lys e Ayas in provincia di Aosta, in Val Formazza e Val d’Ossola. Oggi In Valle D’Aosta non ci sono più tracce della colonizzazione dei walser cosi come in Val d’Ossola ma rimangono centri di dialetto walser la Val Formazza, l’alta Val Sesia e le valli Anzasca. Il processo di erosione è avvenuto a favore delle varietà galloitaliche e del francese, già nell’ottocento il walser era definito lingua delle femmine, nel XX secolo hanno subito un brusco regresso sono però tutelati dalla legge 482 e rientrano nel novero delle popolazioni germaniche riconosciute dalla legge.

principio di reciprocità per tutelare le rispettive minoranze. Malgrado ciò la tutela della slavofonia è legata ad iniziative di carattere volontaristico. TABARCHINO L’isola di S.Pietro e parte di S.Antioco praticano una varietà di origine ligure la cui denominazione è dovuta al fatto che i coloni provenivano dall’isolotto tunisino Tabarca sul quale la consorteria genovese dei lomellini trasferi dal XVI sec pescatori dalla Liguria. A tabarca i genovesi svilupparono un fiorente commercio dando vita ad attività mercantili e di scambio—> genovese come lingua franca lungo la costa tunisina. Pressioni del Bey locale, espansionismo francese= primi decenni del 700 molti tabarchini cercarono rifugio altrove. Il re Carlo Emanuele aveva avviato un programma di ripopolamento di alcune zone della Sardegna. 1738 approva la loro richiesta di fondare il centro Carloforte a S. Pietro. 1770 altri si stanziarono a Calasetta sul litorale dell’isola di S.Antioco. Le due colonie malgrado le incursioni riuscirono a prosperare (saline,tonno,viti, porto). L’attaccamento dei tabarchi alle tradizioni hanno fatto si che esseri abbiamo mantenuto una pratica larghissima della parlata (situazione sociolinguistica unica in Italia). Dati offerti da Oppo: la popolazione dichiara una competenza attiva della lingua all’86,7%. L’assurdità è che è riconosciuto a livello regionale e non nazionale i due comuni non possono accedere ai benefici della 482. CAPITOLO 7 In questa categoria si collocano situazioni di alterita linguistica date dalla presenza in contesti alloglotti di varietà italoromanze che si trovano a rappresentare altrettante “minoranze nella minoranza” creando situazioni di macrodiglossia. DIALETTI CORSI E SARDO-CORSI fanno riferimento alle parlate diffuse in tutta la parte settentrionale della Sardegna i cui caratteri di specificità si devono alla continuità tipologica con i dialetti della Corsica meridionale. Medioevo= supremazia politica di Genova e centri come Sassari popolati da corsi e liguri. In questo ambito abbiamo:

  • La varietà sassarese (affine al dialetto della zona di Ajaccio)
  • Il dialetto di Castel Sardo e Sedini (transizione tra sassarese e gallurese)
  • Dialetto dell’isola di Maddalina (disabitata fino al XVIII quando vennero abitanti dell’ entroterra di Bonifacio importando il loro dialetto corso meridionale arricchito da apporti genovesi) Parlati da 200000 persone sono riconosciuti dalla legislazione regionale per la loro specificità rispetto al sardo mentre la legge 482/1999 le include arbitrariamente parte di una “lingua sarda” LA VENETOFONIA IN FIRULI G. Per approfondire questo fenomeno è necessario effettuare una distanziazione con il
  • Veneto coloniale—> in crescente regresso, spesso in situazioni di convivenza con il friuliano come conseguenza dell’adozione della parlata introdotta dai ceti medi
