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Riassunto per corso di Sociolinguistica delle minoranze, Sintesi del corso di Sociolinguistica

Il riassunto integra i seguenti testi: "Sociolinguistica delle minoranze in Italia" (Fiorentini, 2022) e "Le minoranze linguistiche in Italia" (Toso, 2008, limitatamente ai Capp. I-II, pp. 13-68). Usati più volte, da più persone, in preparazione agli esami di Sociolinguistica delle minoranze (Regis) o Dialettologia romanza (Rivoira).

Tipologia: Sintesi del corso

2025/2026

Caricato il 25/03/2026

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roberto-nappo 🇮🇹

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SOCIOLINGUISTICA DELLE MINORANZE
Ilaria Fiorentini, Sociolinguistica delle minoranze in Italia. Un'introduzione, Carocci, Roma, 2022
Fiorenzo Toso, Le minoranze linguistiche in Italia, Il Mulino, Bologna, 2008 (limitatamente ai Capp. I-II,
pp. 13-68)
Cos’è una minoranza?
Tra le definizioni del GRADIT troviamo: «in uno stato, gruppo di cittadini che si distinguono dalla maggioranza per
etnia, lingua o religione: le minoranze linguistiche d’Italia».
Toso osserva che "il concetto di minoranza si afferma piuttosto tardi nel linguaggio della politica e della
sociologia, di riflesso all'elaborazione ottocentesca dello stato-nazione".
Hobsbawm, storico marxista, definì il concetto di “invenzione della tradizione” come il tentativo di dare patenti di
nobiltà alle lingue regionali attraverso mistificazioni erudite. Esempio sono i Canti di Ossian: raccolta,
inizialmente anonima, di antichi canti gaelici tradotti e trasmessi da James MacPherson (1736-1796) e attribuiti
al leggendario cantore bardo Ossian. Si trattò di un accurato falso letterario, che rielabora un’antica tradizione
di canti popolari e la inserisce in una struttura inedita e inusuale. Altri esempi sono la poesia trobadorica di
Fabre d’Olivet (1767-1825) e le Carte di Arborea.
Berruto (2009) definisce lingua minoritaria come un sistema linguistico che risponde a tre requisiti:
1. che sia utilizzato, in qualche misura e almeno in qualche classe di situazioni e con alcune funzioni,
presso una o più comunità o gruppi parlanti all’interno di una determinata entità
politico-amministrativa;
2. che sia diverso dalla lingua ufficiale e nazionale comune dell’entità politico-amministrativa di cui l’area
in questione fa parte;
3. che sia parlato da una minoranza della popolazione di questa entità politico-amministrativa.
A questi tre requisiti se ne potrebbe aggiungere un quarto, di carattere meramente soggettivo: quello che tale
lingua abbia per la parte della popolazione che vi si riconosce un significato simbolico di identità etnica o
culturale. Questo requisito, apparentemente secondario, può in realtà diventare decisivo per giudicare alcuni
casi spinosi all’interno del territorio italiano. Ad esempio, perché si parla generalmente di friulano e sardo come
lingue di minoranza, ma non si fa lo stesso del romagnolo, del calabrese, del piemontese, etc...? Perché in
Sardegna e Friuli c'è un importante discorso identitario.
«Lingua minoritaria» e «minoranza linguistica» sono concetti non proprio equivalenti ma quasi, dato che la
prima costituisce il correlato della seconda. Esistono ulteriori etichette contendenti in ambito europeo e
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Scarica Riassunto per corso di Sociolinguistica delle minoranze e più Sintesi del corso in PDF di Sociolinguistica solo su Docsity!

SOCIOLINGUISTICA DELLE MINORANZE

● Ilaria Fiorentini, Sociolinguistica delle minoranze in Italia. Un'introduzione , Carocci, Roma, 2022 ● Fiorenzo Toso, Le minoranze linguistiche in Italia , Il Mulino, Bologna, 2008 (limitatamente ai Capp. I-II, pp. 13-68)

Cos’è una minoranza?

Tra le definizioni del GRADIT troviamo: « in uno stato, gruppo di cittadini che si distinguono dalla maggioranza per etnia, lingua o religione: le minoranze linguistiche d’Italia ».

