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Il concetto di dharma nell'induismo, analizzando le sue origini, le sue fonti e le sue applicazioni pratiche. Il dharma è un principio fondamentale che guida la vita degli individui e della società, definendo i doveri, le responsabilità e le regole di comportamento. Il ruolo del dharma nella società indiana, nelle diverse fasi della vita e nelle pratiche alimentari, evidenziando la sua complessità e la sua influenza su vari aspetti della vita quotidiana.
Tipologia: Appunti
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Il concetto di dharma è centrale nella tradizione hindu. Questo termine è difficile da tradurre nelle lingue occidentali perché ha molti significati, come “religione”, “legge”, “diritto”, “giustizia”, “dovere” e “prerogativa”, a seconda del contesto. Il termine può essere tradotto come “diritto”, ma non nel senso moderno di leggi civili e penali, bensì come tutte le regole di comportamento riconosciute da una comunità, comprese quelle morali e religiose. Deriva da una radice indoeuropea che significa “mantenere” o “sostenere”. Dharma è ciò che sostiene e regge. In relazione all’universo, dharma si riferisce alle leggi eterne che regolano il mondo e in questo senso, lo sostengono e lo reggono. L’ordine dharmico è più alto persino degli Dei, che ne sono solo i guardiani. Il dharma è un concetto di ordine, simile ad altri concetti di “ordine” in altre culture. L’idea di ordine nell’induismo è legata all’esistenza di una rete di relazioni e interconnessioni macrocosmiche e microcosmiche. Nell’antico periodo vedico, l’ordine era rappresentato dal termine “rita”, che descrive l’ordine naturale delle cose, come i cicli della natura, l’alternarsi del giorno e della notte e le leggi costanti del mondo. L’uomo è parte dell’ordine cosmico e contribuisce attivamente a mantenerlo. Il macrocosmo e il microcosmo sono strettamente connessi, e l’ordine delle azioni umane riflette l’ordine cosmologico. Questa connessione si riflette nel rito, che rappresenta l’universo e l’atto di “fare ordine” Con l’azione rituale, gli esseri umani possono influenzare il mondo e contribuire al suo mantenimento. Le azioni rituali degli uomini sono viste come legate ai fenomeni cosmici e naturali, così come alle loro azioni sociali. Il concetto di dharma, che si concentra sull’azione umana, sostituisce, nell’epoca post-vedica, il concetto di rita, che era più impersonale. Dharma non solo riguarda l’ordine, ma anche l’insieme di doveri per mantenere tale ordine. In sintesi, dharma è «ciò che deve essere fatto» per mantenere l’ordine nelle relazioni cosmiche e umane. L’ordine non è visto come qualcosa di statico, ma come un processo dinamico di “fare ordine” L’immutabilità e l’eternità si riferiscono al principio divino che sostiene l’universo, che evolve a partire da uno stato inizialmente indifferenziato. Questa visione, sviluppata nei riti, è applicata all’intera attività umana e fa parte della concezione hindu della normatività. Ogni individuo gioca un ruolo importante nel mantenere l’ordine cosmico e sociale, e questa è la base dell’idea di un ordine che può essere controllato a livello individuale o locale. Dharma è anche legato al concetto di karman , che riguarda la legge delle azioni e delle loro conseguenze. Karman non è solo il risultato di un atto, ma l’azione stessa vista nelle sue conseguenze. Un’azione dharmica porta a effetti positivi, mentre un’azione adharmica porta a effetti negativi. L’osservanza del dharma ha effetti che vanno oltre una singola vita, influenzando la qualità delle rinascite. Il dharma è uno degli scopi dell’esistenza umana, insieme a artha (interesse, utile, come quelli politici ed economici) e kama (desiderio, piacere) Esistono scienze come il dharmashastra (scienza del dharma), l’arthashastra (scienza politica) e il kamashastra (scienza del piacere), ciascuna focalizzata su un aspetto specifico della vita. Il dharma è importante perché guida i comportamenti umani, ed è centrale nel diritto hindu.
