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Appunti lezione Sociolinguistica delle minoranze, Appunti di Sociolinguistica

Utile per la ripetizione degli argomenti di Sociolinguistica delle minoranze per l'esame con il professor R. Regis.

Tipologia: Appunti

2022/2023

Caricato il 28/01/2023

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Argomenti slides Regis – Sociolinguistica delle minoranze 22/23
Lezione 1-3:
Definizioni
Minoranza: la parte di un tutto che è quantitativamente inferiore alle altre parti. In uno stato, gruppo
di cittadini che si distinguono dalla maggioranza per etnia, lingua o religione: le minoranze
linguistiche d’Italia.
Come osserva Toso (2008), il concetto di minoranza si afferma piuttosto tardi nel linguaggio della
politica e della sociologia, «di riflesso all’elaborazione ottocentesca dello stato-nazione». Lo
strumento del comando passa dalla religione (religio instrumentum regni > cuius regio eius religio),
caratterizzante l’ancien régime, alla lingua (lingua instrumentum regni > cuius regio eius lingua)
(Iannàccaro/Dell’Aquila).
• L’invenzione della tradizione (Hobsbawm 1983) consiste nel tentativo «di dare patenti di nobiltà
alle lingue regionali attraverso mistificazioni erudite» (Toso 2008).
Tre esempi:
– la poesia ossianica di James MacPherson (1736-1796);
– la poesia trobadorica di Fabre d’Olivet (1767-1825);
– le Carte di Arborea, probabilmente «create» da Ignazio Pillito (1806-1895) e messe in
circolazione nel 1845 da Cosimo Manca da Pattada.
Che cos’è una lingua minoritaria?
• «Una lingua minoritaria (o lingua di minoranza) è un sistema linguistico che deve rispondere a tre
requisiti:
a) che sia utilizzato, in qualche misura e almeno in qualche classe di situazioni e con alcune
funzioni, presso una o più comunità o gruppi parlanti all’interno di una determinata entità politico-
amministrativa;
b) che sia diverso dalla lingua ufficiale e nazionale comune dell’entità politico-amministrativa di
cui l’area in questione fa parte;
c) che sia parlato da una minoranza della popolazione di questa entità politico-amministrativa»
(Berruto 2009)
A questi tre requisiti se ne potrebbe aggiungere un quarto, di carattere meramente soggettivo:
«quello che tale lingua abbia per la parte della popolazione che vi si riconosce un significato
simbolico di identità etnica o culturale» (Berruto 2009)
• L’etichetta di lingua minoritaria presenta numerosi contendenti in ambito europeo. Ha ad esempio
avuto un buon successo internazionale la denominazione di lingua meno diffusa (langue moins
répandue, lesser used language), «una forma politically correct, non marcata socialmente né
politicamente per indicare le lingue di minoranza» (Iannàccaro/Dell’Aquila 2004).
• In Italia, si usa spesso alloglossia (o eteroglossia), che «si focalizza sulla diversità del ceppo
linguistico di riferimento rispetto alla lingua ‘maggioritaria’, tratto sì rilevante ma non
necessariamente né sempre presente nei casi specifici» (Berruto 2009)
• Notevole eco hanno avuto le definizioni e i principi che compaiono nella Carta europea delle
lingue regionali o minoritarie (European Charter for Regional or Minority Languages, 1992).
L’Italia ha firmato la Carta in data 27/6/2000, ma, come la Francia e a differenza della Germania,
della Gran Bretagna, della Spagna, ecc. non l’ha ancora ratificata. Tra gli stati dell’Europa
occidentale, la Carta non è ancora stata firmata (né perciò ratificata), fra gli altri, da Belgio e
Irlanda.