Toso osserva che "il concetto di minoranza si afferma piuttosto tardi nel linguaggio della politica e della sociologia, di riflesso all'elaborazione ottocentesca dello stato-nazione".

Hobsbawm, storico marxista, definì il concetto di “ invenzione della tradizione ” come il tentativo di dare patenti di nobiltà alle lingue regionali attraverso mistificazioni erudite. Esempio sono i Canti di Ossian : raccolta, inizialmente anonima, di antichi canti gaelici tradotti e trasmessi da James MacPherson (1736-1796) e attribuiti al leggendario cantore bardo Ossian. Si trattò di un accurato falso letterario, che rielabora un’antica tradizione di canti popolari e la inserisce in una struttura inedita e inusuale. Altri esempi sono la poesia trobadorica di Fabre d’Olivet (1767-1825) e le Carte di Arborea.

Berruto (2009) definisce lingua minoritaria come un sistema linguistico che risponde a tre requisiti:

  1. che sia utilizzato, in qualche misura e almeno in qualche classe di situazioni e con alcune funzioni, presso una o più comunità o gruppi parlanti all’interno di una determinata entità politico-amministrativa;
  2. che sia diverso dalla lingua ufficiale e nazionale comune dell’entità politico-amministrativa di cui l’area in questione fa parte;
  3. che sia parlato da una minoranza della popolazione di questa entità politico-amministrativa.

A questi tre requisiti se ne potrebbe aggiungere un quarto, di carattere meramente soggettivo: quello che tale lingua abbia per la parte della popolazione che vi si riconosce un significato simbolico di identità etnica o culturale. Questo requisito, apparentemente secondario, può in realtà diventare decisivo per giudicare alcuni casi spinosi all’interno del territorio italiano. Ad esempio, perché si parla generalmente di friulano e sardo come lingue di minoranza, ma non si fa lo stesso del romagnolo, del calabrese, del piemontese, etc...? Perché in Sardegna e Friuli c'è un importante discorso identitario.

«Lingua minoritaria» e «minoranza linguistica» sono concetti non proprio equivalenti ma quasi, dato che la prima costituisce il correlato della seconda. Esistono ulteriori etichette contendenti in ambito europeo e

italiano: ad esempio, nel contesto della legislazione europea si può trovare “ lesser used language ”, denominazione che ha il vantaggio di non essere marcata né socialmente né politicamente, una forma di politically correct (ma quando una lingua è più o meno diffusa?).

In Italia si parla di alloglossia (o eteroglossia ), che si focalizza sulla diversità del ceppo linguistico di riferimento rispetto alla lingua "maggioritaria" (ma quale ceppo? Romanzo? Indoeuropeo? Se si considerasse quest'ultimo, in Italia si troverebbe solamente una minoranza ebraica).

Allasino et alii (2007) nella loro indagine Le lingue del Piemonte scelgono l'opzione " lingua locale ", in riferimento a qualsiasi varietà diversa dall'italiano e dalla lingua regionale (piemontese a base torinese, nella fattispecie), quindi tanto alla varietà piemontese di Boves quanto alla varietà walser di Formazza (di tipo germanico).

Notevole eco hanno avuto le definizioni e i principi che compaiono nella Carta europea delle lingue regionali o minoritarie (1992): l'Italia l'ha firmata il 27 giugno 2000 ma, come la Francia, non l'ha ancora ratificata. Belgio e Irlanda non l'hanno nemmeno firmata. [https://www.coe.int/en/web/conventions/full-list?module=signatures-by-treaty&treatynum=148]

Perché la Francia non ha ratificato? Perché è centralista e non vuole riconoscere le minoranze? In realtà perché c'è conflitto con l’articolo 2 della costituzione francese, secondo cui il francese è lingua ufficiale della Repubblica (quindi solo quella deve essere la lingua dell'amministrativo, del giuridico, del pubblico, etc...).

Negli Stati Uniti non c'è alcuna legge che considera l'inglese come lingua ufficiale, è solo consuetudine. In Italia, proprio la legge che tutela le lingue di minoranza esplicita l'ufficialità della lingua italiana in ambito amministrativo, pubblico, giuridico, etc... Il Belgio non ha nemmeno firmato, per non alimentare situazioni di tensioni tra valloni e fiamminghi. Irlanda nemmeno ha firmato, gaelico gode già di sufficiente protezione da parte delle istituzioni, nonostante l'evidente dominio dell'inglese.