Il concetto di dovere in dharma ha una sua specificità culturale che coinvolge anche chi non crede nel karman o nelle varie correnti devozionali dell’induismo. In questo senso, l’induismo offre una varietà di diritti religiosi legati a diverse comunità, regolando vari aspetti della vita, dal cibo ai rapporti sessuali, e collegandoli a diverse vie di salvezza. Ma il dharma va oltre ogni singola manifestazione dell’induismo. Le fonti del Dharma Nella tradizione brahmanica, si crede che il dharma possa essere conosciuto solo attraverso la rivelazione vedica. Poiché riguarda il dover essere, l’uomo non può scoprirlo da solo attraverso l’esperienza diretta o i metodi di conoscenza ordinari basati sulla percezione. Il Veda, per questo motivo, considerato shabdapramana = cioè conoscenza trasmessa attraverso la parola, è ritenuto l’unica fonte affidabile per comprendere il dharma. Tuttavia, se si guarda alla questione da un punto di vista pratico, cioè cercando di capire concretamente cosa sia il dharma per una persona specifica, il problema cambia prospettiva. In questo caso, non si parla più di un’unica fonte (il Veda), ma di una pluralità di fonti attraverso cui il dharma può essere conosciuto. In sanscrito, il termine per «fonte del dharma» è dharmamula, che significa letteralmente «radice del dharma». Il dharma non viene stabilito da nessuna autorità, quindi il termine «fonte» va inteso come «ciò che permette di conoscere il dharma», secondo l’interpretazione dei commentatori medievali. Nei testi normativi hindu si trovano diversi elenchi delle fonti del dharma, ma il sistema tradizionale ne individua quattro principali: Shruti , Smriti , Sadachara e Atmanastushti
Questi doveri vengono ulteriormente differenziati in base alla casta (jati), che è legata al varna ma non si identifica completamente con esso. Ogni varna può infatti comprendere più caste, suddivise a loro volta in sottocaste (upajati) Altra distinzione: esistono due tipi di dharma: quello comune (samanya) e quello particolare (vishesha) Il dharma comune riguarda regole valide per tutti gli esseri umani e si basa su valori generali come la non- violenza, il perdono, la compassione e la disciplina interiore. Il dharma particolare, invece, è più specifico e dipende dalla casta e dalla fase della vita di una persona (varna e ashrama) Secondo Piano, questa frammentazione arriva al punto che ogni individuo ha un proprio dharma, un percorso personale per trovare armonia con la natura e la società. L’induismo, essendo molto vario, non ha un’autorità centrale. Si organizza in modo flessibile, con diversi centri di decisione, spesso legati alle caste. Cibo e rito nell’induismo L’induismo ha molte regole sul cibo, che non riguardano solo l’alimentazione, ma anche la visione del cosmo, i riti religiosi e la società. Alcune regole stabiliscono quali cibi sono proibiti, altre quali sono permessi, ma potrebbero diventare impuri se contaminati. Nei sacrifici vedici si uccide un animale nel fuoco sacro, ma il sangue è considerato impuro. Per questo, l’animale viene soffocato o decapitato con un solo colpo. Il rito è visto come una sorta di “cottura” che trasforma e controlla gli elementi. Anche la cremazione funebre è vista come un processo di trasformazione. Un’eccezione alla cremazione riguarda i rinuncianti (samnyasin), ovvero gli asceti che hanno abbandonato la vita materiale per raggiungere il moksha (la liberazione dal ciclo delle rinascite). Secondo la tradizione, il loro distacco dalla vita terrena è segnato da una cremazione simbolica, che li rende “già morti” per questo mondo. Quando muoiono fisicamente, il loro corpo non viene cremato, ma sepolto o abbandonato nelle acque sacre. Un altro rito importante è lo shraddha, ovvero le offerte di cibo ai defunti per trasformarli in antenati (pitri) Se non si compie il rito, il defunto resta in uno stato di sofferenza. Nel rito, il cibo viene mangiato da un sacerdote (brahmano) e dal figlio primogenito, che assorbono i peccati del defunto per purificarlo e aiutarlo a ottenere una rinascita migliore. Classificazioni del cibo Nell’induismo, il cibo viene considerato sia dal punto di vista materiale sia da quello etico e spirituale. Le classificazioni del cibo si basano su criteri simbolici legati alla natura del mondo e del corpo, oltre che alle pratiche terapeutiche della medicina indiana. Prima classificazione: in base ai sei sapori (rasa), che influenzano il corpo e la mente: dolce, acido, salato, pungente, amaro e astringente Seconda classificazione: in base alle tre qualità fondamentali (guna), che influenzano l’equilibrio interiore e il destino spirituale = luminosità, energia e inerzia