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Argomenti slides Regis – Sociolinguistica delle minoranze 22/ Lezione 1-3: Definizioni Minoranza: la parte di un tutto che è quantitativamente inferiore alle altre parti. In uno stato, gruppo di cittadini che si distinguono dalla maggioranza per etnia, lingua o religione: le minoranze linguistiche d’Italia. Come osserva Toso (2008), il concetto di minoranza si afferma piuttosto tardi nel linguaggio della politica e della sociologia, «di riflesso all’elaborazione ottocentesca dello stato-nazione». Lo strumento del comando passa dalla religione (religio instrumentum regni > cuius regio eius religio), caratterizzante l’ancien régime, alla lingua (lingua instrumentum regni > cuius regio eius lingua) (Iannàccaro/Dell’Aquila).

  • L’invenzione della tradizione (Hobsbawm 1983) consiste nel tentativo «di dare patenti di nobiltà alle lingue regionali attraverso mistificazioni erudite» (Toso 2008). Tre esempi:
  • la poesia ossianica di James MacPherson (1736-1796);
  • la poesia trobadorica di Fabre d’Olivet (1767-1825);
  • le Carte di Arborea, probabilmente «create» da Ignazio Pillito (1806-1895) e messe in circolazione nel 1845 da Cosimo Manca da Pattada. Che cos’è una lingua minoritaria?
  • «Una lingua minoritaria (o lingua di minoranza) è un sistema linguistico che deve rispondere a tre requisiti: a) che sia utilizzato, in qualche misura e almeno in qualche classe di situazioni e con alcune funzioni, presso una o più comunità o gruppi parlanti all’interno di una determinata entità politico- amministrativa; b) che sia diverso dalla lingua ufficiale e nazionale comune dell’entità politico-amministrativa di cui l’area in questione fa parte; c) che sia parlato da una minoranza della popolazione di questa entità politico-amministrativa» (Berruto 2009) A questi tre requisiti se ne potrebbe aggiungere un quarto, di carattere meramente soggettivo: «quello che tale lingua abbia per la parte della popolazione che vi si riconosce un significato simbolico di identità etnica o culturale» (Berruto 2009)
  • L’etichetta di lingua minoritaria presenta numerosi contendenti in ambito europeo. Ha ad esempio avuto un buon successo internazionale la denominazione di lingua meno diffusa (langue moins répandue, lesser used language), «una forma politically correct, non marcata socialmente né politicamente per indicare le lingue di minoranza» (Iannàccaro/Dell’Aquila 2004).
  • In Italia, si usa spesso alloglossia (o eteroglossia), che «si focalizza sulla diversità del ceppo linguistico di riferimento rispetto alla lingua ‘maggioritaria’, tratto sì rilevante ma non necessariamente né sempre presente nei casi specifici» (Berruto 2009)
  • Notevole eco hanno avuto le definizioni e i principi che compaiono nella Carta europea delle lingue regionali o minoritarie (European Charter for Regional or Minority Languages, 1992). L’Italia ha firmato la Carta in data 27/6/2000, ma, come la Francia e a differenza della Germania, della Gran Bretagna, della Spagna, ecc. non l’ha ancora ratificata. Tra gli stati dell’Europa occidentale, la Carta non è ancora stata firmata (né perciò ratificata), fra gli altri, da Belgio e Irlanda.

«Article 1 – Definitions For the purposes of this Charter: a. "regional or minority languages" means languages that are: i. traditionally used within a given territory of a State by nationals of that State who form a group numerically smaller than the rest of the State's population; ii. different from the official language(s) of that State; it does not include either dialects of the official language(s) of the State or the languages of migrants; b. "territory in which the regional or minority language is used" means the geographical area in which the said language is the mode of expression of a number of people justifying the adoption of the various protective and promotional measures provided for in this Charter; c. "non-territorial languages" means languages used by nationals of the State which differ from the language or languages used by the rest of the State's population but which, although traditionally used within the territory of the State, cannot be identified with a particular area thereof».