Nonostante il dominio in ambito europeo dell'espressione less widespread languages , il comitato che ha elaborato la Carta ha preferito usare " regional and minority languages " (come si vede dal titolo). Con regional ci si riferisce alle lingue parlate in una limitata regione dello Stato, anche se dalla maggioranza della popolazione locale.

La legge italiana n. 482 del 1999 è profondamente territorialista, andando a escludere comunità minoritarie come rom e sinti.

Lingua vs dialetto

Se leggiamo l’articolo 1 (« Definitions ») della Carta, notiamo l’uso del termine dialects , che in contesto anglosassone assume accezione “ a variety or form of language peculiar to a district or class, esp but not necessarly other than a standard form ”, diversa rispetto al contesto italiano.

Il concetto di abstand è fondamentale nella classificazione dei dialetti d’Italia proposta da Ascoli (1882), che definisce quattro gruppi dialettali in base al grado di distanziazione rispetto al toscano:

A. dialetti che dipendono da sistemi neo-latini non peculiari all’Italia, che non hanno quindi come lingua di riferimento l’italiano (es. provenzale, franco-provenzale, ladino); B. dialetti che si orientano verso l’italiano pur mantenendo importanti differenze strutturali (gallo-italici e sardi); C. dialetti vicini al sistema italiano/toscano (es. veneziani e centro-meridionali); D. gruppo toscano vero e proprio.

Muljačić (1991) propone l’etichetta di dialetto , con o senza virgolette, per tutte le varietà, presenti sul territorio italiano, che non godano di un riconoscimento istituzionale:

● dialetti (senza virgolette) sono i dialetti storico-strutturali di qualsiasi lingua (romanesco, fiorentino, etc…); ● “dialetti” (con virgolette) sono invece i dialetti eterogenei o per subordinazione, a loro volta distinti in omoetnici (ligure, piemontese, veneto, etc…) ed eteroetnici (questi ancora suddivisi in periitaliane , come friulano, ladino dolomitico, sardo, e altre lingue ).

La distinzione tra eteroetnici e omoetnici non è determinata tanto dai dialetti stessi, ma dai parlanti che possono sentirsi parte o meno della comunità italiana.

Il concetto di lingua polinomica definisce l’insieme delle varietà linguistiche che presentano alcune differenze tipologiche ma che sono considerate dai parlanti come dotate di una forte unitarietà. Questo concetto è stato sviluppato dal linguista Marcellesi per descrivere la particolare situazione della lingua corsa, ma è facilmente applicabile ad altre lingue minoritarie.

Sulla stessa linea si colloca la classificazione di Pellegrini (1977), che include tra i dialetti d’Italia anche le varietà alloglotte. I dialetti , i “dialetti” e le lingue periitaliane (ad eccezione del ladino dolomitico) di Muljačić

corrispondono all’italo-romanzo di Pellegrini. Con questo gruppo si allude alle varie parlate della penisola e delle isole che hanno scelto, già da tempo, l’italiano come “lingua guida” (che è diversa da lingua tetto).

La lingua guida è la lingua culturale e letteraria di riferimento, mentre la lingua tetto è sì di riferimento socio-culturale ma è anche strettamente imparentata linguisticamente. Il ladino dolomitico viene infatti escluso perché è neolatino ma sceglie il tedesco come guida.

I cinque sistemi dell’italo-romanzo, secondo la classificazione di Pellegrini, sono:

  1. dialetti settentrionali (gallo-italici e veneti);
  2. dialetti friulani;
  3. dialetti toscani;
  4. dialetti centro-meridionali (area mediana, meridionali, meridionali estremi);
  5. dialetti sardi.