  • Veneto originario—> dialetti parlati lungo la costa a Grado e Marano Lagunare (Udine) per i quali si ipotizza una continuità col litorale veneto per condizioni storico ambientali. Analoga è l’origine del Bisiacco, altra varietà veneta ma con maggiori influenze friuliane (Fogliano, S.Canzian d’Isonzo). Anche in Venezia Giulia la popolazione di triste e del territorio litoraneo circostante usa una parlata di ceppo Veneto: XIV il veneziano era un linguaggio tecnico delle pratiche mercantili, ‘800 il veneziano soppianta il dialetto friuliano. Per i dialetti veneti del Friuli non è prevista alcuna forma di tutela da parte delle istituzioni. DIALETTI ALTOITALIANI della Basilicata e della Campania. 1931 Il Glottologo tedesco Gerard Rohlfs individuo nel panorama linguistico lucano delle varietà con caratteristiche settentrionali. Questi tratti erano così labili che nemmeno i parlanti erano coscienti di esprimersi attraverso questa parlata ibrida. Gli studiosi ne associano l’origine al trasferimento in Basilicata di nuclei di popolazione di origine settentrionale giuntivi al seguito di signori feudali in epoca normanna (XII) ed angioina (XIII) in un contesto di ripopolamenti. L’area d’origine di questi coloni è tra il Piemonte e l’entroterra ligure e ad oggi sono riconoscibili in due aree: 1 sulle alture che sovrastano il golfo di Policastro e 2 sullo spartiacque ionico tirrenico a controllare la direttrice Napoli-Salerno- Taranto

ETEROGLOSSIE INTERNE MINORI situazioni di problematica insularità linguistica alla quale non sembrano associarsi forme tradizionali di costruzione identitaria o iniziative di rivendicazione. Ad esempio è di tipo napoletano il dialetto parlato dai 350 abitanti delle isole tremiti (Foggia) come conseguenza di ripopolamenti attuati dalle autorità borboniche dal 1792–> l’insularità geografica ha contribuito ad evitare l‘assimilazione linguistica di questa comunità rispetto alle parlate della terra ferma garganica. ALTRE SITUAZIONI Le discrepanze tra confini delle regioni italiane e confini individuati dai gruppi dialettali pongono qualche problema nella definizione di appartenenze culturali e linguistiche. Delle volte questo da vita ad iniziative di ridiscussione dei confini amministrativi sulla base del senso di appartenenza linguistica es riunificazione dell’oltregiogo alla Liguria annesso a quest’ultima nel 1859, da allora diversi tentativi di riaggregazione alla regione contermine. DISLOCAZIONI RECENTI Casi in cui il trasferimento di varietà dialettali risale a fenomeni recenti che riflettono modalità di colonizzazione pianificata differente dai flussi migratori del dopoguerra o dalla costituzione di comunità di immigrati stranieri. Ex: lo stanziamento di coloni veneti in provincia di Grosseto dove l’impianto di una comunità agricola fu promosso dalle autorità fasciste nell’ambito del ripopolamento delle aree bonificate della Maremma. Anche parte del territorio in provincia di Latina (Aprilia, Pomezia, Sabaudia) corrisponde alle aree dell’agro pontino bonificate negli anni 20 e ripopolate con apporti provenienti da diverse regioni e dall’Italia nord occidentale (+ altri esempi) CAPITOLO 8 Il criterio dell’individuazione di un legame tradizionale con un territorio per le varietà linguistiche ammesse a tutela ha portato ad escludere qualsiasi forma di valorizzazione per la minoranza zingara in Italia. Un alibi per questa discriminazione è che per gli zingari è necessario prima un processo di integrazione sociale (e di conseguenza linguistica) ciò non elude però l’esigenza di rispetto di un patrimonio idiomatico ed etnografico. Il popolo zingaro originario dell’India nord occidentale area dalla quale i primi gruppi verso il V secolo iniziarono una migrazione verso ovest—> con le perigrazioni la loro lingua il romanes, assume elementi persiani slavi germanici ecc. oggi la varietà più diffusa è quella nei Balcani influenzata dal romeno. X-XI sec primi zingari in Europa ridotti in stato servile, con l’invasione turca si spostarono ancora nel XV. Appartenenti per lo più all’etnia sinto questi gruppi si caratterizzarono per un nomadismo localizzato fino all’800, anno in cui gruppi rom si dispersero a più ampio raggio. I difficili rapporti tra zingari e popolazioni stanziali, perché