  • La traduzione ufficiale italiana, curata dalla Cancelleria federale della Svizzera, mantiene acriticamente l’uso del termine dialetti, che è alquanto diverso dal dialects che compare nel testo inglese: «questa espressione non include né i dialetti della(e) lingua(e) ufficiale(i) dello Stato né le lingue dei migranti».
    • «dialect […] a variety or form of a language peculiar to a district or class, esp but not necessarily other than a standard form» (Chambers)
    • «dialetto […] sistema linguistico usato in zone geograficamente limitate e in un ambito socialmente e culturalmente ristretto, divenuto secondario rispetto a un altro sistema dominante e non utilizzato in ambito ufficiale o tecnico-scientifico» (GRADIT)
  • «I termini «lingua» e «dialetto» sarebbero fondamentalmente sinonimi per quel che riguarda l’«oggetto» che definiscono, ma implicano sfumature importanti rispetto ai ruoli sociali e alle attribuzioni che tale oggetto di volta in volta assume» (Toso 2008).
    • «La definizione di un idioma come ‘dialetto’ viene collegata all’incidenza sul medesimo territorio di un codice linguistico dominante e di maggior prestigio: la distinzione tra «lingua» e ‘dialetto’ si pone quindi da un punto di vista esclusivamente politico-sociale. Il prestigio della ‘lingua’ è dato in particolare dal fatto che mentre il ‘dialetto’ è espressione spontanea, non formalizzata, della cultura di una comunità, la lingua risponde alle esigenze di una società organizzata (e in particolare di uno stato)” (Toso 2008)
  • Abstandsprache ‘lingua per distanziazione’ (Kloss 1968, 1987): «è una lingua riconosciuta automaticamente come lingua a sé, diversa dalle altre lingue, sulla base delle caratteristiche strutturali a tutti i livelli che la caratterizzano e la differenziano» (Berruto 1995)
  • Ausbausprache ‘lingua per elaborazione’: «è una lingua per così dire sviluppata, che soddisfa o è in grado di soddisfare tutta la gamma di funzioni richieste dalla società, in particolare gli usi scritti formali e tecnologici, e può valere come mezzo di espressione di tutti gli aspetti della cultura e della vita moderne» (Berruto 1995) Un dialetto avrà in genere, rispetto alla lingua, un basso livello di Ausbau e un livello di Abstand variabile in relazione al tipo dialettale considerato.
  • «La lingua è un dialetto che ha fatto carriera» (Berruto 1995)
  • «ogni idioma parte dalla condizione di «dialetto» e diventa «lingua» quando abbia il riconoscimento e il supporto di un potere politico» (Toso 2008). «Gli idiomi delle minoranze vivono nella condizione di dialetti fino a quando lo stato non ne promuova l’uso sul territorio tradizionale e tra i locutori in condizioni di effettiva parità formale e istituzionale (bilinguismo) con la lingua ufficiale di tutto il paese» (Toso 2008).
  1. lingue minoritarie di grado superiore al primo: dialetti italo-romanzi inseriti in un contesto dominato da un altro dialetto italo-romanzo (tabarchino di Sardegna, varietà altoitaliane del Meridione, ecc.);
  2. dialetti non italo-romanzi (occitano, francoprovenzale, walser, ecc.).
  • Qualora la si applicasse sia all’italo-romanzo sia alle altre varietà storicamente parlate sul territorio italiano diverse dall’italo-romanzo, l’uso dell’etichetta di lingua minoritaria avrebbe il vantaggio di evitare il dibattito ideologico intorno alla dicotomia lingua / dialetto
  • Occorre nondimeno tenere presente:
  • che queste lingue di minoranza, di qualsivoglia grado, restano sociolinguisticamente dei dialetti;
  • che solo le lingue di minoranza con un grado di minorizzazione uguale o superiore al secondo possono essere considerate delle lingue di minoranza stricto sensu.