Differenze tra lingua (di minoranza) e dialetto

Francescato (1993) dice che «si usa la denominazione “minoranza” per indicare un gruppo, di solito non molto numeroso (a volte anche piccolissimo), nel quale i parlanti “alloglotti” hanno come “prima lingua” o “lingua materna”, cioè acquisita con la prima socializzazione, una lingua diversa da quella nazionale. Poiché per molte ovvie ragioni tali parlanti non possono esimersi dall’apprendere anche la lingua della nazione (o lingua del gruppo maggioritario o lingua dominante) si instaura tra le due lingue, quella maggioritaria e quella minoritaria, un rapporto che suggerisce la presenza di una situazione di bilinguismo».

Se si ragiona sulla situazione italiana, si può utilizzare per indicare le varietà diverse dall’italiano sia i termini dialetto e “dialetto” di Muljačić che l’espressione “lingua minoritaria”.

Inoltre, quando una minoranza contiene al suo interno un’altra minoranza, si parlerà di quest’ultima come “minoranza di II ordine (o grado)”. Le condizioni generali del bilinguismo si verificano in molti casi di minoranze di I ordine; le condizioni del trilinguismo (o plurilinguismo) si verificano soprattutto nei casi di II ordine, quando la popolazione alloglotta partecipa all’uso dell’altra varietà minoritaria presente nello stesso territorio.

In quest’ottica il piemontese risulterebbe una lingua minoritaria di I ordine (minorizzazione rispetto all’italiano), l’occitano una lingua minoritaria di II ordine (minorizzazione rispetto all’italiano e al piemontese, in Piemonte, o al calabrese, in Calabria), il francese in Piemonte una lingua minoritaria di III ordine (minorizzazione rispetto all’italiano, al piemontese e all’occitano o al francoprovenzale).

Più in generale, applicando il criterio dei livelli di minorizzazione al contesto della penisola, avremo:

  1. lingue minoritarie di I ordine, ovvero i dialetti italo-romanzi “regionali” (piemontese, lombardo, siciliano, etc…);

In Sardegna

Cartina linguistica che elabora i materiali dell’ALI e rappresenta la distribuzione delle denominazioni corrispondenti a “sole”. Già diversi fenomeni, come soprattutto le diverse forme di articoli, evidenziano l’eterogeneità linguistica che caratterizza l’isola: ad esempio « sol » è forma catalana ad Alghero, « u su » è forma ligure (tabarchina) a Carloforte e Calasetta, « su zoli » è la forma più diffusa tra i dialetti sardi autoctoni.

Sardo

Il sardo “autoctono” è localizzato principalmente nella Sardegna centro-meridionale e si presenta come risultato della diretta evoluzione del latino locale. Le varietà principali sono il logudorese (con nuorese) e il campidanese , parlate da circa un milione di persone.

Caratteristica significativa dei dialetti sardi è il sistema pentavocalico:

Per quanto riguarda i fenomeni di consonantismo:

● conservazione delle consonanti finali (TEMPŬS > tempus , FĒMĬNAS > fɛminas ) ● conservazione di [k] e [g] davanti a vocale palatale (logudorese) (CĒRA> kɛːra ) ● conservazione dei nessi consonantici (-)PL-, (-)BL-, (-)FL-, (-)CL-, (-)GL- (PLĂTĔA > pratsa , FLŪMEN > fruːmene , CLĀVE > kraːe ) ● assimilazione del nesso -GN- (MAGNU > mannu , LIGNA > linna ) ● labializzazione dei gruppi -GW-, -KW- (LINGUA > limba , AQUA > abba , QUINQUE > kimbe ) ● sonorizzazione e spirantizzazione delle consonanti sorde intervocaliche (lenizione), fino a dileguo, anche in fonosintassi (IPSU PĬPĔR > su ˡβiβiri , RŎTA > ˡ rɔða ) ● retroflessione di -LL- : CABALLU > kaˡvaɖɖu , PELLE > ˡpɛːɖɖe

In morfologia:

● formazione dell’articolo determinativo da IPSU invece che da ILLU (IPSU FENU > su ˡvɛːnu , IPSOS ŎCŬLOS > sos ˡorkos ) ● futuro e condizionale perifrastici con HABERE e DEBERE ( av a kkantare “canterà”, dia kkantare “deve cantare”) ● marcatura dell’oggetto diretto ( bido a Maria “vedo (a) Maria”)

Sassarese, gallurese e maddalenino

Localizzate nella Sardegna settentrionale, le specificità caratteristiche di queste varietà sono dovute al rapporto di continuità con i dialetti della Corsica. L’isola della Maddalena, disabitata fino al XVIII sec., viene popolata da coloni corsi.