  • incomprensioni legate alla diversità etnico linguistica
  • Provvedimenti di espulsione e normative drastiche per arginare attività criminali ad essi imputate (XVI sec per loro pena di morte anche per reati minori)
  • Tentativi di assimilazione forzata deportazioni in paesi coloniali XVII-XIX
  • Industrializzazione= in crisi le loro attività (allevare i cavalli, fabbri, calderai)
  • Hitler adotta anche per loro la soluzione finale, 1938 sterminati Ad oggi sono circa 15000000, 1960 Comunità mondiale zingara, 1971 comitato internazionale dei rom= relazioni con Onu Attualmente la popolazione di ceppo zingaro in Italia è di circa 140000 persone, la più antica attestazione della loro presenza risale al 1422 a Bologna. Gli zingari autoctoni in Italia appartengono all’etnia sinto (Piemonte) o rom (Abruzzo). Nessuna varietà è tutelata dalla 482. L’EBRAICO E L’ARMENO: Due minoranze storico religiose fanno uso in Italia di idiomi specifici per i loro culti ciò fa parte del loro patrimonio linguistico. Parlando del primo sappiamo che in epoca romana vi ed una presenza israelita in Italia, verso la fine del XV sec in seguito a decreti di espulsione dalla Spagna si aggiunge un flusso di ebrei sefarditi (NO ebraico o armeno). I sefarditi si integrarono anche linguisticamente nelle realtà locali e una componente lessicale entro a far parte dei dialetti giudeo italiani. Molto interessante fu il caso della parlata degli ebrei romani—> 1555 isolamento nel ghetto, si configura una varietà arcaica di romanesco. L’uso liturgico dell’ ebraico

UFFICIALE in sostituzione dell’italiano (in risposta alle pretese territoriali fasciste). Oggi è affiancato dall’inglese (lingua coufficiale) e l’italiano ha smarrito ogni prerogativa. CAPITOLO 10 In Slovenia ed in Croazia vi sono comunità italofone dove l’Italiano rappresenta una minoranza a tutti gli effetti e come tale la lingua è riconosciuta e tutelata. Dal punto di vista degli usi vernacolari, lungo le coste dell’Istria si parlano dialetti veneto-giuliani con centri a capodistria in Slovenia e Fiume in Croazia. In città della Dalmazia come zadar split e dubrovnick si parlano varietà di Veneto coloniale. L’espansione del Veneto in Istria risale al XIII sec quando Venezia assunse il controllo delle città costiere rafforzato dal 1451 con l’annessione della penisola che passo dopo il trattato di campoformio all’Austria la quale la divise tra Slovenia e Croazia (Fiume entro a far parte dei domini degli asburgo, la Dalmazia conobbe dall’XI l’influenza veneziana e la fascia costiera fu annessa all’Austria). 1918 dissolversi della monarchia austro ungarica: la Slovenia confluì nel nuovo regno degli slavi (futura Iugoslavia) perdendo Istria, Carso e le Alpi giulie (passati all’Italia). Proclamata l’indipendenza alla fine della I guerra mondiale anche la Croazia entro a far parte del nuovo stato iugoslavo. La Dalmazia promessa in caso di vittoria fu a lungo contesa—> trattati= fu ottenuta solo Zara. Con la seconda guerra mondiale la Croazia dovette cedere all’Italia il resto della Dalmazia, riottenuta dopo la liberazione delle truppe sovietiche di Tito. La Slovenia divisa tra Italia Ungheria e Germania divenne nuovamente una delle 6 repubbliche federate della Iugoslavia.