  • Si suole tuttavia annoverare tra le minoranze linguistiche in senso stretto presenti sul territorio italiano anche il friulano e il sardo, che sono dei dialetti regionali (lingue di minoranza di I grado, quindi), per di più di matrice italo-romanza (in base alla classificazione di Pellegrini 1975).
  • Il criterio di inclusione poggia, in questo caso, su un fattore che non è sociolinguistico (la subordinazione è per friulano e sardo soltanto rispetto alla lingua nazionale, come nel caso di piemontese, lombardo, campano, ecc.) né spiccatamente strutturale (sebbene friulano e sardo manifestino un grado di Abstand significativo rispetto agli altri dialetti italo-romanzi), ma identitario, che si riflette nell’«affermazione di autonomia culturale, ben radicata presso le popolazioni sarda e friulana» (Berruto 2009).
  • Ciò ha delle ripercussioni significative anche a livello di tutela legislativa.
  • Le lingue minoritarie sono ampiamente distribuite nei cinque continenti, come si ricava dall’Atlas of the world’s endangered languages, sviluppato sotto il patrocinio dell’UNESCO.
  • Salminen (2007) individua, per l’Europa, 103 lingue minacciate (endangered languages).
  • «Anche se è vero che le lingue minacciate perlopiù, se non sempre, sono lingue minoritarie, vi sono però lingue minoritarie che non sono affatto minacciate […]; e vi sono per converso lingue minacciate che sono lingue, anche ufficiali, di un’intera popolazione» (Berruto 2009).
  • Come che sia, l’Italia è uno degli Stati europei occidentali che presentano il maggior numero di LM.
  • Uno dei più impiegati per la classificazione delle minoranze linguistiche (ML) è senz’altro il criterio genealogico, il quale distinguerà le minoranze in base al gruppo linguistico di Appartenenza.
  • Un secondo criterio, sempre relativo alle ML d’Italia, può essere “quello della presenza/assenza del gruppo linguistico prima dell’italianizzazione” (Grassi et al. 1997)
  • Resta però incerto che cosa s’intenda per italianizzazione (evidentemente non la diffusione dell’italiano come lingua comune): meglio affidarsi al principio della continuazione del latino locale
  • In base a questa prospettiva, avremmo dunque:
  • minoranze autoctone: es. francoprovenzale, occitana, ladina, friulana, sarda;
  • minoranze alloctone: es. galloitaliche del Sud e della Sardegna, catalana, germaniche, croata, albanese
  • Un terzo criterio (ibidem), di tipo latamente sociolinguistico, può essere quello della presenza/assenza di una lingua standard di riferimento («lingua di appoggio» in Berruto 2009)
  • Ad esempio, tra le ML presenti nella Penisola, hanno una lingua standard di riferimento fuori d’Italia la minoranza francese, le varie minoranze di origine germanica, la minoranza slovena, la minoranza greca, la minoranza albanese, la minoranza catalana); non dispongono di una lingua standard di riferimento le minoranze occitana, francoprovenzale, friulana, sarda, ecc.