Tabarchino

Localizzate a Carloforte e Calasetta, su alcune isole della Sardegna sud-occidentale, le parlate tabarchine costituiscono una varietà dei dialetti liguri. Nel XVI sec. una colonia di pescatori e corallari di origine genovese si insediò sull’isola tunisina di Tabarca. A causa della pressione dell’espansionismo francese, durante il XVIII sec., questi si spostarono sulle isole sarde.

Attualmente si stima che oltre l’80% degli abitanti di queste isole ha competenza attiva di questa lingua (anche tra le generazioni più giovani): uno dei pochi casi in Italia di minoranze storiche per nulla in pericolo.

Catalano

Ad Alghero (SS) esiste una colonia catalana risalente al XIV sec., dovuta ai ripopolamenti di queste zona durante la dominazione aragonese della Sardegna.

In Sicilia

Frammentate nelle province di Enna, Messina, Catania e Siracusa, si sono insediate tra XI e XIII sec. delle colonie provenienti dall’area di confine tra Liguria e Piemonte, di lingua gallo-italica. La causa di queste migrazioni sono le politiche di ripopolamento, durante la dominazione normanna dell’isola, che avevano lo scopo (secondo i sovrani) di rafforzare il “ceppo latino” che era in minoranza rispetto ai più numerosi greci o arabi.

Lungo il versante meridionale dell'Aspromonte, così come si vedrà poi in Salento, sopravvivono testimonianze del grecanico (o grico ), varietà greca che che secondo varie ipotesi potrebbero risalire ai tempi antichi della Magna Grecia oppure ai fenomeni di ripopolamento di epoca bizantina (IX-X sec.). Queste minoranze linguistiche sono in grave pericolo, in tutto il meridione sono circa 12.000 i parlanti stimati attualmente.

Basilicata

In Basilicata ci sono diverse isole alloglotte di tipo gallo-italico , raccolte più o meno attorno a due nuclei, quello del golfo di Policastro e quello lungo lo spartiacque ionico-tirrenico. Anche qui si tratta di colonie fondate da popolazioni provenienti dal Piemonte meridionale e dall’entroterra ligure, insediatesi per conto di feudatari normanni (XII sec.) e angioini (XIII sec.).

Puglia

I comuni di Faeto e Celle San Vito, in provincia di Foggia, costituiscono l’unica minoranza francoprovenzale dell’Italia meridionale. Ci sono ipotesi controverse riguardo la provenienza di queste colonie, se dal Piemonte o dal versante alpino francese, e anche riguardo la causa (ripopolamenti per contrastare la presenza araba o migrazione di valdesi in fuga dalle persecuzioni?). In ogni caso, queste minoranze sono gravemente in pericolo (circa 750 parlanti), anche a causa del crollo demografico.

Molise

Nei comuni di San Felice, Montemitro e Acquaviva Collecroce, in provincia di Campobasso, esistono degli insediamenti di lingua croata (o slavisano o na naš ), fondati da migranti croati in fuga a seguito dell’invasione ottomana della Dalmazia (XV sec.)

Abruzzo e Campania

A Villa Badessa , frazione del comune di Rosciano (provincia di Pescara) c’è isola linguistica arbëresh , unica in tutto l’Abruzzo. Stessa cosa a Greci , in provincia di Avellino: da notare il toponimo legato al rito religioso greco-cattolico, tuttora professato.

In Veneto, Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige

Friulano

Con una storia analoga a quella del sardo, la lingua friulana rappresenta uno sviluppo autoctono e diretto del latino. Le varietà friulane sono diffuse in tutto il Friuli Venezia Giulia, ad eccezione della provincia di Trieste e di alcuni centri costieri nelle province di Gorizia e Udine. Si possono distinguere una varietà carnica , una varietà occidentale e una varietà centro-orientale. Sono circa 600.000 i parlanti stimati nel 2021.