  • Slovenia col disfacimento della federazione iugoslava so pose il problema della non separabilita della minoranza italiana in Iugoslavia (accordi di Osimo 1975). In Slovenia e prima della 2 guerra mondiale gli italiani erano la maggioranza, successivamente in continuo regresso. 2002 censimento= 2258 persone di nazionalità italiane tutelate a sufficienza (insegnamento della lingua con sistema scolastico autonomo, propria emittente telivisiva)
  • Croazia 2001 censimento solo lo 0,44% si dichiara di nazionalità italiana e ad oggi Istria e Dalmazia sono quasi totalmente slavizzate. Oltre che dalle leggi croate la minoranza è tutelata in virtù degli accordi bilaterali sottoscritti a suo tempo dalla Iugoslavia con l’Italia rimasti in vigore anche dopo l’indipendenza, grazie ad essi l’unione italiana della Croazia gode del riconoscimento dei propri diritti, di un sistema scolastico autonomo, dell’uso della lingua in ambito giudiziario ecc. Rimasti a lungo emarginati gli italiani tornarono a farsi sentire con la proclamazione dell’indipendenza croata.
  • Bosnia ed Erzegovina la minoranza italiana della Bosnia è costituita da alcuni centinaia di discendenti dei coloni trentini introdotti dal governo austriaco tra il 1878 e il 1882 con lo scopo di creare colonie nella zona di Banja Luke, durante il fascismo furono costretti ad emigrare in Italia per ripopolare le paludi pontine altri tornarono nel paese d’origine. Una parte della popolazione trentina di Prnjavor fondo nel 1890 il villaggio di Stivor dove vivono circa 270 abitanti ed è praticato l’insegnamento dell’italiano.
  • Romania 2002 censimento 3331 persone residuo di un più consistente flusso migratorio di origine veneta friuliana e trentina. Esso costituito da coloni agricoli e manodopera specializzata ebbe origine nella 2 metà dell’Ottocento e fu accolto favorevolmente dalle autorità austro ungariche e romene. Raggiunsero i 60000 tra le due guerre, vittime all’inizio degli anni 50 di persecuzioni a sfondo religioso costituirono comunità organizzate a Bucarest, bacau.
  • Moldavia Nel corso del XIX sec l’italiano fu lingua diplomatica e commerciale assai diffusa in Grecia e nel settore mediterraneo dell’impero ottomano. Sono ampiamente attestate le presenze di operatori commerciali liguri e veneti nei porti russi del mar nero, sulla foce del Danubio in continuità con gli insediamenti a Galata e costantinopoli-> di questa presenza linguistica e culturale oggi rimangono tracce in Moldavia dove vi è una comunità con un centinaio di iscritti discendenti di un popolamento che fu più consistente nei primi anni del 900 e che a Chisinau introdusse elementi liguri.
  • Crimea la Crimea oggi repubblica autonoma dell’Ucraina fu caratterizzata tra il 1830 ed il 1870 da apporti provenienti dalla Liguria e dalla Puglia, regione dalla quale il governo russo incentivò

limmmigrazione di contadini. Molti si stanziarono a Kerč dove tra il 1897 e il 1921 la popolazione rappresento il 2%. 1933 vittime di programmi di collettivizzazione forzata che portarono alla dispersione della comunità accusata di collaborazionismo con i tedeschi e deportata nel 1942 nelle steppe del Kazakistan. Riabilitati negli anni 50 alcuni membri fecero ritorno nella penisola nel 1989 erano circa 316. 1992 associazione italiani della Crimea. CAPITOLO 11 Vi sono situazioni in cui varietà dialettali sono parlate al di fuori dei confini nazionali del paese dove però è riconosciuta una varietà standard ad esse imparentata ed è lingua ufficiale. Ciò dimostra ancora una volta il valore politico della distinzione lingua dialetto. RICORDA—> il riconoscimento dello status di lingua riferito ad una parlata nasce da una pressione esercitata dai locutori sulle autorità istituzionali. La particolarità di alcune aree ha fatto si che in territori esterni alla repubblica si siano affermate modalità italoromanze o peritaliane locali alle quali si riconosce oggi (da parte dei governi dei paesi in cui sono integrati) uno status di lingue a se stanti. IL MONEGASCO = dialetto parlato nel principato di Monaco. Questo paese passato sotto controllo genovese nel 1191 fu eretto nel 1297 in signoria autonoma della famiglia guelfa dei Grimaldi. Nonostante l’estinzione della linea dinastica maschile (XVII) Il casato conservo l’indipendenza passando di volta in volta sotto il protettorato ligure spagnolo francese pur rinunciando spesso a gran parte del territorio. 