  • Una classificazione di ampia trasversalità, a base geografico-territoriale, è stata proposta da Paul White (1991) e poi ripresa in varie sedi da John Edwards (2007, 2010)
  • Essa si basa su tre coppie oppositive:
  1. minoranza assoluta vs. minoranza locale;
  2. minoranza contigua (adiacente in Edwards) vs. minoranza non contigua (non adiacente in Edwards);
  3. minoranza compatta (coesa in Edwards) vs. minoranza diffusa (non coesa in Edwards) 1a) Minoranza assoluta: la lingua minoritaria è tale in tutti i luoghi in cui è presente (Edwards: minoranza unica: la lingua di minoranza è presente in un solo stato; minoranza non unica: la lingua è presente anche in altri stati) 1b) Minoranza locale: la lingua è minoritaria in alcuni stati e maggioritaria in altri 2a) Minoranza contigua: la minoranza è confinante con altre minoranze dello stesso tipo 2b) Minoranza non contigua: la minoranza non confina con altre minoranze dello stesso tipo 3a) Minoranza compatta: la minoranza è concentrata in una stessa area 3b) Minoranza diffusa: la minoranza è distribuita su un territorio non compatto Lezione 7-
  • Le minoranze che per White sono contigue vengono spesso raggruppate, negli studi di ambito italiano, intorno alla denominazione metaforica di penisola linguistica, che «è, per quanto assai impropria, abbastanza utile per rappresentare» l’idea di una «continuità transfrontaliera» (Toso
  • Le minoranze non contigue corrispondono a quelle che, sempre con metafora geografica, sogliono denominarsi isole o oasi linguistiche (Francescato 1993)
  • Quest’ultima metafora è giudicata da Toso (2008) suggestiva ma non felicissima, «poiché reca l’idea di un isolamento linguistico e culturale che il più delle volte esula dalla realtà vissuta di queste comunità, tutt’altro che aliene da rapporti (anche e soprattutto linguistici) con la realtà regionale o subregionale nella quale si trovano storicamente integrate»
  • Toso preferisce allora ricorrere alla denominazione di colonia linguistica, «riferita al concetto di fondazioni nate dal trasferimento e dalla dislocazione in ambienti nuovi di collettività in grado di mantenere […] le proprie specifiche prerogative linguistiche» (ibidem)
  • Penisola, da un lato, isola o oasi o colonia, dall’altro, rendono tuttavia soltanto una delle opposizioni di White, quella a livello di struttura esterna tra contiguo e non contiguo, a cui si può eventualmente aggiungere il tratto della compattezza.
  • Come che sia, per completare il quadro delle minoranze d’Italia, Toso (2008) introduce due ulteriori categorie: ‘lingue delle minoranze nazionali’ e ‘lingue regionali’.
  • Le lingue delle minoranze nazionali godono di un «regime di co-ufficialità accanto all’italiano» e sono «dotate di riferimenti culturali e politici in paesi esteri» (Toso 2008: 71): tedesco in Alto Adige, francese in Valle d’Aosta, sloveno in Friuli Venezia Giulia (province di Gorizia e Trieste)
  • Lingue regionali sono invece, secondo Toso, il friulano, il sardo e il ladino: lingue di minoranza legate a un ambito territoriale piuttosto esteso
  • «Un altro punto di vista assai rilevante da cui guardare alle minoranze linguistiche è quello della composizione e struttura del repertorio linguistico della comunità che parla la lingua minoritaria. Si tratta di repertori bilingui o multilingui in cui i sistemi linguistici coinvolti sono spesso disposti, andando dagli usi ufficiali e pubblici a quelli più informali e familiari, su due (o anche più) gradini funzionali; nella tradizione sociolinguistica ormai instauratasi, il gradino alto, quello degli usi più prestigiosi e formali, tipicamente scritti, è occupato dalla varietà di lingua detta appunto alta (high),
  • romeno (A) e dialetti romeni (B), nelle aree della Romania in cui è più marcata la differenziazione dialettale
  • Simile alla dilalia è la diacrolettìa, che caratterizza quelle «realtà in cui a una Lh limitata esclusivamente al polo alto della comunicazione si affianca un codice adatto a tutti gli ambiti, da quelli più informali all’uso scritto» (Dell’Aquila/Iannàccaro 2004) Esempi:
  • spagnolo (A) e galiziano (B) in Galizia;