Il friulano concorda con i dialetti gallo-italici per i seguenti fenomeni:

● lenizione (RŎTA > [ˡrweːde] ‘ruota’, URTĪCA > [urˡtiːe] ‘ortica’) ● degeminazione consonantica (SEPTE > [sjet] ‘sette’, SPĂTULA > [sˡpale] ‘spalla’) ● caduta delle vocali diverse da -A (NĀSU > [naːs] ‘naso’, CAMPU > [ʧaɱp] ‘campo)

Si distingue invece dagli altri dialetti per:

● assenza di vocali anteriori arrotondate, ovvero le “turbate” ● valore distintivo della lunghezza vocalica (/mil/ ‘mille’ ̴/miːl/ ‘miele’, /pes/ ‘pesce’ ̴/peːs/ ‘peso’) ● dittongamento delle vocali medie latine (TĔRRA > [ˡtjɛre], PŎRTA > [ˡpwarte]) ● palatalizzazione di CA- e GA- ([kjaŋ]/[ʧaŋ] ‘cane’; GALLĪNA > [gjaˡline]/[ʤaˡline] ‘gallina’) ● conservazione dei nessi consonante + L (CLĀVE > [klaːf] ‘chiave’; PLĂTĔA > [ˡplase] ‘piazza’) ● conservazione di -S, nella morfologia nominale e verbale (CANES > [kjans]/[ʧans] ‘cani’, GALLĪNAS > [gjaˡlines]/[ʤaˡlines] ‘galline’; TU DORMIS > [tu tu ˡdwarmis] ‘tu Ø dormi’)

Sloveno

Nelle aree di confine tra Friuli Venezia Giulia e Slovenia, si sono insediate numerose comunità di lingua slovena risalenti prima al Medioevo (zone rurali) e poi all’Ottocento (zone urbane, a causa dello sviluppo industriale e commerciale).

In Piemonte e Valle d’Aosta

Nel Piemonte occidentale, tra la Val Vermenagna (CN) e l’alta Val di Susa (TO), sono parlate delle varietà dell’ occitano (o provenzale alpino). Sono circa 20.000 i parlanti con competenza attiva.

Caratteristiche fonetiche e morfologiche:

● dittongazione di Ŏ (FŎCU > [fwek] ‘fuoco’, PŎRCU > [pwerk] ‘porco’) ● conservazione di -AU- (AURA > [ˡawro] ‘vento’, FRAUDE > [ˡfrawdo] ‘frode’) ● passaggio di -A atona finale a [o] (FEMINA > [ˡfenːo] ‘donna’, TERRA > [ˡtero] ‘terra’) ● palatalizzazione di CA- e GA- (CANE > [ʧaŋ] ‘cane’, CATTU > [ʧat]) ● tendenziale presenza del plurale sintagmatica (AQUAS > [ˡajges], PATRES > [ˡpajres] ‘padri’)

Tra l’alta Val Sangone e la Val Soana, oltre che in Valle d’Aosta, è importante la presenza del francoprovenzale , con le seguenti caratteristiche:

● conservazione di -A-, tranne vicino a suono palatale (CANTARE > [ʧanˡtaʀ] ‘cantare’, mentre fr. chanter , ma anche [minˡʤeʀ] ‘mangiare’) ● palatalizzazione di CA- (CAMPU > [ʧamp] ma anche [ʦã] ● conservazione di -S nella desinenza verbale della II pers. (CANTAS > [ˡʧantes] ‘(tu) canti’, CANTĀTIS > [ʧanˡtades] ‘(voi) cantate’) o nella marca del femminile plurale (FLŎRES > [fjurs] ‘fiori’; CĂPRAS > [ˡʧivres] ‘capre’)

● esiti differenziati dei gruppi consonantici +L (CLAVE > [klaw] ‘chiave’ ad Aosta, ma [ʧa] a Cogne, [ʎa] a Courmayeur, [kja] in bassa Val Sangone ● costruzione invertita modificato/modificante per i nomi dei giorni della settimana (DĬĒ VĔNĔRIS > [dəˡvɛdro])

Sempre in Valle d’Aosta, nelle Valli Valdesi, Val Chisone e Val Susa, è stata importata a partire dal XIV sec. la lingua francese , come lingua delle corti e degli atti ufficiali, oltre che come lingua di cultura e di commercio.