1911 retto a monarchia assoluta, prima costituzione con un accordo che rendeva la Francia erede dello stato in caso di estinzione della dinastia. 1962–> costituzione ancora vigente, conflitti con la Francia, emanate norme per accentuare l’autonomia politica e culturale. Questa parlata rappresenta una varietà ligure affine al dialetto di Ventimiglia, successivamente esposta all’influsso del francese comincio ad ere scritta solo a partire dagli anni 20 e sempre in questi anni ad avere il giusto riconoscimento culminato col governo Ranieri III fino a coinvolgere ambiti come la liturgia e la toponomastica. 1994 commission pour la langue monegasque= fissa lo standard ortografico. Il dicastero per l’educazione nazionale ha istituito l’obbligo dell’insegnamento nelle scuole primarie e secondarie, materia di ricerca all’università di Nizza e nonostante ciò è in regresso. IL CORSO= Per riassumere la situazione dell’isola, Pellegrini affermava che linguisticamente è italiana ma culturalmente no, la lingua ufficiale ivi è il francese ma i dialetti sono di tipo toscano= lingua corsa. Verso la fine del I conflitto il francese ottenendo le attribuzioni dell’italiano andava a rendersi cooprotagonista col dialetto. 249 a.C occupata dai romani 1077 sotto il controllo di Pisa contrastato dalla repubblica di Genova che se ne impadronì 1248. I corsi (1753 1763) in continua ribellione, Genova indebolita da crisi interne—> affidamento della pacificazione dell’isola alla Francia alla quale la Corsica fu ceduta (1768). Le parlate corse sono divise in 2 gruppi, uno vicino al toscano l’altro simile alle parlate della Gallura. Nella loro storia l’affinità con l’italiano fece si che un uso scritto non si sviluppò mai. Con la pressione francese dalla 2 metà dell 800 si avverte la necessità di rivendicare la dignità della lingua corsa (unito alla volontà di distaccarsi dall’Italiano ormai estraneo). Crebbe un movimento autonomista sostenuto dal fascismo che ebbe un certo seguito però solo partire dagli anni 60. Negli ultimi decenni la Francia ha adottato un atteggiamento conciliante volto ad isolare le frange estremiste—> 1982 promulgazione dello statuto ufficiale. 1989 coufficialita tra corso e francese. Volontà di strutturare una lingue corse ma c’erano diversi problemi tra cui il frazionismo dialettale e l’attaccamento dei parlanti a varietà diverse=LINGUA POLINOMICA concetto introdotto nel 1983 da Jean Baptiste Marcellesi spiega che nel caso del corso non si percepisce la necessità di una norma univoca, ne per contrattare col centro politico e ne per identificarsi, la comunità linguistica stabilisce la validità delle consuetudini idiomatiche dei suoi membri a partire dal riconoscimento della loro appartenenza a una lingua che si definisce come sistema aperto. RETOROMANCIO: 15 a.C i romani conquistano Reti. 536 la Reiza venne annessa all’impero dei franchi; 843 orientamento verso nord e verso l’area tedesca della cultura romancia. 1395-1424 da popolazioni tedesche nasce la lega grigione= aumento delle attestazioni scritte, traduzione della