  • tedesco (A) e romancio (B) nei Grigioni, con Schwyzertütsch (M)
  • Si ha bidialettismo (o dialettìa sociale o polidialettismo) «quando nel repertorio coesistono non due lingue strutturalmente diverse ma due varietà di una stessa lingua: una varietà standard, A, e una o più varietà geografiche e sociali, B […]. Esistono domini in cui sono usate sia A sia B […], anche se di norma soltanto B è impiegata nella conversazione ordinaria. B non è standardizzata […], non ha una tradizione di impiego letterario […], non è soggetta a tentativi di promozione come varietà A alternativa […] ed è socialmente marcata» (Berruto/Cerruti 2015) Esempi:
  • Inghilterra; centri urbani della Francia; Toscana, Roma e ambienti urbani dell’Italia centrale Parametri per la descrizione di repertori complessi:
  • Dal Negro e Iannàccaro (2003) individuano 12 parametri per la descrizione di repertori linguistici complessi, in cui sono tipicamente coinvolte le LM
  • «Questa prospettiva si vuole affiancare, e non sostituire, a quella assai dibattuta in sociolinguistica […] che ha il suo cardine nella distinzione funzionale fra bilinguismo, diglossia, dilalia e bidialettismo. Le situazioni che qui presentiamo come esempio sono, secondo questo modello, per la maggior parte etichettabili come fondamentalmente dilaliche (con un paio di realtà forse meglio analizzabili come diglottiche)» (Dal Negro/Iannàccaro 2003)
  • L’esplicitazione di tali parametri è particolarmente utile qualora si vogliano programmare interventi di language planning su una LM
  • Parametro 1 – Codici usati nella comunità
  • Parametro 2 – Codici in H
  • Parametro 3 – Codici in L
  • Parametro 4 – Codici ideologici (Wunschsprachen): «lingue che, pur non essendo effettivamente presenti nel repertorio, vengono in qualche modo percepite come proprie dalla comunità […], o per essere state anticamente parte, seppur marginale, del repertorio, o perché legate a visioni o apparentamenti etnici di particolare seduzione per la comunità» (Dal Negro/Iannàccaro 2003)
  • Parametri 5, 6 – Lingue, Dialetti: «rappresentano […] quella che ci sembra essere la categorizzazione ad opera dei parlanti del proprio repertorio. […] La loro individuazione ha un interesse evidente: determina le condizioni del prestigio e nel contempo indica al pianificatore quei casi in cui un particolare codice occupa un posto preciso all’interno della comunità e dunque deve essere oggetto di attenzione, ma non per forza deve essere innalzato artificialmente di status» (Dal Negro/Iannàccaro 2003)
  • Parametri 7, 8, 9 – Codici in ascesa/espansione, Codici in declino di status, Codici in declino di parlanti: «vanno considerati congiuntamente, e danno al pianificatore un’idea dinamica dei rapporti fra i codici» (ibidem)
  • Parametro 10 – Codici non autonomi nella conversazione
  • Parametro 11 – Codici oggetto di attenzioni particolari: «sono quelli sui quali le istituzioni o gli enti locali hanno rivolto l’attenzione perché ritengono che la loro presenza nel repertorio sia minacciata o comunque vada salvaguardata» (Dal Negro/Iannàccaro 2003)
  • Parametro 12 – Codici endocomunitari: «i codici (o le varietà di essi) che possono essere percepiti dalla comunità come interni e non visti/sentiti come estranei» (ibidem) etico vs emico
  • Per lingua tetto o tetto linguistico s’intende «la lingua standard […] [che] ha sotto di sé, nello stesso paese in cui è la lingua scritta e dell’istruzione scolastica, i dialetti con essa strettamente imparentati e che ad essa si riconducono» (Berruto 2001)
  • In quest’accezione stretta, desunta da Kloss (1978), la lingua tetto assume due valenze, socioculturale e linguistica
  • Potrebbe essere conveniente distinguere fra tre tipi di tetto (Regis 2013):
  • tetto linguistico: lingua standard strettamente imparentata con i dialetti coperti;
  • tetto sociale: lingua standard istituzionale nel territorio in cui sono parlati i dialetti coperti;
  • tetto culturale (Wunschsprache): lingua standard ideologica, spesso non (più) presente sul territorio, a cui i dialetti coperti si rivolgono per sfuggire alla pressione dei tetti linguistico e sociale.