Anche le persone vengono classificate in base a questi guna, e la loro alimentazione contribuisce a definire il loro stato spirituale. Terza classificazione: in base alla distinzione tra divorati e divoratori, una classificazione simbolica che riguarda il rapporto tra esseri viventi. Le regole alimentari nell’induismo mirano al benessere fisico e alla purezza rituale e morale. Consumare cibo impuro può influenzare negativamente la salute fisica, le relazioni sociali e la crescita spirituale. La preparazione e il consumo dei pasti seguono rituali specifici. Dopo aver offerto le primizie a divinità, antenati e spiriti, si consuma il resto del cibo. Mangiare è regolato da norme dharmiche che producono effetti karmici, sia positivi che negativi, e riguardano postura, orientamento spaziale e disposizione interiore. Il digiuno, totale o parziale, è praticato per accumulare karma positivo e come forma di espiazione o devozione. Le norme alimentari variano in base alla casta. I brahmani evitano la carne bovina, mentre le caste più basse possono consumarla. La Manusmriti definisce i fuoricasta come “cucinatori di cani” Il vegetarianesimo è comune tra i brahmani, che evitano anche uova, aglio e cipolla, considerati contaminanti. Nell’induismo, il vegetarianesimo non è una regola assoluta. È vietato consumare carne di animali carnivori e domestici, mentre è permesso mangiare animali selvatici, salvo eccezioni per malattia o carestia. La violazione delle regole alimentari può essere compensata attraverso pratiche di espiazione. Le norme non sono viste in termini di giusto o sbagliato, ma come una scala di comportamenti con diversi gradi di merito spirituale. Non esiste un divieto assoluto sulle bevande alcoliche. Di solito, si vieta il consumo di distillati di cereali ad alta gradazione alcolica, mentre vino e sciroppi alcolici sono permessi. Le regole variano a seconda della casta: l’astensione dagli alcolici è più comune nelle caste superiori. Le regole sulla commensalità sono fondamentali nella società hindu. La casta determina con chi si può mangiare o da chi si può ricevere cibo. Le caste superiori hanno restrizioni più severe per evitare la contaminazione del cibo e mantenere la purezza. Queste regole includono l’uso di luoghi e stoviglie separati per il consumo del cibo. Le norme sul dare e ricevere cibo dipendono anche dalla preparazione e dalla resistenza del cibo alla contaminazione. Il cibo cotto in acqua è considerato facilmente contaminabile e non può essere scambiato tra caste, mentre quello cotto con burro chiarificato è più resistente e può essere condiviso. I rinuncianti devono nutrirsi del cibo offerto loro caritatevolmente, il che permette loro di consumare alimenti altrimenti vietati. Essi si pongono al di là della distinzione tra dharma (comportamento corretto) e adharma (comportamento scorretto), poiché cercano la liberazione dal ciclo del karma. Le loro pratiche di distacco li allontanano dalla sfera rituale e li sottopongono a regole alimentari diverse da quelle dharmiche. La sacralità della vacca è uno degli aspetti più noti dell’induismo. Sebbene l’origine di questa concezione sia dibattuta, si ritiene che derivi dal mondo rituale del vedismo. La sacralità della vacca non è uniformemente riconosciuta in tutto l’induismo, ma per molti, il consumo di carne bovina distingue le caste basse e impure da quelle alte. I bufali non godono dello stesso status delle vacche. La vacca ha un ruolo importante sia nelle pratiche sociali ed economiche che in quelle rituali, fornendo latte, burro chiarificato, cagliata, urina e sterco, elementi cruciali nel rituale hindu. Nell’elaborazione dharmica, la sacralità della vacca si inserisce in una rete più ampia riguardante il rapporto uomo-animale. Alcune regole sanzionano severamente l’uccisione o il maltrattamento di certi animali, evidenziando le conseguenze in termini dharmici. Sebbene l’uccisione di animali nel contesto rituale sia stata legittimata nei Veda come atto dharmico e meritorio, tradizioni che privilegiano l’ahimsa (non violenza) e il vegetarianesimo hanno acquisito maggiore importanza.