dialetto ligure è concordemente ammessa da parte francese anche a livello ufficiale. Le vicende storiche delle varietà liguri parlate in alcuni centri dell’entroterra di Cannes e nei dintorni di Grasse sono diverse rispetto a quelle dell’entroterra mentonasco e della Val Roia a seguito di una politica di ripopolamento del XV sec, l’immigrazione di elementi della diocesi di Albenga introdusse in una decina di località della Provenza orientale un dialetto di tipo ligure centro- occidentale chiamato figun. Presenze italiane in Provenza: Presenza italiana in Francia meridionale soprattutto durante il XIX e prima metà del XX secolo a Marsiglia in particolare, tra il 1870 e il 1930, un quarto della popolazione stabile era di origine italiana e rappresentava l’80% degli stranieri residentiin primo luogo fu l’emigrazione piemontese a interessare le aree rurali della Provenza tra il 1850 e il 1950, che fu facilitata dalle affinità culturali che caratterizzano l’area provenzale e l’italia settentrionale. La sensazione di “italianità” della Provenza è accresciuta da somiglianze di carattere dialettaleintegrazione linguistica degli immigrati avvenne grazie al provenzale (soprattutto nelle zone rurali) conseguenza diretta sulla vitalità dei dialetti provenzali rispetto ai dialetti occitanisvolsero funzioni comunicative di vitale importanza in un periodo che vedeva la crisi della dialettalità. Genovese e tabarchino da Gibilterra all’Illa Plana

  • Emigrazione dei genovesi lungo la costa spagnola (in particolare in Andalusia) a partire dal XVI sec - Immigrazione di pescatori liguri lungo le coste meridionali della Spagna (in particolare in Gibilterra), dove una discreta presenza genovese è documentata già nel 600 territorio in seguito occupato dagli inglesi (1704), appartenenza poi ratificata nel 1713 popolazione quasi totalmente rinnovata: spagnoli costretti ad abbandonare il territorio e i genovesi presero il loro posto. - Secondo Howes quella genovese rimase fino al primo quarto dell’800 la componente maggioritaria della popolazione della Gibilterra MA nel corso del XIX sec l’uso del genovese andò esaurendosi nel capoluogo, dove una parte significativa della popolazione attuale è spagnola conseguenza di un’apertura necessaria per lo sviluppo economico verso l’Andalusia - Oggi i gibilterriani parlano nell’assoluta maggioranza una varietà di spagnolo andaluso detto yanito elementi lessicali di origine ligure + interferenze con l’inglese (unica lingua ufficiale della colonia); viene spesso a coincidere con il dialetto vero e proprio - Il mantenimento nella parlata locale andalusiana di una percentuale di lessico rivierasco si spiega col fatto che il genovese si estinse totalmente solamente all’inizio degli anni 80questo perché comunità isolata dal resto del capoluogo+ per gran parte dell’800 gran parte della popolazione risiedeva nella località solo nel periodo di pesca - Colonia tabarchina dell’Illa Plana isolotto posto al largo di Alicante dove nel 1769 venne trasferita una parte della popolazione ligure superstite di Tabarca in Tunisia pressione esercitata dal catalano e dal castigliano sulle consuetudini linguistiche dei coloni portò all’estinzione della parlata originaria nei primi anni del 900 (solo scarse tracce lessicali sono state reperite nel dialetto valenciano che si parla attualmente sull’isola) Il siciliano in Tunisia- La presenza linguistica italiana nell’Africa settentrionale è antica e consistente a partire dal XIX sec una significativa comunità di emigrati italiani fiorì in Egitto, al Cairo e soprattutto ad Alessandria MA nella realtà linguistica attuale dell’Egitto non restano tracce vistose di questa presenza.Una presenza massiccia di lavoratori italiani si ebbe anche, a partire dall’800, nelle colonie francesi, in Algeria e soprattutto in Tunisia (passato sotto il protettorato del governo di Parigi solo dal 1882):Il porto di Tunisi ha rappresentato un’area di discreta diffusione dell’italiano come lingua commerciale e diplomatica all’inizio del 900 andavano scomparendo dalla Tunisia le ultime tracce del dialetto ligure parlato dai discendenti degli abitanti di Tabarca L’élite intellettuale ed economica di questa comunità coltivava principalmente la lingua nazionale L’istituzione del protettorato comportò un esodo dalla Sicilia che nel girò di qualche decennio trasferì nel paese nordafricano manodopera a basso costo formata da operai edili, artigiani, braccianti afflusso siciliani ebbe come conseguenze una crescita delle aspirazioni italiane sul paese africano che nel corso del fascismo si trasformò nel ricorso massiccio alla naturalizzazione degli immigrati (attraverso l’apprendimento del francese).La maggior parte dei coloni siciliani però conservò l’uso dei propri dialetti che andarono riformandosi in una koine sottoposta all’influsso del

francese e a quello più significativo dell’arabo (il cui apporto fu specialmente lessicale)-Gran parte della comunità si disperse però dopo l’indipendenza. Capitolo 13 Isole alloglotte nei territori italofoni all’estero Isole alloglotte territori considerati legati all’ambiente e alla cultura italiana e interessati da una presenza dell’italiano o di dialetti italiani, in cui comunità caratterizzate dall’obsolescenza delle rispettive parlate risultano storicamente sottoposte alla pressione dell’italiano o di altre lingue. Il dialetto walser del canton Ticino Caso Bosco il villaggio ha un’ottantina di abitanti, rappresenta l’unico comune del cantone dove non si parli tradizionalmente una varietà di tipo lombardo; la fondazione del villaggio si collega alla spinta verso sud delle popolazioni di ceppo walser: al gruppo alamannico appartiene il dialetto locale che nel 1990 veniva parlato ancora dal 58% delle persone. La legislazione cantonale assicura al dialetto walser alcune forme di tutela. L’istrorumeno Parlate aromune parlate in alcune località dell’Istria croata intorno al Monte Maggiore, in un territorio appartenuto all’Italia dal 1918 al 1945. Dialetto istrorumeno :

  • estremo lembo occidentale della romanità balcanica, è conseguenza di fenomeni migratori che interessarono gruppi di pastori seminomadi provenienti da sud;
  • al di là delle iniziative di ricerca dialettologica, non risultano forme di tutela della parlata istrorumena;
  • l’influsso delle varietà dialettali croate ha contribuito in maniera decisiva alla crisi di queste parlate;
  • un altro gruppo dialettale neolatino (il dalmatico) diffuso lungo le coste della Dalmazia si è istinto per la pressione del veneto coloniale e del croato
  • a contatto con l’italiano e il dialetto veneto ci fu anche una varietà albanese di tipo settentrionale (ghego). Il greco di Cargese Varietà neoellenica parlata a Cargese (villaggio nella Corsica nordoccidentale); sostituita dal dialetto corso a partire dal 1950; la presenza in Corsica di una comunità ellenofona risale al 1675, quando un gruppo di abitanti di Itilo (nel Peloponneso) ottenne dalla repubblica di Genova il permesso di trasferirvisi per sfuggire alla dominazione turca; l’estinzione del dialetto non ha impedito il mantenimento dei cognomi originari e di un certo numero di prestiti lessicali passati al dialetto corso. Le colonie valdesi del Wurttemberg Colonie estinte del dialetto provenzale alpino denominato Wurttemberg, frutto dell’emigrazione (della fine del XVIII sec) di gruppi di confessione valdese provenienti dalle valli cisalpine occidentali esodo esponenti di una comunità linguistica minoritaria storicamente presente in ambito italiano. In seguito al trattato di Ryswick (1697), mediante il quale la Francia subordinava la restituzione ai Savoia di alcuni territori e quindi l’espulsione degli abitanti delle chiese riformate valdese e ugonotta, migliaia di persone scelsero l’esilio nel 1699, trovando accoglienza in Germania. I valdesi della Val Perosa si radicarono nel Wurttemberg, dove al dialetto provenzale tradizionalmente parlato si accompagnò fino al 1823 l’uso scritto e liturgico del francese; la parlata si estinse nel corso del XIX secolo ma presso le comunità attuali sopravvie la memoria delle origini.